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Ott 08, 2019 Lifestyle, Società
L’agenzia di viaggi Thomas Cook, fondata nel 1841, durante gli anni Trenta del secolo scorso, pubblicizzava i viaggi in Germania. E – qualcuno alzerà gli occhi in segno di meraviglia mista a spavento o ribrezzo – c’erano persone che visitavano il paese nazista. Non era un turismo rischioso: nel «pacchetto vacanza», infatti, non erano inclusi i pestaggi delle Sturmabteilung (SA), il «reparto d’assalto», né le perquisizioni della Gestapo, la Polizia segreta dello Stato, ai turisti per le strade delle cittadine tedesche, né tantomeno assistere ai roghi dei libri. Niente di tutto questo.
Chi si recava in Germania trascorreva delle normali vacanze di relax, assaporando la gastronomia locale, prenotando visite culturali e partecipando ai festival, come quello di Bayreuth, dedicato alla rappresentazione dei drammi di Richard Wagner o quello di Oberammergau, un paesino bavarese famoso per la messa in scena della passione di Cristo. Addirittura, c’era chi sceglieva la Germania come meta per la luna di miele. La scrittrice britannica Julia Boyd nel suo Travellers in the Third Reich – tradotto in spagnolo con il titolo Viajeros en el Tercer Reich, ma non ancora disponibile nella versione italiana – descrive quello che accadeva in Germania tra le due guerre, attraverso le testimonianze dirette di viaggiatori ordinari – politici, musicisti, diplomatici, comunisti, atleti, poeti, artisti – oltre a celebrità come Charles Lindbergh, David Lloyd George, il Maharaja di Patiala, Francis Bacon, Samuel Beckett, per citarne alcuni.
Questa moltitudine di voci e di storie delinea una straordinaria immagine tridimensionale della Germania hitleriana, così palpabile che il lettore ne respirerà, fin dalle prime pagine, l’atmosfera, e cerca di rispondere ad interrogativi quali: «Com’era viaggiare nel Terzo Reich?» «Quanto fu facile sapere cosa stava realmente succedendo in Germania, cogliere l’essenza del nazionalsocialismo, allontanarsi dalla propaganda e predire l’Olocausto?» e «L’esperienza del viaggio fu trasformativa o rafforzò semplicemente i pregiudizi già esistenti?». Le impressioni e le riflessioni di questi viaggiatori così diversamente assortiti differiscono non poco, e sono spesso profondamente contraddittorie.
Nell’Introduzione del volume, leggiamo che «i turisti inglesi ed americani superavano di gran lunga quelli provenienti da altri Paesi e nonostante la Grande Guerra, gran parte della popolazione britannica considerava i tedeschi parenti stretti – in ogni modo più apprezzabili dei francesi. Martha Dodd, figlia dell’ambasciatore americano in Germania, diede una visione comune quando osservò: «A differenza dei francesi, i tedeschi non sono ladri, non sono egoisti e non sono impazienti, freddi o rigidi». In Gran Bretagna, inoltre, si era diffuso un certo disagio a causa del Trattato di Versailles» che, opinione della maggioranza delle persone, aveva penalizzato più del dovuto la Germania, sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, costretta a rimodellare i propri confini nazionali e perdendo la sovranità sui territori coloniali di Africa ed Asia.
Così, anche se il vento della barbarie nazista soffiava su tutta Europa, preparandosi a divenire bufera, «i britannici continuarono a recarsi nel Reich per affari e piacere […] e dal 1937 il numero dei visitatori americani sfiorò il mezzo milione all’anno». Le impressioni che ne ebbero questi viaggiatori furono positive ed entusiaste riguardo ad una società, quella teutonica, stimolante, attiva e moderna anche perché, come scrive la Boyd, «per il turista che sceglie come luoghi di villeggiatura la Renania o la Baviera non c’erano prove palesi dei crimini nazisti»; altri, al contrario, rimasero inorriditi dall’ostentazione delle svastiche e dalla continua percezione del «male». Una delle testimonianze più commoventi e toccanti del libro è quella di una coppia di americani in luna di miele a cui una donna ebrea diede sua figlia, una bambina con una scarpa ortopedica, pregandoli di prenderla con sé e portarla lontano dalla Germania nazista. Avvenne in una strada di Berlino, nel 1936. Lo fecero, salvandole la vita.
Constantia Rumbold, figlia del diplomatico britannico Sir Anthony Rumbold, si trovò a Berlino durante la marcia con le torce del 30 gennaio 1933, data nella quale Hitler prestò giuramento come Cancelliere nella camera del Reichstag. La donna – come scriverà poi – «rabbrividì sentendo le grida “Germania, svegliati!” dei sostenitori del nazismo. Nessuno che fosse stato testimone di come l’anima teutonica sfilasse per le strade quella notte avrebbe potuto nutrire il minimo dubbio su cosa sarebbe successo». Lo scrittore francese Daniel Guérin evidenziò una certa «estasi» che avviluppava le ragazze tedesche al passaggio delle truppe d’assalto e notò perspicace: «Senza stivali, senza l’odore del cuoio, senza il passo rigido e severo di un guerriero, oggi è impossibile conquistare queste Valchirie».
Georges Simenon, scrittore belga e padre del commissario di polizia francese Maigret, incontrò Hitler in un ascensore dell’hotel Kaiserhof, un albergo di lusso e luogo di riunione dei gerarchi nazisti. Era il febbraio del 1933 e Simenon stava viaggiando per la Germania in un tour che lo portò a Dusseldorf, a Colonia, a Francoforte ed infine a Berlino. Arturo Toscanini, direttore d’orchestra parmense, dopo aver diretto a Bayreuth nel 1930 e nel 1931, si rifiutò di farlo, di nuovo, nel 1933 a causa del modo in cui i nazisti trattavano i musicisti ebrei, e il romanziere Thomas Wolfe, che dopo la sua visita nel 1936 pubblicò un articolo negli Stati Uniti denunciando la persecuzione degli ebrei lasciò la Germania, paese che amava profondamente, per non tornarci mai più.
Giovanna Scatena
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