Ultimo Aggiornamento mercoledì 21 Gennaio 2026, 5:03
Pubblichiamo un saggio di Sergio Bellucci, diviso in 2 Parti
Due dati dell’economia digitale dovrebbero interessare i politici e gli economisti ancora convinti che la ‘mano invisibile’ sistemerà, anche stavolta, ogni cosa. Semmai fosse stato così, anche in passato, dall’avvento del capitalismo non avremmo avuto più guerre, crisi economiche, carestie, disoccupazione, consumo della terra e delle sue materie prime ad un punto di non ritorno, estinzione delle specie viventi che non siano trasformate in merci industriali.
Ma stavolta il quadro ha, addirittura, una discontinuità nuova. Dall’avvento del sistema di produzione affidato alle macchine, infatti, si discute della distruzione di lavoro per colpa dell’immissione di tecnologie. Nell’Ottocento nacque addirittura un movimento che distruggeva le macchine che ‘toglievano il lavoro’. Eravamo, però, ai primordi del mercato capitalistico e la possibilità di trasformare cose della vita in merci era ancora enorme. Tutto veniva inglobato in un meccanismo che trasformava ciò che toccava in merce acquistabile tramite denaro. Il numero dei beni ‘necessari’ a vivere esplodeva, mentre questi beni si trasformavano in oggetti producibili in maniera industriale, cioè in merci. Ogni volta che un bene, vecchio o nuovo, incontrava una modalità di produzione più tecnologica, espelleva lavoratori che trovavano posto in nuovi settori industriali che producevano nuove tipologie di merci. Ben presto, dalle merci si passò ai servizi e questo diede un ulteriore spazio per creare ‘occupazione’ salariata, utile ad acquistare proprio quell’ondata di merci prodotta dal sistema industriale.
Sull’onda di questa esperienza il movimento contro le macchine svanì e gli economisti coniarono il termine “ricorsività tecnologica” secondo cui “Ad ogni posto di lavoro eliminato dalla introduzione della tecnologia faceva seguito la produzione di due posti di lavoro nel settore produttivo che doveva produrre quella tecnologia”. Per alcuni decenni sembrò che il sistema non avrebbe avuto fine, che lo sviluppo dell’economia sarebbe arrivato al punto di trasformare tutto il mondo in una montagna di merci da acquistare e il lavoro (salariato) sarebbe divenuto il centro esclusivo della attività umana.
Poi arrivò il digitale.
Per alcuni anni, gli anni che io definisco del taylorismo digitale (cfr. E-work. Rete, lavoro, innovazione. Derive e Approdi, 2005) il sistema apparve non essere scosso dall’introduzione delle “macchine a controllo numerico”. Anzi. Il salto dal sistema macchinico “meccanico” all’introduzione del sistema macchinico “digitale” fece esplodere l’occupazione in settori prima di allora inesistenti. Gli economisti furono confortati dalla tendenza che confermava la regola che avevano estratto dall’esperienza del periodo di sviluppo meccanico. Purtroppo, gli economisti sono quegli ‘scienziati’ che spiegano ex-post ciò che è accaduto e quasi mai sono in grado di avere una capacità previsionale di un “sistema complesso” come l’attività umana. Basterebbe fare l’esempio della crisi del 2008. Alla soglia della crisi del 2008, Alan Greenspan, al tempo governatore della Fed, ammise che non era assolutamente in grado di prevedere la crisi o di comprenderne le ragioni. Sono in genere affezionati alle ‘quantità’ e non alle ‘qualità’ (che casomai trattano come ‘quantità’). Questa loro ‘qualità’ impedisce spesso di comprendere la natura dei cambiamenti profondi, quelli di fase, quelli caratteristici della Transizione, cioè di quei periodi storici che portano da una “formazione economico-sociale” ad un’altra.
Pensate al dibattito, nell’Ottocento, tra i nuovi filosofi-economisti che intravvedevano la novità della produzione industriale e provavano a costruire teorie interpretative (Marx sopra tutti) e l’establishment accademico che era legato ancora alle teorie economiche della fisiocrazia. Trovate analogie con il mondo contemporaneo?
Io ne trovo moltissime. Come allora, infatti, il mondo accademico è ancorato alle ‘leggi’ del passato, perché non comprende la natura delle nuove acquisizioni scientifiche (allora era la potenza del vapore…). Non comprende la ‘qualità’ intrinseca del nuovo che avanza e tratta queste novità ‘in continuità’ con le leggi e le prassi del passato. Non si è compreso il salto: il passaggio dalle tecniche meccaniche alle tecniche digitali comporta il passaggio da una tecnica che moltiplica il fare della mano ad una tecnica che moltiplica la possibilità del cervello. (Continua)
Sergio Bellucci
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