Ultimo Aggiornamento mercoledì 11 Febbraio 2026, 11:43
Gen 29, 2023 Cultura, Teatro & Cinema
di Gennaro Colangelo
Autore e Direttore Artistico di eventi culturali e progetti di comunicazione
Roma
Per uno di quei singolari scherzi del destino che ci accadono nella vita quotidiana, il Teatro Argentina è diventato focus di due serate culturali consecutive, che hanno caratterizzato il mio ultimo weekend di spettatore professionale.
Nessuna persona convinta che l’educazione estetica sia un percorso terapeutico dovrebbe perdersi l’ultimo film interpretato da Antonio Albanese Grazie ragazzi, diretto da Riccardo Milani, che comincia nel penitenziario di Velletri e finisce sul palco dell’Argentina, uno dei teatri settecenteschi più belli d’Europa. L’attore noto per tanti personaggi comici, torna al suo antico amore e interpreta un conduttore di laboratorio in carcere, che attraverso la messa in scena di Aspettando Godot affidata a un gruppo di detenuti, stimola la loro coscienza individuale e collettiva a confrontarsi col vissuto di ciascuno e di tutti alla luce delle problematiche del teatro dell’assurdo, audacemente sviluppato nei testi dell’autore irlandese.
Nella realtà da vari anni si segnalano esperimenti del genere, fra cui i laboratori del carcere di Opera e di quello di Rebibbia, opportunamente promossi dal Ministero di Giustizia, sempre con esiti positivi.
Nella costruzione del film, versione italiana di un precedente lungometraggio francese, ma sorretto da una sceneggiatura nuova e impeccabile, la vicenda principale si intreccia abilmente con le storie dei detenuti, fino alla fusione della vita carceraria con quella parallela dell’esperienza di drammatizzazione.
Il successo del saggio finale che conclude il laboratorio, con l’imprevedibile successo che arride alla compagnia teatrale, attira l’attenzione sociale sul gruppo e lo proietta verso un’autentica tournée, nel corso della quale maturano atteggiamenti e desideri destinati a sconvolgere l’equilibrio della compagnia. Fino all’ultima replica, prevista sul prestigioso palcoscenico dell’Argentina in cui, dopo un finale a sorpresa, che non riveliamo per non privare lo spettatore di goderselo in sala, il responsabile del laboratorio trova modo di evidenziare che il processo di maturazione di qualunque persona entri in contatto con la magia del teatro, che sia un dilettante o un professionista, produce sempre un’intima trasformazione di sé.
Punto di forza del film è l’eccellente interpretazione degli attori, non solo di Antonio Albanese come protagonista, ma anche di Sonia Bergamasco, nel ruolo della direttrice del carcere, di Vinicio Marchioni, nelle vesti di un boss che scopre durante il laboratorio la sua intima fragilità malgrado la maschera da duro e di Fabrizio Bentivoglio, nei panni di un vecchio attore opportunista e narcisista: curiosamente tutti attori che provengono dal teatro e approdano con successo al cinema. Come spettatore professionale, ritengo che il successo del film debba molto a questa circostanza.
La forza del gruppo è riemersa nella serata successiva, in cui possiamo riferire con soddisfazione il grande favore con cui il pubblico dell’Argentina (stavolta in presenza reale e non virtuale) ha accolto lo spettacolo Ferito a morte, che una compagnia di attori non famosi ma tutti bravissimi, capitanati da Andrea Renzi, ha portato in scena.
Tratto dall’omonimo di Raffaele La Capria, nell’efficace adattamento dello scrittore Emanuele Trevi, lo spettacolo racconta le storie incrociate di un gruppo di amici, che nella Napoli del dopoguerra cercano la propria evoluzione personale e professionale attraverso i problemi eternamente irrisolti della città teatrale per eccellenza. Alcuni soccomberanno all’inerzia inutilmente riempita di scherzi e piaceri momentanei, altri opteranno per il distacco e si allontaneranno dal tessuto urbano di una metropoli avvolgente, che, come dice l’autore nella frase più emblematica del libro, “ti ferisce a morte o ti addormenta…”.
La splendida regia di Roberto Andò è riuscita nella difficile impresa di rappresentare, con immagini di grande suggestione inserite in una scenografia che pone il mare al centro della narrazione, un romanzo fatto soprattutto di sensazioni e riflessioni sul senso del vivere.
A guardar bene, elemento comune al prodotto audiovisivo e a quello teatrale è il senso dell’attesa: i detenuti attendono la fine della carcerazione mentre i vitelloni napoletani, sempre freneticamente impegnati in burle e facezie, attendono l’irruzione di un’opportunità che possa rappresentare una svolta esistenziale. Su questi diversi fronti, il tempo governa impietosamente le vite di tutti, in equilibrio fra i condizionamenti del destino collettivo e le tentazioni dell’opportunismo individuale.
Il grande ritorno del pubblico alle produzioni culturali di qualità ci pare il miglior viatico per un anno che si preannuncia molto interessante nel settore spettacolo.
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