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Lug 26, 2019 Arte & Musica, Cultura
Francesco Leone, “Oltre il muro”
Il 9 agosto, Francesco Leone, artista già notato dalla critica, inaugurerà la sua mostra personale dal titolo Tear u,p in occasione di Cannawave, un festival dedicato a “Art, Music & Memory” nato sul finire degli anni ’90 per valorizzare i talenti locali, pur accogliendo artisti internazionali. Le opere, esposte al Palazzo delle Culture di Canna (CS), rimarranno esposte per una settimana. Lo abbiamo intervistato
La sua produzione artistica fa ampio ricorso al décollage, una tecnica opposta al collage, conosciuta in tutto il mondo, anche grazie alle opere sperimentali di Mimmo Rotella. In cosa si uniforma a questo grande maestro “neo Dada” e in cosa innova?
La tecnica di base è la stessa praticata da Rotella, cioè un procedimento che parte dallo strappo di alcuni manifesti per trasferirli su un supporto. Nel mio caso il supporto è la tela. Se Rotella prediligeva manifesti cinematografici, io, invece, sono maggiormente attratto da manifesti di mostre d’arte che si sono tenute a Genova negli ultimi tempi. A me interessa anche la sovrapposizione dei manifesti. Lo strappo non è mai casuale.
Come mai ha scelto proprio eventi artistici circoscritti a Genova?
Io sono originario di Canna, in provincia di Cosenza, un piccolo paesino sullo Jonio, ai confini tra la Calabria e la Basilicata, ma vivo a Genova dal 1992. Ho intrapreso questo percorso artistico dal 2016 e le prime idee mi sono affiorate alla mente proprio guardando i manifesti a Genova. È sempre a Genova che è iniziata la mia carriera, infatti, ho esordito nel mondo dell’arte partecipando alla biennale di Genova.
Quindi da genovese d’adozione lei torna al suo paese d’origine: cosa crede di poter comunicare, in generale, con questa forma d’arte e in questa mostra in particolare?
Con queste mie interpretazioni, voglio innanzitutto comunicare libertà, colore, allegria. Non è una forma di arte cupa, triste. La mia idea è quella di stimolare la fantasia, il senso d’immaginazione; trasmettere a chi vede queste opere un senso di libertà, la stessa che ho avuto io nel fare gli strappi. Proprio per questo, anche chi osserva si può sentire in qualche modo autore dell’opera.
Lei intitola la sua personale “Tear up”. Strappare, in senso metaforico, lascia pensare a una spaccatura, magari a una protesta, oppure a qualcosa di manipolato, effimero. Qual è la sua visione dello strappo?
È naturale che si possa pensare questo perché si vanno a strappare dei manifesti, ma nella mia reinterpretazione di “strappo” la logica è diversa. Lo strappo, infatti, conduce a una scoperta. Spesso quello che si intravede al di sotto è ancora più bello e forse stimolante. Ci sono colori forti che colpiscono la vista in maniera positiva e allegra.
Cosa ci riserva per il futuro?
Già quest’anno sono stato presente di nuovo in biennale, ma con un’opera un po’ diversa, che esula dalle precedenti: uso fotografia e la mescolo con pittura acrilica, che inserisco negli strappi. Quest’opera è ancora in una galleria d’arte a Genova e non sarà esposta a Cannawave, anche perché è già impegnata per alcune esposizioni già programmate per settembre.
Angelina Marcelli
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