Il Canone RAI: un furto con scasso
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In tempo di crisi economica e di reale caccia agli evasori (finalmente) c’è un tributo che pochi pagano volentieri e, forse, qualche buon motivo ce l’hanno.
L’annosa questione del canone rai, il fu servizio pubblico, ormai diventato una vera barzelletta, visto che da decenni (Santoro fece una cruda puntata sul problema, prima di esser cacciato) nei consigli di amministrazione dell’emittente televisiva devono sedere a maggioranza esponenti vicini al governo e in minoranza, esponenti vicini alle forze politiche che hanno perso le elezioni.
E già questa è una vera anomalia.
Il direttore generale della Rai, il suo Presidente e tutto il top management devono essere preventivamente accettati dai partiti politici e buonanotte al servizio pubblico e all’indipendenza dello stesso da qualsiasi controllo politico.
Poi, una televisione di Stato che, così come le altre reti commerciali a cui non paghiamo nessun tributo, si comporta allo stesso modo: programmi scadenti, film di qualche secolo fa, stessi format, stessi conduttori dal posto fisso garantito (altro che articolo 18 da togliere ai poveri cristi) e una miriade di pubblicità, prima, durante e dopo la messa in onda di un film, una fiction o un varietà (a proposito a parte Fiorello, ne hanno fatto qualcuno ultimamente?).
Ma non è finita, il canone è un tributo e come tutti i tributi va pagato recita lo spot che la Rai ha appaltato ad un’Agenzia esterna e noi, da bravi cittadini, lo facciamo (mal)volentieri.
Dopo aver comunicato fino all’esaurimento che il pagamento di 112 € si doveva effettuare entro il 31 gennaio, ci comunicano anche che, passata tale scadenza, con una piccola sovrattassa sarebbe stato ancora possibile mettersi in regola con il pagamento del tributo.
Bene, lo paghiamo anziché il 31 gennaio, il giorno successivo, il 1 febbraio e la nostra piccola sovrattassa per aver osato pagare a mezzanotte e un quarto quindi con 15 minuti di ritardo ci è costato il pagamento della mora pari a € 4,41 che significa che gli interessi di mora che vengono applicati per un giorno di ritardo nel pagamento è pari a quasi il 4%.
Il 4% di mora per 15 minuti di ritardo, a noi non sembra propriamente legale, pur essendo un tributo che ogni cittadino è tenuto a pagare.
Se poi, la Rai è più le volte che non la vediamo di quelle in cui tentiamo di seguire un suo programma, ci sembra di aver subito una rapina, anche sugli interessi di mora.
Perché pagare un tributo a chi non ci offre un servizio pubblico degno di nome?
E se lo paghiamo, perché venire anche mortificati con interessi di mora così elevati?
L’anno prossimo siamo certi che pagheremo per tempo il canone, ma non siamo altrettanto certi che la Rai ci faccia cambiare idea sulla bontà di questo tributo, inutile, iniquo, senza alcun senso. Un vero furto con scasso.
Alfonso Della Mura
Posto fisso in Italia: figlio di un Paese ipocrita
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Secondo noi Professor Monti, lei ha ragione.
Che noia il posto fisso. Anche se lui, il professore (chi vuole prendere per i fondelli ?) ha sempre avuto il posto fisso, statale addirittura, avendo fatto per decenni il docente universitario burocrate.
Pensano che sia una noia nei Paesi anglossassoni, in Francia, in Cina, Giappone e in India.
E secondo noi, lo pensano anche in Italia.
Però, come sempre, con dei distinguo da fare e, portando degli esempi concreti.
Partiamo con una domanda, esiste davvero la mobilità sociale nel nostro Paese oggi?
Oppure chi intraprende un’attività lavorativa qualsiasi essa sia, sembra costretto a doverne fare la propria professione per una vita intera, senza possibilità di alternative reali?
Se un giovane entra nel mondo del lavoro, per esempio, con una laurea di primo livello, una laurea specialistica e vari master è così scontato che trovi un’occupazione in Italia?
In un Paese normale, civile non solo a parole, certamente, in Italia, un po’ meno.
E non parliamo di mobilità sociale per favore, che qui non sappiamo neppure che cosa sia.
Vi raccontiamo un episodio. Qualche anno fa conosciamo per caso un signore di 40 anni di New York, ingegnere civile, che aveva la “passionaccia” per il giornalismo, inizia a frequentare l’Università serale in giornalismo e il gioco è fatto, a 45 anni viene assunto dall’NBC.
Vi immaginate in Italia un ingegnere che a 40 anni sogna di cambiare vita e percorso professionale?
Non gli sarebbe permesso, altro che liberalizzazioni, è questione di cultura cari signori: se il nostro ingegnere volesse cambiare tutto a 40 anni per essere assunto in una redazione di un giornale italiano, verrebbe fatto seguire da qualche specialista da parte dei suoi familiari e anche da chi dovrebbe accoglierlo come nuovo collega.
Quindi, caro Monti, noi siamo d’accordo sulla sua affermazione, ma se il terreno dove si gioca il cambiamento è quello italiano, la vediamo difficile, molto difficile.
Ci si tiene stretto ciò che si ha, per mancanza di alternative, non per reale immobilismo.
Liberi di essere smentiti, in altri Paesi senz’altro, ma non in Italia, caro Professore.
Cambiamo prima realmente le possibilità di accesso ai nuovi lavori ( pagati possibilmente, se non è chiedere troppo ) e poi vediamo se non cessa un immobilismo causato dallo stesso sistema di cui anche lei, oggi, volente o nolente, fa parte.
Norman di Lieto
Pixar, una mostra straordinaria
Il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, fino al prossimo 14 Febbraio, accoglie un’insolita mostra che celebra i 25 anni di attività della Pixar, la più importante casa di produzione cinematografica specializzata in “computer generated imagery”, ossia la realizzazione di cortometraggi e lungometraggi digitali sviluppati con software e tecnologie grafiche innovative.
E’ difficile immaginare cosa aspettarsi da una mostra del genere. Una noiosa carrellata su tecniche e programmi che permettono di “costruire” i mondi immaginari che arrivano poi sui grandi schermi? Oppure una sorta di sfilata dei personaggi dei film Pixar sin dal suo esordio?
Ebbene, il mix che è stato sapientemente messo a punto dalle curatrici della mostra, Elyse Klaidman e Maria Grazia Mattei, ha avuto uno straordinario successo e il numero dei visitatori – più di 100.000 – ne è la prova.
Storyboard classici, disegnati e dipinti a mano dagli artisti, storyboard digitali che in formato video assemblano le sequenze dei disegni (story reel), le maquette (modelli tridimensionali in argilla) dei personaggi più noti e carismatici come Woody e Buzz di Toy Story, Nemo e la sua compagna di viaggio Dory, Wall-e con la sua Eve, ma anche Carl e Russel del film Up. Magiche anche le installazioni dello Zootropio e dell’Artscape capaci di stupire e incantare chiunque.
In giro per le sale, appassionati (come chi scrive), addetti ai lavori, ma anche tanti genitori con i loro piccoli, coinvolti attivamente nei Laboratori Disney-Pixar, in cui i giovani partecipanti con divertenti lezioni interattive si avvicinano ai processi artistico-creativi dei loro personaggi più affezionati.
Creatività e professionalità, libertà di ispirazione e rigore, esperienza e innovazione: sono questi i punti di forza del lavoro della Pixar, che per ogni film crea uno straordinario patrimonio artistico che viene plasmato per affascinare e mai deludere il proprio pubblico.
Una mostra notevole che, con più di 700 opere, incuriosisce, aiuta a capire quanto duro lavoro ci sia dietro alla realizzazione di un film d’animazione e guida il visitatore in un viaggio attraverso la creatività e la cultura digitale, due realtà che si completano e si influenzano a vicenda, creando personaggi, storie e mondi capaci di far “scivolare” nello schermo gli spettatori e far vivere loro una dimensione surreale.
Non vi rimane altro che lasciarvi catturare dalla magia della “fabbrica dei sogni”!
Eleonora Dafne Arnese
Il Taxi della rabbia on the road
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Che cosa c’è dietro la rabbia incontrollata dei tassisti italiani, dopo aver conosciuto la proposta sulle liberalizzazioni che riguarda anche loro?
Ad onor del vero nel Governo Prodi di breve durata, ci provò senza risultato, con le famose “lenzuolate” il ministro Bersani, che si ritrovò con il “lenzuolo in mano” ed un nulla di fatto bello e buono, causa barricate dei tassisti, così come accade oggi.
In partenza dall’Aeroporto di Malpensa e, con un volo in ritardo, intervistiamo un po’ di tassisti dell’Aeroporto della Brughiera, numerosi e che aspettano in coda per parecchio tempo di “caricare” un cliente.
“A volte, ci chiedono tragitti ridicoli, che non ci ripagano del tempo trascorso ad attendere” afferma Gino, prossimo alla pensione e che vorrebbe vendere prima la sua di licenza.
“La licenza è la mia buonuscita, una sorta di Tfr come esiste in ogni rapporto di lavoro e adesso vogliono liberalizzare e quindi io mi ritrovo dopo 30 anni di lavoro, con un pugno di mosche in mano?”.
Sono molti i tassisti giovani anche sotto i trent’anni e si Intravvedono da un po’ di tempo anche le donne al volante delle auto bianche.
Marco ha 28 anni un diploma di ragioniere e studi universitari abbandonati anzitempo, non trovava lavoro poi, un amico dei genitori, gli consiglia di comprarsi una licenza per guidare il taxi.
“Io la licenza l’ho pagata 180.000€, ho fatto un mutuo per ottenerla e adesso mi dicono che, magari un altro della mia età, potrà iniziare a farlo senza dover pagare nulla grazie alle liberalizzazioni, scusa…e non mi dovrei imbufalire?”.
Tra una partita a briscola nell’area arrivi di Malpensa, una lettura di giornali e un simposio sul Barcellona, su Messi che è più forte di Maradona e su chi vincerà lo scudetto il prossimo anno, Luigi, 45 anni, e l’aria di chi la sa lunga e afferma: “La verità caro dottore è semplice, questo lavoro lo può fare chiunque e dunque la concorrenza è spietata, ma se liberalizzano ognuno di noi che ha investito una media di 150 mila Euro per acquistare la licenza, si potrebbe sentir dire che era tutto uno scherzo, adesso c’è libero accesso cari Signori, e volete pure che non si scateni un putiferio?”.
Ognuno di loro ci invita a bere un caffè, dopo averci trovati forse noiosi, non sapendo disquisire di calcio, né tantomeno scaldarci per le sorti del campionato italiano.
Forse ci inquieta più pensare a come è combinato il nostro Paese, vabbè ragazzi io ordino una bella tisana e poi prendo l’aereo, destinazione oltreconfine, per respirare un po’ d’aria fresca, tornando ancora più arrabbiati e pensando che “basta davvero poco” per migliorare di molto l’Italia.
Norman di Lieto
twitter@normandilieto
Ambiente e informazione: un binomio difficile
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Con questo articolo iniziano una serie di contributi sulle problematiche dell’ambiente, curate da un’Addetta ai lavori.
Ognuno di noi è cosciente del volume che le notizie di carattere ambientale occupano nella cronaca quotidiana. Cambiamenti climatici, risparmio energetico, effetto serra, sversamenti di rifiuti e di petrolio sono termini così familiari, ci risuonano nelle orecchie da anni, eppure nessuno di noi sarebbe in grado di spiegare con chiarezza l’entità di questi fenomeni, tantomeno avere certezze sullo sviluppo dei fatti.
Questo è riconducibile principalmente a due motivi.
Da una parte da uno scorretto e purtroppo diffuso modo di comunicare, dove la notizia ha sempre più la finalità di stupire e sbalordire, agendo sull’impatto emotivo dell’ascoltatore e trascurando totalmente il contenuto. Anche perché spesso chi scrive o chi divulga, del contenuto non ne ha una minima idea. E così tutto diventa un’emergenza, una catastrofe, un allarme, salvo poi essere totalmente capovolto la settimana successiva, o scomparire come una meteora in uno spazio virtuale. Chi sa dire che fine ha fatto il petrolio sversato nel Golfo del Messico? E’ forse stato ricoperto dal livello dei mari che –si sa- è in risalita da un pezzo? O fuso dal fantomatico reattore di Fukushima, inglobato nel termovalorizzatore fantasma di Acerra? Panta rhei!
In secondo luogo, una sorta di “carenza culturale” in materia ci accompagna a partire dalle prime fasi educative, in quella fascia di età che si presenterebbe come la più sensibile, attenta e intraprendente. Le famiglie, nutrendo loro stesse scarsi interesse e conoscenza in materia, non riescono a trasmetterla alla prole e si affidano alle competenze degli istituti scolastici, i quali tuttavia, trovandosi spesso a combattere con tempi e bilanci ostili -salvo brillanti iniziative individuali- hanno sempre meno risorse da investire in quest’ambito.
La comunità scientifica dal canto suo discute e ridiscute su riviste di settore, spesso incomprensibili o sconosciute ai più, ma manca del supporto della grande comunicazione di massa. Avete mai provato a consultare i siti di università, centri di ricerca, agenzie ambientali? In Italia non è sempre così semplice e immediato trovare informazioni, risultati di studi e monitoraggi, come invece accade all’estero. Anche qui si può interpellare l’onnipresente mancanza di fondi, ma non è di questo che stiamo discutendo e non stiamo facendo nessun processo alle intenzioni.
Semplicemente, quello che proponiamo in questa sede è occuparci di attualità ambientale, con la maggior chiarezza e serietà possibile, per discutere di argomenti contingenti e trasmettere ai lettori qualche pillola di conoscenza che non lasci spazio a dubbi esistenziali e profonde angosce irrazionali, ma che permetta di comprendere qualcosa di più sull’ambiente. Perché è solo comprendendo per davvero che si può agire per migliorarlo.
Elisa Villa
L’albo dei giornalisti: un altro intervento inutile e sbagliato
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Ma quanto è dura intraprendere oggi, la carriera di giornalista?
Impervia cari colleghi, per chi lo è già e per chi sogna di diventarlo.
E il Premier Monti, fresco di tesserino da giornalista, si avvia a varare la manovra che dal prossimo mese di settembre dovrebbe portare alla cancellazione dell’albo dei pubblicisti.
Ma facciamo un po’ di storia, e di anomalie in salsa italiana.
L’Ordine dei Giornalisti è un Albo professionale istituito nel 1925, da un’idea di Benito Mussolini.
Qual era il suo fine?
Immaginiamo, forse non a torto, che l’istituzione di un Albo volto a regolamentare l’attività dei giornalisti, consentita solo a chi regolarmente iscritto all’Ordine, fosse un modo per poter controllare al meglio l’attività degli stessi e di ciò che scrivevano.
Comunque la Legge quadro è del 1963 ed è la numero 69, o Legge Gonella, che prevede l’iscrizione all’Albo da parte di due categorie di Giornalisti: i professionisti, coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista e quello dei Giornalisti pubblicisti, coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita, anche se esercitano altre professioni o impieghi.
Con la nuova proposta di Legge ( proposta dall’esecutivo guidato da Berlusconi ), verrebbero cancellati con un solo colpo di matita, 80.000 giornalisti pubblicisti.
Per poter fare il giornalista professionista, bisogna fare pratica per almeno 18 mesi presso una redazione che sia composta da almeno 4 professionisti a contratto e che attesti l’avvenuta pratica presso la testata.
Da qui il praticante può accedere all’esame di idoneità professionale a Roma ( non è un Esame di Stato, notate bene).
Se non ha i requisiti, in quanto non è riuscito a farsi accettare come praticante da qualsivoglia testata (chi prende ancora i praticanti, quasi nessuno cari lettori), potrà iscriversi ad una scuola di giornalismo, dove una volta frequentati i corsi per due anni potrà accedere all’esame di idoneità professionale.
Tra le altre cose, queste scuole sono molto costose.
Un’altra via è quella di praticare l’attività giornalistica per almeno due anni, venendo retribuito regolarmente per ottenere l’iscrizione ai pubblicisti, senza esame a Roma, per intenderci.
Se si cancellano i pubblicisti, rimarranno solo i professionisti.
Quindi un pubblicista, che esercita altra attività professionale, non potrà più scrivere, pena condanna per svolgimento di attività giornalistica abusiva ( sic ).
Comunque, la Carta di Firenze, è l’ultimo documento redatto da un Comitato di Saggi che ha deciso i metodi per far parte dell’Albo.
Essere pagato, innanzitutto.
E già questo, non è poi così semplice. Credeteci il mondo del giornalismo è una giungla e se il solo metodo per accertare chi è giornalista da chi non lo è, è quello di farsi pagare e anche bene, allora forse è pronta un’altra casta, di pochi soggetti ipergarantiti, abbandonando i cosiddetti senza rete, come li definisce nel suo ultimo numero “Tabloid”, il mensile dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.
Addio ai senza rete, lasciamo il posto solo agli ipergarantiti.
Eppure siamo d’accordo nel fare un giro di vite, senza se e senza ma, però deve essere fatto con regole chiare e certe e con l’analisi di requisiti professionali oggettivi per chi svolge questo mestiere che non può essere solo regolamento da quanto guadagni con la tua professione.
Per esempio, non abbiamo sentito parlare di Laurea, di possibilità da parte dei Pubblicisti di sostenere l’esame di idoneità professionale e, una volta superato l’esame, dotarsi di una dignità professionale che oggi, solo pochi eletti hanno, mentre in tanti, decisamente in troppi vivono la professione con passione ed etica deontologica senza veder riconosciuta loro quella dignità che meritano. Eppoi il giornalismo in Italia ha una lingua parlata solo in Italia, quindi solo qui si può svolger la professione, quindi senza possibilità in Europa. Quindi, ci spiegate che cavolo c’entra in questo caso l’adeguamento all’Europa ?
In attesa degli eventi, con la consapevolezza che forse, oltre al tanto rumore per nulla, la montagna potrebbe davvero partorire un topolino.
Norman di Lieto
Il fetore di una Casta marcia e falsa
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E alla fine il tanto temuto documento, voluto dal Governo Berlusconi e confermato dall’attuale Esecutivo Monti, ha preso ( quasi ) forma.
E così la task force guidata da Giovannini, Presidente dell’Istat, ha detto ciò che molti sapevano e che in molti tacevano.
I parlamentari italiani sono quelli che a livello europeo guadagnano di più, per un’indennità lorda mensile di 16mila Euro, ebbene si, 16 mila Euro lordi ogni mese.
Oltre ad avere il numero maggiore di componenti tra Camera e Senato, la nostra Repubblica è anche la più generosa in fatto di emolumenti.
Dove sta la novità?
In primo luogo, nell’arrabbiatura dei componenti della “Casta”, che trovano questo sentimento dell’antipolitica molto pericoloso e, soprattutto, poco produttivo.
In un Paese, dove aumentano nell’ordine: suicidi di pensionati, di chi perde il lavoro, di imprenditori, dove aumentano gli attentati nei confronti delle sedi di Equitalia, dove siamo arrivati a guardarci nei conti correnti bancari con Serpico, cervellone che controllerà i nostri movimenti, non sembra esserci il “miraggio” di una soluzione condivisa. In altre parole, stiamo entrando in uno Stato di Polizia, o qualcosa che vi assomiglia.
Sembra davvero un incedere schizofrenico da parte dell’amministrazione pubblica e, forse proprio per questo motivo, il cittadino italiano si sente ingannato, disilluso e defraudato nei confronti di chi, dovrebbe rappresentare l’istituzione dove riporre somma fiducia.
Qualcosa si è rotto negli ultimi anni, troppe Leggi, troppa burocrazia, troppe incongruenze nella gestione della cosa pubblica, che ha sfiancato i cittadini onesti.
Nei confronti di quelli che si credono furbi non pagando le tasse, non spendiamo più parole e, soprattutto, ci chiediamo, se non sono stati trovati fino ad ora, perché dovremmo credere alla favola che ci raccontano, dicendoci che saranno trovati?
Sembra una vera e propria caccia alle streghe che non porterà a nulla.
Non vogliamo fare i disillusi dalla politica, ma l’idea che i parlamentari già adesso si lamentino dei ventilati tagli nei loro confronti, dopo aver detto davanti alle telecamere che è giusto e doveroso affrontare i sacrifici per il Paese, ci viene un po’ di nausea, per il puzzo delle cagate che vengono dette.
Quindi diamo addosso ai pensionati e ai poveri Cristi e attenti a non toccare i parlamentari e i loro ( ingiustificati ) benefit.
Se l’Italia non cambia mentalità sarà dura, davvero, per tutti e, attenzione, all’indignazione di piazza.
NdL
Perseguitati e i soliti privilegiati
Alessandro Capotondi’s Picture from Flickr.com
Che pasticcio in questa Italia martoriata da una cattiva gestione e da una grande crisi, che sembra non vedere mai la luce. Il tentativo di metter insieme un governo tecnico, sulla carta, poteva avere tante validità. Poi, letti i nomi, ci siamo resi conto che si trattava in verità di veri tecnici, anche se qualcuno più “maneggiato” rispetto ad altri. Poi è arrivata la manovra e si è capito che di tecnico c’è ben poco. Solo politica, senza i politici che non hanno voluto metterci la faccia e hanno preferito mandar avanti alcuni apparentemente inattaccabili, ma manovrati da loro stessi. E siamo al punto di prima. Le famiglie, i pensionati, gli stipendiati, il popolo che al massimo arriva a 1.500 euro al mese, deve subire tasse su tasse. Mentre chi evade le tasse continuerà a farlo, con tranquillità. Sopra a tutto, non si è tagliata una spesa, che sia una e i politici hanno mantenuto intatti i loro privilegi. Belle case, belle auto, stipendi e pensioni da favola. Se diciamo che è una Vergogna con la lettera maiuscola, passiamo per i soliti cronisti pessimisti. E invece si è riusciti a toccare il fondo. Non si è andati a chiedere i soldi ai privilegiati, ma ai soliti quattro gatti che si sa di poter caricare di oneri, senza che nessuno li difenda. A onor del vero, i sindacati sembrano ben intenzionati a lottare, ma non vorremmo fosse solo teatro. Chi fa indignare più di tutti è l’accozzaglia dei padani, o per meglio dire quei violenti della Lega, all’opposizione, mentre fino a pochi giorni fa leccavano i piedi al governo di cui erano parte integrante. Che miseria e che disonestà. A questo punto non ci stupiremmo se anche i giovani italiani si emancipassero dalle famiglie che li mantengono e proteggono e con coraggio scendessero in piazza a reclamare i propri diritti. L’Italia potrebbe essere un altro nord Africa. Lo hanno scritto anche i quotidiani a vasta tiratura. Perché stupirsi? Lo ha voluto il Sistema.
Mauro Pecchenino
Italia: Paese strano
Dario Moriella’s Picture from Flickr.com
Riceviamo questa lettera su una stranezza made in Italy e volentieri pubblichiamo.
Il mio racconto parla di sport giovanile ed in particolare di pallavolo.
Mi chiamo Barbara Fontanesi ed ho trascorso oltre vent’anni della mia vita a rincorrere una palla… prima per piacere e poi per mestiere (le due cose in realtà non sono poi così diverse).
La mia esperienza personale iniziata all’età di 10 anni mi ha permesso di crescere con lo sport e con l’ambiente che lo circonda. In particolare, l’allenamento quotidiano non è stato rivolto solo al puro gesto tecnico, ma anche a gestire le pressioni esterne (anche queste parte integrante dello sport) incarnate nella figura del dirigente, dello sponsor e dei tifosi, solo per citarne alcuni.
Vincere di fronte a seimila persone non è un ostacolo di poco conto…
Appese le scarpette al chiodo, da qualche anno seguo un gruppo B Under 14 femminile a Modena, città notoriamente conosciuta per la tradizione pallavolistica.
L’episodio che vorrei raccontare è successo di recente, durante una partita di campionato Fipav, ripeto età media delle ragazze, 13 anni.
Con l’aplomb di un fruttivendolo col negozio in chiusura, dal trespolo predisposto, l’arbitro ad un certo punto della gara si prende l’onere di scendere sul campo di gioco per intimare un gruppo di nostre ragazze, intente a fare il tifo, a stare in silenzio.
La motivazione, con tono severo e minaccioso ci viene cosi argomentata:” La palestra è piccola e quindi non è opportuno tifare durante il gioco ma solo durante le pause”.
Sarebbe come a dire che in uno stadio, il tifo dovrebbe ammutolirsi durante i calci d’angolo, i rigori ed altre pause di sorta.
Inquietata dalle osservazioni dello stesso chiedo se il campionato giovanile ha regole diverse da quelle di serie A cosa che ovviamente l’arbitro non ha potuto sostenere…
“E’ una questione di buon senso…” ha risposto serafico.
Quale strano meccanismo quello del tifo…
Permettiamo a gruppi di ragazzi, quasi sempre conosciuti dalle società sportive, di entrare negli stadi armati di tutto punto per poi invocare il buon senso a ragazzine che hanno, come unico obiettivo, quello di sostenere le loro compagne in campo.
Barbara Fontanesi
Tra mestizia, sindacati e crisi senza fine
A Roma, un’ assemblea nazionale di tutti i delegati della Cgil in un Palalottomatica gremito in ogni ordine di posto ha messo in luce un sindacato dalla guida forte. Susanna Camusso nel suo discorso a conclusione dei lavori, è stata più volte applaudita, sotto gli occhi attenti, tra gli altri, di Nichi Vendola e Maurizio Landini, segretario Nazionale Fiom.
Hanno preso la parola molti lavoratori da diverse parti d’Italia e testimoni di differenti realtà lavorative: dalle Banche ai call centre, fino ai braccianti dei diversi centri di raccolta dove si lavora davvero in condizioni drammatiche, come se in un Paese civile potessero ancora esistere gli schiavi del terzo millennio.
Così Ivan ha raccontato la sua storia: ragazzo migrante che sogna l’Italia e che, lavorando all’interno del nostro Paese, cerca un riscatto umano e sociale e dove possa essere accolto e non sfruttato.Vuole lavorare per poter studiare Ingegneria: ma la realtà si dimostra ben diversa e dal palco racconta, fa emozionare, commuovere e ci fa chiedere se stia parlando dell’Italia o di un altro Paese. La gente applaude, si alza in piedi dedicandogli una meritata standing ovation per la sua dignità, un valore cui non si può dare un prezzo né tantomeno calpestare.
Susanna Camusso, chiede a gran voce al Governo dei Professori, una finanziaria che sia equa e che non vada a toccare le pensioni e i soliti noti, ma la manovra varata da Monti sembra proprio avere disatteso ogni sua richiesta.
“Si fa cassa sulle pensioni” afferma il segretario Generale di Corso Italia.
Del Governo Monti e della sua manovra finanziaria sono piaciute due cose: il mancato compenso che il Professore della Bocconi ha voluto far risparmiare alle casse esangui dell’Italia e le lacrime della Fornero, Ministro del Lavoro, ma anche qui, sulla commozione, i pareri sono differenti.
Per il resto si incassa sulla casa e sulle pensioni: reintroduzione dell’ICI, cui si è cambiato il nome e blocco degli aumenti per i pensionati, si trattava di una ventina di euro lordi: una rapina sui poveri Cristi insomma e l’equità non si vede.
Si dice che ne vedremo delle belle, ma mai affermazione fu più lontana dalla realtà: di cose belle non ce ne sarà neppure l’ombra. Non vogliamo fare i tragici, ma di luce se ne vede poca dietro le facce falsamente meste dei politici.
Norman di Lieto



















