Ultimo Aggiornamento martedì 7 Aprile 2026, 7:49
Gen 21, 2026 Cultura, Teatro & Cinema
Roma
Una di famiglia, in originale The Housemaid, funziona perché prende la bella ragazza assunta per piacere e la trasforma in una sottile guerra fredda. Sidney appare giovane, sensuale, rassicurante. Esattamente per questo è …sacrificabile.
Sidney Sweeney viene scelta perché incarna il sogno: la compagna di banco mai dimenticata, la ragazza della porta accanto. Al colloquio è…’una di famiglia’. Salopette, occhiali, sorriso educato. La casa la accoglie, ma non la protegge. La ingloba.
Il film, diretto da Paul Feig, gira attorno a un cast calibrato: Sidney Sweeney regge la scena con una freschezza studiata, mentre Amanda Seyfried incarna l’instabilità. Brandon Sklenar e il resto degli interpreti completano un ensemble che alterna fascino e mistero, trasformando la casa in un teatro di equilibri inquietanti.
Il film gioca con i codici del thriller psicologico americano, ammiccando all’erotismo da catalogo. Gli attori sono belli, i corpi mostrati, i momenti piccanti calibrati. Ma il racconto è atto a rivendicare la normalizzazione della violenza. Sidney è una ex carcerata, ha peccato anch’ella. E’ forte. Può reggere. Può essere usata.
Amanda Seyfried incarna una femminilità minacciata, medicalizzata, continuamente delegittimata. Entra ed esce da cliniche e stanze chiuse, mentre il marito — gentile, paziente, apparentemente devoto — lavora per riportarla sotto controllo. Fra colpi di scena vari, il film dialoga con L’amore bugiardo (2014), ma ne sposta il baricentro: qui il problema non è la menzogna, ma l’ordine.
A rendere il dispositivo ancora più efficace è l’uso dello spazio domestico come luogo di disciplina mascherato da rifugio. Ogni stanza promette protezione e restituisce controllo, ogni gesto affettuoso nasconde una piccola clausola da firmare con il cuore.
Persino i personaggi maschili, apparentemente marginali o decorativi, partecipano a questo equilibrio violento senza alzare un sopracciglio: il silenzio, a quanto pare, è la nuova forma di potere. Il film lavora per sottrazione, evitando il trauma spettacolare e insistendo sulla sua amministrazione quotidiana, come un abbonamento mensile non richiesto: invisibile, perfetto, necessario… e leggermente inquietante.
Sidney passa dalle lenzuola di seta allo stanzino, dalla complicità all’isolamento. Indossa ruoli, sostituisce altre donne, diventa il corpo su cui far ricadere la violenza. Una di famiglia non è un capolavoro, ma espone un dispositivo politico preciso: il controllo dei corpi femminili mascherato da cura e stabilità. E ricorda che il cinema non serve a imitare il reale, ma a costruire una coscienza capace di smascherarlo, senza mitizzare le vittime.
Arianna Tomassetti
Giornalista
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