Ultimo Aggiornamento martedì 7 Luglio 2026, 3:37
Lug 07, 2026 Lifestyle, Società
Ultimo, Niccolò Moriconi, fa un concerto nella canicola di luglio e molte cose non funzionano
Il nostro parere dalla capitale
Roma
Un concerto non è mai solo un biglietto staccato. È un’attesa che dura mesi, un viaggio sotto il sole, un risparmio messo da parte con fatica. È, soprattutto, il desiderio intimo di cantare a squarciagola la canzone che ti ha tenuto compagnia in un momento buio, sentendoti finalmente parte di un abbraccio collettivo.
Quando l’altra sera 250.000 persone si sono radunate a Tor Vergata, portavano con sé esattamente questo carico di aspettative ed emozioni.
Ma c’è una sottile, crudele ironia nel nome di un artista che ha costruito la sua intera narrativa sul mantra degli ‘ultimi’, quando poi, a essere trattato come l’ultimo della fila, è proprio quel pubblico che ha reso possibile il suo impero.
Il sogno si è infranto presto, trasformando l’esperienza in un incubo logistico. Una vera e propria sagra della spavalderia romana, dove la musica – quella che si ascolta – che vibra nello stomaco, che connette le persone – è finita seppellita dal rumore di fondo di una macchina organizzativa cinica, che ha dimenticato il valore del rispetto umano.
La metafora di tutto ciò è racchiusa in una distanza siderale: quella tra lo sborone che arriva dall’alto in elicottero, protetto dal clamore dei record, e lo spettatore a terra, che ha pagato cifre importanti per un evento che, per le condizioni offerte, sarebbe stato giusto vedere gratuitamente.
Nel prato non si vedeva, non si sentiva. L’unica connessione concessa era quella di un lontanissimo e unico maxischermo, e un audio disastroso, pallido, sostituto di un’emozione morta prima ancora di nascere. È il trionfo di una disconnessione totale, in cui il fan non è più una persona con cui dialogare, ma solo un numero da sommare per il Guinness dei primati e per fare due video su Instagram.
Eppure il pubblico di Ultimo é sensibile e con grande dignità esce di scena ore prima della fine del concerto, nonostante i soldi spesi. Triste vedere come quello che poteva essere un capolavoro di emozione sia stato trasformato in una processione di delusione. Se non per qualche privilegiato sotto palco. Assurdo anche che il comune abbia accettato una roba del genere, con gente che spende da tutta Italia per vedere qualcosa che Roma si dimostra ancora di non essere all’altezza di saper fare. Dare dignità alla sua gente, tutta e senza distinzione.
È arrivato il momento di scardinare la bolla dei megaconcerti italiani. Dobbiamo smettere di scambiare il gigantismo per prestigio e i sold out oceanici per qualità artistica.
Quando il modello produttivo sacrifica l’acustica, la visibilità e la dignità stessa dello spettatore sull’altare del marketing, il patto di fiducia tra artista e fan subisce uno strappo violento.
Altrimenti meglio tornare nei palazzetti.
Se chi sta sotto il palco è disposto a tutto per esserci, chi sta sopra – e chi ne cura i mastodontici interessi – ha il dovere morale di non dare mai per scontata quella dedizione.
Senza questa cura, per quanto i prati possano riempirsi a dismisura, a fine serata l’unica cosa a restare desolatamente vuota è la promessa fatta a chi voleva solo ascoltare una canzone, e si è ritrovato invece a subire l’arroganza di chi scambia la folla per un bancomat.
Arianna Tomassetti
Articolista Content Creator
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