Ultimo Aggiornamento venerdì 18 Settembre 2026, 8:41
Set 09, 2026 Cultura, Teatro & Cinema
La Piscina è un film francese della fine degli Anni Sessanta, ma è molto attuale, in particolar modo sul coté dei rapporti di coppia, superficiali, inesistenti, fragilissimi, fatti solo di estetica, come spesso sono anche ai nostri giorni. Arianna Tomassetti ne analizza l’evanescente realtà
È estate, agosto. Fa caldo. Potrebbe essere il 2026 e invece è il 1969. Le immagini che scorrono sullo schermo potrebbero essere state prese da una qualunque galleria social dei nostri tempi. Primo elemento a rendere questo film ancora più eterno. Nel capolavoro di Jacques Deray, La piscina, l’affascinante Alain Delon indossa i panni – ordinati ma malriposti – di Jean-Paul, in un trionfo ininterrotto di estetismo.
Eppure basterà l’arrivo di due amici a stropicciarglieli addosso. In un’impeccabile fotografia, Harry risulta essere l’ex amante e amico di lei, con cui sembra riaccendersi la passione; Jean-Paul resta lì, con la giovane figlia di lui, a cercare di sopravvivere in quel luogo così apparentemente perfetto. Bastano pochi fotogrammi per capire che quei rari momenti di vicinanza con la compagna Marianne, una Romy Schneider di straordinaria bellezza, mancano sempre di qualcosa: una perfezione vissuta esclusivamente in due dimensioni. Ma per la tridimensionalità, nella vita e nei sentimenti, ci vuole ben altro.
Poco alla volta, il rapporto tra i due si trasforma in un implacabile gioco di specchi. In realtà, durante tutto il film sembra non succedere quasi nulla. Succede quel che basta a rendere la pellicola di una valenza quasi storica, infatti questa, costruisce con niente, un universo tesissimo, ricco di vuoto e denso di silenzi pesanti. Di sguardi che di amore non hanno proprio nulla.
E’ presto chiaro che tutto ciò su cui si costruisce il film sia il narcisismo di Jean-Paul. Apparentemente perfetto, l’uomo è in realtà distrutto interiormente da un’ombra che ne ha divorato anche l’anima. Ma che in cambio gli ha regalato un viso da liceale. Bello e pulito. Incapace di distruggere sé stesso e gli altri. Eppure qual è il prezzo di quell’apparente perfezione nascosta in quegli occhi fanciulleschi e in quel viso da adolescente? Si insinua in lui il dubbio martellante di non essere abbastanza, forse atavico – come gli rinfaccerà l’amico Harry – talmente imponente da arrivare addirittura a volersi togliere la vita da giovanissimo. Il terrore di non essere all’altezza dell’immagine di sé stesso che ha costruito con cura maniacale nel tempo. E l’acqua della piscina, emotiva ma volta unicamente a coprire le sue voragini esistenziali, per fingere di aver imparato a nuotarci dentro, nell’ingenuo tentativo di non annegare, gli regala un’aurea falsamente paradisiaca. Questa immagine non è solo una facciata: è la sua unica identità.
Quando questa costruzione rischia di crollare, Jean-Paul non ci pensa nemmeno un secondo. L’omicidio di Harry non nasce da una reale contesa amorosa – Marianne è, in fondo, un oggetto già ‘posseduto’, una proprietà che Jean-Paul sente di controllare con freddezza, facendo con lei l’amore senza cercare di appartenersi mai davvero – che come tutto resta relegata ad un capriccio per non far crollare l’impalcatura. Il regista riesce, senza mai spostare lo sguardo dall’esterno, a trasmettere queste vibrazioni non tanto da ciò che succede sullo schermo, quanto dalla capacità di dirigere gli sguardi, altrui e della cinepresa, a far parlare quei silenzi volti a raccogliere le bellezze quasi statiche degli attori. I due ospiti rappresentano il dubbio, la possibilità forse che esista una reale redenzione. I loro volti sono perfetti e sembrano mancare di quell’umanità che rende banalmente umani, incapaci di manipolazioni. La fragilità è infatti vista, non come una capacità, o addirittura una forza, ma come la volontà reale di essere estremamente vulnerabile, e viene anzi usata come strumento per ferire l’altro, senza accoglierlo nella propria tenerezza o senza coglierne mai l’essenza. Perfetti esteriormente ma interiormente defraudati dal loro essere umani, bucano lo schermo intenti a scolpire una protezione di una bellezza esteriore che li sta mangiando piano piano.
Uccidere Harry diventa dunque il bisogno disperato di preservare la propria maschera. Harry, con la sua superficialità e i suoi ricatti, è lo specchio che riflette l’inadeguatezza di Jean-Paul, la resa presto nei confronti del proprio destino, l’arrendevolezza rapida nel raggiungimento dei propri sogni e l’abbandono di ogni tipo di lavoro manuale capace di lasciarlo completamente mentalizzato e fragile allo stesso tempo. Come in una gabbia dorata. Il monito vivente che la sua perfezione sia un falso. La non-integrazione di questa ombra lo costringe a fare i conti con una voragine esistenziale che lo erge a giudice spietato di ciò che provano gli altri e che, per fragilità, si sentono anch’essi in diritto di buttargli addosso. Lo dimostra una liason ingenua con una ragazza, interpretata da Jane Birkin a inizio carriera, di cui Jean-Paul non riuscirà mai a prendersi nemmeno l’effettiva responsabilità, tradendo a tutti gli effetti le aspettative del suo amico, padre della delicata ma ancora acerba e fragile, ragazza.
Si creano rapporti che non hanno protezioni, lucidi ritratti di follie mai veramente comprese, il tutto in una danza scenografica quasi da pièce teatrale, capace di rendere vero anche ciò che è solo finzione. Il cinema diventa pertanto un modo per definire sé stessi e gli altri, in un mondo in cui l’estetica non solo sopravvive, ma conta molto di più rispetto a ciò che si sente dentro. Uccidere diventa l’atto estremo per sigillare la propria menzogna: Jean-Paul non sta proteggendo un sentimento, sta proteggendo l’architettura vacillante del proprio ego.
Sotto il sole implacabile di Saint-Tropez, l’acqua della piscina non è più un refrigerio, ma una tomba liquida dove Jean-Paul cerca di sommergere la propria inettitudine, restando prigioniero di una perfezione che, nell’istante in cui si è fatta violenta, ha semplicemente, smesso di esistere.
Sempre che essa poi, anche prima, fosse mai esistita davvero.
Arianna Tomassetti
Articolista & Content Creator
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