Ultimo Aggiornamento sabato 13 Giugno 2026, 3:41
Mag 09, 2026 Cultura, Teatro & Cinema
Arianna Tomassetti analizza, per i nostri Lettori, con colta franchezza, il film italiano ‘Le Città di Pianura’ che ha ottenuto importanti riconoscimenti ai David di Donatello
di Arianna Tomassetti
Giornalista
C’è un momento, in questo Città di pianura, diretto da Francesco Sossai e interpretato tra gli altri dagli straordinari Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla e che ha appena sollevato il David di Donatello, in cui capisci che il confine tra la festa e il funerale è sottile come la nebbia del mattino. Giulia è lì, vestita da Cleopatra per la sua festa di laurea, un’icona regale fuori contesto, mentre lui le lancia addosso la verità che è il motore immobile di tutto il film: “Non c’è mai un’altra volta”.
È un’opera sull’accettazione, certo, ma di quella specie violenta che ti costringe a guardare la realtà mentre la digerisci con alcol, musica stonata e voci sbrindellate, su una curva che sembra non finire mai in una vita dissestata mentre rifletti su rimorsi e rimpianti, ma scegli di riderci su o di provare a costruirci sopra.
Tutto atterra lì, in quel mondo fatto di numeri e revisioni contabili che tocca terra all’aeroporto di Treviso (Venezia) fra una birra analcolica e un brindisi di troppo. Uno spartiacque aereo, per chi ci arriva la prima volta e sembra guardarlo quasi come un sogno, una promessa di Nord Est che però si infrange subito nei primi bar, o nei bagni dove la droga svende anche il primo amore. Che costa più dell’alcol.
C’è una differenza profonda tra il ‘vostro mondo’ e il ‘mondo mono’: il ragazzo che aspetta saluta così, dopo una serata di baldoria, mentre la musica piange su note di America America. Lui studia revisione, analizza bilanci, ma la vita non torna mai in pareggio.
“Dovevate venirmi a prendere, avete sbagliato aeroporto”. Un errore di coordinate che diventa esistenziale. Un ponte fra passato, presente sospeso e futuro. Come Paola, che ha preso una casa ‘così’, una di quelle che sognavi un tempo e che ora non vuoi più: “Guarda che la pet therapy serve a loro, non a te”, quando gli umani si leccano le ferite.
Il film scivola tra sogni di associazioni a delinquere, occhiali vintage e la ricerca di soldi facili. Su cui costruire muri, pareti, barricate. C’è la leggenda dell’orologio di Primor: lui ce l’ha al polso, ma intanto gioca alle macchinette, bruciando il tempo che quell’orologio dovrebbe misurare. Mentre qualcuno si domanda perché non lo abbia venduto — ma nel mondo mono c’è poco spazio per andare oltre — la distrazione di una sera si trasforma in un rapimento simulato, una caccia al tesoro dove i soldi sono l’unica rivincita possibile, sperando che il ribaltamento della realtà sia finalmente una fine possibile.
Poi, improvvisamente, lo scarto. Giulio di Napoli, lo straniero, ci porta al cimitero. Finalmente due assiomi, due tombe, due visioni che si intersecano. Ci ritroviamo in uno spazio sospeso dove “sembra di stare in Giappone”. Qui il revisionista si rivela un osservatore acuto, quasi aulico: quella non è una tomba, è una macchina per elaborare il lutto.
Il film ci sbatte in faccia la nostra ignoranza geografica ed emotiva: “Come fate a non sapere un cazzo del posto dove vivete?”. Ma la gente di Mestre risponde col silenzio di chi sa tutto, anche senza parole. E guarda dall’alto in basso il solito meridione. Mentre Giulio viaggia verso la sua Giulietta in treno, scortato da ultras dei sogni che fanno il tifo per la sua nuova strada, fra flashback e speranze, ci rendiamo conto che la realtà è molto più digeribile della fantasia, anche se fa male.
Il finale ha il gusto amaro e dolce di un gelato sbagliato, schiacciato sull’asfalto. È il simbolo di un’adolescenza e di una gioventù ormai passata ma mai dimenticata; una stagione sempre ricercata da chi tenta ancora disperatamente di essere ‘visto’ in un mondo che, forse, non ha voluto vederli mai. O che li ha visti troppo. Quel gelato a terra è l’emblema del rimpianto: la prova che la realtà è sì più digeribile della fantasia, ma lascia addosso quella voglia di un’altra volta che, lo sappiamo bene, non arriverà più. Una fine possibile, finalmente, in questa pianura che non fa sconti a nessuno e che ci sprona a domandarci se sia possibile sperare ancora, o se in fondo tutto sia raccontato in quel paesaggio, statico, bucolico, ma così, maledettamente viscerale. Quando si spera che ci sia altro, o forse semplicemente, sta tutto qui. Lì. Fermo, in quel fotogramma.
Un film da non perdere.
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