Ultimo Aggiornamento giovedì 8 Ottobre 2026, 4:58
Gen 19, 2026 Attualità, Italia
Elaborazione foto Fl.Ip.
Riceviamo questo intervento, tramite il giornalista Piepoli, che a volte è presente su queste colonne con suoi scritti e, contrariamente alle consuetudini di FlipMagazine, che non pubblica mai scritti che abbiano riferimenti alla politica, facciamo un’eccezione con il contributo del Coordinatore di TARAS FUTURA, per il dibattito, sempre attuale, sull’autonomia
L’autonomia di uno Stato non è isolamento, non è rottura, non è chiusura.
È, prima di tutto, consapevolezza di sé.
Nella storia della Repubblica Italiana, Bettino Craxi rappresenta una delle poche figure che hanno interpretato l’autonomia non come slogan, ma come metodo di governo, tanto nella politica interna quanto in quella internazionale.
Craxi fu autonomista perché credeva nello Stato.
Non nello Stato astratto, burocratico o retorico, ma nello Stato come soggetto politico sovrano, dotato di responsabilità verso i cittadini e di pari dignità nei rapporti internazionali.
Sul piano interno, l’autonomismo craxiano si tradusse nella rivendicazione della centralità della politica rispetto a ogni altro potere: economico, tecnocratico, giudiziario, mediatico.
La politica doveva tornare a decidere, assumersi il rischio della scelta, governare i conflitti sociali senza delegare o nascondersi dietro automatismi.
In questo senso, Craxi rifiutò l’idea di uno Stato debole, subalterno, costretto a inseguire emergenze o pressioni esterne.
Difese l’autonomia del governo e del Parlamento come luoghi della decisione democratica.
Ma è soprattutto sul piano internazionale che l’autonomismo di Craxi assume un valore simbolico e duraturo.
L’episodio di Sigonella non fu un gesto di orgoglio personale, né un atto di ostilità verso un alleato storico.
Fu un’affermazione netta di un principio: la sovranità non si sospende, nemmeno in nome dell’amicizia.
Craxi affermò che l’Italia era un Paese alleato degli Stati Uniti, ma non un Paese subordinato.
Che il diritto internazionale, la giurisdizione nazionale e la dignità dello Stato venivano prima di qualsiasi rapporto di forza.
In quel momento, l’Italia non si isolò: si riconobbe.
E nel riconoscersi, si fece rispettare.
Questo è il cuore dell’autonomismo craxiano: alleanze sì, ma tra eguali; integrazione sì, ma senza rinuncia alla sovranità; cooperazione sì, ma senza annullamento dell’identità statale.
Oggi, in un mondo segnato da nuove dipendenze economiche, finanziarie, tecnologiche, quell’insegnamento è più attuale che mai.
Uno Stato che rinuncia alla propria autonomia decisionale non diventa più moderno o più europeo: diventa irrilevante.
Craxi ci ricorda che l’identità di uno Stato non è nostalgia del passato, ma condizione del futuro.
Solo uno Stato che sa chi è, può scegliere con chi stare, come cooperare e fino a che punto cedere competenze.
Difendere l’autonomia dello Stato significa difendere la democrazia, la responsabilità politica e la dignità nazionale.
Ed è questa, al di là delle polemiche e delle vicende personali, la lezione più profonda che l’autonomismo di Craxi consegna ancora oggi alla Repubblica.
Nicola Russo
Avvocato
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