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Ago 25, 2026 Arte & Musica, Cultura
Foto di Elisabetta Salucci per FlipMagazine
Pietrarubbia omaggia il grande Scultore internazionale Arnaldo Pomodoro e Arianna Tomassetti ha rappresentato il nostro Giornale all’Evento nel borgo antico. Il suo intervento viene pubblicato in due parti
Pietrarubbia
In pochi sanno che laddove il Montefeltro incontra le asperità più autentiche dell’Appennino, esiste un posto che si chiama Pietrarubbia – in provincia di Pesaro e a pochi km da Urbino – custode di un borgo medievale aggrappato a una roccia dal nome antico e sanguigno (Petra Rubea, per via di quel rosso di tufo e di terra ardente sotto la luce del sole che va pian piano scomparendo fra le punte spioventi). Nella sala dove si racconta Arnaldo Pomodoro, tra il legno rossastro delle travi che reggono un tetto spiovente, si scolpisce un ricordo eterno che risuona fra le pietre incastonate e la sessantina di sedie di una sala raccolta ma gremita.
A pochi km da San Leo, questa piccola perla viva di natura e di cromatismi unici affonda le sue radici nelle vicende storiche dei Conti di Carpegna e dei rami nobiliari che, tra il Duecento e il Rinascimento, si contesero a suon di battaglie e alleanze strategiche questi territori di confine. Luogo meditativo per eccellenza, è una realtà rimasta in contatto con le vibrazioni evocative di un’epoca che a tratti, nel frenetico presente, fa ancora fatica a pensarsi esistita davvero.
Arrivare lì è già di per sé un’avventura, affrontando tornanti e strade in salita tra crinali e antichi castelli in lontananza, dove il più sorprendente dei viaggi non è quello geografico, ma quello dentro il silenzio di una terra rimasta intatta. Di cui è facile innamorarsi, ma che, come negli amori più tormentati, nasconde anche difficoltà respirate fra la brezza che ci spettina stoffe e pensieri. È qui che le pietre antiche del borgo e il Centro TAM dialogano ancora oggi con la grande scultura contemporanea, accogliendo il centenario della nascita di Arnaldo Pomodoro. Un legame viscerale tra il Maestro e il Montefeltro che torna a vivere attraverso parole, installazioni e diapositive. Un maestro che si è fatto punto di rottura con la società contemporanea, muovendosi fra quei luoghi non solo con la destrezza di chi voleva raccontare una parola di cui spesso si abusa ma di cui, oggi, conosciamo appena il significato: la bellezza. La bellezza imperfetta, quella fatta anche di difetti, che però appare rinchiusa dentro un quadro, una cornice incredibile. Pare assurdo riflettere su una realtà laddove esisteva un’imperfezione non corretta col bianchetto, in cui il filler dei sentimenti non veniva in soccorso di qualche ruga di troppo.
Appare infatti evidente agli occhi di tutti, anche dei più inesperti, che quel luogo sia la classica culla sacra capace di dare vita ad una delle forme di rottura più apprezzate negli ultimi tempi. Pomodoro ripercorre una carriera fatta di spille affusolate, appuntite e di rottura, istallazioni, sfere lucide e imponenti, che ricordano quelle indossate dalla regina Elisabetta sui propri accessori e capi, senza però portarne il peso della vera autenticità. Perdonerete la ridondanza: un regno, seppur imperfetto, viene mostrato come senza crepe, magari nascosto tra i sorrisi bonari di chi ha in gestione e a cuore le sorti di un’intera nazione. Non importa se il quadro generale, con tutti i pezzi che compongono lo stesso puzzle, sia quanto di più lontano dalla realtà ci sia; alla fine di questa esperienza, ci sentiamo di affermare con qualche dubbio appena circondato da un vago alone di assoluta certezza che è proprio in queste pieghe (e talvolta piaghe) che si nasconde l’autenticità narrata dagli artisti.
Da qui che facilmente ci viene davanti agli occhi il termine di rivoluzione, che in questo momento ha poco di politico ma tanto di progresso, un bisogno atavico della traduzione della ricerca di un senso e la speranza che un’evoluzione vera reale e consistente nel territorio sia ancora possibile, con tutte le problematiche del caso. Anche in questo caso il rosso prende le sfumature di un colore che ami i propri difetti e ne faccia un’esplosione di condivisione. Eccola lì, che prende forma di fronte ai nostri occhi.
Il mondo di Pomodoro, ricco di sfumature rosse anche lui, fra design ai limiti della perfezione e la rottura a dir poco perfetta anche nella bruttura, mostra quanto anche uno degli ingranaggi più funzionali del mondo nasconda le sue – perdonerete il termine – nefandezze. L’arte infatti è di tutti, è masticata da pochissimi e creata da ancora meno. Eppure l’Italia è tuttora piena di talento, spesso frenato da una sovrintendenza e da una burocrazia troppo lente per sostenerne l’ingranaggio. (Continua…)
Arianna Tomassetti
Articolista & Content creator
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