Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

Elisa Sednaoui un brivido da Cavalli

February 24, 2012 by  
Categoria: world wide

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Parigi

Da alcuni giorni è on air uno spot di un nuovo profumo di Roberto Cavalli che si nota nel menu quotidiano della pubblicità. Dobbiamo dire che non sempre siamo in sintonia con le scelte comunicative e di prodotto di Cavalli, a volte troppo camp, chiassose, ridondanti. Questa volta invece la comunicazione dello stilista toscano si sviluppa  in uno spot diretto da Johan Renck, con un filo conduttore che si estrinseca nel concetto di “Don’t go unnoticed”. Protagonista la donna Cavalli che non deve e non può passare inosservata , forte di una carica di felina sensualità e profumata con un’essenza che rapisce gli sguardi, le menti e i corpi. Donna e tigre in un mix di identità che colpisce lo spettatore con una forza insolita, selvaggia, primordiale. Su tutto però si staglia il fascino e la potenza visiva trasmessa dalla protagonista dello spot, la modella e attrice Elisa Sednaoui, nata in Italia, da padre egiziano e con sangue siriano e francese nelle vene. Una bellezza totale, imperfetta come solo le bellezze off limits lo sono. Occhi verdi, un corpo nervoso, snello e atletico nello stesso  tempo, elegante e selvaggia,  una bocca imprecisa e avvolgente, uno sguardo che solo l’intelligenza può donare. La Sednaoui che vive a Parigi e in alcuni periodi dell’anno a New York, può diventare la figura icona della moda del secondo decennio del Duemila. E’ anche un’attrice interessante. La sua interpretazione nel film francese Bus Palladium (dal nome di una nota discoteca parigina) è originale e promette bene.

Uno spot azzeccato, un’interprete che lascia il segno come testimone, il prodotto dovrebbe andar avanti  da solo.

Mauro Pecchenino

Madrid, dove la Spagna ha inizio

January 26, 2012 by  
Categoria: world wide

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Madrid è indubbiamente il cuore della cultura castigliana e, da ormai cinque secoli, ha conquistato la leadership economica e politica della Spagna. La capitale iberica è la meta di partenza più classica di tutti i viaggi alla scoperta del Paese, poiché comprende in sé suoni sapori e tradizioni di tutta la nazione e rappresenta la Mecca della movida spagnola. Tra le bellezze che ospita ricordiamo la Puerta del Sol, dove si trova la placca del “kilometro zero” a partire dal quale si calcolano tutte le distanze nello stato spagnolo, la Plaza Mayor, con le facciate dei palazzi dipinte con personaggi che osservano incessantemente lo svolgersi della vita cittadina, e il Palazzo Reale, una sontuosa ed imponente meraviglia che ha poco da invidiare alle dimore regali dei cugini francesi. Se poi volete fare un’esperienza dal sapore tipicamente spagnolo potete recarvi a Plaza de Toros che vanta la più grande arena della Spagna e una delle maggiori al mondo nella quale si sono esibiti i più importanti toreri della storia. All’interno dell’arena ha sede inoltre un’esposizione dedicata alla storia della corrida.

I musei sono senz’altro l’attrazione turistica più importante della città e sono perfettamente organizzati e gestiti. Gli amanti del periodo classico possono aggirarsi per le sale del Museo del Prado per ammirare la splendida Maya Desnuda del perfetto Goya, mentre gli amanti dello stile moderno e contemporaneo preferiranno visitare il Museo Thyssen-Bornemisza e il Centro di arte della regina Sofía. Quest’ultimo ospita il capolavoro di Picasso, La Guernica. La vista di questo dipinto vale da sola la visita della città. Simbolo per gli spagnoli sia della fine del regime franchista che del nazionalismo, così come lo era stato prima per tutta l’Europa, della resistenza al nazismo questo quadro è forte, intenso e sprigiona un’energia così perfetta che rapisce. La lampadina che simboleggia la ragione che deve vincere sull’assurdità della guerra e la spada spezzata da cui nasce un timido fiore, speranza per un futuro migliore, sono simboli bellissimi di una capacità fuori dal comune di tradurre il pensiero in arte.

Se di arte vi interessate poco ma siete amanti dello shopping suggeriamo in alternativa di percorrere la Gran Via, un susseguirsi di vetrine delle firme più importanti nel panorama della moda spagnola e non. E poi si sa, siamo in Spagna, si può forse evitare di fare un giro da Zara, il tempio della moda low cost, proprio nella sua madrepatria?

Ma la cultura madrilena si esprime anche attraverso il cibo, come pensare di perdersi il maialino arrosto con patate cucinato nel ristorante più antico del mondo? Al Botìn, nato nel 1725, magari non vivrete l’esperienza culinaria migliore della vostra vita, ma se non altro potrete mangiare nelle stesse sale in cui lavorò come lavapiatti Francisco Goya. E per chi ancora non fosse sazio la città offre una miriade di ristorantini in cui gustare tapas, boccadillos e tortillas magari accompagnati da una buona sangria. Per concludere degnamente la serata basta scegliere in uno dei tanti localini che affollano le vie dei quartieri della Chueca o di Malasaña per bersi una cosa e saggiare in prima persona la celebre movida di Madrid. Visitare questa città è quindi un’esperienza unica che porta alla conoscenza della cultura e della tradizione spagnola ma che coniuga a questa un’attenzione per la modernità e il divertimento più sfrenato di cui la penisola iberica è senza dubbio regina in Europa.

Barbara Pellegrini

 

Un Garage dove parcheggiare la propria serata

January 9, 2012 by  
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New York City

Chi viene nella capitale del Mondo, prima o poi capita al Greenwich Village, o semplicemente al Village, come lo chiamano qui. E’ una tappa obbligata, andar per le strade strette, piene di negozi, molti vintage e i musicisti che agli angoli della strada si esibiscono in estemporanei concerti. Un tempo, qui era il centro degli intellettuali e degli artisti di Manhattan, poi la città in continua trasformazione, ha mutato anche questa parte di se stessa. Ma rimane la zona del jazz e non solo, di locali che bisogna vedere, frequentare, sentire, per godere la notte vera di New York City.

Come dimenticare il Blue Note, il Village Vanguard, lo Small’s, e tanti altri. Nella zona, un nome torna ogni tanto alla ribalta, con alterna fortuna. Si tratta del Garage, un locale che senza una precisa continuità storica, ma solo nominale, domina la scena del Village. Negli anni Ottanta con questo nome esisteva un locale, in King Street, molto cool. Ha lanciato decine di star, una su tutte Madonna, che si esibiva molto spesso su quel palco e vi ha inciso anche il suo primo lavoro. Dopo una decina d’anni la location ha chiuso i battenti, lasciando un ricordo indelebile nei frequentatori più assidui. Ma il Garage non è sparito. Con lo stesso nome, ma con una precisa impronta jazz, continua un’ insegna che ha negli appassionati della musica d’improvvisazione un seguito fedele. Si trova all’angolo con la 7th Avenue South, in un bel l’ edificio di mattoni rossi, poco distante dallo storico omonimo e garantisce serate di jazz indimenticabili. Non è un locale per turisti e, accanto ad un’atmosfera piena di legno e ferro, affascina il frequentatore con un palco ampio e teatrale che fa venir i brividi a chi sente arrivare il jazz nelle vene. E’ anche ristorante. La cucina è molto made in USA, niente di speciale, ma è tale la musica che si passa sopra ai soliti gamberoni e alla steak insapore.

Chi vuole passare una serata tra musica, old fashion e un pizzico di romanticismo trova qui l’indirizzo ideale, con prezzi accettabili e tanta empatia yankee.

Mauro Pecchenino

Un sogno lungo la Senna

January 7, 2012 by  
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Parigi

L’idea ci passa per la mente, immaginandoci uno scenario come quello pensato da quel genio di Woody Allen nel suo ultimo film: “Midnight in Paris”.

Per chi, come noi, ama le parole: per passione e per mestiere, ci piacerebbe far (re)incontrare dei poeti della parola, gli autori della poesia in musica.

Ci manca tanto Fabrizio de André, con le sue canzoni struggenti piene di sentimento e con quella sua anarchia che oggi, di questi tempi, in cui ci obbligano a far qualsiasi cosa, ci starebbe un gran bene.

Contro l’ipocrisia, il perbenismo, il conformismo tutto di facciata, che in questi ultimi anni ha preso sempre più piede.

Ci piacerebbe che cantasse con un altro genovese, il più tormentato, malinconico ed incompreso di tutti, quel Luigi Tenco che ha raccontato l’amore struggente pieno di sentimento e di (ri)sentimento, nei confronti di lei che non lo amava e di tutti quelli che non ne capivano l’arte; incompreso da tutti e vivendo una solitudine da cui risultava difficile fuggire.

Poi, ancora, una voce femminile: Mia Martini.

Mimì ha raccontato l’amore e la passione , con forza e grinta, fino a quando non l’hanno relegata in un oblio fatto di maldicenze e superstizioni assurde.

E lei, sola, abbandonata e depressa si spegneva così come la sua voce e la sua arte, di una bellezza inconfondibile.

E poi, infine, due personaggi scanzonati: uno più intellettuale, l’altro più disilluso ma non meno profondo e tagliente nelle sue analisi antropologiche dei tempi che viveva: Giorgio Gaber e Rino Gaetano.

Il primo che da giovane cantava: “La libertà” e che negli ultimi anni, ancora intriso di passione civile ed orgoglio italiano cantava in: “Mi scusi Presidente”,  ”Io non mi sento italiano”, che è un po’ il grido di molti di noi, soprattutto in questi ultimi anni, ma allo stesso tempo il Signor G nella stessa canzone proseguiva: ”Ma per fortuna, o purtroppo, lo sono”.

Infine, Rino Gaetano, di cui si dice che un Vasco Rossi agli esordi, prendesse spunto.

Oggi la sua canzone, “Nun te reggae chiù”, è ancora fin troppo attuale.

In questo inizio d’ anno, abbiamo deciso di andare a Parigi e così, da solo nella notte, fare una passeggiata a piedi, e chissà che non ritroviamo, proprio come il protagonista dell’ultimo film di Allen, tutti questi cantanti indaffarati nello scrivere i testi e la musica di qualche loro capolavoro, tra un bicchiere di vino e un po’ di champagne.

E, magari, intrufolandoci, far loro compagnia e intervistarli in diretta sul perché hanno scelto quelle parole, quei versi, quelle note per raccontare le loro emozioni, magari azzardandoci a dare dei consigli o dei pareri.

Che sogno meraviglioso sarebbe.

Un inizio d’anno stralunato e stravagante per affrontare in maniera originale un 2012 che si annuncia noioso e difficile.

Buon anno, cari lettori di FlipMagazine!

Alfonso Della Mura

Cesaria Evora, quando la nostalgia diventa arte

December 25, 2011 by  
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Parigi

Nella capitale francese, mentre passeggiamo in un affollatissimo e natalizio Boulevard Saint Michel, ci raggiunge la notizia della morte di Cesaria Evora. L’artista originaria di Capo Verde aveva raggiunto il successo intorno ai cinquant’anni, lanciata proprio dai critici della Ville Lumière. I francesi erano rimasti molto colpiti dalla voce originale e ricca di pathos della Evora e le avevano prodotto un disco imperdibile La diva aux pieds nus, divenuto poi il suo nome di battaglia in tutto il mondo “the barefoot diva”, per la sua abitudine di cantare scalza. Ebbe successo già in età matura , ma iniziò a cantare molto presto nella sua isola, guadagnando pochi spiccioli e diffondendo il suo canto che prende al cuore, la Morna, un mix di musica africana e di fado portoghese. Un genere antico e modernissimo, che ha ispirato molti artisti nel mondo: da Sting a Santana, di recente Vinicio Capossela ha scritto un pezzo con questo titolo e ispirato alla musica capoverdiana. Un genere che mescola storie di strada, alla nostalgia per la propria terra (la saudade tanto cara ai popoli di lingua portoghese). Abbiamo assistito, una decina di anni fa, a un concerto della Evora all’Olympia, il tempio della musica mondiale, fondato in boulevard des Capucines da Bruno Coquatrix. Quando arrivammo nella grande sala un po’ démodé, già piena, il sipario era chiuso e i francesi attendevano l’inizio del concerto, gridando ogni tanto il nome “Cesarià” e accennando ad una breve catena di applausi. Si percepiva una forte emozione. Poi , buio, inizia la musica, si apre il sipario e compare lei, con il suo corpo scuro e florido, il sorriso di chi vuol far sapere di essere felice e inizia a cantare Sodade, il suo pezzo noto in tutto il mondo e che ha fatto impazzire il pubblico di americano. La gente sembra impazzita, tutti in piedi ad applaudire e a urlare il suo nome, mentre Cesaria, sorride, con il suo abito colorato e i piedi nudi, accennando qualche passo di danza. All’improvviso è mancata e sui giornali che stipano le edicole parigine si legge una grande, tangibile tristezza e saudade, pensando a Cesaria, al suo sorriso e ai suoi ritmi coinvolgenti. FlipMagazine si unisce al lutto di tutti i fan nel mondo.

Mauro Pecchenino

La New York che sa di vero: lo Small’s

December 8, 2011 by  
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FlipMagazine’s Picture

New York City

Il Natale è  alle porte. Le vetrine dei negozi sono pronte e le luminarie iniziano ad apparire nelle strade, facendo respirare un’atmosfera magica. Ai semafori la gente chiacchiera dei caratteristici (e, a parere di chi scrive, a tratti anche noiosi) mercatini natalizi in giro per l’Europa e della pianificazione – per chi può!- di qualche giorno oltreoceano. Alla faccia della crisi pare, quindi, che ai regali e al divertimento del Natale non si è disposti a rinunciare!

Una delle mete più gettonate e intramontabili per festeggiare il Capodanno rimane, senza dubbio, New York City.

I rumori e lo sfarzo delle lunghe Avenue, i colori sfavillanti di Times Square e la gente così “easy”, sembrano avere un fascino ancora più irresistibile durante il periodo natalizio. Ma il turista, poco attento e curioso, rischia di cadere nella “trappola” e di venire ipnotizzato dal luccichio di una città travestita e asettica, senza scoprirne, invece, le vibrazioni uniche e inconfondibili imbucate altrove e non sotto l’albero del Rockefeller Center. La città vivente, infatti, esce allo scoperto nelle vie secondarie, dove luci soffuse rivelano volti, suoni e odori che lasciano il segno.

Per godersi questo mix esclusivo vi consigliamo uno dei club più cool di Manhattan, situato nel cuore del Greenwich Village, lo Small’s.

Una porta piccola e stretta incuriosisce e invoglia ad entrare. Qualche ripido gradino e poi ecco che uno strano personaggio con basco e violino alla mano accoglie i suoi ospiti. Lui è Mitch Borden fondatore del locale nel 1993.

Lo Small’s è teatro, ogni notte, della vera “anima” della Grande Mela: il jazz. L’accogliente saletta, sempre gremita da gente di ogni età, ha lanciato grandi musicisti come Brad Mehldau, Josh Redman, Brian Blade e tanti altri ancora. Gli spettacoli in programma sono sempre molto interessanti, ma dopo non scappate via, perché la formidabile jam session vi lascerà davvero senza parole. L’improvvisazione regna padrona. Tutti si lasciano coinvolgere dalle note del sax, della batteria, del contrabbasso e del pianoforte suonati con passione e maestria da musicisti che si alzano dal pubblico, preparano il loro strumento e prendono parte allo spettacolo. Coinvolgimento e divertimento si diffondono a ritmo di musica, regalando momenti ed emozioni di una New York inedita e tutt’altro che commerciale.

Godetevela.

Eleonora Dafne Arnese

Nella capitale inglese per un’atmosfera unica

December 5, 2011 by  
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Londra

Che bella Londra nel periodo natalizio. Ogni strada, ogni angolo profumano di atmosfera, qualcosa che fa star bene, anche se gli aspetti commerciali del Natale sono sempre presenti. Ma non ti assalgono, non danno fastidio. Si passeggia per le strade del cuore della città, perfino nella pseudo turistica Oxford street e si sta bene. Crediamo che il merito sia del Regno Unito che sa da sempre gestire qualsiasi emozione, con misura. Se si lascia il cuore del centro e si va a Highgate l’atmosfera è ancora più intima, ma anche la caotica Camden Town avvolge chi è in città e tiene sotto controllo il caos. Alla sera l’atmosfera rimane intatta. Si entra nei pub e c’è una bella aria di socialità, si beve con piacere, ci si sente europei e internazionali. Se si ascolta la musica, anche nei pub più popolari, sembra di essere a tante piccole Woodstock, le generazioni si abbracciano in un unico coro. I teatri, come sempre, offrono musical stupendi e coinvolgenti e girando tra i vari cartelloni abbiamo avuto la fortuna di assistere ad una replica di un lavoro di Eugene O’Neill, Anna Christie, con Jude Law, come convinto protagonista. E’ una produzione dell’Old Vic, lo storico teatro che non sbaglia un colpo. Anche le sale cinematografiche creano solo l’imbarazzo della scelte. Così come le mitiche discoteche della capitale inglese, come sempre sono trend setter, a qualunque livello presentino le loro serate. E per finire la gastronomia. A Londra in queste feste si mangia molto bene, ormai anche qui la cucina è un punto di forza. Si spende un bel po’, ma ne vale la pena. Un viaggio nella capitale inglese è sempre un investimento, del quale non si riesce mai a pentirsi.

Mauro Pecchenino

Rendez vous en France

December 1, 2011 by  
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A Bologna, al Grand Hotel Magestic, uno degli hotel più belli d’Italia, l’Atout France, agenzia per lo sviluppo turistico della Francia, ha ospitato un workshop sapientemente organizzato con alcune eccellenze francesi.

Atout France è un gruppo che riunisce, accanto a professionisti del turismo e dei grandi settori dell’economia francese, lo Stato e le collettività territoriali, in un unico progetto che rappresenta l’offerta turistica francese.

Ogni anno, vengono promosse migliaia di operazioni di marketing e comunicazione promozionale rivolte al pubblico, alla stampa, agli esperti del settore, dai viaggi stampa nelle varie regioni francesi, a importanti eventi.

Il tutto, per stare al passo con i competitor internazionali, stimolando così gli operatori ad analizzare con studi di mercato il target della clientela ed elaborare un project work sinergico e collettivo.

Atout France, voluta da Hervé Novelli, Ministro del turismo francese, con sede a Parigi e 36 uffici all’estero, mette in atto diverse mission qualitative a partire dalla elaborazione delle referenze di classificazione per le strutture alberghiere, alla formazione dei mestieri del turismo.

In Francia, il turismo culturale si avvale di 40.000 monumenti protetti e censiti tra cui castelli, abbazie, manieri, cattedrali, 6.000 musei, siti archeologici e 500 festival con concerti, danze, opere e spettacoli che danno la possibilità allo spettatore di coniugare relax, gastronomia e momenti di emozione artistica.

Accanto alle proposte classiche, si constata il crescente successo delle mostre, dei festival a tema e degli eventi che mirano a rendere le visite culturali più vivaci ed accessibili al vasto pubblico.

Vi consigliamo un rendez vous al Castello Reale di Blois nella Valle della Loira, Residenza prediletta dei Re di Francia nel Rinascimento e testimonial del potere e della vita quotidiana di corte.

Nel 2012 gli appartamenti reali avranno un nuovo allestimento per il visitatore con collezioni inedite, dai dipinti agli oggetti d’arte rinascimentali, agli effetti sonori, alle proiezioni su schermi giganti che ci raccontano la storia del castello attraverso i secoli.

Un altro Château con parco paesaggistico “Le domaine de Chaumont – sur – Loire” ogni anno accoglie il festival internazionale dei giardini: quest’anno con il tema “Giardini di Delizie, Giardini di Deliri”, dove si esprimono artisti di fama internazionale e giovani talenti dal pollice verde, è noto anche per le notti magiche illuminate da duemila candele come negli antichi splendori.

Inoltre, se volete scoprire tutti i segreti di fabbricazione dei profumi Fragonard, potrete visitare a Grasse e a Eze Village le aziende di produzione e i loro musei a Parigi, ammirerete così l’abilità degli artigiani del passato fino ai nostri giorni nella creazione di forme insolite per le preziose essenze.

Ogni anno Fragonard celebra un fiore: nel 2011 sono stati protagonisti i fiori d’arancio, il 2012 sarà dedicato alla violetta con le sue emozioni olfattive.

Possiamo dire che la realtà turistica francese ha un’offerta varia che si arricchisce sempre di nuove proposte e forme di visita. Un progetto all’avanguardia quello di Atout France, che affascina il visitatore, in un mix tra antico e contemporaneo.

Carla Aghito

I put a spell on you

November 23, 2011 by  
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Parigi

In tutto il mondo e anche in Italia è on air uno spot televisivo che fa venire i brividi.

Il prodotto protagonista della comunicazione è un profumo di Dior, Hypnotic Poison e cattura l’attenzione in maniera spasmodica grazie a due fattori: la canzone guida e l’attrice protagonista.

Andiamo con ordine.

La colonna sonora si intitola “I put a spell on you”, è un pezzo della metà degli anni cinquanta ed è una canzone d’amore eterna, totale, scarnificante, violenta, che sa di letto, di amore lento, saliva, baci e carezze. L’ha lanciata in tutto il mondo Screamin Jay Hawkins, un cantante, attore, musicista nero, americano di Cleveland, con una voce che spacca i lampadari, istrione, magico, irripetibile. Poi l’hanno interpretata tanti grandi della musica mondiale: da Nina Simone, l’irripetibile voce black che fa arrossire e vergognare una pur bella voce come quella di Mina, per esempio. La Simone è la voce dello spot. Poi l’hanno eseguita in modo magnifico anche i Credence Clearwater Revival ( quelli di Proud Mary) e il più loffio Marilyn Manson.

La protagonista è una bellezza unica e, da notizie di amici giornalisti francesi, che la conoscono bene, è anche una donna intelligente e simpatica. Si chiama Mélanie Laurent, ha magnifici e paralizzanti occhi verdi, è attrice e cantante. Come la maggior parte delle bellezze parigine toglie il fiato per una miscela di sesso, eleganza e fascino primordiale. E’ stata la madrina dell’ultimo Festival di Cannes e la protagonista , solo per citare due titoli internazionali, di Inglourious Basterds di Tarantino e Le Concert di Mihaileanu. Canta con una voce melodiosa, tipica, made in France. Val la pena di vedere questo spot , perché in pochi secondi rappresenta la summa della immortale musica mondiale, della bellezza femminile e del saper comunicare.

Il profumo, il prodotto conta poco o nulla, in questi casi.

Mauro Pecchenino

Massimo Giuntini: da Arezzo all’Irlanda

November 22, 2011 by  
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Incontriamo Massimo Giuntini, strumentista italiano che ha ormai raggiunto fama internazionale grazie al suo talento nell’unire l’antico e il moderno, il remoto e il presente, dal punto di vista tanto della musica tout court, quanto della strumentazione. Appassionato delle sonorità tradizionali (irlandesi, ma non solo), Giuntini ha visto i propri natali musicali nelle atmosfere evocative del progressive rock anni Settanta. Un’esperienza la cui impronta lo ha mai abbandonato nella sua formazione, se si va ad esplorare la sua storia artistica. Ricordato da molti per la militanza nei “combat folksters” Modena City Ramblers, da diversi anni Massimo Giuntini ha intrapreso un percorso di esplorazione personale dei suoni antichi e della loro applicazione in ambiti musicali contemporanei – molte ed eterogenee sono le collaborazioni artistiche che può vantare, tra le quali si incontrano nomi come Vinicio Capossela e Paola Turci. A questo meticoloso lavoro di (ri) costruzione musicale non sono mancati i riconoscimenti a livello extra-nazionale e finanche extra-continentale: su tutte va probabilmente ricordata la partecipazione alla colonna sonora del film di Martin Scorsese “Gangs Of New York”.

In un panorama in cui si fa arduo comprendere le future evoluzioni della più precisa delle arti (per dirla alla Guy de Maupassant) siamo andati ad indagare quali potenzialità ha la “carta” del traditional.

La sua carriera sembra aver sempre seguito due binari tra loro paralleli: la ricerca musicale da un lato, la ricerca più prettamente legata agli strumenti dall’altro. In che modo convivono queste due dimensioni? Ci sono dei fattori che fanno prevalere l’una piuttosto che l’altra?

Sono tutte fasi che si succedono: ovviamente all’inizio giocoforza mi sono dovuto concentrare sull’aspetto della ricerca sullo strumento, visto che prima lo dovevo imparare; parlo specialmente della uilleann pipe che non è esattamente immediata come comprensione. Poi via via è capitato di sentire influenze nuove, artisti diversi, che suonavano strumenti diversi perché provenienti da diverse aree geografiche o appartenenti a diversi ambiti, ed allora la ricerca musicale prendeva il sopravvento…Adesso non saprei, non credo ci siano fattori che fanno prevalere una cosa o l’altra, dipende più dal momento che altro.

La sua proposta musicale è per più di un motivo peculiare. Nella sua opinione e nelle sue prospettive, il percorso che lei sta seguendo è incentrato sulla riproposizione nell’era odierna di sonorità antiche o piuttosto sul dare a tali sonorità una possibilità di evoluzione futura?

Secondo me una cosa non esclude l’altra, anzi. L’idea iniziale era quella di rendere fruibile questo tipo di sonorità anche a chi non aveva mai sentito niente del genere, e per fare questo la strada da seguire era quella di arrangiare il tutto in una maniera, per così dire, familiare all’ascoltatore medio. Questa cosa automaticamente potrebbe (il condizionale è d’obbligo) costituire una evoluzione per certe sonorità, ma di sicuro non sono stato certo io ad inventare niente: gente come Davy Spillane o Donal Lunny avevano già reso un servizio infinitamente superiore al mio in tal senso.

Un aspetto interessante della sua musica è scoprire quale tipo di ascoltatori attira: lei che idea si è fatto della composizione e delle caratteristiche del suo pubblico?

Credo sia un pubblico molto vario: ci sono i giovani che amano i Modena City Ramblers e mi rispettano per il mio passato in quella band; ci sono quelli che amano la musica celtica, quindi persone – musicisti soprattutto – di ogni età; ci sono persone che sono partite conoscendomi dai Modena e ora preferiscono quello che faccio adesso, quindi sono un po’ meno giovani (esattamente come lo sono io, ah ah…) . Del resto la speranza di ogni musicista è quella di attirare gente di ogni tipo, essere trasversale rispetto ai gusti delle persone, giovani o meno giovani che siano, quindi non posso che essere contento.

Enrico De Zottis

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