I sentimenti della vita nell’animazione Pixar
February 13, 2012 by admin
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Mer’s Picture from Flickr.com
All’incontro a porte chiuse, la curatrice Maria Grazia Mattei ha sottolineato l’importanza educativa di una mostra come quella della Pixar, al PAC di Milano, insieme alla trasversalità di pubblici che ha saputo coinvolgere, creandone un caso davvero singolare in tutta Italia. Ad accogliere gli invitati insieme a lei un grande animatore, fumettista e regista della storia italiana: Bruno Bozzetto.
“La straordinaria forza e intuizione della Pixar – ci racconta Bozzetto in una chiacchierata informale – è stata quella di mettere in scena, sottoforma di film d’animazione, temi drammatici, ribaltando completamente quelli che erano i canoni dei cartoon classici. Si pensi ad UP, vincitore di ben due premi Oscar. Il lungometraggio ha come protagonista un insolito personaggio, un vecchietto ultra settantenne, scontroso e rugoso, e la sua triste storia: un sogno mai realizzato e la perdita della sua dolce metà. E’ così che inizia il film che si trasforma, poi, in una delle avventure più magiche ed avvincenti degli ultimi tempi tanto da conquistarsi la statuetta d’oro come Miglior Film 2010.”
La mostra Pixar. 25 anni di animazione ad oggi conta oltre 115.000 visitatori e continua ad avere lunghe file all’entrata. E’ per questa ragione che per gli ultimi giorni di apertura ha previsto orari prolungati.
Un grande evento culturale quindi, che oltre a celebrare la storia di un colosso come Pixar, pone l’accento su problematiche e aspetti della vita umana profondi, controversi, a tratti anche scomodi attraverso personaggi animati e mondi colorati.
Emblematico, in questo senso, è Wall●e.
Dietro il tenero e metallico sguardo del protagonista del film, un robottino rumoroso e arrugginito, temi scottanti e attualissimi come l’inquinamento e l’obesità.
Wall●e, appunto, apparentemente privo di emozioni, fa scoprire al suo pubblico caratteristiche inaspettate: gioisce, si commuove guardando un film d’amore, dedica attenzioni e cure all’unica piantina rimasta sulla terra e si innamora di EVE, un robot femmina ad alta tecnologia.
E’ proprio grazie a lui e al suo amore per l’ipertecnologica EVE che si scatena il caos sulla navicella Axiom, dove tutti gli umani vivono nel lusso più sfrenato, grassi e incapaci di deambulare, ma soprattutto distratti da una quotidianità effimera e non curanti, invece, del tragico destino del proprio pianeta.
Il ruoli sembrano ribaltarsi: è un robot che risveglia gli uomini – i veri automi di tutto il film – li riporta alla realtà facendo ritrovare loro i valori persi.
Anche in questo lungometraggio Pixar non delude, ma anzi stupisce tra tecnologia e arte, tra fantasia e realismo.
Approfittate di questi ultimi giorni per ritornare un po’ bimbi e guardare di nuovo il mondo che ci circonda con gli occhi di Wall●e!
Eleonora Dafne Arnese
Wislawa Szymborska, poesia che scava nell’anima
February 10, 2012 by admin
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“[…] -Sono di pietra-dice la pietra- e devo restare seria per forza. Vattene via. Non ho i muscoli del riso.[…]”
“Conversazione con una pietra” Wislawa Szymborska
Si è spenta lo scorso primo febbraio a Cracovia, una delle più grandi menti dei nostri tempi: Wislawa Szymborska. Poetessa, filologa e saggista polacca vinse il premio Nobel nel 1996. Le sue raccolte poetiche, edite da Scheiwiller e Adelphi, sono state tradotte in Italia dal grande Pietro Marchesani. Facile alla lettura, chiara e semplice la sua è una poesia che definiremmo insidiosa, che ti fa riflettere per ore ed ore dopo averla letta e che a volte anche dopo giorni interi ti ritorna alla mente con qualche suo verso tagliente come una lama.
Purtroppo la poesia,oggi non gode di buona fortuna, e questo non solo in Italia purtroppo, tant’è che lei stessa ne era consapevole quando scrisse Ad alcuni piace la poesia . Qui infatti scrive che la poesia piace “ad alcuni / cioè non a tutti/e neppure alla maggioranza, ma alla minoranza” forse a due su mille. Ma nonostante questa sua consapevolezza lei di poesie ha continuato a scriverne e di meravigliose anche.
Scherzare sulla morte, sulla vita o sull’amore non è cosa da tutti eppure lei ci è riuscita alla perfezione. Soprattutto forse non è cosa da poeti, in particolare quando ce li immaginiamo come esseri seri e pensosi intenti a scrivere endecasillabi e settenari rinchiusi nel proprio studiolo, o intenti a riflettere su problemi e verità universali. La Szymborska invece nelle sue poesie riesce ad esprimere e a raccontare con leggerezza ed ironia il quotidiano, le piccole cose di tutti i giorni, e con la stessa leggerezza, ironia ed autoironia riesce a parlare anche di grandi temi come la morte e l’ amore. Persino della sua morte, scrivendo una poesia intitolata Epitaffio che recita così: “Qui giace come virgola antiquata/l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata/dell’eterno riposo, sebbene la defunta/dai gruppi letterari stesse ben distante […]”.
Il critico polacco Ryszard Matuszewski ha scritto che le poesie di Wislawa Szymborska da un lato ci costringono a pensare e dall’altro ci commuovono. Ed è proprio quello che accade quando si ha tra le mani una qualunque delle sue meravigliose raccolte poetiche. Guai a voler cercare nella poesia delle verità universali, delle risposte ai grandi perchè della vita. La poesia non deve darci delle risposte ma al massimo può offrirci delle domande, il suo compito è soltanto quello di farci riflettere sulla nostra condizione di esseri umani, di esseri mortali con un’anima che “la si ha ogni tanto”, di esseri fatti di “incanto e disperazione”.
A nostro avviso una delle sue poesie più belle si intitola Cipolla. Qui la poetessa parla della perfezione della cipolla, perché “La cipolla è un’altra cosa/interiora non ne ha./Completamente cipolla fino alla cipollità”. La cipolla viene qui assunta quale simbolo della perfezione perché dentro l’una sta l’altra, insomma lei è talmente riuscita che “potrebbe guardarsi dentro senza provare timore”. La cipolla è così perfetta che potrebbe solo suscitare l’invidia di noi esseri umani imperfetti, fatti di ignoto e di “violenta anatomia”. Ma invece non è affatto così perché la ricerca della perfezione, nostra ambizione da sempre, è in realtà una sciocchezza, è solo un’idiozia. Perché come recitano questi meravigliosi ultimi versi della poesia: “la cipolla, d’accordo: / il più bel ventre del mondo./A propria lode di aureole/ da sé si avvolge in tondo./In noi-grasso, nervi, vene,/muchi e secrezioni./E a noi resta negata/l’idiozia della perfezione.”
Paola Tudino
Soldi d’Artista, un’iniziativa per scuotere la Cultura
February 9, 2012 by admin
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Il denaro come strumento e non come fine ultimo.
E’ questo l’assunto di base che ha mosso l’interessante iniziativa Soldi d’Artista promossa da Spazio Tadini, a Milano. Un progetto che ha coinvolto numerosi artisti contemporanei che hanno reinterpretato l’idea di soldi, attraverso il proprio linguaggio artistico per incuriosire e, al contempo, provocare sconcerto, riflessioni e dibattiti su ciò che oggi significhi valore, sia esso etico, morale, religioso o culturale.
Infatti il fulcro del programma è stato quello di illustrare, con una serie di incontri, come si muove (male) la macchina artistica e culturale nel nostro Paese, cercando confronto e incontro, stimoli e idee nuove per cercare soluzioni alternative al momento storico di crisi globale che stiamo vivendo.
Un mondo, quello della cultura, penalizzato, messo in ginocchio, demoralizzato e tagliato fuori da finanziamenti e investimenti come se le sue molteplici “facce” – arte, danza, teatro, musica, scrittura e comunicazione – non producessero valore, non producessero ricchezza.
Il Finissage dell’iniziativa, venerdì 10 febbraio, non vuole essere un traguardo, ma un punto di partenza. L’artista Peter Hide 311065, pseudonimo del grintoso artista-architetto Franco Crugnola, con la sua installazione, accoglierà i partecipanti alla serata che si ritroveranno a camminare in “un mare di soldi”.
Il dibattito, moderato da Melina Scalise, curatrice e promotrice dell’iniziativa, vede coinvolti grandi nomi come Fiorenzo Grassi, presidente dell’Agis Lombardia e direttore responsabile del Teatro Elfo Puccini, Fernando de Filippi, pittore ed ex direttore dell’Accademia di Belle Arti, Claudio Pozzani, poeta e musicista e Mauro Pecchenino, fondatore e direttore del nostro giornale.
Così Soldi d’Artista vuole continuare a far parlare di sé, diventare itinerante, avvicinare ed educare alla cultura pubblici nuovi, scatenando un movimento virale che riaccenda interesse e ridoni il giusto valore alla passione, alla dedizione e alla ricerca di uomini e donne che lavorano per produrre cultura.
Eleonora Dafne Arnese
RAPASCEET – Romanzo – IX e X Pillola
January 28, 2012 by admin
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Lisérgico’s Picture from Flickr.com
Riprendiamo la pubblicazione del Romanzo, con la IX e la X pillola. Come ricordiamo è firmato da un saggista che in questo caso rimane anonimo.
Il Romanzo continua ad essere pubblicato a puntate, in pillole. Un editore importante è oltremodo accetto per la pubblicazione cartacea.
A tutti buona lettura.
IX PARTE
Eccola, stesa su un lettino, gli occhi chiusi, ancora calda, con la bocca semiaperta e l’espressione tranquilla. Paul le bacia la fronte, le prende una mano, avvicina il viso, lo appoggia su quello della madre, come per riscaldarlo, come se volesse riportarlo in vita.
“Sai, ti ho amata tanto, ti ho pensata tanto quando ero lontano, quando andavo in giro per il mondo a fare le mie cose. E’ difficile spiegarti perché ho sempre avuto questa smania, questa voglia di cercare, di esplorare la vita come se fosse una giungla intricata. Sai in realtà ho sempre voluto farvi sentire fieri di me, te e papà. Ho sempre voluto dimostrarvi di sapermela cavare da solo, grazie anche a tutto quello che mi avevate insegnato e trasmesso. Sai, io oggi sono arrivato qui anche perché volevo dirti che sono stufo, a volte, di girare come una trottola da un posto all’altro, senza meta, però poi anche se dico così mi passa tutto e rincomincio a partire. Madre, mi ricordo quando mi preparavi l’insalata di pomodori insieme a quel formaggio duro che compravi in collina. Mi ricordo la tua frittata di patate e la crostata con la marmellata di arance e quella con le mele. Mamma ho voglia di urlare, soffro come un animale ferito, un cane bastonato, un passero senza un’ala, ti rendi conto che ti ho vista solo per pochi minuti, il tempo di salutarti e sei andata via. Forse non ne potevi più della vita, dei silenzi di papà della sua voglia di non fare, delle giornate sempre uguali, alzarsi, vestirsi, guardare fuori della finestra, dormire. Bye mummy, riposa serena”.
Le ore successive alla morte sono state un susseguirsi di dolore e dolore, una ferita mai cancellata.
Un problema dare la notizia al padre. Entra in casa, suo padre sta dormendo, lo sente e gli chiede:”La mamma?”. “Papà, daddy, la mamma non ce l’ha fatta. Non ha sofferto. E’ mancata in maniera serena”. Lui piange, con scossoni alle spalle. Paul lo abbraccia, forte, forte. “Non piangere papà, ci sono io, per te, per noi.
Una mattina mentre sistema un cassetto dove la madre usava custodire piccoli ricordi, trova una lettera a lui indirizzata che nell’ultima parte contiene queste parole:
- Sono sempre stata fiera del tuo spirito libero, sei sempre stato così differente dai figli delle mie amiche, noiosi, prevedibili, troppo seri. Tu invece, con la tua fantasia, hai riempito anche le mie giornate, tramite i tuoi viaggi ho viaggiato anch’io. Ti stimo e ti ho stimato, però ogni volta che sei partito mi hai lasciato un gran vuoto, non te l’ho mai detto e forse non riuscirò neanche a dirtelo con questa lettera, perché non avrò il coraggio di spedirtela. Ho sofferto ogni volta, però poi ho sempre pensato che tu eri felice così e anch’io ero un po’ felice.
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X PILLOLA
Paul ha fame, entra in un ristorante indiano, ordina un pollo tandoori con contorno di verdure allo yogurt, una bottiglia di vino rosso. Mangia con voracità e beve tutto il vino, esce sazio e con la testa piena della ragazza nera, ha saputo che si chiama Mughilla, conosciuta nel locale preferito da Susan.
Ormai è sera, il locale apre tra poche ore.
Cammina, da un quartiere all’altro, prendendo anche un paio di metropolitane. Arriva a Highgate e scende verso il centro. Non cammina, corre. Vuole arrivare. E’ tutto vestito di blu, pantaloni sportivi di cotone, camicia jeans e maglione.
E’ all’entrata. E’ dentro la sala.
C’è già un po’ di gente.
Eccola, è lei, parla con un’amica, seduta in un angolo. La guarda come inebetito.
Pubblicità Progresso ha quarant’anni
January 24, 2012 by admin
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Pubblicità Progresso ha compiuto quarant’anni. Il suo principale obiettivo è promuovere e realizzare campagne pubblicitarie per stimolare la coscienza delle persone e delle organizzazioni ad agire per il bene comune. È stata creata dalle maggiori organizzazioni operanti professionalmente nel settore pubblicitario, che volevano migliorare l’immagine delle imprese e della pubblicità. Va considerato infatti che alla fine degli anni Sessanta erano molto forti le critiche rivolte al sistema delle imprese e alla comunicazione pubblicitaria, accusata di manipolare le menti delle persone.
Va sottolineato inoltre che quando Pubblicità Progresso ha cominciato la sua attività, lo Stato italiano non era ancora attivo nell’ambito delle iniziative di comunicazione su tematiche di tipo sociale. L’intenzione degli operatori del settore pubblicitario era pertanto anche quella di stimolare lo Stato ad investire in tale ambito, naturalmente per poterne ottenere dei consistenti vantaggi. Questo risultato è stato in parte raggiunto, in quanto negli anni successivi lo Stato italiano ha commissionato alcune campagne di tipo sociale, sebbene la quantità di tali campagne sia comunque modesta se confrontata con quella degli altri Paesi avanzati.
Pubblicità Progresso ha il merito di avere reso più sensibili gli italiani rispetto a molti problemi sociali. Si è occupata, ad esempio, di Aids, razzismo, incidenti sul lavoro, promozione del volontariato, prevenzione degli incidenti domestici, ecc. E alcune sue campagne sono rimaste scolpite nella memoria collettiva, come quelle con gli slogan «Donate sangue», «Il verde è tuo: difendilo» e «Chi fuma avvelena anche te. Digli di smettere». Si tratta di campagne degli anni Settanta e probabilmente il loro successo è dovuto al carattere innovativo che possedevano rispetto al contesto pubblicitario italiano dell’epoca e alla minore quantità di messaggi complessivamente presenti nei media rispetto ad oggi.
Ma probabilmente Pubblicità Progresso sta anche esaurendo la sua spinta propulsiva iniziale. Le campagne degli ultimi anni sono state infatti poco efficaci, perché hanno utilizzato toni misurati e soft, mentre è dimostrato che per le campagne sociali è necessario fare ricorso a linguaggi forti e spesso “choccanti”.
Vanni Codeluppi
Docente Università di Modena e Reggio Emilia
Consiglio di lettura: “Il gusto proibito dello zenzero”
January 7, 2012 by admin
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Cinzia A. Rizzo’s Picture from Flickr.com
Sappiamo molto sui fatti accaduti durante la Seconda Guerra Mondiale e quando pensiamo a quel periodo il termine deportazione ci rimanda immediatamente agli orrori perpetrati nei confronti del popolo ebraico. Ma ci sono state purtroppo molte altre deportazioni, meno gridate, ma non per questo meno sbagliate. Il pregio de “Il gusto proibito dello zenzero”, dello scrittore americano di origini cinesi Jamie Ford, è di raccontarci gli atti di razzismo e di detenzione forzata commessi negli anni Quaranta da uno dei Paesi considerato culla della pace e della democrazia, gli Stati Uniti d’America, nei confronti di cittadini americani di origine giapponese, colpevoli solo di appartenere ad una determinata etnia. Un punto di vista poco conosciuto che ci lascia stupiti ma che ci dimostra come l’odio non alberghi solo e soltanto in alcune sempre citate zone del mondo. Il romanzo tratta in maniera molto toccante il tema di avvenimenti storici caduti nel dimenticatoio della storia ma che hanno ugualmente sconvolto le vite di milioni di persone e che per questo meritano il giusto riconoscimento.
Henry e Keiko sono due ragazzini, cinese lui e giapponese lei, che vivono a Seattle nei primi anni ‘40. L’America è in guerra e l’odio e la violenza per l’altro, il diverso, dilagano per le strade cittadine. I due protagonisti si trovano insieme a frequentare una scuola di soli bianchi e, sebbene siano americani di seconda generazione, subiscono ogni genere di insulto e sopruso da parte dei compagni. Tra di loro nasce dapprima una forte complicità e quindi un amore innocente che ha come sfondo le passeggiate al parco e la passione per la musica jazz, furtivamente ascoltata nei club frequentati da musicisti di colore dove si beve liquore allo zenzero. La situazione intanto precipita e la comunità giapponese di Seattle è dapprima costretta a bruciare i propri beni più cari pur di negare il proprio legame con il Paese d’origine e quindi a rimanere rinchiusa economicamente e fisicamente all’interno dei confini di Nihomachi, il quartiere nipponico della città. Il peggio arriva quando un ordine del governo costringe tutti i cittadini giapponesi ad essere internati in un campo lontano dalla città in cui devono dedicarsi al lavoro oppure arruolarsi forzatamente in guerra per dimostrare la fedeltà agli Stati Uniti d’America sacrificando in cambio la propria vita. Henry e Keiko sono costretti a separarsi e il loro diventa un amore impossibile, fatto di lettere e ostacolato dal filo spinato, dall’esercito e dall’ottusità del padre di Henry, ostinato nazionalista. Ma i due ragazzi non si rassegneranno mai completamente all’impossibilità del loro sentimento tanto da sfidare il tempo e le distanze nella speranza che l’ amore possa sconfiggere la brutalità della guerra.
Barbara Pellegrini
Non servono parole, di Mario De Simone
December 1, 2011 by admin
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“La vita spesso e volentieri è come una partita a poker. C’è chi nasce con un punto servito, e chi si veste di un’intrigante donna di quadri. C’è chi cerca un asso e rimane impegolato nel 10. C’è chi ha due carte unite dallo stesso colore, ma divise dalla più astratta aritmetica. C’è chi crede nelle proprie mani, anche quelle più brutte e difficilmente vincenti. C’è chi parte con grosse aspettative e finisce con l’aspettare un re di cuori che non arriverà mai. C’è chi distribuisce due di picche a volontà, e chi fa dei cuori generosa bontà. Ci sono un 7 di fiori ed un 10 di quadri, che mano dopo mano incontreranno i loro gemelli colorati. Ci sono mille combinazioni, e più di un miliardo di occasioni, ognuno giochi la sua partita, ognuno creda nella sua mano. Non è detto che un bluff troppo azzardato o un rilancio di poco ritardato possano cambiare radicalmente il quieto vivere, il leggero scorrere della vita. A volte vale la pena rischiare, a volte aspettare. Il nostro unico diritto, o quanto meno dovere? Ovviamente giocare!”
Tratto da “Non servono parole” di Mario De Simone.
Una storia di studenti come tanti, alle prese con l’università, con i problemi di tutti i giorni. Una lingua universale, l’amore, che si dissolve e si disfa continuamente nel suo farsi. Uno stile divertente, acuto, pungente e scorrevole, che lascia piena immedesimazione al lettore.
Questi gli ingredienti di ” Non servono parole ” – edito da Graus Editore in vendita in tutte le librerie, il primo romanzo del giovanissimo scrittore Mario De Simone, di origine cercolese, che appena ventiduenne descrive con tratto sicuro e deciso i comportamenti e le emozioni passionali dei ragazzi d’oggi.
Barcamenanti emozioni e sentimenti si intrecciano all’infinito, creano ingorghi emotivi e nodi gordiani che solo il tempo potrà riuscire a spezzare. O a risolvere. Provocando cambiamenti fondamentali che segnano fortemente il passaggio all’ età adulta dei due giovani protagonisti.
“Non servono parole”, un titolo ermetico, il cui significato ha contorni piuttosto sfumati. Per quelle finzioni oniriche – spesso rivelatrici di realtà che da svegli stentiamo a riconoscere – silenti ma dense di carica emozionale, che avvolgono il protagonista maschile del libro, guidato da una onirica presenza femminile, che gli indicherà la strada. Per quelle realtà della vita che ci travolgono inaspettatamente, come accade alla protagonista femminile del libro, e che ci lasciano, per l’appunto, senza parole.
Raccontare il tutto in un libro, quando le parole non bastano: questa l’estrema audacia dell’autore.
Roberta Albano
RAPASCEET – Romanzo – V e VI Pillola
October 10, 2011 by admin
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Riprendiamo la pubblicazione del Romanzo, con la V e la VI pillola. Come ricordiamo è firmato da un saggista che in questo caso rimane anonimo.
Il Romanzo continua ad essere pubblicato a puntate, in pillole. Un editore importante è oltremodo accetto per la pubblicazione cartacea.
A tutti buona lettura.
E’ a East Finchley, lungo una strada senza persone, solo case e qualche macchina, non sa cosa fare e decide per un pub appena aperto. Entra, ordina una birra rossa e si siede stanco e senza idee.
E’ arrivato a oltre metà giornata e non ha combinato nulla, ordina un’altra birra e uno scotch egg, mangia e beve senza pensare.
Un’altra birra, un’altra birra, un sandwich al prosciutto formaggio lattuga e cetrioli, una birra.
Esce dal pub, ha bevuto litri di birra e ha la testa pesante. Cerca un taxi e ritorna in albergo.
Accende la televisione e cerca un programma sportivo.
Un aereo affollato, le hostess distribuiscono il solito pasto plastificato, una ragazza abbronzata, con i capelli corvini occupa un posto su una fila da tre e gli altri posti sono vuoti. Un uomo si avvicina, l’abbraccia e si sdraia su di lei.
Un cavallo nero corre su un campo senza confini, un uomo lo rincorre senza speranza.
Una gruppo di uomini dalla pelle nera parlano intorno a un fuoco, uno di loro, con la pelle bianca e nera tira fuori da un sacco un strano strumento e suona una nenia, cantando in francese .
Una donna si spoglia davanti a un giovane nudo che beve una bevanda scura, lui la guarda senza parlare.
Un uomo scrive poesie sui muri di una casa, un altro legge ad alta voce una strana litania.
Tutti dormono dubbiosi.
Un’altra notte agitata, Paul si alza e guardandosi allo specchio si fissa nella mente un concetto preciso: “Non devo bere, perché mi fa stare male e alla mattina mi alzo rincoglionito”.
Ogni volta però ricade in tentazione e alla vista di birra, whisky e vino, nell’ordine, si dimentica tutto e diventa una similspugna.
Anche come bevitore è un senza patria.
Essendo nato a Londra ha come punto di riferimento la birra, il padre italiano gli ha trasmesso l’abitudine al vino, la lunga esperienza di lavoro a Parigi lo ha avvicinato ancora di più al vino, rosso in particolare e a cognac, armagnac, calvados. La significativa permanenza a New York e quella più breve a Boston lo hanno convertito a whisky e gin. Un uomo cocktail, senza la vocazione dell’alcolizzato, infatti Paul alla sua forma fisica ci tiene e trova sempre l’occasione per fare moto , camminare per chilometri e frequentare palestre.
Proprio in una palestra di Londra ha incontrato una donna che ha contato molto nella sua vita, Susan, una storia finita da tempo, durata nove anni.
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VI Parte
Lei era una ventenne o poco più con i capelli scuri lisci sulle spalle, non alta ma proporzionata, gambe bellissime, occhi da cocker, labbra carnose, seno contenuto e extra sodo, molto disponibile a far l’amore in qualsiasi momento della giornata e anche della nottata.
Paul e Susan hanno diviso anche un periodo di vita in comune, in una casetta nei pressi dei Kew Gardens, nella zona sud della capitale inglese.
Lei lavorava in una compagnia marittima, coniugando il suo carattere allegro con la predisposizione naturale al sesso e le due cose si alleavano in ore di grande godimento per entrambi. Poi preparavano cene modeste, ma succulente e qualche bella bevuta. Una donna che rimane impressa Susan, una donna difficile da dimenticare.
Un giorno se ne era andata, lasciando una lettera nella quale spiegava la sua voglia di avere un uomo meno volubile di Paul, più terreno, più legato alla realtà e magari capace di mettere insieme una famiglia o almeno una vera coppia.
I due non si erano più incontrati, anche se Paul ricorda sempre con piacere le gambe perfette di Susan che gli stringevano i fianchi mentre il suo culetto marmoreo si muoveva a ritmo di rodeo.
Bei momenti, vecchio mio, si diceva quando il vino o la birra stavano raggiungendo livelli di guardia.
Susan aveva anche una notevole passione per il ballo e per tutto ciò che veniva dai Paesi caldi, dall’Africa in particolare.
Spesso voleva andare a ballare in un locale vicino a Islington dove impazzava la musica africana e afrocaraibica. In quel locale c’era alla consolle un nero molto bello, Michel che Susan guardava con attenzione.
Di solito Paul odia il ballo e lo usa solo come esercizio fisico per sudare un po’, però ogni volta che entra nel locale di Michel sente uno strano senso di inquietudine, come se si fosse già trovato molti anni prima tra quelle mura e conoscesse la vita di tutti e, specificamente, la storia di tutti i frequentatori di pelle nera.
Una sera continuava a fissare una ragazzona nera, con seni della quinta misura, gran sedere alto e gambe che non finivano mai. A un certo punto si avvicina e attacca discorso, la ragazza risponde con un sorriso e gli chiede di offrirle un drink.
Paul ordina due gin tonic e tra una risata e un aneddoto ne bevono tre.
Lui è elettrizzato, quasi inebetito, parla guarda e a tratti accarezza la schiena nuda e muscolosa della giovane. Poi le accarezza il viso, con dolcezza come se la conoscesse da tempo, poi le gambe, mentre lei continua a conversare con simpatia.
Si baciano, un bacio lungo come la trasmissione di un messaggio che dura nel tempo.
Si abbracciano senza indugi. E’ agitatissimo, si sente tremare le mani come un ragazzino alla prima cotta, l’emozione lo fa balbettare, lei sorride ma sempre con simpatia e complicità.
Lui si alza, la prende per mano e si rende conto di essere superato in altezza di quasi dieci centimetri, la guarda e ammira questo corpo formoso e pieno, è eccitato e turbato nello stesso tempo.
Lei indossa un vestito beige con la schiena nuda, lungo alle caviglie con uno spacco laterale non profondo, il seno viene in avanti e immaginate voi ( … continua )
RAPASCEET – Romanzo – VII e VIII Pillola
October 10, 2011 by admin
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Flipmagazine accoglie il nuovo Romanzo Rapasceet e ne presenta alcuni stralci, in pillole.
Un po’ per volta il Romanzo prende forma, in una sorta di anteprima, che l’autore concede in esclusiva al nostro giornale.
In attesa dell’editore, Flipmagazine ospiterà Rapasceet fino ad avvenuta pubblicazione del romanzo.
Per le case editrici interessate alla pubblicazione del Romanzo, potete contattare il Coordinatore Redazionale di Flipmagazine, Norman di Lieto al seguente indirizzo mail:
VII Pillola
Vanno a passo spedito nell’angolo più appartato e buio del locale, lei si appoggia alla parete, lo accarezza sul petto e con la mano destra gli abbassa la cerniera dei pantaloni kaki, lui l’abbraccia e si schiaccia su di lei accarezzandola ovunque. Alza il vestito sulle cosce nere e d’acciaio, appoggia le labbra sui seni, bacia e succhia quello che può, afferra con le mani aperte le natiche rotonde e sporgenti, abbassa il perizoma bianco, vorrebbe prenderla tutta in una mano, vorrebbe fare tutto, ma non va avanti, come bloccato da una mano invisibile.
In lontananza vede Susan che lo sta cercando, con imbarazzo si allontana e si fa trovare.
Paul è un uomo con sentimenti ondivaghi, ma con alcuni punti fermi come la lettura di qualsiasi tipo di libro, la pittura, le mostre d’arte, le donne come compagne con le quali trascorrere il tempo dell’amore e della vita quotidiana, i genitori.
Il padre è morto senza soffrire, da vedovo, dopo essersi trasferito in Inghilterra in un villaggio vicino a Winchester, dove si trovano alcuni parenti della moglie..
La madre è morta alcuni anni fa e questo episodio rimane fisso nella memoria di Paul. Ogni tanto ritorna dal passato, come un momento presente.
In quel periodo era a Amsterdam per lavoro e viveva stabilmente a Milano, mentre i suoi genitori abitavano in Italia in un paese nel marchigiano.
Di ritorno da Amsterdam decide di fare rotta su Bologna, per proseguire e far una visita ai genitori.
Arrivato nei pressi della casa dei suoi, intuisce subito che è vuota, suo padre e sua madre sono fuori.
Nei giorni precedenti in Olanda, in un ristorante, una cameriera nera sulla cinquantina gli aveva detto cosa ci faceva a Amsterdam e che secondo lei era meglio che tornasse in Italia dai genitori.
Al fatto Paul aveva dato importanza uguale a zero.
Chiede notizie dei suoi alle case vicine, ma non trova subito informazioni, vaga per un po’ finchè una vecchietta lo avverte che sua madre è all’ospedale perché non si è sentita bene.
Si precipita dentro alla stanza e sua madre è distesa a letto con la faccia stanca, un colorito sbiadito e gli occhi un po’ persi.
“Mamma come stai, cosa è successo ?”
“Questa mattina quando mi sono alzata da letto mi sentivo stanchissima, sai proprio con le gambe a pezzi, come se mi avessero bastonata. Ho telefonato al medico e mi ha detto di farmi controllare qui in ospedale. Sono stanca, ma la tua visita mi mette un po’ di gioia”.
“Mamma non ti preoccupare, non ti stancare ora vedo se c’è Roberto il mio amico capo reparto e sento come va la situazione”.
Paul si precipita nel corridoio e cerca Roberto, suo coetaneo, eccolo è nel suo studiolo.
“Roberto, ciao, hai visto mia madre è vostra ospite ?”
“Si Paul l’ho vista, mi sono informato con il collega che l’ha ricoverata e visitata. Tua madre ha l’aorta spezzata, parla e sembra normale, ma è più vicina alla morte che alla vita.”
“Non pensavo fosse in queste condizioni, io ero in Olanda e fino a poche settimane fa stava benone”.
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VIII Pillola
“Non c’entra nulla, il cuore fa spesso questi brutti scherzi. Purtroppo se non passa la notte, non ci sono speranze, anzi ti consiglio di stare in sala d’aspetto. Tra un paio d’ore spengono le luci e inizia la nottata, almeno se succede qualcosa sarai qui. Tranquillizza tuo padre, fallo andare a casa con una scusa e tu stai qui, cercherò di farti un po’ di compagnia se non ci saranno particolari urgenze”.
Paul va dal padre che se ne sta silenzioso in un angolo.
“Papà, è sicuramente meglio che tu vada a casa, ti prepari un piatto di minestra, ti bevi un goccio di vino, prendi una pastiglietta per dormire e te ne vai a letto. Io sto ancora un po’ qui con Roberto: Faccio compagnia alla mamma e poi vengo anch’io a casa e domani mattina facciamo colazione insieme. Nel frattempo mamma starà meglio”.
Convinto il padre a tornare a casa, ritorna nello studio dell’amico.
“Paul, ora ti devo lasciare solo, perché devo fare un giro di visite, puoi aspettare nella saletta in fondo al corridoio, se ti viene sonno c’è anche un divano, fatti pure un pisolino, se ci sono novità ti faccio avvisare, o vengo io direttamente, scusami ma devo andare”.
Paul rimane solo e va nella saletta, guardando il soffitto viene preso da un ricordo.
Sua madre, da bambino, era solita portarlo in un parco a giocare. Lei si sedeva su una panchina a leggere o sferruzzare colorate coperte patchwork, mentre lui da solo o con altri bambini giocava a nascondarello o a cannette, un gioco che consisteva nel lanciare frecce di cartone leggero con una rudimentale cerbottana. Ogni tanto arrivava un’amica della madre, o qualche nuovo amichetto. Le giornate erano molto simili una all’altra, tranne un giorno in cui accadde una cosa strana.
Paul e sua madre camminavano uno accanto all’altra guardando le vetrine dei negozi, all’improvviso sua madre si ricordò di dover comprare un mazzo di fiori per il compleanno di un’amica. D’improvviso attraversò la strada e una motocicletta non riuscendo a frenare li investì.
Per Paul fu un bello spavento, anche se entrambi riportarono solo piccole ferite.
Da quel giorno la madre divenne più cupa, in qualche modo il suo carattere cambiò, ogni tanto aveva momenti di tristezza inspiegabili
Quell’episodio alla fin fine insignificante ogni tanto diventava un chiodo fisso nella mente di Paul, come se quel banale incidente avesse ferito in maniera indelebile la già innata fragilità di sua madre.
“Paul, ti sei appisolato, ascolta”
La voce di Roberto.
“Sì , dimmi, scusa, sai un po’ di stanchezza”
“Tua mamma non ha superato la crisi. Non ha sofferto, in fondo”
“Ho capito, è mancata, è morta, posso vederla ?”
“Sì, puoi vederla, vieni di là, ti lascio solo con lei”.
RAPASCEET – Romanzo – Prima e Seconda Pillola
September 23, 2011 by admin
Categoria: terza pagina
Riprendiamo la pubblicazione del Romanzo. Come ormai ben sapete è firmato da un saggista che in questo caso rimane anonimo.
Stiamo valutando diverse offerte di case editrici che si sono dimostrate interessate alla pubblicazione del Romanzo, ma la ricerca continua…
Il Romanzo verrà pubblicato a puntate, in pillole.
A tutti buona lettura.
Parte I
Un aereo mezzo vuoto, le hostess si muovono senza affanno, in queste condizioni è facile avere un bicchiere di aranciata senza dover insistere.
Alta montagna, tanto verde intorno, un’aria che frizza e rinfresca la pelle, uno zaino pesante, scarponi comodi ai piedi, una gran forza nelle gambe e la voglia di andare lontano.
Arriva un ristorante senza pretese, la tovaglia è pulita, il vino rosso é molto bevibile, nel piatto verdura e carne con sapori decisi, tutto è adatto a far passare la fame.
Un bimbo con folti capelli ricci corre su un’aia, ride e insegue le galline che scappano spaventate. Il bimbo vede una donna anziana robusta e sorridente, prende un sassolino da terra e corre verso la vecchina.
Una nave viaggia tranquilla in mezzo a un mare quasi piatto. Dal ponte la vista è uniforme e varia nello stesso tempo, la nave sembra deserta solo cielo e mare come presenze mute.
Un treno ha appena attraversato una galleria. Una ragazza con i capelli lisci e castani entra nella toilette seguita da un giovane uomo, con i capelli ricci, chiude la porta, si alza l’abito azzurro e il ragazzo le accarezza le cosce piene, la bacia con foga, si abbracciano e a occhi chiusi si accoppiano.
Una sala piena di gente, tutti ascoltano con attenzione i conferenzieri che parlano di sport e alimentazione, poi c’è un ricco buffet, tutti mangiano come se non si nutrissero da anni, la fame sembra dilagare.
Un elefante, intorno gente con strani abiti colorati, tanta gente con facce poco allegre, tanto sole, caldo, odore acre di pelle lavata di rado. Tanta confusione, donne con occhi neri e fronte colorata, polvere da togliere il respiro.
Carta, penne che piovono dall’alto, vino che scorre sui muri, pane che si muove sui tavoli, donne che si muovono come se la musica le guidasse, uomini che guardano con stupore, rumore, tanto rumore, un rumore indefinibile.
Paul si sveglia con la schiena indolenzita, si guarda intorno, la stanza non è famigliare, anzi sembra quasi sconosciuta. Una stanza d’albergo con l’armadio, le sedie e la scrivania rivestite da scritte tratte da romanzi famosi.
Paul si alza, si versa un bicchiere d’acqua e mette a fuoco la realtà. E’ in un buon albergo di Londra, vicino a Leicester Square, la sera precedente ha partecipato a una cena giapponese, cibo ottimo e saké abbondante, poi un poker di flute di champagne bevuto senza rendersene conto avevano fatto nella sua testa e stomaco un vortice pericoloso che lo aveva fatto addormentare senza pensieri.
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Parte II
Paul è un quarantenne apolide, vissuto per lunghi periodi in Gran Bretagna, Italia, Francia, Stati Uniti, un uomo robusto, sempre in movimento, né alto né basso, capelli esageratamente folti, forte come un mulo, colto e curioso, pieno di interessi, amante della pittura e del cinema, buongustaio di moderato appetito, vestito con apparente distrazione.
Nella sua vita non ha mai capito dove sia meglio stare e dove sia la sua provenienza reale.
Il padre, un italiano senza grandi slanci con poca voglia di stare con gli altri, la madre un’inglese dolce e taciturna, con gli occhi tristi e il senso della casa, come rifugio pulito e ordinato.
I suoi genitori sono state due presenze invisibili, li aveva visti con regolarità fino a vent’anni, poi aveva incominciato a girare il mondo, rivedendoli di tanto in tanto. Tutto senza grandi slanci, quasi come fossero tre estranei che ogni tanto si ritrovano.
Da piccolo, a scuola parlando con gli amici sentiva che gli altri genitori erano diversi, più presenti, sicuramente più noiosi e appiccicosi.
I suoi sembravano sempre avere mille cose per la testa, ma non le raccontavano, tutto rimaneva in quei corpi silenziosi, sempre un po’ appartati.
Paul nel corso della sua infanzia aveva sempre avuto la sensazione di non appartenere a quella coppia, di essere capitato lì per caso.
Aveva anche cercato di parlare con altri parenti, ma non esistevano nonne e nonni, tutti erano già morti, zii neanche a parlarne, insomma i suoi genitori erano due anime sole, iniziavano e finivano con loro, senza parenti e senza amici, soli, solitari, quasi senza storia.
Aveva cercato di conoscere altri parenti, ma dopo tanti tentativi andati a vuoto, si era rassegnato, la sua famiglia era lì, lui sua madre e suo padre, fine.
L’infanzia e gli anni della scuola elementare, inferiore e superiore erano passati senza grandi traumi e senza particolari slanci, tutto filava via tra un’esercitazione in aula, qualche bel voto e piccoli rimbrotti degli insegnanti. Un buon allievo, attento e volenteroso, di buona famiglia, senza ricchezze e senza che i suoi desideri rimanessero troppo delusi.
Gli altri avevano motociclette e macchine fin da ragazzini, lui aveva buoni libri e iscrizioni a circoli sportivi.
Un ragazzo soddisfatto, tutto sommato.

















