Vienna una capitale da scoprire
February 20, 2012 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Melomelo’s Picture from Flickr.com
Mozart, Sacher e Sissi, queste le prime tre parole che vengono alla mente quando si pensa a Vienna. La musica è sempre presente nella vita degli abitanti della capitale austriaca; le grandi opere della tradizione classica viennese riecheggiano nei locali e per le strade della città e il rito di andare all’opera è sempre vivo anche tra i più giovani. Non è raro quindi trovare persone, abbigliate in lungo in occasione dello spettacolo, che aspettano l’ora di ingresso a teatro dilettandosi in aperitivi e cene presso i locali eleganti del centro quali ad esempio lo splendido Palmehaus in Burggarten, una serra ottocentesca in stile Liberty nei pressi dell’Albertina.
Vienna è conosciuta in tutto il mondo per i suoi prodotti di pasticceria, come la Sacher o lo Strudel. È praticamente d’obbligo per ogni turista fare una sosta nella caffetteria dell’elegante Hotel Sacher, il più prestigioso di tutta la città, per gustare questo delizioso dolce proprio nelle cucine in cui viene preparato ogni giorno a partire dal 1876. Per provare invece la vera cucina viennese, a base di wurstel e wiener schnitzel, si può optare per il Purstner un ristorante in stile tipico dove si mangia in tavoli inseriti nelle botti o il più tradizionale Figlmueller.
Ma la capitale austriaca è importante anche per la sua storia che, come sede governativa di uno dei più importanti e longevi regni nella storia del Nord-Europa, l’impero asburgico, l’ha vista al centro dell’avvicendarsi delle più importanti correnti artistiche e culturali che hanno interessato il vecchio continente nei secoli passati. È inevitabile che il volto della città sia stato segnato, nelle architetture come nelle opere d’arte, da una storia di così grande peso. Se ad esempio volete ammirare le opere di Gustav Klimt, e in particolare il suo celebre Bacio, dovete recarvi proprio a Vienna presso palazzo Belvedere, vecchia residenza nobiliare costruita a partire dal 1697 e adibita oggi a pinacoteca. Splendide dimore sono anche il Palazzo Reale degli Asburgo, il sontuoso Hofburg, che celebra oggi la grandezza di Sissi, la principessa triste e anticonformista che per secoli ha fatto sognare con la sua storia, tramite un museo dedicato e la visita alle stanze in cui ha dimorato; e lo Schloss Schönbrunn, la residenza imperiale estiva di fine ‘600 che, tra l’immenso parco e le stanze interne riccamente decorate, non ha davvero nulla da invidiare alla Reggia di Versailles.
Per gli amanti delle architetture ecclesiastiche sarà sicuramente interessante visitare lo Stephansdom, un simbolo delle costruzioni gotiche del Nord-Europa. Completano una visita della città degna di tale appellativo un giro sulla ruota panoramica per una vista dall’alto della bella capitale Danubio compreso e un bel tour in carrozza per le strade del centro storico, magari la sera, per vedere i più bei monumenti di Vienna, come la facciata del municipio (Rathaus), illuminati in modo davvero suggestivo. Alla domanda “perché visitare Vienna?” non resta che rispondere che questa città, comunemente ritenuta fredda, non solo per il suo clima ma anche per la durezza dei suoi abitanti, grazie alla sua ricchezza culturale e alla bellezza dimostra di avere un’interiorità particolare tutt’altro che arida.
Barbara Pellegrini
FIAT: un’Italia che vuole piacere
February 15, 2012 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Eelvis Picture from Flickr.com
Impossibile negare: da circa un mese le reti televisive trasmettono un spot che non è possibile evitare, in quanto altamente coinvolgente in termini di immagini e parole. Entrambi ben supportati da una voce fuori campo.
Parliamo del nuovo spot targato FIAT…
http://www.youtube.com/watch?v=heCVR7kKyRw
La comunicazione veicolata mediante le immagini sembra descrivere i valori aziendali, quasi elencati di continuo. Valori che per altro sembrano essere condivisi dalla popolazione italiana. In realtà lo spot non è stato realizzato per diffondere un’immagine di tipo corporate, ma bensì in risposta all’intento di promuovere la nuova FIAT Panda.
Non tutto il pubblico si rivede in questo messaggio. Infatti chi guarda per la prima volta questo video può sentirsi deriso, oltre ad restare un po’ perplesso. Perché? Si provi a pensare agli anni d’oro in cui FIAT era il fiore all’occhiello, se non motivo di orgoglio, di questo paese.
Ora, invece, si provi a pensare a ciò che oggi significa FIAT, agli episodi avvenuti nell’ultimo anno che rappresentano motivo di sciopero per i lavoratori, alle scelte strategiche implementate. A questi aspetti aggiungiamo il periodo di crisi in cui l’Italia, meglio dire il settore automobilistico, si trova.
Da un punto di vista grafico e pubblicitario lo spot è ben strutturato. Se decidessimo di utilizzare una scala di voti, quasi, sicuramente otterrebbe il voto più alto con tanto di lode.
Navigando in rete, però, è possibile scoprire che uno spot simile è stato realizzato, circa un anno fa, anche per la controllata Chrysler, il quale ha riscontrato maggior successo e molto probabilmente grazie alla presenza del rapper Eminem. “Imported from Detroit” era il claim.
In questo caso il cerchio si chiude: Detroit è la città dei motori, quindi ciò che sa fare meglio, Eminem è nato in quella città e anche la sede di Chrysler si trova in quella stessa città. Insomma viva il patriottismo americano, ancora più evidenziato se si pensa all’enorme spazio pubblicitario dedicatogli: quale occasione migliore, se non la finale del superbowl?
Per l’utilitaria è stata utilizzata la stessa leva: la patria nazionale. In particolare guardando, attentamente, le immagini è possibile leggere “Pomigliano” ma senza ricorrere ad uno specifico testimonial e ad un medesimo spazio pubblicitario.
In questo caso, forse l’anello debole è l’immaginario collettivo di riferimento.. oppure questo spot è il punto di partenza per una vera e futura rinascita? Difficile rispondere in questi giorni.
Elena Mazzali
Alla Triennale di Milano la pelle è protagonista
February 14, 2012 by admin
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William Cromar’s Picture from Flickr.com
Mostra o laboratorio? Organizzato da Fondazione Antonio Mazzotta e Boots Laboratories, il progetto “Pelle di donna” vuole cavalcare proprio il confine di questi due ambiti. Il tema delle pelle delle donne è scandagliato in tutte le forme e attraverso tutti i linguaggi possibili, tra cui anche quello dell’arte antica e contemporanea. La mostra, presente fino al 19 febbraio presso la Triennale di Milano, è aperta da una comparazione tra immagini epidermiche al microscopio e foto di superfici di astri e pianeti; perché si sa, per ogni donna la propria pelle è come un mondo! La sezione iniziale è dedicata ai primi studi risalenti al periodo sette-ottocentesco e ad un’esposizione di curiosi oggetti di ieri e di oggi deputati all’igiene personale, concetto ritornato in auge all’alba del XIX secolo da quando è in atto un vero e proprio boom dell’idea di cura del proprio corpo. Un “tunnel di mostri” è la sezione che si caratterizza per la proiezione di video a parete che mostrano sequenze di film nei quali la pelle è protagonista nella sua declinazione più mostruosa e grottesca. Cuore della mostra è “Il volto della bellezza, il ruolo della pelle”, dove una storia della cosmetica si intreccia a quella delle diverse visioni sul concetto di bello per come si è evoluto nel corso degli anni. Dalla visione classica e algida del Canova alle donne-icone immortalate da Man Ray, fino alle espressioni recenti e quasi astratte di Giuliana Cuneaz con l’imponente “Corpus in Fabula”. La pelle, bianca e levigata simile a porcellana o naturale e imperfetta, è protagonista anche in quest’occasione. Completano la mostra l’installazione “Metamorfosi di pelle di donna” che presenta la trasformazione dell’immagine di una stessa donna truccata e acconciata a seconda dello “stile” dell’epoca (dagli anni Venti fino ai Duemila), e la sezione “Pelle e identità”, in cui l’epidermide è concepita come una superficie intonsa su cui lavorare per esprimere la propria identità. E quale forma espressiva rappresenta meglio questo concetto se non quella del tatuaggio? Tanti e di prestigio sono i nomi celebri presenti in questo progetto: Giacomo Balla, Vanessa Beecroft, Gillo Dorfles, Marcel Duchamp, Lucio Fontana, Grazia Gabbini, Robert Gligorov, Abel Herrero, Roy Lichtenstein, Lazhar Mansouri, Giuseppe Penone, Marinella Pirelli, Odilon Redon, Auguste Rodin, Omar Ronda, Mimmo Rotella, Maia Sambonet, Andreas Serrano, Toulouse-Lautrec, Andy Warhol, Tom Wesselmann, solo per citarne alcuni. A conclusione del percorso il visitatore giunge in un vero e proprio laboratorio scientifico interattivo e in una stanza polisensoriale. Qui è possibile ammirare opere di Bruno Munari, Karl Prantl, Pietro Pirelli e Giuseppe Penone, nonché pezzi provenienti dall’Istituto dei ciechi di Milano e dal Museo tattile Anteros di Bologna. Prima di lasciare le sale della Triennale Infine, ogni donna può scattare un’istantanea del suo volto che andrà a far parte di un’installazione a parete composta dalle immagine di tutte le visitatrici. Perché si sa, la bellezza vera si ritrova solo nelle donne reali, quelle acqua e sapone che incontriamo tutti i giorni per strada.
“Pelle di donna” è un bell’esempio di come alle volte una mostra si possa costruire in maniera efficace attorno ad un tema e non solo attraverso percorsi monografici dedicati ai singoli artisti. Oggi, per fare la differenza, bisognerebbe che i curatori lavorassero per concepire mostre innovative seguendo questo filone, quello delle idee, meglio se queste danno spazio a interattività e dialogo tra forme estetiche diverse tra loro, piuttosto che per continuare a proporre forme classiche di esposizioni a senso unico che francamente sono molto viste e un po’ vecchie. Inoltre lavorare a stretto contatto con le aziende non deve essere visto solo come un espediente per ricavare fondi anche a scapito della validità dei prodotti culturali ma al contrario può essere concepito come un’occasione per mettere in sinergia le forze e per affrontare in modo innovativo il tema della divulgazione della cultura in Italia.
Barbara Pellegrini
A Verona arriva l’arte del Settecento
February 8, 2012 by admin
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Lucchi80′s Picture from Flickr.com
Verona si fa vetrina di uno dei periodi più interessanti per la sua storia artistica, il Settecento. Fino al 9 aprile sarà possibile infatti visitare, presso il Palazzo della Gran Guardia, la mostra “Il Settecento a Verona. Tiepolo, Cignaroli, Rotari. La nobiltà della pittura”, un’esposizione pittorica e scultorea relativa ad un momento della cultura scaligera finora mai indagato e di grande pregio. Per l’occasione sono state fatte arrivare opere dalle più belle collezioni italiane e internazionali quali l’Ermitage di Pietroburgo, il Prado di Madrid, il Victoria and Albert di Londra, la Gemäldegalerie di Dresda, il Kunsthistorisches di Vienna, solo per citarne alcuni.
I 150 capolavori esposti mostrano tutta la peculiarità della visione artistica diffusa a Verona nel Settecento, uno stile che riesce a caratterizzarsi nettamente anche nei confronti delle fori influenze culturali che in quegli anni arrivavano dalla vicina Venezia. Sono presenti ovviamente i nomi degli artisti più noti, dal vedutista Bellotto a Gianbattista e Giandomenico Tiepolo. Splendida ad esempio la ricostruzione, grazie alle moderne tecnologie, del soffitto dipinto da Giambattista Tiepolo per Palazzo Canossa a Verona, andato in parte distrutto al termine della seconda guerra mondiale. La mostra consente anche di riscoprire alcune figure di importanti artisti veronesi, emblemi di un classicismo di grande innovazione e modernità, come Pietro Antonio Rotari , definito il “pittore della corte russa” per aver lavorato a lungo a servizio degli zar e dell’imperatrice Elisabetta, e Giambettino Cignaroli, fondatore dell’omonima Accademia di Pittura. Artisti spesso poco nominati ma assolutamente stimati e portati alla ribalta anche grazie al patrocinio di un altro grande veronese illuminato, Scipione Maffei.
Il percorso della mostra fa una panoramica di tutte le eccellenze che hanno contraddistinto l’ambiente culturale scaligero del Settecento, dalla pittura naturalista, ai ritratti realizzati per le grandi committenze di tutta Europa (del calibro di Stanislao Augusto Poniatowsky di Polonia, dei principi di Sassonia, di Clemente Augusto di Baviera o Carlo Firmian, plenipotenziario di Maria Teresa). E ancora le opere d’arte sacra e gli interventi pittorici realizzati per le splendide ville signorili venete, della città e della provincia di Verona. È lasciato ampio spazio anche ai testi realizzati all’epoca, grandi cataloghi scientifici tipici dell’epoca dei lumi.
Insomma, se vi capita di fare una gita nel capoluogo scaligero, oltre a visitare le bellezze più conosciute, come l’Arena e la celebre dimora di Giulietta, grazie a questa mostra avrete l’occasione di fare un viaggio alla riscoperta di un momento storico molto importante per la città, un periodo che ha contribuito a decretare la grandezza culturale di Verona. Per chi vuole fare una sosta gastronomica, consigliamo la trattoria Tre Marchetti, nel vicolo omonimo.
Barbara Pellegrini
IL POSTO DOVE ANDARE: Poporoya a Milano
February 4, 2012 by admin
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Andreanix’s Picture from Flickr.com
Il vero sushi a Milano si mangia da Poporoya, un’istituzione consolidata, meta di appassionati del genere e di sperimentatori gastronomici che muovono i primi passi verso la cucina orientale. Questo singolare ristorantino nasce dall’intuizione del cuoco Hirazawa Minoru, in arte Shiro, che ha pensato di aprire un locale nel retro di un negozio di prodotti alimentari giapponesi, in via Eustachi a Milano. L’aspetto del locale, sia esterno che interno, è molto spartano, ma l’atmosfera che si respira è tipicamente giapponese. Solo un bancone, quattro tavoli senza tovaglia e poche sedie per un totale di 16 coperti, questa è la ricetta Poporoya, uno dei primi ristoranti aperti a Milano con l’intento di diffondere la cultura della cucina nipponica in Italia. Si può davvero dire che quando a Milano non si poteva pensare di mangiare pesce crudo, se non si aveva a disposizione un capitale ingente, Poporoya esisteva già e proponeva una buona offerta a prezzi avvicinabili. Il rapporto qualità-prezzo è infatti il vero punto di forza di questo ristorante. Il menù offre poca scelta (sushi, sashimi, yakitori, tempura e polpo crudo) ma il fatto che sia letteralmente preso d’assalto ogni sera da un esercito di clienti affamati, è indicativo della bontà della cucina a base di prodotti freschissimi e di elevata qualità. L’esperienza forse più divertente di tutta la cena è osservare il lavoro del cuoco Shiro, il guru del sushi a Milano, mentre con l’aspetto buffo, tutto vestito in abiti tradizionali e con in testa la sua fascetta stile film in costumi tipici, prepara i suoi manicaretti, concedendosi di tanto in tanto di interagire in maniera simpatica con il suo pubblico. L’esperienza della cena dura relativamente poco, il servizio è velocissimo e i gestori del locale fanno il possibile per cercare di accontentare tutte le richieste e far sedere il maggior numero possibile di persone all’interno della piccola sala. Addirittura, vi chiederanno di ordinare appena arrivati e nel giro di poco potrete mettere le gambe sotto il tavolo con tutto già pronto e servito. Suggeriamo di recarsi presto presso il locale, magari appena dopo l’orario d’ufficio. È indubbiamente presto ma se non altro vi eviterete la mission impossible di trovare un parcheggio vicino e vi risparmierete le code che affollano il piccolo ristorante intorno alle ore 20.00. E’ vero, si aspetta e gli spazi sono angusti, ma di sicuro scorderete la scomodità decisamente in fretta e alla fine della cena uscirete sazi e soddisfatti.
Barbara Pellegrini
Provenza, colori e sapori alla ribalta
February 1, 2012 by admin
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Jean et Coco’s Picture from Flickr.com
Vi proponiamo un magico percorso nel cuore della Provenza, attraverso il Var e la Costa Azzurra, alla scoperta di incantevoli angoli di benessere, arte e tradizioni.
A Cap d’Ail, alle porte di Montecarlo, il ristorante A’Trego ne è un eccellente esempio.
Progettato dall’architetto Philippe Starck e arredato con materiali semplici ed originali complementi d’arredo, riesce ad esaltare il fascino del luogo, offrendo una cucina non solo ricercata nei sapori, ma un vero e proprio trionfo per gli occhi!
Risaliamo il tempo e scopriamo le origini della terra attraverso il lussureggiante Var, una terra dove il Medioevo prende vita. Ci ospita a S. Maximin l’Hostellerie du Couvent Royal, costruita nel XIII secolo e recentemente diventata un hotel di prestigio, con le sue camere ricavate dalle antiche celle dei Padri Domenicani e le sue sale dalle volte maestose.
Un’ottima cucina vi attende, coccolati dal gusto delicato dei pesci del Mediterraneo e il profumo della selvaggina tartufata, nonché dai grandi simboli della Provenza: il pastis, il Rosé, l’olio d’oliva, il fois gras. Un luogo dove si può trovare pace ed armonia nel silenzio del chiostro e dei suoi spazi.
A due passi dall’hotel si staglia la Basilica di S. Maximin, il più grande edificio gotico del sud-est della Francia, che testimonia un passato ricco e tumultuoso nella cui cripta sono conservate le spoglie di Maria Maddalena.
Da non perdere, la visita nel cuore della foresta Varoise, dell’Abbazia di Thoronet, immersa nel verde delle querce e dei castagneti, dove il tempo sembra essersi fermato. E’ una delle meraviglie architettoniche dell’arte Cistercense, dalla bellezza austera, senza artifizi, dove ogni pietra tramanda il canto dei monaci e ci parla della loro vita, del lavoro quotidiano di coltivazione dell’olivo e della vite.
Scendendo verso la costa, tra Marsiglia e Tolone, dove la natura mediterranea prende i suoi più bei colori, l’Hostellerie Bèrard vi accoglie nella splendida cornice della Cadière d’Azur.
Qui, la gastronomia è sapientemente curata da Renè Bèrard e da suo figlio Jean-Franoise, chef stellati, che vi conducono in un eccezionale percorso gastronomico.
Tutti i loro ortaggi e frutteti sono coltivati e curati personalmente in un magico giardino, la Bastide des saveurs” dove fiori, frutti ed erbe aromatiche fanno da protagonisti.
Un altro fiore all’occhiello della famiglia Bèrard è l’Aromaspa, d’ispirazione Gallo-romanica dove mani sapienti ti rigenerano con trattamenti mirati all’equilibrio psicofisico. Una famiglia doc con un’enorme passione ed entusiasmo per il loro lavoro che ci comunica la voglia di prenderci cura di noi stessi e di assaporare l’arte di vivere. Siamo ormai sulla strada dei vini che vi conduce, tra vigneti, cantine d’eccellenza e degustazioni a Bandol, affascinante cittadina balneare dove ogni anno, nella prima domenica di dicembre si fa festa, promuovendo l’arte vinicola e gastronomica con una fila di stand lungo il porto, che espongono le loro eccellenze.
Quest’anno, alla sua 30° edizione, che ha per tema “Fasti e misteri di Venezia”, danze e sbandieratori si alternano lungo il porticciolo dove professionisti e consumatori del vino e gastronomia giudicano i prodotti d’annata, dai vini bianchi agrumati, ai rosé, ai rossi con aromi di more e mirtilli.
Una sosta alla Brasserie Toche è d’obbligo. Qui potrete coniugare il piacere della buona tavola alla vista di un panorama incantevole.
Vi consigliamo, in questo piccolo paradiso, l’Hotel Île Rousse, completamente sul mare, rinnovato nel 2010 dove il comfort si coniuga al lusso.
La sua superba Spa Marine Thalazur, una delle leader in Francia della talassoterapia offre oltre ai classici percorsi detossinanti e rigeneranti quali saune, Hammam e idrogetti d’acqua di mare, un’infinità di trattamenti esclusivi da effettuare da soli o in coppia, coccolati da un’ equipe di qualità.
L’hotel invita ad una cucina leggera ma al tempo stesso saporita, con una particolare attenzione alla presentazione dei piatti.
Un viaggio affascinante in una terra ricca di contrasti, che si snoda tra case, viti, siti della memoria, cantine d’eccellenza, una miscela invisibile che risveglia i sensi, unica per gli occhi, per l’anima e il palato.
Carla Aghito
“Qualcuno con cui correre” per le strade della vita
January 26, 2012 by admin
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Claudio Vandi’s Picture from Flickr.com
“Qualcuno con cui correre” è un bellissimo romanzo scritto da David Grossman, uno degli autori più importanti nel panorama internazionale contemporaneo. Grossman ambienta la maggior parte della sua produzione nello stato di Israele e protagonista dei suo lavori è spesso il conflitto fra israeliani e arabi palestinesi. Questo romanzo si svolge a Gerusalemme ma non ha per tema la guerra, parla invece della storia di Assaf, un ragazzino di sedici anni che si trova a lavorare per il municipio e a girare per la città alla ricerca del padrone di un cane disperso. Durante la sua ricerca affronta diverse peripezie, viene arrestato, picchiato da alcuni bulli, si imbatte in personaggi particolari – l’ex tossicodipendente Leah, la suora di clausura Teodora – che piano piano lo aiutano a ricostruire un puzzle complesso che ha a che fare con la giovane Tamar. La vicenda in cui è coinvolta questa intraprendente ragazzina ha dell’incredibile, Tamar infatti si è spogliata di tutto fino a diventare un’artista di strada pur di entrare a far parte di un’organizzazione criminale che sfrutta i giovani talentuosi per arricchirsi in maniera illecita e che, tra gli altri, tiene in pugno anche suo fratello tossicodipendente con la promessa di fornirgli droga. Dopo diverse difficoltà Tamar riesce finalmente a liberare il fratello e decide di fuggire con lui in montagna per aiutarlo a disintossicarsi. È proprio qui che finalmente Assaf e Tamar si incontrano e le loro storie si intrecciano per sempre.
Non è qui dato spazio quindi allo spettro dell’annoso conflitto israeliano – palestinese. Piuttosto a dominare l’opera sono figure di adolescenti analizzate nei loro sentimenti più profondi. Questi ragazzi spesso si scagliano contro le difficoltà della vita con più coraggio e generosità di quanto non farebbero gli adulti e, con un pizzico di incoscienza, sfidano la vita e risolvono situazioni complicate. Qualcuno con cui correre è un libro avvincente, scritto in modo da coinvolgere il lettore e trascinarlo nella storia con quella fame di chi vuole sapere come va a finire. Protagonisti sono gli adolescenti e il loro mondo di piccoli/grandi problemi e di passioni innocenti che muovono all’azione. Il messaggio che ne emerge è molto bello, di solidarietà e di speranza per un futuro migliore. Un messaggio che, espresso dai giovani, lascia sperare che il Mondo possa un giorno essere diverso.
Barbara Pellegrini
Un Eastwood che non segna
January 24, 2012 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
L’ultimo film di Clint Eastwood, “J. Edgar”, prende il nome dall’omonimo funzionario e politico statunitense J. Edgar Hoover il quale lavorò all’FBI per oltre mezzo secolo . Nel film Edgar è già vecchio, intento a dettare a dei giovani giornalisti la sua biografia e le sue imprese che poi si scopriranno essere tutt’altro che vere.
In questo modo veniamo a conoscenza di quella che è stata tutta la sua vita al servizio dell’FBI dagli anni ’20 agli anni ’70 del ‘900. In questi anni in America accade di tutto: sono gli anni dei gangster, delle Pantere Nere, del Movimento per i diritti civili di Martin Luther King, del Ku Klux Klan, dell’omicidio di Kennedy e della Guerra Fredda.
La figura che ne traccia Clint Eastwood è quella di un uomo molto ambizioso ma soprattutto molto potente, che finirà per dedicare tutta la sua esistenza al suo lavoro e al ruolo da lui ricoperto. Ossessionato dalla sicurezza del paese Edgar vede possibili nemici ovunque, siano essi criminali, comunisti, radicali devono essere combattuti ed eliminati con ogni mezzo: minacce, violenza, infiltrazioni e indagini spesso illecite.
Un uomo forte, ma allo stesso tempo molto fragile. Infatti aldilà delle vicende storiche e politiche che si susseguono una dopo l’altra (in maniere a volta un po’ confusa) il film ci restituisce soprattutto il lato umano di quest’uomo, ossessionato oltre che dal suo lavoro anche dal rapporto con la madre.
Una madre autoritaria che vuole a tutti i costi, fin da bambino, che il figlio diventi qualcuno. Edgar riuscirà a diventare qualcuno e a non tradire le aspettative della madre ma il prezzo da pagare sarà altissimo, infatti sacrificherà tutti i suoi affetti e tutta la sua felicità per questo . Non si sposerà mai, e pare che fosse legato sentimentalmente a Clyde Tolson un suo stretto collaboratore, infatti già a partire dagli anni ’40 si vociferava sulla sua presunta omosessualità.
Il film nel complesso è ben riuscito ma in alcuni tratti rischia di diventare noioso e pesante, non fosse per la magistrale interpretazione di Leonardo Di Caprio. Inoltre cade con troppa facilità nel cliché freudiano per cui l’omosessualità si svilupperebbe dalla presenza di una figura materna forte, autoritaria ed ingombrante oltre che da un legame ossessivo con questa. Ma la cosa peggiore del film è forse il trucco con cui sono stati invecchiati gli attori. Da Naomi Watts, a Leonardo Di Caprio e soprattutto Armie Hammer, i loro volti da vecchi sono posticci e sembrano quasi fatti di gomma. Ma chissà che questo trucco non sia stato cercato e voluto proprio con l’intenzione di mostrare come la corruzione incida anche sulla vecchiaia e sul corpo oltre che sull’anima. Forse il problema però non è nel film in sé ma nelle aspettative che vi si erano create intorno. Da un grande regista come Clint Eastwood ci si aspettava un altro grande film, al pari di “Million Dollar Baby” o “Gran Torino” ma così non è stato.
Paola Tudino
Parra: un Universo che ipnotizza
January 6, 2012 by admin
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Il 2012 si è inaugurato, come ogni anno, con brindisi e fuochi d’artificio e si dà per scontato che il prossimo dicembre non rappresenti la fine del mondo, come previsto dalle previsioni del calendario Maya.
Calcoli matematici, osservazione di stelle e pianeti, analisi e ossessioni di numeri ci portano inevitabilmente a riflettere su ciò che è il binomio Uomo-Universo.
Gioni David Parra, con la sua personale “Orione come metafora” in calendario fino al 28 Gennaio presso Spazio Tadini a Milano, reinterpreta in chiave artistica il legame e il forte simbolismo tra i corpi celesti e l’uomo.
I dipinti e le sculture scelte per la mostra ipnotizzano, suggestionano. Elementi materici si intrecciano a colori fluidi e dall’intensità travolgente, si mescolano fra loro conferendo all’opera un senso di energia e di trasformazione, un senso di vita. Si delinea così il passaggio dall’oggettività antropocentrica alla libera soggettività cosmocentrica.
Parra con le sue opere riesce a trasmettere il fascino che i corpi celesti esercitano sul suo immaginario. Un fascino legato non solo ad una dimensione onirica, di desideri e magia, ma anche alla ricerca e alle scoperte scientifiche.
L’osservatore, quindi, grazie alle pennellate dell’artista, diventa egli stesso un “corpo spaziale” all’interno della sala, cerca un punto di equilibrio tra la sua posizione e i soggetti raffigurati nelle tele, assapora una sorta di assenza di gravità e scruta paesaggi lontani e segreti, giocando fra tempo, spazio e immaginazione.
Lasciatevi ipnotizzare dalle opere di un giovane artista italiano…un “astronauta pittore” che vi farà esplorare scenari nuovi e vi regalerà l’emozione di viaggiare nel Cosmo.
Eleonora Dafne Arnese
L’acqua, fonte di vita
January 6, 2012 by admin
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Namona’s Picture from Flickr.com
Le bevande disponibili oggi sono veramente tante, ma l’unica indispensabile al mantenimento della nostra salute è l’acqua.
Oltre a essere la bevanda più sana in assoluto, ci fornisce i sali minerali e i liquidi necessari che vengono persi durante il giorno dal nostro organismo.
Queste perdite devono essere reintegrate con un apporto quotidiano, che varia in base al clima, all’età, all’alimentazione e non deve comunque essere inferiore al litro.
La disidratazione, infatti, porta alla secchezza della pelle e all’affaticamento renale.
Ma non tutte le acque sono uguali, in particolar modo le acque minerali.
Ognuna si differenzia per specifiche caratteristiche, che dipendono dalla fonte di provenienza e dai sali minerali in essa disciolti e raccolti durante il lungo tragitto sotterraneo, tra le roccie.
Vengono infatti classificate in base ai tipi di sali minerali (detto residuo fisso) in esse contenuti:
- poco mineralizzate, leggere che facilitano la diuresi;
- oligominerali, con basso contenuto di sodio, ottime da tavola, favoriscono l’eliminazione delle scorie ed impurità attraverso la diuresi, prevengono e favoriscono l’espulsione dei calcoli renali;
- minerali, ricche di calcio, zolfo, ferro… e proprio per l’alta concentrazione di sali, se ne sconsiglia l’uso eccessivo;
- ricche di minerali, vengono assunte ad esclusivo scopo terapeutico, per esempio nei centri di cure termali.
Ma senza andare alle Terme, possiamo ogni giorno occuparci della nostra salute e benessere attraverso una corretta idratazione del nostro corpo imparando a scegliere l’acqua più idonea ai nostri bisogni.
Già gli antichi Romani e Greci davano all’acqua un’importanza rilevante sia per le abluzioni, sia per l’assunzione. Oggi, nella nostra società, l’acqua, sia essa liscia, gassata, o effervescente naturale, disseta tutti nella stessa misura ed è il bene più prezioso del nostro pianeta, cioè la vita.
Carla Aghito



















