Al Castello di Rivara, un cantiere per l’arte
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Il Castello di Rivara è molto più di una dimora storica, è un complesso architettonico che fa da sede ad un interessante progetto artistico. Questa tipica residenza nobiliare, nata nel 1163 nelle valli del Canavese a 30 chilometri da Torino, è stata trasformata da costruzione inutilizzata e in decadenza in una location in cui ospitare artisti per un periodo della loro vita, al fine di consentire loro di realizzare mostre e progetti di arte contemporanea. A questa attività si affianca anche quella di polo museale e di archivio storico dell’arte del nostro tempo. La struttura ha una lunga e intensa storia che ha contribuito a segnarne le fattezze. Nata come edificio medievale per simboleggiare l’imponenza del dominio dei regnanti locali, i Valperga, sugli abitanti e sugli eventuali nemici esterni, il castello nel XV secolo divenne poi sede dell’inquisizione e fu teatro di processi ed esecuzioni di presunte streghe del luogo. Lo stretto rapporto dell’edificio con l’arte ha inizio nel 1860, quando gli artisti della “Scuola di Rivara” si riunivano qui per dipingere en plein air anticipando per alcuni versi il movimento degli impressionisti francesi. Dal 1985 Franz Paludetto ha salvato il castello dal degrado e ne ha assunto la direzione artistica trasformandolo in un centro d’arte contemporanea tra i più interessanti nel nostro Paese. La struttura si compone di due edifici distinti, un maniero medievale ed un palazzo neobarocco, da un corpo di scuderie e dal parco che si estende su tutta la collina. Una location di sicuro fascino che ha a disposizione numerosi atélier e camere, dove abitualmente sono ospitati artisti italiani e stranieri, ed uno spazio espositivo multifunzionale di 2.530 mq. Qui un artista può trovare tutto il supporto necessario per realizzare le proprie opere in un ambiente creativo unico e può organizzare mostre, godendo del plus di poter vivere per un periodo all’interno della struttura. Unica condizione richiesta è quella di lasciare una delle proprie creazioni al castello di modo da contribuire ad arricchire quella che è la collezione permanente dello spazio, che rappresenta una raccolta preziosa di opere d’arte del nostro tempo. Il progetto di Paludetto è molto innovativo nel panorama delle iniziative messe in atto sul nostro territorio e testimonia l’intenzione nobile di creare uno spazio che sia di stimolo alla produzione artistica e che sia al contempo una struttura espositiva, un luogo privilegiato per l’incontro fra arte e visitatori. Il centro ospita anche un archivio che mette a disposizione del pubblico e degli artisti una biblioteca di circa 10.000 volumi e pubblicazioni, una raccolta fotografica in fase di digitalizzazione e una videoteca che raccoglie importanti pezzi di storia dell’arte. Galleria, museo, biblioteca, laboratorio, l’esperienza che propone il Castello di Rivara esplora realtà parallele dell’arte e si attesta come uno dei progetti che nel nostro tempo vanno maggiormente tenuti sotto controllo.
Barbara Pellegrini
In ricordo di Lucio Dalla
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Ci sembra di vederlo Pupi Avati negli anni 60, quando la leggenda narra che sconsolato, decise di lasciare il gruppo jazz bolognese di cui faceva parte, perché si sentiva un po’ messo in ombra da un certo Lucio Dalla.
Poi, a onor del vero, che grande regista è diventato il bolognese Pupi Avati.
E, cari lettori, vogliamo ricordare che straordinario artista ha dimostrato di essere Lucio Dalla durante la sua carriera lunga mezzo secolo?
Ci ha lasciato all’improvviso, dopo un’apparizione in punta di piedi al Festival di Sanremo dove ha diretto l’orchestra e ha fatto da “chioccia” al giovane Carone, suo ultimo pupillo.
Ora mettere insieme nell’ordine: album, partecipazioni a Sanremo e gli innumerevoli premi e riconoscimenti ottenuti dal cantautore bolognese, proprio non vogliamo farlo, ci piace di più ricordarlo da un’altra prospettiva, la più straordinaria, quella rappresentata dalle sue canzoni, ne abbiamo scelte solo alcune, dato che il repertorio di Dalla è immenso, come la sua grandezza d’artista che non ci abbandonerà mai.
Partiamo, senza alcun ordine di data, dalla canzone Futura.
Tutti se potessero, chiamerebbero la loro figlia femmina, Futura.
E’ un nome troppo impegnativo per molti e anche se qualcuno si è già avventurato con nomi bizzarri quali, che dire: Chanel o Vita, sorellina di Leone ed Oceano, perché qualcuno dovrebbe imbarazzarsi a chiamare la propria figlia Futura?
“Chissà domani su che cosa metteremo le mani, se si potrà contare le onde del mare e alzare la testa, non essere così seria, rimani… e se è una femmina si chiamerà Futura. Il suo nome dentro questa notte mette già paura, sarà diversa bella come una stella, sarai tu in miniatura”.
Poesia pura, di chi desidera un figlio dalla donna che ama, sognando che sia una femmina e che si chiamerà Futura, come l’avvenire incerto ma, allo stesso tempo meraviglioso, che li aspetta. Ad una coppia innamorata in attesa della loro creatura.
E chi non ricorda le facce buffe e gli incredibili gargarismi che Lucio Dalla faceva spesso, magari prima di iniziare ad esibirsi davanti al proprio pubblico?
L’impressione è quella di chi volesse in un certo senso sdrammatizzare, attraverso un comportamento volutamente scanzonato, la profondità dei testi che scriveva, come per esempio in: “Cosa sarà”, canzone che pone questioni ed interrogativi a cui sembra non esserci risposta.
Domande profonde, laiche, che cercano risposte che nessuno ( forse ) riuscirà mai a dare, su cosa muova l’animo umano e sulle domande irrisolte di molti davanti a certe tragedie, a determinati avvenimenti, con il meraviglioso assolo di sax finale, ricordo dell’anima jazz che ha sempre contraddistinto Dalla.
“Cosa sarà che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento, cosa sarà a far muovere il vento a fermare un poeta ubriaco a dare la morte per un pezzo di pane o un bacio non dato…”.
Poteva forse un bolognese come Dalla, non dedicare una canzone alla sua Città, con: “Piazza Grande”, un testo bellissimo che vogliamo dedicare a tutti coloro che hanno il coraggio di fare scelte difficili e dolorose, accettando le conseguenze delle proprie decisioni, ma non rimpiangendo nulla e non volendo tornare indietro sui propri passi, fieri delle proprie scelte difficili e controcorrente.
“Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è…
A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io, avrei bisogno di pregare Dio, ma la mia vita non la cambierò mai, a modo mio quel che sono l’ho voluto io.
Lenzuola bianche per coprirci non ne ho sotto le stelle in Piazza Grande e se la vita non ha sogni io li ho e te li do.
E se non ci sarà più gente come me, voglio morire in Piazza Grande, tra i gatti che non han padrone come me, attorno a me”.
E che dire della canzone che risponde nel titolo alla data di nascita del cantautore bolognese, quel 4 marzo 1943, che si sarebbe dovuta chiamare “Gesù Bambino” ma che non piacque alla censura, facendole cambiare così il titolo?
Il tema per i tempi era scottante, una ragazza madre, rimasta incinta a 16 anni di un militare americano e che: “mi volle chiamare come nostro Signore”.
Molti definiscono: “Caruso” un capolavoro, un testo che sembra lontano dalle corde e, allo stesso tempo, dalle origini bolognesi del grande cantautore.
In realtà, Lucio Dalla ha amato molto Napoli e i suoi abitanti se si pensa che per il brano “Canzone” il video è stato girato per le strade del capoluogo campano, con i protagonisti scelti dal cantautore bolognese, tra la gente comune e gli abitanti di un quartiere popolare.
Tornando a “Caruso”, molti sospettavano che fosse stata scritta da un cantautore napoletano, invece la grandezza di Lucio Dalla era proprio qui, riuscire a dare voce ad una terra così lontana dalle sue origini, ma così vicina alla sua anima.
“Qui dove il mare luccica e tira forte il vento
su una vecchia terrazza davanti al golfo di Surriento
un uomo abbraccia una ragazza dopo che aveva pianto
poi si schiarisce la voce e ricomincia il canto.
Te voglio bene assaje
ma tanto, tanto bene sai
è una catena ormai
che scioglie il sangue dint’e vene sai…
Vide le luci in mezzo al mare
pensò alle notti là in America
ma erano solo le lampare e la bianca scia di un’elica
sentì il dolore nella musica, si alzò dal pianoforte
ma quando vide la luna uscire da una nuvola
gli sembrò più dolce anche la morte
guardò negli occhi la ragazza, quegli occhi verdi come il mare
poi all’improvviso uscì una lacrima e lui credette di affogare”
Questo era Lucio Dalla, questa era la sua poesia, i suoi versi inimitabili, credo che ognuno di noi, di Lucio abbia una canzone preferita, come Anna e Marco e tante altre.
La canzone che si ama di più di Lucio Dalla è da custodire gelosamente, da custodire come una cosa a te molto cara.
Norman di Lieto
Il fallimento della politica in Italia
Alessandro Capotondi’s Picture from Flickr.com
Sembra incredibile, ma pare che gli italiani non sentano alcuna mancanza nei confronti dei politici che hanno lasciato la scena al Governo dei Professori guidato da Mario Monti.
Non perché si siano innamorati perdutamente di questo Esecutivo e degli uomini che lo compongono, ma molto più semplicemente perché si erano stancati della classe politica che ha tentato, in maniera maldestra, di rappresentare la classe dirigente di questo Paese.
Che cosa intendiamo dire?
Vi mancano, per caso, cari lettori, nell’ordine: Cicchitto, Gasparri, Brunetta, Calderoli, Gelmini, Santanchè e, per par condicio: Bersani, Franceschini, Di Pietro, Rosy Bindi, Rutelli, Casini e altri che volutamente non citiamo?
Eppure, questi personaggi sono sulla scena politica nazionale da tempo ormai immemorabile e, allo stesso tempo, pur lasciando il palcoscenico occupato da più di un Ventennio, sembra proprio che siano pronti a tornare e, nonostante gli italiani facciano una gran fatica a ricordare qualcosa che sia stato fatto da questi Signori per la Collettività, loro sono ancora in grado di sopravvivere al fantasma di loro stessi.
Addirittura qualche giorno fa, lo stesso Berlusconi ha proposto a Monti di rimanere oltre la soglia fatidica del 2013, e noi pensiamo: “perché no”?
“In nome del Popolo sovrano”, dove l’abbiamo sentita mai questa bella frase, oggi non conta più, a quanto ci par di capire, ma quelli della Seconda Repubblica sarebbero disposti a tutto, pur di rimanere attaccati alla poltrona anche se retrocessa in seconda fila, suvvia, si tratta pur sempre di una poltrona.
Se l’attuale Governo Monti comincia a parlare seriamente dei problemi del Paese e non più delle beghe di cortile tipiche dei “personaggi in cerca di autore” delle passate edizioni ( a quale stagione di questo reality eravamo arrivati , a proposito cari lettori, forse alla ventesima?) ci sembra di essere, giusto per rimanere in tema nazionalpopolartelevisivo, ad una puntata di: “Scherzi a parte”!
E’ proprio vero che oggi l’italiano finalmente comincia a pensare che, forse, un Governo serva proprio a questo, a dare un indirizzo ad uno Stato e ad un modo di intendere l’amministrazione della cosa pubblica che sia attenta, efficace ed efficiente.
Non crediamo che Monti sia un Mago, e neppure il Salvatore della Patria, ma che semplicemente si stia occupando dell’ordinaria amministrazione e, dato che prima non veniva gestita neppure quella, a tutti noi sembra di assistere ad un evento straordinario.
Ma non è così cari lettori, da una situazione di così basso profilo come quella che abbiamo registrato nel corso degli ultimi vent’anni, abbiamo ragione di credere che si potesse solo migliorare, non ci occorreva comunque un grande sforzo: Monti intanto esegue il compitino e, nel frattempo, speriamo che i replicanti non tornino in vita o saremmo davanti ad una riproposizione in salsa nostrana de: “Il ritorno dei morti viventi”.
Coraggio, basta solo evitare che possano ritornare un giorno, come se nulla fosse successo.
Ma attenzione cari lettori se…:”A volte ritornano”.
Norman di Lieto
Una mostra del grande Lindbergh
Luciano Consolini’s Picture from Flickr.com
A Milano apre i battenti la Fashion Week e l’Arte non può che adeguarsi. Infatti si sa che Arte e moda spesso si stringono l’occhiolino, affascinate dalle possibilità di fondersi l’una con l’altra. Una delle tante iniziative nate per l’occasione è un progetto di Testanera, storico brand impegnato da anni nella produzione di prodotti per la cura del capello, che ha coinvolto Peter Lindbergh, uno dei fotografi di moda più famosi al mondo, in una mostra in cui le vere protagoniste sono le acconciature. Per la kermesse milanese è stato pensato un progetto con 12 scatti di modelle bellissime che indossano acconciature particolari pensate per loro dagli hairstylist del brand. Si tratta degli Angel Looks, i look 2012 di Testanera, che presto vedremo adornare i volti di tante amiche e colleghe di lavoro.
Lindbergh può essere considerato tra i più importanti fotografi del mondo, in particolare è riconosciuto per il suo uso del bianco e nero e per i look minimali con cui ama ritrarre le sue modelle, con poco make-up e pettinature semplici. Autore di innumerevoli campagne stampa fin dagli anni ˙80, questo guru della fotografia ha vissuto in pieno gli anni dell’ascesa delle splendide top model del calibro di Christy Turlington, Naomi Campbell, Cindy Crawford e Linda Evangelista, che ha avuto il piacere di ritrarre con il suo obiettivo.
La sua firma è inconfondibile anche nei 12 scatti realizzati per interpretare i look 2012 di Testanera: assenza di colore e splendidi volti il cui l’hairstyling è messo in risalto con naturalezza e cura dei dettagli. Capelli corti, mossi, raccolti ordinatamente e lisci naturali conferiscono personalità e allure alle modelle immortalate con volti al naturale e styling semplice, a voler cosi’ sottolineare il ruolo chiave dell’acconciatura nella bellezza femminile.
Dal 22 al 28 febbraio, presso la Sala Colonne di Palazzo Clerici a Milano, la mostra sara’ visitabile con ingresso gratuito.
Barbara Pellegrini
Il Canone RAI: un furto con scasso
Marco Gentili’s Picture from Flickr.com
In tempo di crisi economica e di reale caccia agli evasori (finalmente) c’è un tributo che pochi pagano volentieri e, forse, qualche buon motivo ce l’hanno.
L’annosa questione del canone rai, il fu servizio pubblico, ormai diventato una vera barzelletta, visto che da decenni (Santoro fece una cruda puntata sul problema, prima di esser cacciato) nei consigli di amministrazione dell’emittente televisiva devono sedere a maggioranza esponenti vicini al governo e in minoranza, esponenti vicini alle forze politiche che hanno perso le elezioni.
E già questa è una vera anomalia.
Il direttore generale della Rai, il suo Presidente e tutto il top management devono essere preventivamente accettati dai partiti politici e buonanotte al servizio pubblico e all’indipendenza dello stesso da qualsiasi controllo politico.
Poi, una televisione di Stato che, così come le altre reti commerciali a cui non paghiamo nessun tributo, si comporta allo stesso modo: programmi scadenti, film di qualche secolo fa, stessi format, stessi conduttori dal posto fisso garantito (altro che articolo 18 da togliere ai poveri cristi) e una miriade di pubblicità, prima, durante e dopo la messa in onda di un film, una fiction o un varietà (a proposito a parte Fiorello, ne hanno fatto qualcuno ultimamente?).
Ma non è finita, il canone è un tributo e come tutti i tributi va pagato recita lo spot che la Rai ha appaltato ad un’Agenzia esterna e noi, da bravi cittadini, lo facciamo (mal)volentieri.
Dopo aver comunicato fino all’esaurimento che il pagamento di 112 € si doveva effettuare entro il 31 gennaio, ci comunicano anche che, passata tale scadenza, con una piccola sovrattassa sarebbe stato ancora possibile mettersi in regola con il pagamento del tributo.
Bene, lo paghiamo anziché il 31 gennaio, il giorno successivo, il 1 febbraio e la nostra piccola sovrattassa per aver osato pagare a mezzanotte e un quarto quindi con 15 minuti di ritardo ci è costato il pagamento della mora pari a € 4,41 che significa che gli interessi di mora che vengono applicati per un giorno di ritardo nel pagamento è pari a quasi il 4%.
Il 4% di mora per 15 minuti di ritardo, a noi non sembra propriamente legale, pur essendo un tributo che ogni cittadino è tenuto a pagare.
Se poi, la Rai è più le volte che non la vediamo di quelle in cui tentiamo di seguire un suo programma, ci sembra di aver subito una rapina, anche sugli interessi di mora.
Perché pagare un tributo a chi non ci offre un servizio pubblico degno di nome?
E se lo paghiamo, perché venire anche mortificati con interessi di mora così elevati?
L’anno prossimo siamo certi che pagheremo per tempo il canone, ma non siamo altrettanto certi che la Rai ci faccia cambiare idea sulla bontà di questo tributo, inutile, iniquo, senza alcun senso. Un vero furto con scasso.
Alfonso Della Mura
Posto fisso in Italia: figlio di un Paese ipocrita
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Secondo noi Professor Monti, lei ha ragione.
Che noia il posto fisso. Anche se lui, il professore (chi vuole prendere per i fondelli ?) ha sempre avuto il posto fisso, statale addirittura, avendo fatto per decenni il docente universitario burocrate.
Pensano che sia una noia nei Paesi anglossassoni, in Francia, in Cina, Giappone e in India.
E secondo noi, lo pensano anche in Italia.
Però, come sempre, con dei distinguo da fare e, portando degli esempi concreti.
Partiamo con una domanda, esiste davvero la mobilità sociale nel nostro Paese oggi?
Oppure chi intraprende un’attività lavorativa qualsiasi essa sia, sembra costretto a doverne fare la propria professione per una vita intera, senza possibilità di alternative reali?
Se un giovane entra nel mondo del lavoro, per esempio, con una laurea di primo livello, una laurea specialistica e vari master è così scontato che trovi un’occupazione in Italia?
In un Paese normale, civile non solo a parole, certamente, in Italia, un po’ meno.
E non parliamo di mobilità sociale per favore, che qui non sappiamo neppure che cosa sia.
Vi raccontiamo un episodio. Qualche anno fa conosciamo per caso un signore di 40 anni di New York, ingegnere civile, che aveva la “passionaccia” per il giornalismo, inizia a frequentare l’Università serale in giornalismo e il gioco è fatto, a 45 anni viene assunto dall’NBC.
Vi immaginate in Italia un ingegnere che a 40 anni sogna di cambiare vita e percorso professionale?
Non gli sarebbe permesso, altro che liberalizzazioni, è questione di cultura cari signori: se il nostro ingegnere volesse cambiare tutto a 40 anni per essere assunto in una redazione di un giornale italiano, verrebbe fatto seguire da qualche specialista da parte dei suoi familiari e anche da chi dovrebbe accoglierlo come nuovo collega.
Quindi, caro Monti, noi siamo d’accordo sulla sua affermazione, ma se il terreno dove si gioca il cambiamento è quello italiano, la vediamo difficile, molto difficile.
Ci si tiene stretto ciò che si ha, per mancanza di alternative, non per reale immobilismo.
Liberi di essere smentiti, in altri Paesi senz’altro, ma non in Italia, caro Professore.
Cambiamo prima realmente le possibilità di accesso ai nuovi lavori ( pagati possibilmente, se non è chiedere troppo ) e poi vediamo se non cessa un immobilismo causato dallo stesso sistema di cui anche lei, oggi, volente o nolente, fa parte.
Norman di Lieto
Pixar, una mostra straordinaria
Il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, fino al prossimo 14 Febbraio, accoglie un’insolita mostra che celebra i 25 anni di attività della Pixar, la più importante casa di produzione cinematografica specializzata in “computer generated imagery”, ossia la realizzazione di cortometraggi e lungometraggi digitali sviluppati con software e tecnologie grafiche innovative.
E’ difficile immaginare cosa aspettarsi da una mostra del genere. Una noiosa carrellata su tecniche e programmi che permettono di “costruire” i mondi immaginari che arrivano poi sui grandi schermi? Oppure una sorta di sfilata dei personaggi dei film Pixar sin dal suo esordio?
Ebbene, il mix che è stato sapientemente messo a punto dalle curatrici della mostra, Elyse Klaidman e Maria Grazia Mattei, ha avuto uno straordinario successo e il numero dei visitatori – più di 100.000 – ne è la prova.
Storyboard classici, disegnati e dipinti a mano dagli artisti, storyboard digitali che in formato video assemblano le sequenze dei disegni (story reel), le maquette (modelli tridimensionali in argilla) dei personaggi più noti e carismatici come Woody e Buzz di Toy Story, Nemo e la sua compagna di viaggio Dory, Wall-e con la sua Eve, ma anche Carl e Russel del film Up. Magiche anche le installazioni dello Zootropio e dell’Artscape capaci di stupire e incantare chiunque.
In giro per le sale, appassionati (come chi scrive), addetti ai lavori, ma anche tanti genitori con i loro piccoli, coinvolti attivamente nei Laboratori Disney-Pixar, in cui i giovani partecipanti con divertenti lezioni interattive si avvicinano ai processi artistico-creativi dei loro personaggi più affezionati.
Creatività e professionalità, libertà di ispirazione e rigore, esperienza e innovazione: sono questi i punti di forza del lavoro della Pixar, che per ogni film crea uno straordinario patrimonio artistico che viene plasmato per affascinare e mai deludere il proprio pubblico.
Una mostra notevole che, con più di 700 opere, incuriosisce, aiuta a capire quanto duro lavoro ci sia dietro alla realizzazione di un film d’animazione e guida il visitatore in un viaggio attraverso la creatività e la cultura digitale, due realtà che si completano e si influenzano a vicenda, creando personaggi, storie e mondi capaci di far “scivolare” nello schermo gli spettatori e far vivere loro una dimensione surreale.
Non vi rimane altro che lasciarvi catturare dalla magia della “fabbrica dei sogni”!
Eleonora Dafne Arnese
Il Taxi della rabbia on the road
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Che cosa c’è dietro la rabbia incontrollata dei tassisti italiani, dopo aver conosciuto la proposta sulle liberalizzazioni che riguarda anche loro?
Ad onor del vero nel Governo Prodi di breve durata, ci provò senza risultato, con le famose “lenzuolate” il ministro Bersani, che si ritrovò con il “lenzuolo in mano” ed un nulla di fatto bello e buono, causa barricate dei tassisti, così come accade oggi.
In partenza dall’Aeroporto di Malpensa e, con un volo in ritardo, intervistiamo un po’ di tassisti dell’Aeroporto della Brughiera, numerosi e che aspettano in coda per parecchio tempo di “caricare” un cliente.
“A volte, ci chiedono tragitti ridicoli, che non ci ripagano del tempo trascorso ad attendere” afferma Gino, prossimo alla pensione e che vorrebbe vendere prima la sua di licenza.
“La licenza è la mia buonuscita, una sorta di Tfr come esiste in ogni rapporto di lavoro e adesso vogliono liberalizzare e quindi io mi ritrovo dopo 30 anni di lavoro, con un pugno di mosche in mano?”.
Sono molti i tassisti giovani anche sotto i trent’anni e si Intravvedono da un po’ di tempo anche le donne al volante delle auto bianche.
Marco ha 28 anni un diploma di ragioniere e studi universitari abbandonati anzitempo, non trovava lavoro poi, un amico dei genitori, gli consiglia di comprarsi una licenza per guidare il taxi.
“Io la licenza l’ho pagata 180.000€, ho fatto un mutuo per ottenerla e adesso mi dicono che, magari un altro della mia età, potrà iniziare a farlo senza dover pagare nulla grazie alle liberalizzazioni, scusa…e non mi dovrei imbufalire?”.
Tra una partita a briscola nell’area arrivi di Malpensa, una lettura di giornali e un simposio sul Barcellona, su Messi che è più forte di Maradona e su chi vincerà lo scudetto il prossimo anno, Luigi, 45 anni, e l’aria di chi la sa lunga e afferma: “La verità caro dottore è semplice, questo lavoro lo può fare chiunque e dunque la concorrenza è spietata, ma se liberalizzano ognuno di noi che ha investito una media di 150 mila Euro per acquistare la licenza, si potrebbe sentir dire che era tutto uno scherzo, adesso c’è libero accesso cari Signori, e volete pure che non si scateni un putiferio?”.
Ognuno di loro ci invita a bere un caffè, dopo averci trovati forse noiosi, non sapendo disquisire di calcio, né tantomeno scaldarci per le sorti del campionato italiano.
Forse ci inquieta più pensare a come è combinato il nostro Paese, vabbè ragazzi io ordino una bella tisana e poi prendo l’aereo, destinazione oltreconfine, per respirare un po’ d’aria fresca, tornando ancora più arrabbiati e pensando che “basta davvero poco” per migliorare di molto l’Italia.
Norman di Lieto
twitter@normandilieto
Ambiente e informazione: un binomio difficile
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Con questo articolo iniziano una serie di contributi sulle problematiche dell’ambiente, curate da un’Addetta ai lavori.
Ognuno di noi è cosciente del volume che le notizie di carattere ambientale occupano nella cronaca quotidiana. Cambiamenti climatici, risparmio energetico, effetto serra, sversamenti di rifiuti e di petrolio sono termini così familiari, ci risuonano nelle orecchie da anni, eppure nessuno di noi sarebbe in grado di spiegare con chiarezza l’entità di questi fenomeni, tantomeno avere certezze sullo sviluppo dei fatti.
Questo è riconducibile principalmente a due motivi.
Da una parte da uno scorretto e purtroppo diffuso modo di comunicare, dove la notizia ha sempre più la finalità di stupire e sbalordire, agendo sull’impatto emotivo dell’ascoltatore e trascurando totalmente il contenuto. Anche perché spesso chi scrive o chi divulga, del contenuto non ne ha una minima idea. E così tutto diventa un’emergenza, una catastrofe, un allarme, salvo poi essere totalmente capovolto la settimana successiva, o scomparire come una meteora in uno spazio virtuale. Chi sa dire che fine ha fatto il petrolio sversato nel Golfo del Messico? E’ forse stato ricoperto dal livello dei mari che –si sa- è in risalita da un pezzo? O fuso dal fantomatico reattore di Fukushima, inglobato nel termovalorizzatore fantasma di Acerra? Panta rhei!
In secondo luogo, una sorta di “carenza culturale” in materia ci accompagna a partire dalle prime fasi educative, in quella fascia di età che si presenterebbe come la più sensibile, attenta e intraprendente. Le famiglie, nutrendo loro stesse scarsi interesse e conoscenza in materia, non riescono a trasmetterla alla prole e si affidano alle competenze degli istituti scolastici, i quali tuttavia, trovandosi spesso a combattere con tempi e bilanci ostili -salvo brillanti iniziative individuali- hanno sempre meno risorse da investire in quest’ambito.
La comunità scientifica dal canto suo discute e ridiscute su riviste di settore, spesso incomprensibili o sconosciute ai più, ma manca del supporto della grande comunicazione di massa. Avete mai provato a consultare i siti di università, centri di ricerca, agenzie ambientali? In Italia non è sempre così semplice e immediato trovare informazioni, risultati di studi e monitoraggi, come invece accade all’estero. Anche qui si può interpellare l’onnipresente mancanza di fondi, ma non è di questo che stiamo discutendo e non stiamo facendo nessun processo alle intenzioni.
Semplicemente, quello che proponiamo in questa sede è occuparci di attualità ambientale, con la maggior chiarezza e serietà possibile, per discutere di argomenti contingenti e trasmettere ai lettori qualche pillola di conoscenza che non lasci spazio a dubbi esistenziali e profonde angosce irrazionali, ma che permetta di comprendere qualcosa di più sull’ambiente. Perché è solo comprendendo per davvero che si può agire per migliorarlo.
Elisa Villa
L’albo dei giornalisti: un altro intervento inutile e sbagliato
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Ma quanto è dura intraprendere oggi, la carriera di giornalista?
Impervia cari colleghi, per chi lo è già e per chi sogna di diventarlo.
E il Premier Monti, fresco di tesserino da giornalista, si avvia a varare la manovra che dal prossimo mese di settembre dovrebbe portare alla cancellazione dell’albo dei pubblicisti.
Ma facciamo un po’ di storia, e di anomalie in salsa italiana.
L’Ordine dei Giornalisti è un Albo professionale istituito nel 1925, da un’idea di Benito Mussolini.
Qual era il suo fine?
Immaginiamo, forse non a torto, che l’istituzione di un Albo volto a regolamentare l’attività dei giornalisti, consentita solo a chi regolarmente iscritto all’Ordine, fosse un modo per poter controllare al meglio l’attività degli stessi e di ciò che scrivevano.
Comunque la Legge quadro è del 1963 ed è la numero 69, o Legge Gonella, che prevede l’iscrizione all’Albo da parte di due categorie di Giornalisti: i professionisti, coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista e quello dei Giornalisti pubblicisti, coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita, anche se esercitano altre professioni o impieghi.
Con la nuova proposta di Legge ( proposta dall’esecutivo guidato da Berlusconi ), verrebbero cancellati con un solo colpo di matita, 80.000 giornalisti pubblicisti.
Per poter fare il giornalista professionista, bisogna fare pratica per almeno 18 mesi presso una redazione che sia composta da almeno 4 professionisti a contratto e che attesti l’avvenuta pratica presso la testata.
Da qui il praticante può accedere all’esame di idoneità professionale a Roma ( non è un Esame di Stato, notate bene).
Se non ha i requisiti, in quanto non è riuscito a farsi accettare come praticante da qualsivoglia testata (chi prende ancora i praticanti, quasi nessuno cari lettori), potrà iscriversi ad una scuola di giornalismo, dove una volta frequentati i corsi per due anni potrà accedere all’esame di idoneità professionale.
Tra le altre cose, queste scuole sono molto costose.
Un’altra via è quella di praticare l’attività giornalistica per almeno due anni, venendo retribuito regolarmente per ottenere l’iscrizione ai pubblicisti, senza esame a Roma, per intenderci.
Se si cancellano i pubblicisti, rimarranno solo i professionisti.
Quindi un pubblicista, che esercita altra attività professionale, non potrà più scrivere, pena condanna per svolgimento di attività giornalistica abusiva ( sic ).
Comunque, la Carta di Firenze, è l’ultimo documento redatto da un Comitato di Saggi che ha deciso i metodi per far parte dell’Albo.
Essere pagato, innanzitutto.
E già questo, non è poi così semplice. Credeteci il mondo del giornalismo è una giungla e se il solo metodo per accertare chi è giornalista da chi non lo è, è quello di farsi pagare e anche bene, allora forse è pronta un’altra casta, di pochi soggetti ipergarantiti, abbandonando i cosiddetti senza rete, come li definisce nel suo ultimo numero “Tabloid”, il mensile dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.
Addio ai senza rete, lasciamo il posto solo agli ipergarantiti.
Eppure siamo d’accordo nel fare un giro di vite, senza se e senza ma, però deve essere fatto con regole chiare e certe e con l’analisi di requisiti professionali oggettivi per chi svolge questo mestiere che non può essere solo regolamento da quanto guadagni con la tua professione.
Per esempio, non abbiamo sentito parlare di Laurea, di possibilità da parte dei Pubblicisti di sostenere l’esame di idoneità professionale e, una volta superato l’esame, dotarsi di una dignità professionale che oggi, solo pochi eletti hanno, mentre in tanti, decisamente in troppi vivono la professione con passione ed etica deontologica senza veder riconosciuta loro quella dignità che meritano. Eppoi il giornalismo in Italia ha una lingua parlata solo in Italia, quindi solo qui si può svolger la professione, quindi senza possibilità in Europa. Quindi, ci spiegate che cavolo c’entra in questo caso l’adeguamento all’Europa ?
In attesa degli eventi, con la consapevolezza che forse, oltre al tanto rumore per nulla, la montagna potrebbe davvero partorire un topolino.
Norman di Lieto




















