Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

Pixar, una mostra straordinaria

January 31, 2012 by  
Categoria: attualità

Il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, fino al prossimo 14 Febbraio, accoglie un’insolita mostra che celebra i 25 anni di attività della Pixar, la più importante casa di produzione cinematografica specializzata in “computer generated imagery”, ossia la realizzazione di cortometraggi e lungometraggi digitali sviluppati con software e tecnologie grafiche innovative.

E’ difficile immaginare cosa aspettarsi da una mostra del genere. Una noiosa carrellata su tecniche e programmi che permettono di “costruire” i mondi immaginari che arrivano poi sui grandi schermi? Oppure una sorta di sfilata dei personaggi dei film Pixar sin dal suo esordio?

Ebbene, il mix che è stato sapientemente messo a punto dalle curatrici della mostra, Elyse Klaidman e Maria Grazia Mattei, ha avuto uno straordinario successo e il numero dei visitatori – più di 100.000 – ne è la prova.

Storyboard classici, disegnati e dipinti a mano dagli artisti, storyboard digitali che in formato video assemblano le sequenze dei disegni (story reel), le maquette (modelli tridimensionali in argilla) dei personaggi più noti e carismatici come Woody e Buzz di Toy Story, Nemo e la sua compagna di viaggio Dory, Wall-e con la sua Eve, ma anche Carl e Russel del film Up. Magiche anche le installazioni dello Zootropio e dell’Artscape capaci di stupire e incantare chiunque.

In giro per le sale, appassionati (come chi scrive), addetti ai lavori, ma anche tanti genitori con i loro piccoli, coinvolti attivamente nei Laboratori Disney-Pixar, in cui i giovani partecipanti con divertenti lezioni interattive si avvicinano ai processi artistico-creativi dei loro personaggi più affezionati.

Creatività e professionalità, libertà di ispirazione e rigore, esperienza e innovazione: sono questi i punti di forza del lavoro della Pixar, che per ogni film crea uno straordinario patrimonio artistico che viene plasmato per affascinare e mai deludere il proprio pubblico.

Una mostra notevole che, con più di 700 opere, incuriosisce, aiuta a capire quanto duro lavoro ci sia dietro alla realizzazione di un film d’animazione e guida il visitatore in un viaggio attraverso la creatività e la cultura digitale, due realtà che si completano e si influenzano a vicenda, creando personaggi, storie e mondi capaci di far “scivolare” nello schermo gli spettatori e far vivere loro una dimensione surreale.

Non vi rimane altro che lasciarvi catturare dalla magia della “fabbrica dei sogni”!

Eleonora Dafne Arnese

Il Taxi della rabbia on the road

January 30, 2012 by  
Categoria: attualità

auro’s Picture from Flickr.com

Che cosa c’è dietro la rabbia incontrollata dei tassisti italiani, dopo aver conosciuto la proposta sulle liberalizzazioni che riguarda anche loro?

Ad onor del vero nel Governo Prodi di breve durata, ci provò senza risultato, con le famose “lenzuolate” il ministro Bersani, che si ritrovò con il “lenzuolo in mano” ed un nulla di fatto bello e buono, causa barricate dei tassisti, così come accade oggi.

In partenza dall’Aeroporto di Malpensa e, con un volo in ritardo, intervistiamo un po’ di tassisti dell’Aeroporto della Brughiera, numerosi e che aspettano in coda per parecchio tempo di “caricare” un cliente.

“A volte, ci chiedono tragitti ridicoli, che non ci ripagano del tempo trascorso ad attendere” afferma Gino, prossimo alla pensione e che vorrebbe vendere prima la sua di licenza.

“La licenza è la mia buonuscita, una sorta di Tfr come esiste in ogni rapporto di lavoro e adesso vogliono liberalizzare e quindi io mi ritrovo dopo 30 anni di lavoro, con un pugno di mosche in mano?”.

Sono molti i tassisti giovani anche sotto i trent’anni e si Intravvedono da un po’ di tempo anche le donne al volante delle auto bianche.

Marco ha 28 anni un diploma di ragioniere e studi universitari abbandonati anzitempo, non trovava lavoro poi, un amico dei genitori, gli consiglia di comprarsi una licenza per guidare il taxi.

“Io la licenza l’ho pagata 180.000€, ho fatto un mutuo per ottenerla e adesso mi dicono che, magari un altro della mia età, potrà iniziare a farlo senza dover pagare nulla grazie alle liberalizzazioni, scusa…e non mi dovrei imbufalire?”.

Tra una partita a briscola nell’area arrivi di Malpensa, una lettura di giornali e un simposio sul Barcellona, su Messi che è più forte di Maradona e su chi vincerà lo scudetto il prossimo anno, Luigi, 45 anni, e l’aria di chi la sa lunga e afferma: “La verità caro dottore è semplice, questo lavoro lo può fare chiunque e dunque la concorrenza è spietata, ma se liberalizzano ognuno di noi che ha investito una media di 150 mila Euro per acquistare la licenza, si potrebbe sentir dire che era tutto uno scherzo, adesso c’è libero accesso cari Signori, e volete pure che non si scateni un putiferio?”.

Ognuno di loro ci invita a bere un caffè, dopo averci trovati forse noiosi, non sapendo disquisire di calcio, né tantomeno scaldarci per le sorti del campionato italiano.

Forse ci inquieta più pensare a come è combinato il nostro Paese, vabbè ragazzi io ordino una bella tisana e poi prendo l’aereo, destinazione oltreconfine, per respirare un po’ d’aria fresca, tornando ancora più arrabbiati e pensando che “basta davvero poco” per migliorare di molto l’Italia.

Norman di Lieto

twitter@normandilieto

 

 

 

 

RAPASCEET – Romanzo – IX e X Pillola

January 28, 2012 by  
Categoria: terza pagina

lisergicos-picture-from-flickrcom

Lisérgico’s Picture from Flickr.com

Riprendiamo la pubblicazione del Romanzo, con la IX e la X pillola. Come ricordiamo è firmato da un saggista che in questo caso rimane anonimo.

Il Romanzo continua ad essere pubblicato a puntate, in pillole. Un editore importante è oltremodo accetto per la pubblicazione cartacea.

A tutti buona lettura.

normandilieto@gmail.com

IX PARTE

Eccola, stesa su un lettino, gli occhi chiusi, ancora calda, con la bocca semiaperta e l’espressione tranquilla. Paul le bacia la fronte, le prende una mano, avvicina il viso, lo appoggia su quello della madre, come per riscaldarlo, come se volesse riportarlo in vita.

“Sai, ti ho amata tanto, ti ho pensata tanto quando ero lontano, quando andavo in giro per il mondo a fare le mie cose. E’ difficile spiegarti perché ho sempre avuto questa smania, questa voglia di cercare, di esplorare la vita come se fosse una giungla intricata. Sai in realtà ho sempre voluto farvi sentire fieri di me, te e papà. Ho sempre voluto dimostrarvi di sapermela cavare da solo, grazie anche a tutto quello che mi avevate insegnato e trasmesso. Sai, io oggi sono arrivato qui anche perché volevo dirti che sono stufo, a volte, di girare come una trottola da un posto all’altro, senza meta, però poi anche se dico così mi passa tutto e rincomincio a partire. Madre, mi ricordo quando mi preparavi l’insalata di pomodori insieme a quel formaggio duro che compravi in collina. Mi ricordo la tua frittata di patate e la crostata con la marmellata di arance e quella con le mele. Mamma ho voglia di urlare, soffro come un animale ferito, un cane bastonato, un passero senza un’ala, ti rendi conto che ti ho vista solo per pochi minuti, il tempo di salutarti e sei andata via. Forse non ne potevi più della vita, dei silenzi di papà della sua voglia di non fare, delle giornate sempre uguali, alzarsi, vestirsi, guardare fuori della finestra, dormire. Bye mummy, riposa serena”.

Le ore successive alla morte sono state un susseguirsi di dolore e dolore, una ferita mai cancellata.

Un problema dare la notizia al padre. Entra in casa, suo padre sta dormendo, lo sente e gli chiede:”La mamma?”. “Papà, daddy, la mamma non ce l’ha fatta. Non ha sofferto. E’ mancata in maniera serena”. Lui piange, con scossoni alle spalle. Paul lo abbraccia, forte, forte. “Non piangere papà, ci sono io, per te, per noi.

Una mattina mentre sistema un cassetto dove la madre usava custodire piccoli ricordi, trova una lettera a lui indirizzata che nell’ultima parte contiene queste parole:

- Sono sempre stata fiera del tuo spirito libero, sei sempre stato così differente dai figli delle mie amiche, noiosi, prevedibili, troppo seri. Tu invece, con la tua fantasia, hai riempito anche le mie giornate, tramite i tuoi viaggi ho viaggiato anch’io. Ti stimo e ti ho stimato, però ogni volta che sei partito mi hai lasciato un gran vuoto, non te l’ho mai detto e forse non riuscirò neanche a dirtelo con questa lettera, perché non avrò il coraggio di spedirtela. Ho sofferto ogni volta, però poi ho sempre pensato che tu eri felice così e anch’io ero un po’ felice.

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X PILLOLA

Paul ha fame, entra in un ristorante indiano, ordina un pollo tandoori con contorno di verdure allo yogurt, una bottiglia di vino rosso. Mangia con voracità e beve tutto il vino, esce sazio e con la testa piena della ragazza nera, ha saputo che si chiama Mughilla, conosciuta nel locale preferito da Susan.

Ormai è sera, il locale apre tra poche ore.

Cammina, da un quartiere all’altro, prendendo anche un paio di metropolitane. Arriva a Highgate e scende verso il centro. Non cammina, corre. Vuole arrivare. E’ tutto vestito di blu, pantaloni sportivi di cotone, camicia jeans e maglione.

E’ all’entrata. E’ dentro la sala.

C’è già un po’ di gente.

Eccola, è lei, parla con un’amica, seduta in un angolo. La guarda come inebetito.

normandilieto@gmail.com

“Qualcuno con cui correre” per le strade della vita

January 26, 2012 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

Claudio Vandi’s Picture from Flickr.com

Qualcuno con cui correre” è un bellissimo romanzo scritto da David Grossman, uno degli autori più importanti nel panorama internazionale contemporaneo. Grossman ambienta la maggior parte della sua produzione nello stato di Israele e protagonista dei suo lavori è spesso il conflitto fra israeliani e arabi palestinesi. Questo romanzo si svolge a Gerusalemme  ma non ha per tema la guerra, parla invece della storia di Assaf, un ragazzino di sedici anni che si trova a lavorare per il municipio e a girare per la città alla ricerca del padrone di un cane disperso. Durante la sua ricerca affronta diverse peripezie, viene arrestato, picchiato da alcuni bulli, si imbatte in personaggi particolari – l’ex tossicodipendente Leah, la suora di clausura Teodora – che piano piano lo aiutano a ricostruire un puzzle complesso che ha a che fare con la giovane Tamar. La vicenda in cui è coinvolta questa intraprendente ragazzina ha dell’incredibile, Tamar infatti si è spogliata di tutto fino a diventare un’artista di strada pur di entrare a far parte di un’organizzazione criminale che sfrutta i giovani talentuosi per arricchirsi in maniera illecita e che, tra gli altri, tiene in pugno anche suo fratello tossicodipendente con la promessa di fornirgli droga. Dopo diverse difficoltà Tamar riesce finalmente a liberare il fratello e decide di fuggire con lui in montagna per aiutarlo a disintossicarsi. È proprio qui che finalmente Assaf e Tamar si incontrano e le loro storie si intrecciano per sempre.
Non è qui dato spazio quindi allo spettro dell’annoso conflitto israeliano – palestinese. Piuttosto a dominare l’opera sono figure di adolescenti analizzate nei loro sentimenti più profondi. Questi ragazzi spesso si scagliano contro le difficoltà della vita con più coraggio e generosità di quanto non farebbero gli adulti e, con un pizzico di incoscienza, sfidano la vita e risolvono situazioni complicate. Qualcuno con cui correre è un libro avvincente, scritto in modo da coinvolgere il lettore e trascinarlo nella storia con quella fame di chi vuole sapere come va a finire. Protagonisti sono gli adolescenti e il loro mondo di piccoli/grandi problemi e di passioni innocenti che muovono all’azione. Il messaggio che ne emerge è molto bello, di solidarietà e di speranza per un futuro migliore. Un messaggio che, espresso dai giovani, lascia sperare che il Mondo possa un giorno essere diverso.

Barbara Pellegrini

 

 

Madrid, dove la Spagna ha inizio

January 26, 2012 by  
Categoria: world wide

Moyann_Brenn’s Picture from Flickr.com

Madrid è indubbiamente il cuore della cultura castigliana e, da ormai cinque secoli, ha conquistato la leadership economica e politica della Spagna. La capitale iberica è la meta di partenza più classica di tutti i viaggi alla scoperta del Paese, poiché comprende in sé suoni sapori e tradizioni di tutta la nazione e rappresenta la Mecca della movida spagnola. Tra le bellezze che ospita ricordiamo la Puerta del Sol, dove si trova la placca del “kilometro zero” a partire dal quale si calcolano tutte le distanze nello stato spagnolo, la Plaza Mayor, con le facciate dei palazzi dipinte con personaggi che osservano incessantemente lo svolgersi della vita cittadina, e il Palazzo Reale, una sontuosa ed imponente meraviglia che ha poco da invidiare alle dimore regali dei cugini francesi. Se poi volete fare un’esperienza dal sapore tipicamente spagnolo potete recarvi a Plaza de Toros che vanta la più grande arena della Spagna e una delle maggiori al mondo nella quale si sono esibiti i più importanti toreri della storia. All’interno dell’arena ha sede inoltre un’esposizione dedicata alla storia della corrida.

I musei sono senz’altro l’attrazione turistica più importante della città e sono perfettamente organizzati e gestiti. Gli amanti del periodo classico possono aggirarsi per le sale del Museo del Prado per ammirare la splendida Maya Desnuda del perfetto Goya, mentre gli amanti dello stile moderno e contemporaneo preferiranno visitare il Museo Thyssen-Bornemisza e il Centro di arte della regina Sofía. Quest’ultimo ospita il capolavoro di Picasso, La Guernica. La vista di questo dipinto vale da sola la visita della città. Simbolo per gli spagnoli sia della fine del regime franchista che del nazionalismo, così come lo era stato prima per tutta l’Europa, della resistenza al nazismo questo quadro è forte, intenso e sprigiona un’energia così perfetta che rapisce. La lampadina che simboleggia la ragione che deve vincere sull’assurdità della guerra e la spada spezzata da cui nasce un timido fiore, speranza per un futuro migliore, sono simboli bellissimi di una capacità fuori dal comune di tradurre il pensiero in arte.

Se di arte vi interessate poco ma siete amanti dello shopping suggeriamo in alternativa di percorrere la Gran Via, un susseguirsi di vetrine delle firme più importanti nel panorama della moda spagnola e non. E poi si sa, siamo in Spagna, si può forse evitare di fare un giro da Zara, il tempio della moda low cost, proprio nella sua madrepatria?

Ma la cultura madrilena si esprime anche attraverso il cibo, come pensare di perdersi il maialino arrosto con patate cucinato nel ristorante più antico del mondo? Al Botìn, nato nel 1725, magari non vivrete l’esperienza culinaria migliore della vostra vita, ma se non altro potrete mangiare nelle stesse sale in cui lavorò come lavapiatti Francisco Goya. E per chi ancora non fosse sazio la città offre una miriade di ristorantini in cui gustare tapas, boccadillos e tortillas magari accompagnati da una buona sangria. Per concludere degnamente la serata basta scegliere in uno dei tanti localini che affollano le vie dei quartieri della Chueca o di Malasaña per bersi una cosa e saggiare in prima persona la celebre movida di Madrid. Visitare questa città è quindi un’esperienza unica che porta alla conoscenza della cultura e della tradizione spagnola ma che coniuga a questa un’attenzione per la modernità e il divertimento più sfrenato di cui la penisola iberica è senza dubbio regina in Europa.

Barbara Pellegrini

 

Un Eastwood che non segna

January 24, 2012 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

L’ultimo film di Clint Eastwood,  “J. Edgar”, prende il nome dall’omonimo funzionario e politico statunitense  J. Edgar Hoover  il quale lavorò  all’FBI per oltre mezzo secolo . Nel film Edgar è già vecchio, intento a dettare a dei giovani giornalisti la sua biografia e le sue imprese che poi si scopriranno essere tutt’altro che vere.

In questo modo veniamo a conoscenza di quella che è stata tutta la sua vita al servizio dell’FBI dagli anni ’20 agli anni ’70 del ‘900. In questi anni in America accade di tutto: sono gli anni dei gangster, delle Pantere Nere, del Movimento per i diritti civili di Martin Luther King, del Ku Klux Klan, dell’omicidio di Kennedy e della Guerra Fredda.

La figura che ne traccia Clint Eastwood è quella di un uomo molto ambizioso ma soprattutto molto potente, che finirà per dedicare tutta la sua esistenza al suo lavoro e al ruolo da lui ricoperto. Ossessionato dalla sicurezza del paese Edgar vede possibili nemici ovunque, siano essi criminali, comunisti, radicali devono essere combattuti ed eliminati con ogni mezzo: minacce, violenza, infiltrazioni e indagini spesso illecite.

Un uomo forte, ma allo stesso tempo molto fragile. Infatti aldilà delle vicende storiche e politiche che si susseguono una dopo l’altra (in maniere a volta un po’ confusa)  il film ci restituisce soprattutto il lato umano di quest’uomo, ossessionato oltre che dal suo lavoro anche dal rapporto con la madre.

Una madre autoritaria che vuole a tutti i costi, fin da bambino, che il figlio diventi qualcuno. Edgar riuscirà a diventare qualcuno e a non tradire le aspettative della madre  ma il prezzo da pagare sarà altissimo, infatti sacrificherà tutti i suoi affetti e tutta la sua felicità per questo .  Non si sposerà mai, e pare che fosse legato sentimentalmente a Clyde Tolson un suo stretto collaboratore, infatti già a partire dagli anni ’40 si vociferava sulla sua presunta omosessualità.

Il film nel complesso è ben riuscito ma in alcuni tratti rischia di diventare noioso e pesante,  non fosse per la magistrale interpretazione di Leonardo Di Caprio. Inoltre cade con troppa facilità nel cliché freudiano per cui l’omosessualità si svilupperebbe dalla presenza di una figura materna  forte,  autoritaria ed ingombrante oltre che da un legame ossessivo con questa. Ma la cosa peggiore del film è forse il trucco con cui sono stati invecchiati gli attori. Da Naomi Watts, a Leonardo Di Caprio e soprattutto Armie Hammer, i loro volti da vecchi  sono posticci e sembrano quasi fatti di gomma. Ma chissà che questo trucco non sia stato cercato e voluto proprio con l’intenzione di mostrare come la corruzione incida anche sulla vecchiaia e sul corpo oltre che sull’anima. Forse il problema però non è nel film in sé ma nelle aspettative che vi si erano create intorno. Da un grande regista come Clint Eastwood ci si aspettava un altro grande film, al pari di  “Million Dollar Baby” o  “Gran Torino” ma così non è stato.

Paola Tudino

Pubblicità Progresso ha quarant’anni

January 24, 2012 by  
Categoria: terza pagina

Pubblicità Progresso ha compiuto quarant’anni. Il suo principale obiettivo è promuovere e realizzare campagne pubblicitarie per stimolare la coscienza delle persone e delle organizzazioni ad agire per il bene comune. È stata creata dalle maggiori organizzazioni operanti professionalmente nel settore pubblicitario, che volevano migliorare l’immagine delle imprese e della pubblicità. Va considerato infatti che alla fine degli anni Sessanta erano molto forti le critiche rivolte al sistema delle imprese e alla comunicazione pubblicitaria, accusata di manipolare le menti delle persone.

Va sottolineato inoltre che quando Pubblicità Progresso ha cominciato la sua attività, lo Stato italiano non era ancora attivo nell’ambito delle iniziative di comunicazione su tematiche di tipo sociale. L’intenzione degli operatori del settore pubblicitario era pertanto anche quella di stimolare lo Stato ad investire in tale ambito, naturalmente per poterne ottenere dei consistenti vantaggi. Questo risultato è stato in parte raggiunto, in quanto negli anni successivi lo Stato italiano ha commissionato alcune campagne di tipo sociale, sebbene la quantità di tali campagne sia comunque modesta se confrontata con quella degli altri Paesi avanzati.

Pubblicità Progresso ha il merito di avere reso più sensibili gli italiani rispetto a molti problemi sociali. Si è occupata, ad esempio, di Aids, razzismo, incidenti sul lavoro, promozione del volontariato, prevenzione degli incidenti domestici, ecc. E alcune sue campagne sono rimaste scolpite nella memoria collettiva, come quelle con gli slogan «Donate sangue», «Il verde è tuo: difendilo» e «Chi fuma avvelena anche te. Digli di smettere». Si tratta di campagne degli anni Settanta e probabilmente il loro successo è dovuto al carattere innovativo che possedevano rispetto al contesto pubblicitario italiano dell’epoca e alla minore quantità di messaggi complessivamente presenti nei media rispetto ad oggi.

Ma probabilmente Pubblicità Progresso sta anche esaurendo la sua spinta propulsiva iniziale. Le campagne degli ultimi anni sono state infatti poco efficaci, perché hanno utilizzato toni misurati e soft, mentre è dimostrato che per le campagne sociali è necessario fare ricorso a linguaggi forti e spesso “choccanti”.

Vanni Codeluppi

Docente Università di Modena e Reggio Emilia

Ambiente e informazione: un binomio difficile

January 13, 2012 by  
Categoria: attualità

artemanuele

Artemanuele’s Picture from Flickr.com

Con questo articolo iniziano una serie di contributi sulle problematiche dell’ambiente, curate da un’Addetta ai lavori.

Ognuno di noi è cosciente del volume che le notizie di carattere ambientale occupano nella cronaca quotidiana. Cambiamenti climatici, risparmio energetico, effetto serra, sversamenti di rifiuti e di petrolio sono termini così familiari, ci risuonano nelle orecchie da anni, eppure nessuno di noi sarebbe in grado di spiegare con chiarezza l’entità di questi fenomeni, tantomeno avere certezze sullo sviluppo dei fatti.

Questo è riconducibile principalmente a due motivi.

Da una parte da uno scorretto e purtroppo diffuso modo di comunicare, dove la notizia ha sempre più la finalità di stupire e sbalordire, agendo sull’impatto emotivo dell’ascoltatore e trascurando totalmente il contenuto. Anche perché spesso chi scrive o chi divulga, del contenuto non ne ha una minima idea. E così tutto diventa un’emergenza, una catastrofe, un allarme, salvo poi essere totalmente capovolto la settimana successiva, o scomparire come una meteora in uno spazio virtuale. Chi sa dire che fine ha fatto il petrolio sversato nel Golfo del Messico? E’ forse stato ricoperto dal livello dei mari che –si sa- è in risalita da un pezzo? O fuso dal fantomatico reattore di Fukushima, inglobato nel termovalorizzatore fantasma di Acerra? Panta rhei!

In secondo luogo, una sorta di “carenza culturale” in materia ci accompagna a partire dalle prime fasi educative, in quella fascia di età che si presenterebbe come la più sensibile, attenta e intraprendente. Le famiglie, nutrendo loro stesse scarsi interesse e conoscenza in materia, non riescono a trasmetterla alla prole e si affidano alle competenze degli istituti scolastici, i quali tuttavia, trovandosi spesso a combattere con tempi e bilanci ostili -salvo brillanti iniziative individuali- hanno sempre meno risorse da investire in quest’ambito.

La comunità scientifica dal canto suo discute e ridiscute su riviste di settore, spesso incomprensibili o sconosciute ai più, ma manca del supporto della grande comunicazione di massa. Avete mai provato a consultare i siti di università, centri di ricerca, agenzie ambientali? In Italia non è sempre così semplice e immediato trovare informazioni, risultati di studi e monitoraggi, come invece accade all’estero. Anche qui si può interpellare l’onnipresente mancanza di fondi, ma non è di questo che stiamo discutendo e non stiamo facendo nessun processo alle intenzioni.

Semplicemente, quello che proponiamo in questa sede è occuparci di attualità ambientale, con la maggior chiarezza e serietà possibile, per discutere di argomenti contingenti e trasmettere ai lettori qualche pillola di conoscenza che non lasci spazio a dubbi esistenziali e profonde angosce irrazionali, ma che permetta di comprendere qualcosa di più sull’ambiente. Perché è solo comprendendo per davvero che si può agire per migliorarlo.

Elisa Villa

L’albo dei giornalisti: un altro intervento inutile e sbagliato

January 9, 2012 by  
Categoria: attualità

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Flipmagazine’s Picture

Ma quanto è dura intraprendere oggi, la carriera di giornalista?

Impervia cari colleghi, per chi lo è già e per chi sogna di diventarlo.

E il Premier Monti, fresco di tesserino da giornalista, si avvia a varare la manovra che dal prossimo mese di settembre dovrebbe portare alla cancellazione dell’albo dei pubblicisti.

Ma facciamo un po’ di storia, e di anomalie in salsa italiana.

L’Ordine dei Giornalisti è un Albo professionale istituito nel 1925, da un’idea di Benito Mussolini.

Qual era il suo fine?

Immaginiamo, forse non a torto, che l’istituzione di un Albo volto a regolamentare l’attività dei giornalisti, consentita solo a chi regolarmente iscritto all’Ordine, fosse un modo per poter controllare al meglio l’attività degli stessi e di ciò che scrivevano.

Comunque la Legge quadro è del 1963 ed è la numero 69, o Legge Gonella, che prevede l’iscrizione all’Albo da parte di due categorie di Giornalisti: i professionisti, coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista e quello dei Giornalisti pubblicisti, coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita, anche se esercitano altre professioni o impieghi.

Con la nuova proposta di Legge ( proposta dall’esecutivo guidato da Berlusconi ), verrebbero cancellati con un solo colpo di matita, 80.000 giornalisti pubblicisti.

Per poter fare il giornalista professionista, bisogna fare pratica per almeno 18 mesi presso una redazione che sia composta da almeno 4 professionisti a contratto e che attesti l’avvenuta pratica presso la testata.

Da qui il praticante può accedere all’esame di idoneità professionale a Roma ( non è un Esame di Stato, notate bene).

Se non ha i requisiti, in quanto non è riuscito a farsi accettare come praticante da qualsivoglia testata (chi prende ancora i praticanti, quasi nessuno cari lettori), potrà iscriversi ad una scuola di giornalismo, dove una volta frequentati i corsi per due anni potrà accedere all’esame di idoneità professionale.

Tra le altre cose, queste scuole sono molto costose.

Un’altra via è quella di praticare l’attività giornalistica per almeno due anni, venendo retribuito regolarmente per ottenere l’iscrizione ai pubblicisti, senza esame a Roma, per intenderci.

Se si cancellano i pubblicisti, rimarranno solo i professionisti.

Quindi un pubblicista, che esercita altra attività professionale, non potrà più scrivere, pena condanna per svolgimento di attività giornalistica abusiva ( sic ).

Comunque, la Carta di Firenze, è l’ultimo documento redatto da un Comitato di Saggi che ha deciso i metodi per far parte dell’Albo.

Essere pagato, innanzitutto.

E già questo, non è poi così semplice. Credeteci il mondo del giornalismo è una giungla e se il solo metodo per accertare chi è giornalista da chi non lo è, è quello di farsi pagare e anche bene, allora forse è pronta un’altra casta, di pochi soggetti ipergarantiti, abbandonando i cosiddetti senza rete, come li definisce nel suo ultimo numero “Tabloid”, il mensile dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.

Addio ai senza rete, lasciamo il posto solo agli ipergarantiti.

Eppure siamo d’accordo nel fare un giro di vite, senza se e senza ma, però deve essere fatto con regole chiare e certe e con l’analisi di requisiti professionali oggettivi per chi svolge questo mestiere che non può essere solo regolamento da quanto guadagni con la tua professione.

Per esempio, non abbiamo sentito parlare di Laurea, di possibilità da parte dei Pubblicisti di sostenere l’esame di idoneità professionale e, una volta superato l’esame, dotarsi di una dignità professionale che oggi, solo pochi eletti hanno, mentre in tanti, decisamente in troppi vivono la professione con passione ed etica deontologica senza veder riconosciuta loro quella dignità che meritano. Eppoi il giornalismo in Italia ha una lingua parlata solo in Italia, quindi solo qui si può svolger la professione, quindi senza possibilità in Europa. Quindi, ci spiegate che cavolo c’entra in questo caso l’adeguamento all’Europa ?

In attesa degli eventi, con la consapevolezza che forse, oltre al tanto rumore per nulla, la montagna potrebbe davvero partorire un topolino.

Norman di Lieto

Un Garage dove parcheggiare la propria serata

January 9, 2012 by  
Categoria: world wide

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Scott Klettke’s Picture from Flickr.com

New York City

Chi viene nella capitale del Mondo, prima o poi capita al Greenwich Village, o semplicemente al Village, come lo chiamano qui. E’ una tappa obbligata, andar per le strade strette, piene di negozi, molti vintage e i musicisti che agli angoli della strada si esibiscono in estemporanei concerti. Un tempo, qui era il centro degli intellettuali e degli artisti di Manhattan, poi la città in continua trasformazione, ha mutato anche questa parte di se stessa. Ma rimane la zona del jazz e non solo, di locali che bisogna vedere, frequentare, sentire, per godere la notte vera di New York City.

Come dimenticare il Blue Note, il Village Vanguard, lo Small’s, e tanti altri. Nella zona, un nome torna ogni tanto alla ribalta, con alterna fortuna. Si tratta del Garage, un locale che senza una precisa continuità storica, ma solo nominale, domina la scena del Village. Negli anni Ottanta con questo nome esisteva un locale, in King Street, molto cool. Ha lanciato decine di star, una su tutte Madonna, che si esibiva molto spesso su quel palco e vi ha inciso anche il suo primo lavoro. Dopo una decina d’anni la location ha chiuso i battenti, lasciando un ricordo indelebile nei frequentatori più assidui. Ma il Garage non è sparito. Con lo stesso nome, ma con una precisa impronta jazz, continua un’ insegna che ha negli appassionati della musica d’improvvisazione un seguito fedele. Si trova all’angolo con la 7th Avenue South, in un bel l’ edificio di mattoni rossi, poco distante dallo storico omonimo e garantisce serate di jazz indimenticabili. Non è un locale per turisti e, accanto ad un’atmosfera piena di legno e ferro, affascina il frequentatore con un palco ampio e teatrale che fa venir i brividi a chi sente arrivare il jazz nelle vene. E’ anche ristorante. La cucina è molto made in USA, niente di speciale, ma è tale la musica che si passa sopra ai soliti gamberoni e alla steak insapore.

Chi vuole passare una serata tra musica, old fashion e un pizzico di romanticismo trova qui l’indirizzo ideale, con prezzi accettabili e tanta empatia yankee.

Mauro Pecchenino

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