Cesaria Evora, quando la nostalgia diventa arte
December 25, 2011 by admin
Categoria: world wide
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Parigi
Nella capitale francese, mentre passeggiamo in un affollatissimo e natalizio Boulevard Saint Michel, ci raggiunge la notizia della morte di Cesaria Evora. L’artista originaria di Capo Verde aveva raggiunto il successo intorno ai cinquant’anni, lanciata proprio dai critici della Ville Lumière. I francesi erano rimasti molto colpiti dalla voce originale e ricca di pathos della Evora e le avevano prodotto un disco imperdibile La diva aux pieds nus, divenuto poi il suo nome di battaglia in tutto il mondo “the barefoot diva”, per la sua abitudine di cantare scalza. Ebbe successo già in età matura , ma iniziò a cantare molto presto nella sua isola, guadagnando pochi spiccioli e diffondendo il suo canto che prende al cuore, la Morna, un mix di musica africana e di fado portoghese. Un genere antico e modernissimo, che ha ispirato molti artisti nel mondo: da Sting a Santana, di recente Vinicio Capossela ha scritto un pezzo con questo titolo e ispirato alla musica capoverdiana. Un genere che mescola storie di strada, alla nostalgia per la propria terra (la saudade tanto cara ai popoli di lingua portoghese). Abbiamo assistito, una decina di anni fa, a un concerto della Evora all’Olympia, il tempio della musica mondiale, fondato in boulevard des Capucines da Bruno Coquatrix. Quando arrivammo nella grande sala un po’ démodé, già piena, il sipario era chiuso e i francesi attendevano l’inizio del concerto, gridando ogni tanto il nome “Cesarià” e accennando ad una breve catena di applausi. Si percepiva una forte emozione. Poi , buio, inizia la musica, si apre il sipario e compare lei, con il suo corpo scuro e florido, il sorriso di chi vuol far sapere di essere felice e inizia a cantare Sodade, il suo pezzo noto in tutto il mondo e che ha fatto impazzire il pubblico di americano. La gente sembra impazzita, tutti in piedi ad applaudire e a urlare il suo nome, mentre Cesaria, sorride, con il suo abito colorato e i piedi nudi, accennando qualche passo di danza. All’improvviso è mancata e sui giornali che stipano le edicole parigine si legge una grande, tangibile tristezza e saudade, pensando a Cesaria, al suo sorriso e ai suoi ritmi coinvolgenti. FlipMagazine si unisce al lutto di tutti i fan nel mondo.
Mauro Pecchenino
Banche e arte: nasce il polo museale Gallerie d’Italia
December 22, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Mardiam40gabrieleon-offline’s Picture from Flickr.com
In questo periodo in cui non si fa che parlare male delle banche, è importante poter citare un’iniziativa che vede gli istituti di credito coinvolti in chiave positiva. Dal 3 di novembre infatti Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo si sono unite nel segno dell’arte e hanno dato vita al polo museale Gallerie d’Italia, un progetto che prevede di aprire al pubblico il patrimonio artistico di proprietà dei due colossi bancari italiani. Questa iniziativa, nata nell’anno delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità di Italia, è infatti manifestazione della volontà da parte di Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo di valorizzare e condividere i propri beni artistici, architettonici e archivistici, nella consapevolezza dell’importanza della crescita culturale come motore di sviluppo del territorio e del Paese.
Gallerie d’Italia ha sede in Piazza Scala, all’interno di due palazzi storici, Palazzo Anguissola e Palazzo Brentani, di proprietà di Intesa Sanpaolo che fanno da splendida cornice a ben 197 opere che appartengono alle collezioni delle fondazioni bancarie e che risalgono per lo più al periodo dell’Ottocento italiano, in particolare lombardo.
Il percorso espositivo ha inizio con i neoclassici bassorilievi in gesso di Antonio Canova raffiguranti scene mitologiche ed episodi della vita di Socrate, per poi passare alle pitture romantiche di Hayez, ai dipinti di passaggio, alla pittura di genere di Carcano e Sottocornola, al Simbolismo rappresentato dai capolavori di Bazzaro e Previati, fino ad approdare alle più recenti opere del periodo prefuturista di Boccioni che creano un ponte con il nuovo secolo. Nel 2012 è previsto infatti il completamento del museo con l’inserimento di una sezione interamente dedicata al ‘900, che probabilmente farà da eco al già noto vicino di casa, il Museo del ‘900.
Le collezioni presentate contribuiscono soprattutto a fornire una bellissima fotografia storica della Milano dell’Ottocento, con il cantiere del Duomo in piena attività e con i Navigli a ridosso del centro che fanno assomigliare un dipinto raffigurante via Fatebenefratelli ad uno scorcio di una calle di Venezia. C’è addirittura un dipinto che mostra Porta Romana quando ancora era una zona periferica immersa nelle campagne in pieno sviluppo edilizio. Ci sono poi anche i quadri che raccontano i mestieri dell’epoca, con quei filatoi che ci rimandano ad atmosfere manzoniane. Le battaglie che hanno visto la città di Milano rivoltarsi per liberarsi dalla denominazione austriaca, sono magnificamente riproposte nelle tele che raffigurano gli episodi salienti delle Cinque Giornate, come quella sullo scontro decisivo a Porta Tosa. Interessante è anche il dettaglio del confronto tra l’espressione degli stessi movimenti artistici vissuti nel contesto di una Milano capitale in Italia di Romanticismo e industrializzazione, o in quello delle altre regioni del nostro Paese.
Se decidete di impegnare un pomeriggio per visitare le sale di Gallerie d’Italia, suggeriamo di farlo in questo periodo. L’ingresso al museo è infatti gratuito fino all’apertura definitiva dell’ala dedicata al ‘900.
Barbara Pellegrini
Perseguitati e i soliti privilegiati
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Che pasticcio in questa Italia martoriata da una cattiva gestione e da una grande crisi, che sembra non vedere mai la luce. Il tentativo di metter insieme un governo tecnico, sulla carta, poteva avere tante validità. Poi, letti i nomi, ci siamo resi conto che si trattava in verità di veri tecnici, anche se qualcuno più “maneggiato” rispetto ad altri. Poi è arrivata la manovra e si è capito che di tecnico c’è ben poco. Solo politica, senza i politici che non hanno voluto metterci la faccia e hanno preferito mandar avanti alcuni apparentemente inattaccabili, ma manovrati da loro stessi. E siamo al punto di prima. Le famiglie, i pensionati, gli stipendiati, il popolo che al massimo arriva a 1.500 euro al mese, deve subire tasse su tasse. Mentre chi evade le tasse continuerà a farlo, con tranquillità. Sopra a tutto, non si è tagliata una spesa, che sia una e i politici hanno mantenuto intatti i loro privilegi. Belle case, belle auto, stipendi e pensioni da favola. Se diciamo che è una Vergogna con la lettera maiuscola, passiamo per i soliti cronisti pessimisti. E invece si è riusciti a toccare il fondo. Non si è andati a chiedere i soldi ai privilegiati, ma ai soliti quattro gatti che si sa di poter caricare di oneri, senza che nessuno li difenda. A onor del vero, i sindacati sembrano ben intenzionati a lottare, ma non vorremmo fosse solo teatro. Chi fa indignare più di tutti è l’accozzaglia dei padani, o per meglio dire quei violenti della Lega, all’opposizione, mentre fino a pochi giorni fa leccavano i piedi al governo di cui erano parte integrante. Che miseria e che disonestà. A questo punto non ci stupiremmo se anche i giovani italiani si emancipassero dalle famiglie che li mantengono e proteggono e con coraggio scendessero in piazza a reclamare i propri diritti. L’Italia potrebbe essere un altro nord Africa. Lo hanno scritto anche i quotidiani a vasta tiratura. Perché stupirsi? Lo ha voluto il Sistema.
Mauro Pecchenino
Fiorello e Zalone, stili e numeri diversi
December 19, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
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La tv generalista soffre inevitabilmente una crisi, di idee, di programmi e soprattutto di ascolti.
Vogliamo ritornare sulla carta che si è giocata la moribonda Rai,1 per quattro lunedì consecutivi, e che si è rivelata la più vincente, vista la strategia di marketing mordi e fuggi (appare sempre, ma sembra non esserci mai) di Rosario Fiorello e del suo vasto team di autori (attenzione: non è vero che improvvisa).
Ormai artista a tutto tondo, intrattenitore, comico, cantante e chi più ne ha, più ne metta e poi tutti fanno la fila per andare da Rosario: o come ospite o nel parterre per assistere allo spettacolo e far vedere di esserci.
Gli ascolti hanno fatto boom e anche Bruno Vespa, a corto di idee e di politici da adulare, ha pensato di fare due puntate di “Porta a Porta” non appena concluso lo show del mattatore siciliano.
Davvero, “Il più grande spettacolo dopo il week end” non poteva deludere le attese e, allo stesso tempo, superare anche le più rosee previsioni.
E passiamo così alla contromossa dell’ammiraglia Canale 5: il venerdì sera in prima serata ad uso esclusivo di Checco Zalone.
E partono già le differenze sostanziali.
A nostro avviso Zalone è più monotematico e i suoi ospiti, non riescono a trovare una giusta collocazione per difficoltà oggettiva dell’artista barese nel dettare i tempi.
Zalone è più solista, Fiorello è un mattatore più completo, capace di far sentire a proprio agio chiunque gli si affianchi.
In una delle puntate, l’intrattenitore siciliano ha all’improvvisato invitato sul palco, Gegè Telesforo, noto jazzista italiano, ed hanno iniziato un duetto memorabile.
Dall’altra parte Zalone, in una puntata aveva al suo fianco come ospite Daniele Silvestri e il cantante romano sembrava seriamente a disagio, in un ruolo di comparsa un po’ stonata più che di ospite coprotagonista.
Più Fiorello che Checco Zalone quindi. Forse l’artista barese ha toccato il successo troppo in fretta e la strada da fare per raggiungere Fiorello, almeno come protagonista da prima serata, è ancora tanta.
Mentre Fiorello, è un artista più collaudato e di esperienza. Avrebbe bisogno di un paio di film ben costruiti e un po’ fortunati, con cui sbancare il botteghino, ma la strada del cinema è sempre strana da raggiungere e tutto questo potrebbe accadere in futuro.
Norman di Lieto
IL POSTO DOVE ANDARE: Al Garghet, a Milano
December 19, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
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Sentir dire che a Milano non ci sono più ristoranti in cui assaporare cucina tipica locale è diventato un luogo comune negli ultimi anni. Tuttavia ci sono buone notizie per i nostalgici della tradizione gastronomica meneghina. In fondo a via Ripamonti infatti, lontano dagli sfavillanti sushi bar che affollano il centro della città, abbiamo scovato per voi “Al Garghet”. Questo ristorante mantiene tutto il sapore di una volta fin dal suo aspetto esteriore, è infatti ricavato da un antico casale che risale addirittura al XIII secolo e veniva utilizzato come dimora dai sorveglianti delle risaie. Proprio da qui nasce il nome “Al Garghet” che in dialetto milanese significava “il gracidare delle rane”. Attenzione però, nonostante l’aspetto rustico, questo ristorante non rappresenta affatto il prototipo dell’osteria alla buona dove all’alta qualità del cibo genuino fa da contraltare la trascuratezza dell’ambiente. L’arredo interno non è per nulla lasciato al caso. Lo spazio a disposizione è molto grande ed è possibile scegliere tra la romantica sala del piano in cui si può cenare a luci soffuse accompagnati dalle dolci note di un pianoforte a coda, la sala del chiosco con tovaglie e tende a fiorellini che danno l’idea di essere immersi in un prato di margherite, o, ancora, la sala Botero dall’ambiente molto caldo caratterizzato da diversi quadri appesi alle pareti e oggetti sparsi qua e là ad arricchire l’ambiente. Ogni particolare è curato con attenzione, dalla scelta dei manufatti che riempiono abbondantemente le diverse sale alla selezione delle stoffe, ora rustiche e quadrettate ora decorate con dettagli raffinati. Se capita di andare in questo ristorante durante il periodo estivo le soluzioni all’esterno sono altrettanto piacevoli; si può infatti cenare nel giardino fiorito sotto il cielo stellato accomodati su tavoli rotondi con sedute in pietra oppure al riparo di un caratteristico pergolato in legno….in ogni caso questo ristorante rappresenta un angolo di vera natura alle porte di Milano.
Ma veniamo al menù. Scritto a mano in dialetto milanese con tanto di traduzioni e con inserti di aforismi qua e là, è una vera chicca. Le specialità della casa sono le stesse che arrivavano fumanti tutte le sere sulle tavole dei nostri nonni, tutte rigorosamente fatte in casa usando solo ingredienti naturali, addirittura, quando possibile, provenienti dall’orto che alacremente i proprietari coltivano per avere a disposizione prodotti sempre freschi. Tra i piatti forti segnaliamo la frittura di verdure (melanzane, zucchine e mozzarelle impanate), il lardo con paté di fegatini fatto in casa e il grande classico milanese, la cotoletta a orecchia di elefante, da consumare preferibilmente in coppia vista la dimensione. Per chi non mangia carne, ingrediente base di molti piatti lombardi, nessun problema, è prevista anche una ricca proposta di soluzioni vegetariane.
Il motto dei proprietari è “ogni cena ha inizio e fine in cantina”, ecco perché è data tanta importanza alla varietà e alla qualità delle selezione di vini più consoni da abbinare alla cena. Il personale è molto gentile e sicuramente vi aiuterà nella scelta. Non temete di aver bevuto troppo…il parcheggio è adiacente al ristorante…
Al termine di tanto desinare, dopo dolce – magari una buona sbrisolona – caffè e ammazzacaffè, arriva sempre puntuale il conto, che si aggira mediamente sui 40 euro a testa. Un sacrificio che ogni tanto si può fare per una buona cena a base dei sapori di una volta. Per questo ci sentiamo di consigliare questo ristorante.
Barbara Pellegrini
Don Giovanni, sedurre senza confini
December 11, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Si è inaugurata la stagione lirica del Teatro alla Scala con la rappresentazione del “Don Giovanni” di Mozart. Al maestro Daniel Barenboim è stata affidata la direzione dell’orchestra, mentre la regia a Robert Carsen. Il Don Giovanni composto da Mozart nel 1787 oggi è considerato uno dei capisaldi della cultura occidentale. Fin dal suo primo debutto parigino ha infatti affascinato scrittori, poeti, registi e filosofi, da Hoffmann a Kierkegaard, da Apollinaire a Baudelaire per citarne solo alcuni.
La scena si apre con Don Giovanni che, dopo essersi introdotto nella stanza di Donna Anna, cerca in tutti i modi di sedurla, mentre Leporello, il suo servo è fuori a fare la guardia. Donna Anna all’inizio lo scambia per il suo fidanzato, Don Ottavio, ma accortasi dell’inganno riesce ad allontanarlo. Nel frattempo però giunge il padre richiamato dalle urla della figlia, il quale Don Giovanni finirà per ferire a morte, fuggendo subito dopo. Nelle scene seguenti compare Donna Elvira, altra figura femminile presente nell’opera, la quale sedotta e abbandonata da Don Giovanni è ancora innamorata di lui. Donna Elvira continua disperatamente a cercarlo ovunque. Ma dopo che il servo del protagonista, Leporello, le racconta chi è veramente il suo padrone e delle sue conquiste sparse per il mondo, ella irata tenterà di punirlo in tutti i modi possibili. Infatti sarà proprio lei che cercherà di sottrarre la giovane Zerlina (che Don Giovanni vuole sedurre a tutti i costi) dalle grinfie del mascalzone. Ma ciò che in verità vorrebbe davvero Donna Elvira è che lui si pentisse delle sue malefatte ed amasse soltanto lei. Così tra travestimenti, balli, feste e tradimenti Don Giovanni continua a corteggiare strenuamente Zerlina nonostante la presenza del suo novello sposo Masetto. Alla fine però sarà proprio lui la vera vittima di tutto, vittima soprattutto di se stesso. Infatti morirà ucciso dalla spada del fantasma del Commendatore, il padre di Donna Anna, sprofondando dritto all’inferno.
L’edizione rappresentata al Teatro alla Scala è nel complesso ben riuscita anche se in alcuni punti si può dire che il regista ne abbia fatto una interpretazione un po’ troppo personale. Come ad esempio nella scena iniziale in cui Donna Anna pare sappia benissimo che l’uomo nel suo letto è Don Giovanni e in realtà non sembra fare neanche troppe resistenze. E ancora nel finale dell’opera, quando dopo essere stato ucciso, Don Giovanni ritorna tra i vivi, con una sigaretta accesa mandando all’inferno tutti gli altri personaggi. Una scelta del tutto arbitraria e discutibile dal momento che nel libretto, scritto da Lorenzo Da Ponte, non c’è alcun cenno a tutto ciò. Lì sono i perfidi, e quindi Don Giovanni, che vanno all’inferno a stare “con Proserpina e Pluton”. Riguardo alla scenografia molto essenziale sfida però in maniera un po’ eccessiva la nozione di “metateatro” con tutta una serie di giochi di specchi, che riflettono il teatro stesso. Inoltre, questo gioco pirandelliano viene portato all’eccesso con gli abiti degli attori che richiamano il velluto rosso del sipario e con gli attori stessi che si muovono tra il palco e la platea. Tutto quindi in chiave molto contemporanea ma nulla di veramente nuovo sul fronte sperimentale.
Ma chi è veramente Don Giovanni? E’ un seduttore, uno che vuole a tutti i costi affascinare e conquistare le donne, un bugiardo, uno sciupaffemine come direbbe qualcuno. Don Giovanni è un immorale certo, ma in realtà egli non vorrebbe ferire nessuna delle donne che ama, e non vorrebbe tradirne neanche una, ma lo fa ugualmente, perché in realtà lui è innamorato forse più dell’amore, dell’idea di amore,che delle donne in sè. Don Giovanni è un inquieto. Don Giovanni è un ansioso. Uno che non s’accontenta mai e non s’accontenta forse prima di tutto di se stesso. Preso da una continua ansia di cercare, di trovare e di provare qualcosa di nuovo per vedere se è meglio di quello che aveva prima. Schiavo del suo voler sedurre a tutti i costi, conquista una donna dopo l’altra. Ma egli in realtà non cerca nessuna donna in particolare. Don Giovanni le ama tutte: belle, brutte, giovani, vecchie, come spiega Leporello a Donna Elvira, nella mirabile scena del catalogo: “Madamina, il catalogo è questo delle belle che amò il padron mio, un catalogo egli è che ho fatt’io,osservate, leggete con me. In Italia seicento e quaranta,in Lamagna duecento e trent’una, cento in Francia, in Turchia novant’una, ma in Ispagna son già mille e tre.” . Non esiste dunque una donna in particolare che possa far girare la testa a Don Giovanni, a lui piacciono proprio tutte. Ne ha bisogno come il pane per mangiare e l’aria per respirare, perché per lui tutto è amore come risponde a Leporello quando nel secondo atto lo invita a lasciar le donne: “ Lasciar le donne! Pazzo! Lasciar le donne! Sai ch’elle per me son necessarie più del pan che mangio, più dell’aria che spiro!” e ancora “È tutto amore. Chi a una sola è fedele verso l’altre è crudele; io, che in me sento sì esteso sentimento, vo’ bene a tutte quante”.
Messa in questi termini in effetti forse l’inferno è una punizione un po’ eccessiva, per uno come Don Giovanni che in realtà non fa nulla di male se non amare smisuratamente, appassionatamente, disperatamente, forse…
Paola Tudino
Italia: Paese strano
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Riceviamo questa lettera su una stranezza made in Italy e volentieri pubblichiamo.
Il mio racconto parla di sport giovanile ed in particolare di pallavolo.
Mi chiamo Barbara Fontanesi ed ho trascorso oltre vent’anni della mia vita a rincorrere una palla… prima per piacere e poi per mestiere (le due cose in realtà non sono poi così diverse).
La mia esperienza personale iniziata all’età di 10 anni mi ha permesso di crescere con lo sport e con l’ambiente che lo circonda. In particolare, l’allenamento quotidiano non è stato rivolto solo al puro gesto tecnico, ma anche a gestire le pressioni esterne (anche queste parte integrante dello sport) incarnate nella figura del dirigente, dello sponsor e dei tifosi, solo per citarne alcuni.
Vincere di fronte a seimila persone non è un ostacolo di poco conto…
Appese le scarpette al chiodo, da qualche anno seguo un gruppo B Under 14 femminile a Modena, città notoriamente conosciuta per la tradizione pallavolistica.
L’episodio che vorrei raccontare è successo di recente, durante una partita di campionato Fipav, ripeto età media delle ragazze, 13 anni.
Con l’aplomb di un fruttivendolo col negozio in chiusura, dal trespolo predisposto, l’arbitro ad un certo punto della gara si prende l’onere di scendere sul campo di gioco per intimare un gruppo di nostre ragazze, intente a fare il tifo, a stare in silenzio.
La motivazione, con tono severo e minaccioso ci viene cosi argomentata:” La palestra è piccola e quindi non è opportuno tifare durante il gioco ma solo durante le pause”.
Sarebbe come a dire che in uno stadio, il tifo dovrebbe ammutolirsi durante i calci d’angolo, i rigori ed altre pause di sorta.
Inquietata dalle osservazioni dello stesso chiedo se il campionato giovanile ha regole diverse da quelle di serie A cosa che ovviamente l’arbitro non ha potuto sostenere…
“E’ una questione di buon senso…” ha risposto serafico.
Quale strano meccanismo quello del tifo…
Permettiamo a gruppi di ragazzi, quasi sempre conosciuti dalle società sportive, di entrare negli stadi armati di tutto punto per poi invocare il buon senso a ragazzine che hanno, come unico obiettivo, quello di sostenere le loro compagne in campo.
Barbara Fontanesi
Tra mestizia, sindacati e crisi senza fine
A Roma, un’ assemblea nazionale di tutti i delegati della Cgil in un Palalottomatica gremito in ogni ordine di posto ha messo in luce un sindacato dalla guida forte. Susanna Camusso nel suo discorso a conclusione dei lavori, è stata più volte applaudita, sotto gli occhi attenti, tra gli altri, di Nichi Vendola e Maurizio Landini, segretario Nazionale Fiom.
Hanno preso la parola molti lavoratori da diverse parti d’Italia e testimoni di differenti realtà lavorative: dalle Banche ai call centre, fino ai braccianti dei diversi centri di raccolta dove si lavora davvero in condizioni drammatiche, come se in un Paese civile potessero ancora esistere gli schiavi del terzo millennio.
Così Ivan ha raccontato la sua storia: ragazzo migrante che sogna l’Italia e che, lavorando all’interno del nostro Paese, cerca un riscatto umano e sociale e dove possa essere accolto e non sfruttato.Vuole lavorare per poter studiare Ingegneria: ma la realtà si dimostra ben diversa e dal palco racconta, fa emozionare, commuovere e ci fa chiedere se stia parlando dell’Italia o di un altro Paese. La gente applaude, si alza in piedi dedicandogli una meritata standing ovation per la sua dignità, un valore cui non si può dare un prezzo né tantomeno calpestare.
Susanna Camusso, chiede a gran voce al Governo dei Professori, una finanziaria che sia equa e che non vada a toccare le pensioni e i soliti noti, ma la manovra varata da Monti sembra proprio avere disatteso ogni sua richiesta.
“Si fa cassa sulle pensioni” afferma il segretario Generale di Corso Italia.
Del Governo Monti e della sua manovra finanziaria sono piaciute due cose: il mancato compenso che il Professore della Bocconi ha voluto far risparmiare alle casse esangui dell’Italia e le lacrime della Fornero, Ministro del Lavoro, ma anche qui, sulla commozione, i pareri sono differenti.
Per il resto si incassa sulla casa e sulle pensioni: reintroduzione dell’ICI, cui si è cambiato il nome e blocco degli aumenti per i pensionati, si trattava di una ventina di euro lordi: una rapina sui poveri Cristi insomma e l’equità non si vede.
Si dice che ne vedremo delle belle, ma mai affermazione fu più lontana dalla realtà: di cose belle non ce ne sarà neppure l’ombra. Non vogliamo fare i tragici, ma di luce se ne vede poca dietro le facce falsamente meste dei politici.
Norman di Lieto
La Transavanguardia esplode a Milano
December 9, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
La Transavanguardia appartiene a quelle tendenze che si sviluppano negli anni ottanta e che hanno come minimo comune denominatore il ritorno alla condizione espressiva della pittura. Questa corrente in particolare, che deve la teorizzazione dei suoi dettami artistici ad Achille Bonito Oliva, è nata dal lavoro di un gruppo di artisti italiani e si è imposta con successo a livello internazionale. La Transavanguardia propone un modello creativo che considera l’arte del passato come un laboratorio di immagini intercambiabili. Gli artisti che operano in questa corrente fanno della citazione una propria arma espressiva, rivisitata attraverso tutti i linguaggi dell’arte contemporanea, tra forme astratte e modelli figurativi. Ed ecco come nelle tele di Palladino, Cucchi e compagni si ritrova qualcosa di Kandinskij, di Chagall e di Sironi. Il tutto rivisitato però attraverso la propria esperienza personale e interiore fino a non rappresentare mai su tela qualcosa di anacronistico o scontato.
Sessantasei capolavori di questa corrente sono in mostra a Milano a Palazzo Reale fino a febbraio 2012. Una mostra organizzata e curata proprio da Bonito Oliva e che riunisce le principali figure artistiche che hanno rappresentato questo movimento: Sandro Chia, Nicola De Maria, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino e Francesco Clemente.
E così I due solitari di Chia si trovano ad essere esposti insieme agli esempi di pittura a tratti cupa e a volte ironica di Clemente, di cui emblema sono The Fourteen Stations, i lavori chiaramente richiamanti la Via Crucis. O ancora ci sono le installazioni di Cucchi realizzate con i più diversi materiali dislocati liberamente nello spazio e utilizzati come supporto dell’immagine dipinta, scolpita o disegnata, che altro non sono che immagini che emergono dall’interiorità dell’artista e che alludono al mondo popolare e alla sua cultura.
Anche Mimmo Paladino utilizza diverse forme espressive come disegno, pittura, scultura, mosaico e incisione, che gli permettono di rappresentare il proprio “mondo interiore”, primordiale e magico. Di lui si possono ammirare esposte in questa cornice La Veglia o Terremoto. Chiude il quintetto la colorata visione dell’arte di De Maria, qui presente con Polline e Gialla Canzone del Mare.
Ma non finisce qui. A questo primo appuntamento milanese faranno seguito alcune personali di singoli artisti che verranno organizzate in giro per l’Italia – Modena, Prato, Catanzaro, Roma e Palermo – con il comune e nobile scopo di portare l’arte della Transavanguardia in giro per il Bel Paese e farla conoscere. È la riscossa dell’arte non minimalista o concettuale.
Barbara Pellegrini
La New York che sa di vero: lo Small’s
December 8, 2011 by admin
Categoria: world wide
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New York City
Il Natale è alle porte. Le vetrine dei negozi sono pronte e le luminarie iniziano ad apparire nelle strade, facendo respirare un’atmosfera magica. Ai semafori la gente chiacchiera dei caratteristici (e, a parere di chi scrive, a tratti anche noiosi) mercatini natalizi in giro per l’Europa e della pianificazione – per chi può!- di qualche giorno oltreoceano. Alla faccia della crisi pare, quindi, che ai regali e al divertimento del Natale non si è disposti a rinunciare!
Una delle mete più gettonate e intramontabili per festeggiare il Capodanno rimane, senza dubbio, New York City.
I rumori e lo sfarzo delle lunghe Avenue, i colori sfavillanti di Times Square e la gente così “easy”, sembrano avere un fascino ancora più irresistibile durante il periodo natalizio. Ma il turista, poco attento e curioso, rischia di cadere nella “trappola” e di venire ipnotizzato dal luccichio di una città travestita e asettica, senza scoprirne, invece, le vibrazioni uniche e inconfondibili imbucate altrove e non sotto l’albero del Rockefeller Center. La città vivente, infatti, esce allo scoperto nelle vie secondarie, dove luci soffuse rivelano volti, suoni e odori che lasciano il segno.
Per godersi questo mix esclusivo vi consigliamo uno dei club più cool di Manhattan, situato nel cuore del Greenwich Village, lo Small’s.
Una porta piccola e stretta incuriosisce e invoglia ad entrare. Qualche ripido gradino e poi ecco che uno strano personaggio con basco e violino alla mano accoglie i suoi ospiti. Lui è Mitch Borden fondatore del locale nel 1993.
Lo Small’s è teatro, ogni notte, della vera “anima” della Grande Mela: il jazz. L’accogliente saletta, sempre gremita da gente di ogni età, ha lanciato grandi musicisti come Brad Mehldau, Josh Redman, Brian Blade e tanti altri ancora. Gli spettacoli in programma sono sempre molto interessanti, ma dopo non scappate via, perché la formidabile jam session vi lascerà davvero senza parole. L’improvvisazione regna padrona. Tutti si lasciano coinvolgere dalle note del sax, della batteria, del contrabbasso e del pianoforte suonati con passione e maestria da musicisti che si alzano dal pubblico, preparano il loro strumento e prendono parte allo spettacolo. Coinvolgimento e divertimento si diffondono a ritmo di musica, regalando momenti ed emozioni di una New York inedita e tutt’altro che commerciale.
Godetevela.
Eleonora Dafne Arnese



















