Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

Bill Johnson e il suo porto, a Miami

September 29, 2011 by  
Categoria: attualità

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Gran parte degli Stati Uniti sta vivendo una crisi economica molto pesante, con milioni di disoccupati e la continua all’erta da parte dei governanti e del presidente Obama. Esistono però alcune zone, alcuni Stati in particolare, che vivono ancora in una situazione di trend positivo e rappresentano una valida eccezione. Uno di questi è rappresentato dalla Florida, the land of opportunity, come viene definita, ormai da tempo, dai media. La Florida e, Miami in particolare, costituiscono un polo turistico ed economico di grande attrazione per le imprese di varie parti del mondo e anche dell’Italia. Non bisogna dimenticare il fatto che una componente fondamentale del costante trend positivo di Miami è costituito dal porto, il primo del mondo e degli Stati Uniti, dal punto di vista turistico, con oltre quattro milioni di passeggeri in viaggio ogni anno e uno dei primi del mondo per il traffico globale.

Il suo responsabile, Bill Johnson, ha oltre trent’anni di consolidata esperienza nel settore, confermata da una lunga serie di successi che lo posizionano tra i più attivi responsabili portuali a livello mondiale, grazie anche a imponenti investimenti e opere di ampliamento e arricchimento dell’approdo. Di recente, Johnson è venuto in Italia presso la Camera di Commercio South East, a Milano, per incontrare una delegazione di aziende italiane del settore marittimo che vogliono ampliare il proprio business oltreoceano. E pensare ad una opportunità di business per le aziende del nostro Paese spinge al gaudio anche noi di Flipmagazine che da sempre sosteniamo che bisogna esplorare nuovi mercati e nuove esperienze per allargare gli orizzonti e ottenere risultati diversificati.

Tra la moda sempre all’avanguardia di Coral Cables e il Deco Disctrict, il glamour dei locali, tra look improvvisi, spiazzanti e sfavillanti, quel senso del bien vivre che serpeggia in ogni angolo della città, Miami rimane una meta che ben si coniuga con il teorema del sogno e di un avvenire più luminoso e splendente. Il porto di Miami come punto di arrivo di un futuro legato al sogno americano.

Mauro Pecchenino

Sapori d’autunno

September 27, 2011 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

pixel quadro's Picture from Flickr.com

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Siamo in autunno, i colori e i profumi sono meno intensi, danno una sensazione di pace e benessere, portando a essere più introspettivi. L’autunno è una fase importante del ciclo della vita, un periodo di riflessione e bilanci, un’occasione per pensare a sé, il momento in cui l’energia ritorna alla terra per poi liberarsi ancora in un ciclo infinito.

L’autunno, rappresenta in natura una forza resistente, forte, durevole che corrisponde alla fase energetica di accumulo di energia vitale. Per chi vive e lavora in città l’autunno è sentito spesso negativamente, appare grigio e triste, si ricomincia il lavoro e la vita di tutti i giorni. Invece crediamo che proprio l’autunno sia il momento giusto per rigenerarsi e dedicare un po’ di tempo a se stessi prima dell’inverno.

Scopriamo insieme quali sono gli alimenti dal punto di vista qualitativo ed energetico più adatti all’organismo e quali sono quelli che invece possono causare manifestazioni di intolleranza.

Uno dei principi basilari della dietetica in relazione alle stagioni è quello di mangiare ciò che cresce nel periodo di riferimento. Ora, con la coltivazione in serra, la conservazione in celle frigorifere e la velocità dei trasporti, la proposta alimentare non ha più una logica stagionale.

L’alimentazione dovrebbe quindi seguire i cicli climatici ed assecondare le variazioni ambientali.

In autunno il corpo rallenta le attività ormonali e quindi metaboliche, per la diminuita luminosità solare.

Bisogna quindi usare più cibi alcalini come il miglio e le verdure dolci: zucca, carote, finocchio e ridurre i latticini freschi, limitando le solanacee: pomodori, melanzane, peperoni e patate che creano acidità nel tratto gastroenterico e la frutta.

Aumentare, rispetto all’estate, la quota proteica e lipidica della dieta, inserendo alcuni cibi fermentati come le radici bianche di rapa, i funghi, il miso, il setan.

Purtroppo, si stà perdendo l’abitudine di dedicare tempo e amore a cucinare: si scelgono infatti altre priorità.

Chi cucina trasmette la propria energia e il proprio stato d’animo al cibo che prepara.

Un ingrediente da non dimenticare è l’amore.

Se cuciniamo con amore trasmettiamo amore a chi condividerà con noi il cibo che abbiamo preparato.

Carla Aghito

ECCHEPALLE! – Notizie inutili dai media

September 27, 2011 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

ElenAndrea's Picture from Flickr.com

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Milanese, ex braccio destro di Tremonti viene “salvato dal Parlamento”, lo stesso Tremonti quel giorno è andato a Washington, che scandalo dice Berlusconi, ma poi Tremonti va da Bossi e l’Umberto fa fare pace a Berlusconi e Tremonti.

Mozione di sfiducia per Romano in odore di mafia, voto palese: palese il risultato.

Hai la nostra fiducia ministro responsabile ( sigh ).

Gianpi è di Bari però indagano da Napoli, anzi no da Bari.

La Grecia rischia il default, ma non può uscire dall’Euro altrimenti paghiamo tutti dice la Merkel, che in casa sua prende sonore bastonate durante le varie elezioni che si sono succedute.

La Minetti votata a furor di popolo come Renzo Bossi d’altronde ( mi state dicendo che non sono stati eletti ? ), danno nuova speranza ad una delle Regioni d’Italia più produttive.

L’una afferma che senza maglietta è anche meglio e l’altro viene designato dal padre come l’erede del Partito mentre la moglie del Senatur viene attaccata da Panorama edito da Berlusconi e alla fine gli stronzi siamo noi giornalisti. ( Bossi dixit ).

Chi ci capisce è bravo tra i confini nazionali.

Intanto forse cambiano la Legge Elettorale e il Paese convive con i soliti problemi mai risolti: ecchepalle!!

Norman di Lieto

Wenzhou, Repubblica popolare Cinese

September 26, 2011 by  
Categoria: world wide

andydoro's Picture from Flickr.com

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Sentiamo molto spesso storie di giovani che fuggono all’Estero perché non trovano opportunità professionali nel nostro Paese. Vi raccontiamo una storia vera, una storia al contrario. In tutti i sensi.

A 50 anni l’ingegnere e Dirigente di una multinazionale riceve il benservito dall’Azienda e si chiede: “Adesso che faccio?”

Con sua moglie impiegata e con una figlia di 10 anni, decide di accettare l’offerta di lavoro di un’altra Multinazionale che gli propone il trasferimento nella sua sede di Wenzhou in Cina.

La moglie lascia il lavoro e decide di seguirlo e, la figlia, andrà con loro iniziando così una vera e propria rivoluzione di vita e culturale.

L’ingegnere comincia subito nella sua attività e già deve affrontare un modo diverso di concepire il lavoro da parte del team della sede cinese.

Modi diversi di approcciarsi al lavoro e alle metodologie, infatti sono molto più pragmatici i cinesi, loro richiedono un costante addestramento pratico.

L’ingegnere porta metodi più flessibili e orientati alla formazione con lezioni in aula, così ha trovato complicato trovare un modus operandi, che non scontentasse il nuovo team di lavoro.

Le lezioni teoriche non vengono recepite nella loro importanza se non sono accompagnate da esercitazioni pratiche, un modo completamente differente dai nostri metodi di lavoro. Una distanza siderale insomma, due concezioni antitetiche”, afferma l’Ingegnere in una nostra recente conversazione.

Dopo poco, vista l’impossibilità di apportare il proprio know how, l’Ingegnere medita seriamente il ritorno in Italia, pur con tutte le ulteriori difficoltà del caso.

La moglie, intanto, non riesce ad integrarsi e passa le sue giornate nei grandi centri commerciali ad attendere la fine della giornata lavorativa del marito e la conclusione della scuola della figlia.

“Non proprio una vita entusiasmante” afferma sconsolata, sprofondando sul divanetto di uno dei bar più scintillanti dell’ennesimo centro commerciale presente nel giro di poche centinaia di metri.

E la figlia di 10 anni? Lei vive con innata spensieratezza la novità e gioca con allegria con gli altri bambini ma necessita di un’insegnante privata per imparare la lingua.

Nonostante tutto, il ruolo prestigioso, l’appartamento lussuoso, lo stipendio da favola e i benefit, l’ingegnere decide di tornare a casa, con tutti i problemi che seguiranno.

Spesso l’integrazione nei nuovi mercati è più dura del sopravvivere nel proprio Paese. Non commentiamo, lasciando ai lettori eventuali riflessioni.

Norman di Lieto

Mens sana in corpore sano

September 26, 2011 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

burwash-calligrapher's Picture from Flickr.com

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Molti credono che camminare sia un esercizio fisico adatto ai nonni, niente di più sbagliato.

Stiamo parlando di camminare con un buon ritmo senza pause.

La maggior parte degli americani che per anni si sono cimentati in sport dinamici come la ginnastica aerobica, o il jogging, ora sono passati da una velocità di Formula 1 a una velocità, più sicura, di crociera.

Da recenti studi, è infatti emerso, che camminare offre gli stessi benefici cardiovascolari della corsa e non solo, può essere praticato da tutti, in special modo da coloro che sono in sovrappeso.

Limita i rischi di incidenti muscolo-tendinei, tipici di chi corre, abbassa la pressione, ed il colesterolo “cattivo”, aumentando il colesterolo “buono”, contrasta l‘osteoporosi e, aiuta il controllo del peso, dando una sferzata al metabolismo e ai centri della fame: vengono infatti bruciate 300\400 calorie in un’ora di camminata.

Per le persone depresse è un toccasana: durante la camminata aerobica vengono prodotte dall’ organismo le endorfine, sostanze chimiche presenti nel cervello, che migliorano il tono umorale. Quest’ultime, generano infatti, una sensazione di benessere, liberandoci dallo stress e dall’eccesso di cortisolo, ormone che ne è responsabile.

Molti manager, iniziano la loro giornata, con l’attività aerobica proprio per scaricare cortisolo e produrre GH ed endorfine, che danno lucidità nel ragionamento, memoria rapida, bilanciando così lo stress da carico di lavoro.

Evitiamo comunque di camminare troppo velocemente perche affaticarci eccessivamente produce radicali liberi ed invecchiamento precoce. Una maggior velocità aiuta a consumare una percentuale superiore di carboidrati. Si bruciano più calorie ma ciò innesca delle reazioni nell’organismo, che portano all’aumento dell’appetito e di conseguenza a mangiare di più.

Passeggiando, non sollecitiamo solo gli arti inferiori, ma anche i muscoli addominali, che stabilizzano il tronco, le spalle e i muscoli dorsali, tonificando tutto il corpo.

Va ricordato, che l’attività fisica, soprattutto se è di tipo aerobico, svolge un ruolo altrettanto importante di quello dell’alimentazione, perché se fatta regolarmente (almeno 3,4 giorni la settimana per 45-60 minuti ogni volta) favorisce soprattutto la perdita di massa grassa, e il risparmio di quella magra che invece è perduta in quantità notevolmente superiore, se si segue soltanto una dieta ipocalorica.

Possiamo quindi affermare, che camminare fa bene e aiuta a perdere peso. Se l’obiettivo è quello di dimagrire in maniera graduale sicuramente è da preferire alla corsa.

Carla Aghito

Storie dalla Cambogia

September 25, 2011 by  
Categoria: world wide

ckOrange's Picture from Flickr.com

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Riprendiamo la pubblicazione di “storie di vita vissuta” dalla Cambogia.

Smey, direttore di Osborne House, ci ha accompagnato fino al confine per salutare i suoi amici, soldati di frontiera di cui lui faceva parte, sembrava che andasse a salutare vecchi compagni di scuola e orgoglioso ci ha presentato quello che era il suo capitano, viso sorridente ma silenzioso, se ne è stato lì a fumare le sigarette che gli avevamo portato. Smey ha 40 anni e per quasi 30 anni la sua vita è stata condizionata dai Khmer Rossi. Ha vissuto fino a 17 anni con suo padre e la sua famiglia in diversi campi profughi al confine con la Thailandia e anche se erano molto poveri è riuscito a sopravvivere a quel periodo infernale e ha sempre avuto qualcosa di cui sfamarsi. E’ riuscito ad arrivare fino all’ottavo grado della scuola statale, per il passo successivo mancavano i maestri a quel tempo, vittime dell’ideologia insana di Pol Pot, uccisi forse da quello stesso uomo che Smey chiama padre ma che si è scoperto essere il secondo marito di sua mamma, sposata durante gli anni in cui si è perpetrata la tragedia cambogiana. La gente non parla volentieri di quel periodo ma è storia il fatto che, una volta liberato dal Vietnam, il governo cambogiano abbia messo al potere, e soprattutto a capo di fabbriche e villaggi, quegli stessi uomini che occupavano altrettante posizioni sotto il comando di Pol Pot. Molti erano stati costretti, molti non sapevano che altro fare per sopravvivere se non abbracciare la causa, molti si sono pentiti e sono stati risparmiati e graziati… non si poteva uccidere tutti, il popolo cambogiano sarebbe stato sterminato.

Anche il papà di Smey doveva essere uno di loro, un Angkà forse, leader del villaggio che gli era stato assegnato e probabilmente in quel periodo aveva conosciuto la mamma di Smey. I matrimoni allora, durante il regime, venivano celebrati solo in gruppo, fino a venticinque-trenta coppie alla volta e i promessi stavano seduti su due linee parallele, una di fronte all’altra, finché arrivava il capo del villaggio e si alzavano tutti insieme prendendosi per mano e promettendo davanti a lui. Non c’era nessun tipo di documento scritto, anche se Pol Pot in effetti faceva riportare tutto in modo quasi ossessivo, ogni vittima rinchiusa in luoghi di tortura e di prigionia come il Tuol Sleng veniva fotografa e schedata prima di essere uccisa. Anche i matrimoni seguivano l’ideologia malata del dittatore e se una delle due persone in una coppia tradiva l’altro e quindi andava contro la sacralità della promessa pronunciata, venivano uccisi entrambi, moglie e marito, la colpa era di tutte e due e tutti e due, uniti forse nella buona sorte, ne condividevano la cattiva. ( continua…)

Federica Adamoli

Educazione: un diritto privato o dello Stato?

September 23, 2011 by  
Categoria: attualità


ComunicazionePerVoi's Picture from Flickr.com

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E pensare che in genere sono i ragazzi a non avere le mezze misure; spesso li si accusa di vedere tutto o bianco o nero. Qualcuno, forse, dovrebbe spiegare anche al governo svedese che, al mondo, esistono tante sfumature di grigio, e che non si può paragonare un semplice schiaffo a delle molestie vere e proprie.

La disavventura è capitata a Giovanni Colasante, 45 anni, consigliere comunale a Canosa di Puglia che, proprio in questi giorni è stato condannato dai giudici svedesi a pagare una multa di 6.600 corone (724 euro) perché riconosciuto colpevole di aver schiaffeggiato e preso per il bavero il figlio dodicenne, lo scorso 29 agosto, durante una vacanza con la famiglia a Stoccolma. Questo perché la Svezia dal 1979 ha proibito – primo paese al mondo – completamente le punizioni corporali ai bambini.

Negli stessi giorni, secondo un sondaggio del quotidiano inglese The Independent, il 49% dei genitori degli studenti britannici, sarebbe favorevole all’introduzione nelle scuole di punizioni corporali per tutti quei ragazzi che non rispettino le regole scolastiche.

Sembra eccessiva sia la legge svedese che, in questo caso, rischia solo di ottenere l’effetto contrario, rischiando di “causare un danno psicologico e uno choc di gran lunga superiori a quelli che può provocare un ceffone”, come fa notare il presidente della Società italiana di Pediatria Alberto Ugazio. Dall’altra parte sembra di tornare all’epoca vittoriana, lasciando la possibilità agli insegnanti di punire con pene corporali i ragazzi.

Sebbene l’educazione non sia solo una questione prettamente personale e privata, credo sia diritto del genitore, nei limiti della tutela verso i minori, decidere se il proprio figlio si meriti o no uno schiaffo. D’altronde, fino alle scorse generazioni, quando non sarebbe stato neanche lontanamente concepibile, almeno nel nostro paese, che lo stato s’intromettesse nell’educazione dei figli, è capitato a tutti, forse anche più di una volta, di ricevere qualche scappellotto dal proprio genitore. Non per questo si è sentito molestato, o è cresciuto riportando gravi disagi psicologici. E’ giusto e sacrosanto difendere i diritti dei minori, che spesso devono subire passivamente. Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio e considerare che, sebbene sarebbe meglio riuscire sempre a trovare il modo di parlare con i propri figli, non sempre ciò è possibile; specialmente in una società – qual è la nostra, purtroppo, – dove sembra venuto meno il rispetto per i genitori. Non è semplice avere a che fare con ragazzi che rispondono in modo arrogante, convinti di sapere già tutto della vita, credendo di avere solo diritti e nessun dovere. Se permettiamo alla legge di impedirci di educare i nostri figli – perché a volte quel ceffone può “aiutare a crescere” più di molte parole – non meravigliamoci, poi, se sono all’ordine del giorno le aggressioni, le morti, le risse, causate proprio da quei ragazzi che la legge voleva proteggere.

“We don’t need no education. We don’t need no thought control. No dark sarcasm in the classroom. Teacher, leave those kids alone.” Sarebbe bello ma, sfortunatamente, non è ancora così.

Elisa Moro

RAPASCEET – Romanzo – Prima e Seconda Pillola

September 23, 2011 by  
Categoria: terza pagina

Lisèrgico's Picture from Flickr.com

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Riprendiamo la pubblicazione del Romanzo. Come ormai ben sapete è firmato da un saggista che in questo caso rimane anonimo.

Stiamo valutando diverse offerte di case editrici che si sono dimostrate interessate alla pubblicazione del Romanzo, ma la ricerca continua…

Il Romanzo verrà pubblicato a puntate, in pillole.

A tutti buona lettura.

normandilieto@gmail.com

Parte I

Un aereo mezzo vuoto, le hostess si muovono senza affanno, in queste condizioni è facile avere un bicchiere di aranciata senza dover insistere.

Alta montagna, tanto verde intorno, un’aria che frizza e rinfresca la pelle, uno zaino pesante, scarponi comodi ai piedi, una gran forza nelle gambe e la voglia di andare lontano.

Arriva un ristorante senza pretese, la tovaglia è pulita, il vino rosso é molto bevibile, nel piatto verdura e carne con sapori decisi, tutto è adatto a far passare la fame.

Un bimbo con folti capelli ricci corre su un’aia, ride e insegue le galline che scappano spaventate. Il bimbo vede una donna anziana robusta e sorridente, prende un sassolino da terra e corre verso la vecchina.

Una nave viaggia tranquilla in mezzo a un mare quasi piatto. Dal ponte la vista è uniforme e varia nello stesso tempo, la nave sembra deserta solo cielo e mare come presenze mute.

Un treno ha appena attraversato una galleria. Una ragazza con i capelli lisci e castani entra nella toilette seguita da un giovane uomo, con i capelli ricci, chiude la porta, si alza l’abito azzurro e il ragazzo le accarezza le cosce piene, la bacia con foga, si abbracciano e a occhi chiusi si accoppiano.

Una sala piena di gente, tutti ascoltano con attenzione i conferenzieri che parlano di sport e alimentazione, poi c’è un ricco buffet, tutti mangiano come se non si nutrissero da anni, la fame sembra dilagare.

Un elefante, intorno gente con strani abiti colorati, tanta gente con facce poco allegre, tanto sole, caldo, odore acre di pelle lavata di rado. Tanta confusione, donne con occhi neri e fronte colorata, polvere da togliere il respiro.

Carta, penne che piovono dall’alto, vino che scorre sui muri, pane che si muove sui tavoli, donne che si muovono come se la musica le guidasse, uomini che guardano con stupore, rumore, tanto rumore, un rumore indefinibile.

Paul si sveglia con la schiena indolenzita, si guarda intorno, la stanza non è famigliare, anzi sembra quasi sconosciuta. Una stanza d’albergo con l’armadio, le sedie e la scrivania rivestite da scritte tratte da romanzi famosi.

Paul si alza, si versa un bicchiere d’acqua e mette a fuoco la realtà. E’ in un buon albergo di Londra, vicino a Leicester Square, la sera precedente ha partecipato a una cena giapponese, cibo ottimo e saké abbondante, poi un poker di flute di champagne bevuto senza rendersene conto avevano fatto nella sua testa e stomaco un vortice pericoloso che lo aveva fatto addormentare senza pensieri.

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Parte II

Paul è un quarantenne apolide, vissuto per lunghi periodi in Gran Bretagna, Italia, Francia, Stati Uniti, un uomo robusto, sempre in movimento, né alto né basso, capelli esageratamente folti, forte come un mulo, colto e curioso, pieno di interessi, amante della pittura e del cinema, buongustaio di moderato appetito, vestito con apparente distrazione.

Nella sua vita non ha mai capito dove sia meglio stare e dove sia la sua provenienza reale.

Il padre, un italiano senza grandi slanci con poca voglia di stare con gli altri, la madre un’inglese dolce e taciturna, con gli occhi tristi e il senso della casa, come rifugio pulito e ordinato.

I suoi genitori sono state due presenze invisibili, li aveva visti con regolarità fino a vent’anni, poi aveva incominciato a girare il mondo, rivedendoli di tanto in tanto. Tutto senza grandi slanci, quasi come fossero tre estranei che ogni tanto si ritrovano.

Da piccolo, a scuola parlando con gli amici sentiva che gli altri genitori erano diversi, più presenti, sicuramente più noiosi e appiccicosi.

I suoi sembravano sempre avere mille cose per la testa, ma non le raccontavano, tutto rimaneva in quei corpi silenziosi, sempre un po’ appartati.

Paul nel corso della sua infanzia aveva sempre avuto la sensazione di non appartenere a quella coppia, di essere capitato lì per caso.

Aveva anche cercato di parlare con altri parenti, ma non esistevano nonne e nonni, tutti erano già morti, zii neanche a parlarne, insomma i suoi genitori erano due anime sole, iniziavano e finivano con loro, senza parenti e senza amici, soli, solitari, quasi senza storia.

Aveva cercato di conoscere altri parenti, ma dopo tanti tentativi andati a vuoto, si era rassegnato, la sua famiglia era lì, lui sua madre e suo padre, fine.

L’infanzia e gli anni della scuola elementare, inferiore e superiore erano passati senza grandi traumi e senza particolari slanci, tutto filava via tra un’esercitazione in aula, qualche bel voto e piccoli rimbrotti degli insegnanti. Un buon allievo, attento e volenteroso, di buona famiglia, senza ricchezze e senza che i suoi desideri rimanessero troppo delusi.

Gli altri avevano motociclette e macchine fin da ragazzini, lui aveva buoni libri e iscrizioni a circoli sportivi.

Un ragazzo soddisfatto, tutto sommato.

RAPASCEET – Romanzo – Terza e Quarta Pillola

September 23, 2011 by  
Categoria: terza pagina

Lisèrgico's Picture from Flickr.com

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Un po’ per volta il Romanzo prende forma, in una sorta di anteprima, che l’autore concede in esclusiva al nostro giornale.

In attesa dell’editore, Flipmagazine ospiterà Rapasceet fino ad avvenuta pubblicazione del romanzo.

Per le case editrici interessate alla pubblicazione del Romanzo, potete contattare il Coordinatore Redazionale di Flipmagazine, Norman di Lieto al seguente indirizzo mail:

normandilieto@gmail.com

III Parte

Paul si alza da letto apre una bottiglia di acqua minerale e con ardore vuota un paio di bicchieri, ha una sete tremenda, ne beve un terzo e poi una bella doccia e di corsa a far colazione

Ritorna in camera, e in pochi secondi ha indossato un paio di pantaloni blu e una giacca chiara, è ottobre e in città l’aria è già pungente.

Una bella passeggiata a Bond Street per riordinare le idee, guardare le vetrine mai banali, con vestiti dai colori un po’ impossibili, Londra è così, colorata e stravagante, ma aiuta a capire tante cose, in mezzo alle sue diversità.

Sono le 10 di un mattino abbastanza chiaro, Paul avrebbe tante cose da fare, negli ultimi anni ha vissuto a lungo a Roma e a Milano, poi è ritornato volentieri a Londra la città dove è nato e dove trova una  quotidianità che dalle altre parti è più difficile. Anche la lingua è più famigliare, le facce della gente, certe incongruenze di vita , la varietà dei popoli, della pelle.

Paul fin da ragazzino ha sempre avuto un debole per le donne, per i corpi e i cervelli, per quell’insieme di assurdo e realtà che ha caratterizzato il suo orizzonte femminile. Ha frequentato un buon numero di donne, ma lo ha fatto con impegno, amando con il corpo e la testa donne diverse, alte e snelle, piccole e sempre snelle, di solito con i capelli lunghi.

Le ha spogliate ed esplorate con ardore e stupore, con curiosità, si è lasciato andare alla loro voglia di lui. Ha fatto l’amore con dolcezza sui letti, ma ha anche scopato sui divani, in piedi dove capitava, con gioia e convinzione.

Negli Strand non c’è grande animazione, un venditore di hot dog  cerca di piazzare la sua merce, ma non viene ascoltato.

Paul ha voglia di camminare, va a passo svelto, come se corresse dietro a qualcuno, come se corresse dietro a un altro Paul uguale a lui, ma che in realtà è un’altra persona.

Cammina e pensa, ha sempre lavorato con slancio nel commercio, grazie alla conoscenza di inglese, francese, spagnolo e italiano ha venduto prodotti per tante aziende in giro per il mondo.

Non si è mai stufato di vendere, anche perché ha saputo cambiare genere e prodotti con grande velocità. In questo periodo vende abbigliamento maschile elegante e sportivo e gli piace tanto, anche perché prova sulla propria pelle novità e idee improvvise.

Si trova a Londra per un lavoro con  la catena Selfridge’s e si diverte a provare maglioni e pantaloni dalla forme più diverse.

Stamattina non ha voglia di andare a far visita a nessun grande magazzino e continua a girare come se sperasse di incontrare chissà chi.

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IV Parte

A Londra ha l’abitudine di vedere Helen, una mora alta con grossi capelli lunghi sulle le spalle, con la pelle scura, una trentenne con un corpo di marmo che lo fa reagire appena le posa una mano su un fianco.

Una chiacchierona, di compagnia, che ha conosciuto cinque anni fa e che vede di rado ma che ricorda sempre con solletico…

Ha voglia di Helen, all’improvviso, cerca un telefono, la chiama, è improvvisamente più sveglio e attento.

“Hallo, sono io, sono in casa per altre tre ore, prendi la metropolitana, ti aspetto”

Paul sembra preso da una frenesia improvvisa, non ha voglia di lavorare, è nella sua città, dove però non abita più da tempo, sta andando verso un’amica che vede di rado, ha voglia del suo corpo scuro. Infila la metropolitana e arriva a casa di Helen.

“Sono qui e ti trovo bellissima, mi ricordo sempre di te che non  fai mai domande, offrimi un tè  con poco latte”

“E’ pronto in un secondo. Cosa fai in città, lavoro o altro?

“Lavoro e ho voglia di capire, di trovare di scoprire, non so bene cosa, ma da qualche mese non sono più sicuro di niente, pensa mi sono anche messo a bere più vino e altre cose, così per distrarmi da strani pensieri. Da quando sono morti mio padre e mia madre mi sembra di dover cercare dove sono stato, dove ho vissuto, dove sono i parenti che non ho mai conosciuto, dove vivrò negli anni prossimi. Ultimamente non ho più letto un libro, non ho più visto un film, non ho legami fissi, penso a mia madre, faccio una vita di merda”.

“Paul non ti ho mai visto così, quando ci siamo conosciuti mi hai detto che le nostre forze potevano muovere le nostre vite, mi hai chiesto di fermarmi, mi hai detto che sono la tua sorgente che zampilla, un sacco di stronzate, ma mi sei piaciuto per la tua voglia di non essere uno preciso.”

“E’ così, sono sempre stato un po’ visionario, tu sei un po’ fontana”.

Paul si avvicina a Helen che indossa una gonna di velluto beige appena sopra il ginocchio, una maglia di lana nera e calze scure, il suo seno a punta sembra voler comandare.

Paul inizia a leccarla ovunque, sui vestiti e sulla pelle, come se avesse in mano un gelato immenso, la spoglia, le toglie reggiseno e slip neri , si spoglia, continua a leccarla. Lei lascia fare quasi passiva, poi si mette a cavalcioni  e inizia a guidarlo, con la forza del suo corpo duro.

Paul urla senza pensare e per un istante non capisce  da dove viene chi è, dove ha avuto inizio la sua vita.

(…continua )

Cronaca dal tavolo di un caffè

September 22, 2011 by  
Categoria: attualità

ComunicazionePerVoi's Picture

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Chi scrive fa parte della schiera sempre più nutrita di studenti italiani (circa 18.000 solo nel 2008/2009) che scelgono di proseguire il loro percorso di studi all’estero. Molteplici le ragioni di fondo: l’ambizione, la speranza di garantire quel valore aggiunto tanto ricercato al proprio CV, tale da farlo spiccare tra la massa di candidature, la voglia di apprendere e migliorare la lingua o semplicemente l’opportunità di studiare seguendo programmi didattici lontani da quello italiano. Tutto ruota in pratica intorno a futuro, aspettative e sogni. Ma a quale stadio della carriera universitaria si lascia il belpaese? C’è chi azzarda una carriera universitaria all’estero, direttamente a partire dal primo anno e chi invece coglie l’occasione data dal famigerato (e sbagliato, all’italiana) sistema “3+2” di combinare la triennale in Italia con un master/specialistica in un’altra nazione. Queste sono solo due delle strade intraprese. Tra le altre opzioni c’è chi decide di circoscrivere temporalmente la propria esperienza all’estero, prediligendo programmi come l’erasmus o l’exchange della durata media di un semestre o chi invece preferisce il gap year, anno sabbatico speso notoriamente in viaggi, che spesso e volentieri viene invece occupato lavorando. Le considerazioni si susseguono l’un l’altra, dinamicamente, allora, ci chiediamo, cosa aspetta i nostri connazionali una volta oltrepassato i confini nazionali alla luce di ciò che in prima persona stiamo sperimentando? La diversità di approccio, specialmente mentale, per chi sceglie di emigrare è sconvolgente. Restare in ascolto delle vite di ognuno, parlare con gente proveniente da ogni parte del mondo, è disarmante. Un esempio chiarirà il concetto: primo giorno di master e docenti che, anziché illustrare programmi di studi e modalità d’esame, evidenziano l’abilità (richiesta e data quasi per scontata) degli studenti di sapersi districare tra studio, lavoro e vita sociale senza comprometterne nessuna. Studio intelligente, collaborazione e partecipazione attiva quindi la fanno da padroni, per non rischiare di sprecare neppure un minuto del proprio tempo libero. A ciò si aggiunge che la maggior parte dei ragazzi che incontriamo ha un impiego nel più dei casi part-time, vive e si mantiene da solo dall’età di 18 anni. Il cambio di focus fa pensare, rimuginare e mettere in discussione me stessa, esperienze e background. E così, al tavolo di una caffetteria, apprendiamo spontaneamente a conoscere noi stessi attraverso l’altro. Ciò che prima appariva come l’unico modo (e perciò il più giusto) di relazionarsi con l’ambiente circostante viene scardinato brutalmente in un momento, da profonde intuizioni. Mi accorgo che lingua e metodi di studio differenti sono le due contropartite più blasonate e facilmente rintracciabili e che la curiosità sia il cuore pulsante del cambiamento. Credo sia bello ammettere che, in fin dei conti, globalizzazione e internet non ci abbiano ancora sottratto il piacere di conoscere e metterci alla prova personalmente. Il mondo, quello vero, è fuori dalla porta di casa. Il difficile, a volte, è ammetterlo.

Claudia Cazzato

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