Shantaram: il libro da tenere sul comodino
August 31, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Forse le dimensioni del volume, 1200 pagine, a prima vista non incoraggiano la scelta di questo romanzo, ma la trama è così bella che a posteriori non ci si pente dell’acquisto. Eh già perché Shantaram, il romanzo scritto da Gregory David Roberts alcuni anni fa, ha il grande pregio di essere talmente denso di avvenimenti, di colpi di scena, e così ben scritto da non annoiare mai. La storia raccontata è autobiografica, l’autore è un ex eroinomane accusato di rapina a mano armata che ha scontato la pena in un carcere australiano prima di evadere e trascorrere alcuni anni da latitante in India. Il titolo “Shantaram” (uomo della pace di Dio) è vagamente ossimorico se si pensa alla figura del protagonista, un uomo che ha basato la propria vita sul crimine e che continua a perpetrarlo anche una volta giunto a Bombay, dove viene coinvolto dalla mafia locale in un giro di spaccio, di commercio di soldi falsi e di passaporti contraffatti. Lin, così è come si fa chiamare il personaggio principale, è dunque una figura complessa: è un fuggitivo che, una volta derubato dei suoi ultimi denari, si procaccia da vivere procurando droga ai turisti ma, al contempo, è un uomo generoso sempre disposto ad aiutare gli altri, tanto che si improvvisa medico ed apre un ambulatorio con mezzi di fortuna per curare i malati nello slum (la baraccopoli) in cui si trova a vivere per un periodo. In realtà quasi nessuno dei personaggi della storia è totalmente negativo. Persino la realtà dei gruppi criminali che controllano i traffici illeciti di Bombay è caratterizzata da un certo rigore e da un senso dell’onore: uomini guidati dal principio “fare la cosa sbagliata per la ragione giusta” che sembrano perseguire un fine positivo anche quando agiscono al di fuori della legalità. Il viaggio del protagonista in India, che toccherà poi anche l’Afghanistan e il Pakistan, è soprattutto il viaggio interiore di un uomo segnato dalla vita ed impegnato a sconfiggere i propri demoni per poter finalmente perdonare sé stesso e trovare la serenità.
Il libro scatta una splendida fotografia della società indiana e del suo spirito: odori, colori, sapori, tradizioni. Roberts descrive magistralmente la Bombay ricca vissuta dagli occidentali, quella sfarzosa dei film di Bollywood, così come l’altra faccia della città, quella della gente povera che si arrabatta come può per sopravvivere, afflitta da disoccupazione, epidemie, mancanza di un tetto sotto cui ripararsi. La realtà rappresentata è spesso molto dura e difficile da concepire; nonostante le difficoltà però stupisce il grande ottimismo e la solidarietà della gente che appartiene a quella porzione di umanità che si sforza ogni giorno di sopravvivere nella miseria estrema. “L’India ha un grande cuore, è questo che consente a così tante persone di poter vivere insieme” cita il testo; e forse è proprio così, lo spirito di positiva fratellanza che si ritrova nelle pagine del libro, ma non solo, è invidiabile agli occhi di noi occidentali, soprattutto in questi ultimi tempi.
Barbara Pellegrini
Steve Jobs, il saluto del comandante
Quando il capitano lascia la nave di solito è il panico. In questo caso i 13 anni di esperienza di Tim Cook fanno ben sperare per il futuro di Apple, società californiana partita da un garage con il sogno di cambiare il mondo. Quando la natura è avversa, come nel caso di Jobs, bisogna capire quando è ora di passare il testimone.
Il discorso che Steve tenne a Stanford in onore della laurea conferitogli ad honorem è un testamento morale, da cui tutti dovremmo prendere spunto: non vivere la vita degli altri, dare valore ad ogni giorno come se fosse l’ultimo. Quando ti rendi conto che devi scendere in panchina, evidentemente, queste parole si riempiono di colori e di vita e ti spingono a superare la tua normale aspettativa vitale.
Jobs ci saluta, con un calo del 7% a Wall Street e il panico degli azionisti, ma è sereno: sa di aver lasciato la creatura che ha accudito per tanti anni in mani esperte e capaci, coadiuvate da un team di specialisti altamente qualificati.
Lo spettro degli anni passati dove tanti CEO hanno collezionato figure imbarazzanti e fallimenti disastrosi sembra, al momento, lontano.
Nella lettera ai dipendenti Tim promette di rispettare la filosofia minimalista ed innovativa di Jobs, tramandandola come fece all’epoca il successore di Chanel. Speriamo bene.
Il sogno dei due ragazzi nel garage, la voglia di innovare e vendere belle cose facili da usare si è, in un certo modo, compiuto.
Apple, con un colpo di coda, ha recuperato terreno e ha stravinto sul mercato dei mobile devices, zona scivolosa ed incerta per il gigante Microsoft, dove le pesanti ricadute si sono fatte sentire.
Consapevole di aver ceduto diritti sulla grafica a Microsoft in cambio di Excel per Mac Apple è andata avanti senza rimpianti, guidata da un timoniere assetato di novità e divertito dagli eventi, sempre più positivi per lui negli ultimi anni.
Wozniak abbandonò all’epoca, Gates si è ritirato a vita privata, Jobs li segue controvoglia: è la fine di un’epoca dettata da grandi menti guidate da sogni inimmaginabili per l’epoca in cui sono stati concepiti. Jobs ora deve riposarsi e godersi quel poco che gli resta nella maniera più serena possibile: il grande transatlantico viene diretto da mani esperte e capaci.
Grazie Steve, per aver regalato a tutti noi il sogno di qualcosa di diverso, semplice da usare e con un design inconfondibile, grazie per aver creduto nei tuoi sogni e aver continuato, nell’animo, ad essere il bambino che superava costantemente gli ostacoli che si trovava davanti. Hai fatto molto per le nostre vite, rendendole più colorate, divertenti e modaiole.
Hai reso il computer veramente “personal”, unico, un oggetto d’uso comune che oggi continua a regalare emozioni.
Marco Sberveglieri
Dilettanti allo sbaraglio
In questi lunghi mesi a farla da protagonista è la crisi economica finanziaria che colpisce in maniera drammatica il nostro Paese e non solo.
Sin dalla nascita di FlipMagazine ne abbiamo parlato, ma sembra che solo ora ci si accorga di quanto il malato sia grave, anzi gravissimo.
Ciò che lascia perplessi più di ogni altra cosa è il fatto che l’equipe medica accorsa al capezzale del moribondo “Paese Italia” sia un’accozzaglia di medici dilettanti da strapazzo, o peggio, tanti piccoli “Dottor Nick Riviera” come quel fantomatico medico della serie dei Simpson che esercita la professione e che non si capisce bene dove abbia conseguito la Laurea.
Ciò che ci preoccupa maggiormente è che di fronte ad una patologia certa come quella che affligge il malato Italia, ci siano continui litigi sulla ricetta necessaria per curare il moribondo, una ricetta per di più già sbagliata in partenza.
Sembra proprio che non esista un “luminare” in grado di indicare la via e, in mancanza di un punto di riferimento, ognuno è libero di dire la sua, con il risultato che si vive di “tante boutade” che lasciano il tempo che trovano.
Marcello Sorgi editorialista de “La Stampa” scrive riferendosi ai mediocri protagonisti che calcano la scena politica attuale, una verità allarmante: “La fiera dei dilettanti”.
Titolo non potrebbe essere più esemplificativo di ciò che viviamo in questi ultimi anni del ventennio della cosiddetta seconda Repubblica.
Ciò che rattrista ancor di più è proprio la pochezza di questa classe dirigente che si definisce nuova e migliore di quella proveniente dal dopo Tangentopoli.
Prima di tutto permetteteci di affermare che proprio più nuova non è, inoltre, è riuscita a farci rimpiangere la prima repubblica, che nonostante tutto, proprio come afferma Sorgi nel suo pezzo sul quotidiano torinese, pur con i suoi limiti e le sue sostanziali differenze fra i diversi partiti politici, in un modo o in un altro riusciva comunque a trovare delle soluzioni condivise.
Mentre oggi è il buio totale.
Crediamo che si possa guardare avanti con fiducia ed ottimismo nei confronti di ciò che ci attende, di ciò che ci potrà riservare il futuro prossimo, dato che, peggio di così non si può fare: possiamo solo migliorare, abbiate un po’ fiducia cari italiani.
‘Ha da passà ‘a nuttata.
Norman di Lieto
ECCHEPALLE! – Notizie inutili dai media
August 26, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Parte una nuova rubrica, con scadenza selvaggia, quando c’è qualcosa da dire, come è nostra abitudine. Segnala alcune delle tantissime notizie inutili che appaiono sui media. Per lo più cialtronate indegne di nota.
Leggiamo che ci sono attori americani che guadagnano così tanto che potrebbero azzerare il debito pubblico italiano. Poi scopriamo che sono insulsi attori che hanno azzeccato un paio di film, nella migliore delle ipotesi, e si diventa ancora più tristi. Un puttino cicciotto come Di Caprio, un mascherone ridicolo come l’attuale piratino (visto da vicino è un bassotto senza sugo) Depp e un comicastro che non fa ridere come Sandler beccano soldi a palate e la domanda è: “Per fare cosa?”.
Michelle Hunziker racconta, con faccia contrita e senza il solito sorriso da joker, la nascita della seconda figlia dell’ex marito. E filosofeggia, rompendo i maroni a tutti. Ma lo sa la finta bionda della televisione che quando le storie finiscono, grazie a Dio, la vita continua ? La smetta di piagnucolare, per pietà.
Federica Pellegrini frequenta un altro pesce delle vasche. Stanno insieme, si baciano, trombano, oppure fanno finta. Ma chissenefrega, basta che lo facciano e ci lascino in pace.
I calciatori fanno le bizze, minacciano scioperi e stronzate simili. Forse la pesante manovra del governo li priva di qualche spiccioli, poverini. Ma la vergogna abita ancora in questo mondo?
Berlusconi è dimagrito e giù foto a far vedere il faccione un po’ risucchiato. Ma perché non se ne va in una sua villozza all’estero e non si fa una vera cura dimagrante, sostenuta da un po’ di moto e lascia vivere in pace gli Italiani ?
Bossi fa le pernacchie a un sacco di gente. Poveretto, così è convinto di avercelo ancora duro. Contento lui.
Giulio Garaven
Di villa in villa
August 26, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Consoliamoci con il passato, visto che il presente, meglio lasciar perdere. Il Veneto è famoso per le sue ville, testimonianze dei fasti e della potenza delle più importanti dinastie che abitarono il territorio e che ancor oggi, a distanza di secoli, trasmettono al visitatore l’atmosfera di epoche meravigliose.
Le vie fluviali, che collegano Venezia a Padova, i colli Euganei e tutte le città venete, sono impreziosite da queste splendide dimore. Una provincia, dove le acque furono protagoniste e dopo l’anno Mille assunsero una sempre maggiore importanza strategica nel ruolo di comunicazione e risorsa economica della popolazione.
I ricchi patrizi veneziani, giungevano alle loro residenze di villeggiatura attraverso il Canale del Brenta con burchielli, gondole e sandoli.
Era un canale alla moda e il viaggio sui burchielli in un lento procedere tra salici piangenti, feste, dame e cicisbei, nobili e avventurieri che animavano la vita di bordo, era affascinante e divertente.
Oggi, da marzo a ottobre, il moderno burchiello solca la Riviera del Brenta portando migliaia di turisti in visita alle residenze di elevato valore storico, culturale e artistico, sostando nelle più belle e famose, legate a nomi illustri quali Il Palladio e il Tiepolo.
Risalendo sulle tranquille acque del Brenta, ci appare in tutta la sua eleganza Villa Foscari detta
La Malcontenta, che costituisce uno dei capolavori di Andrea Palladio, è un tipico esempio di villa Tempio con il monumentale pronao che si specchia nelle acque del Canale.
Sempre navigando si raggiunge Mira, celebrata dal Goldoni, per i suoi giardini e palazzi e la leggiadra atmosfera vacanziera che si respirava.
A Mira c’è la maggior concentrazione di ville, di anse verdeggianti, di angoli incontaminati, dove i salici piangenti sfiorano l’acqua del Canale.
Troviamo Villa Barchessa Valmarana con l’ampio colonnato affrescata da M. Schiavoni della scuola Barocca-Veneziana, Villa Widmann tipica residenza del ‘700 immersa in un delizioso parco di gusto Rococò francese, Villa Corner nota per i suoi fastosi ricevimenti e Villa Foscarini meta di Lord Byron.
Ed ecco, Villa Pisani il famoso Palazzo Ducale di terraferma, status-symbol della omonima nota famiglia.
La maestosa residenza, chiamata la piccola Versailles, comprata da Napoleone nell’Ottocento e decorata all’interno dai più celebri artisti del 700, racchiude indescrivibili capolavori quali la stanza di Bacco del Guarnara, la sala Pompeiana, la superba sala da ballo con affreschi del Tiepolo che fu l’ultima fatica in Italia del grande pittore di cieli e angeli. E’ circondata da un magnifico parco che racchiude il famoso labirinto di siepi, in cui Gabriele D’Annunzio ambientò i giochi amorosi dei protagonisti del suo romanzo “Fuoco”.
La riviera del Brenta, che è sempre stata considerata dai veneziani il prolungamento ideale del Canal Grande, offre una spettacolarità degna della città lagunare, uno sfarzoso percorso ricco d’arte, cultura, natura e storia del Veneto, caro ad artisti e personaggi di tutti i tempi, nonché meta di studiosi d’arte e architetti di tutto il mondo, che ci trasporta in un’atmosfera da sogno.
Visitare le ville venete e scoprire i loro tesori segreti è un’emozione che tocca l’anima, una finestra sul passato che ci apre l’immaginazione, un universo tutto da scoprire.
Carla Aghito
Cuochi atletici per un cibo più sano
August 23, 2011 by admin
Categoria: world wide
New York City
In tutto il mondo sta cambiando anche il look dei cuochi, quelli mediatici in particolare. Le pance sono tenute sotto estremo controllo, il panzone non fa più grande cuoco, ma solo ciccione. Ecco arrivare una squadra di giovani atletici, con fisici asciutti e ben allenati, non solo ai fornelli. Alcuni di loro seguono anche un po’ lo stile tamarro sfoggiando braccia tatuate, magari con la loro ricetta preferita. Il leader di questa new wave è un trentacinquenne, con un po’ di sangue siciliano, nato nel North Carolina. Ha fatto pratica in varie parti del mondo, poi ha aperto una sua insegna a Brookling, è executive chef del Surf Lodge a Long Island e da alcune settimane è anche executive chef all’Imperial No. Nine di New York, nel cuore di SoHo. Lui si chiama Sam Talbot, capello scuro, basetta latina, fisico comme il faut, da sempre ha una grandissima attenzione nell’utilizzo delle materie prime, anche perché deve provare le ricette sul proprio fisico, assillato dal diabete, fin da quando era un kid. Ama ascoltare musica rap, cucina pesce e carne non dimenticando mai il concetto di sostenibilità in cucina, trattando gli ingredienti in maniera sana, senza comprometterne il sapore. Una delle sue ricette up to date è il tonno crudo con pompelmo e olio alla senape, con il tonno allevato in maniera sostenibile nelle Filippine, pescato uno ad uno e messo su un volo per New York, dove arriva due volte al giorno. Si gira per le strade della capitale del mondo e, pur rimanendo viva l’invasione di locali e localoni dove l’odore pesante del junk food la fa da padrone, continuano da qualche anno a fiorire ristoranti dove l’attenzione per il cibo sano e cucinato in maniera corretta aiuta il corpo e la mente. I giovani cuochi tutto fisico e fitness ne sono gli ambasciatori ideali e cercano anche di fare grandi sforzi per non proporre menu a prezzi troppo alti.
Mauro Pecchenino
Summer Jamboree: un weekend low cost
August 19, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Ricaricare le batterie durante le vacanze estive risulta sempre più insostenibile per le famiglie italiane: benzina alle stelle, una situazione economica e politica, nazionale e mondiale, sempre più difficile e instabile e prospettive di lavoro decisamente tristi. Inevitabilmente, però, l’esigenza di rilassarsi un po’ e di allontanarsi dalla frenetica routine si fa sentire.
Per tutte queste ragioni vi proponiamo un alternativo weekend low cost, decisamente singolare e dal respiro davvero internazionale (pur rimanendo in Italia!): il Summer Jamboree.
Nato nel 2000 dalla collaborazione dell’Associazione Culturale Summer Jamboree e del Comune di Senigallia, è un festival gratuito di musica e cultura americana anni ’40 e ’50 e si svolge nel mese di agosto.
La sua prima edizione durò a malapena un giorno con l’esibizione di quattro gruppi musicali. Consenso e popolarità non tardarono ad arrivare, tanto che dal 2002 la manifestazione iniziò a ricevere attenzione dai mass media considerata la partecipazione di migliaia di persone provenienti da tutte le parti del mondo.
Oggi il Festival dura ben nove giorni. L’intera città si colora e si veste anni ’40-’50. Bar, spiagge e locali accolgono i propri ospiti con personale con look a tema e, come sottofondo, la musica dell’epoca. Feste, eventi, concerti e sfilate imperdibili animano ogni angolo della città. I punti di incontro da vivere sono Piazza del Duca che, oltre al suo fascino storico, ospita i magnifici mercatini vintage con oggetti di ogni genere: juke box, gadgets, quadri, chitarre, dischi in vinile ma anche abbigliamento e accessori. Se poi avete proprio voglia di immergervi totalmente nell’atmosfera e di tornare indietro nel tempo, barbiere e parrucchiera eseguono gratuitamente trucco e parrucco vintage.
Il Foro Annonario, in serata, presenta sul suo palcoscenico concerti di musica Swing, Jumpin’ Jive e Rhythm & Blues di band internazionali provenienti da America, Inghilterra, Germania, Francia e Argentina.
Se poi durante il giorno volete godervi la “spiaggia di velluto” – così come viene soprannominata la spiaggia di Senigallia per la sua inconfondibile sabbia (e chi scrive conferma il piacevole effetto!) – è d’obbligo, però, nel pomeriggio, che vi scolliate dai lettini per essere coinvolti dalla sfilata sul Lungomare Alighieri: auto d’epoca, pin ups, corone hawaiane, e ciuffi e gonnelloni alla Grease vi ipnotizzeranno per l’esplosione di colori e l’allegria della gente. Al termine della sfilata tappa imperdibile è il Mascalzone ai Bagni 69: dj set e tanto rock‘n roll faranno vibrare i vostri corpi. Pochi gli Special Event a pagamento come il Burlesque e le esibizioni di qualche famosa band.
Insomma cari lettori, arrivati a Senigallia, parcheggiate la vostra automobile, passeggiate o esplorate la città a pedalate, fatevi coinvolgere dal ritmo e dai sorrisi delle persone di tutte le età, ballate e fate amicizia…divertirsi con poco si può ancora.
Eleonora Dafne Arnese
Vivere in un mondo pop
Sarà colpa della grave crisi economica in corso, a partire dal 2008. Oppure delle catastrofi naturali o umanitarie che i media ci fanno quotidianamente vivere, come se accadessero nel giardino di casa nostra. Resta il fatto che le persone oggi hanno una grande voglia di evadere dal loro mondo. Vogliono cioè fuggire da quella realtà inquietante in cui si trovano a vivere. Ecco spiegato perché la nostra società sta diventando sempre più pop. Questo infatti è piacevole, divertente e consente di evadere dalla realtà. Si spiega così il successo di un caso come Hello Kitty. O meglio, dei numerosi prodotti colorati sui quali è impresso oggi il volto di questa gattina dalla grande testa: zaini, cappelli, cinture, guanti, scarpe, occhiali, orologi, asciugacapelli, spazzolini da denti, custodie per i cellulari, penne, bottiglie di vino, set per la tavola e si potrebbe continuare a lungo. È stato infatti calcolato che il marchio Hello Kitty è presente all’incirca su 12.000 tipi di prodotti diversi. E stanno cominciando ad aprire i primi punti vendita interamente dedicati al mondo merceologico di Hello Kitty.
Il successo di questi prodotti è in gran parte legato alla presenza dell’originale logo con la gattina. Tale logo è stato creato nel 1974 da Yuko Shimizu, una giovane disegnatrice che lavorava presso l’azienda giapponese Sanrio, ma da pochi anni si è trasformato in una vera e propria icona della cultura di massa contemporanea. Si può pensare che lo stile chiaramente infantile del logo Hello Kitty attiri l’interesse solamente delle bambine, ma una ricerca commissionata qualche anno fa negli Stati Uniti dalla Sanrio ha messo in luce che un terzo degli acquirenti di tali prodotti erano donne di età superiore ai 18 anni, che acquistavano per se stesse. Si può dunque ritenere che il target di Hello Kitty sia prevalentemente costituito da bambine e teenager, ma anche da donne in età adulta.
Apparentemente la gattina simbolo di Hello Kitty non esprime molto a parte una generica dolcezza. Ma è proprio questa insignificanza a rappresentare probabilmente il suo elemento di forza, perché le persone vi possono proiettare ciò che vogliono. Non è un caso che si tratti di un simbolo molto elementare. Di solito infatti non viene mostrato tutto il corpo del personaggio, ma solo una parte: la testa. E questa testa è priva di un elemento molto importante dal punto di vista espressivo: la bocca. È attraverso la forma di quest’ultima infatti che solitamente è possibile esprimere, ad esempio, se una persona è allegra oppure triste. Invece nel personaggio Hello Kitty la bocca manca totalmente. Quindi ogni consumatore può proiettare in tale personaggio qualunque immagine, desiderio o fantasia preferisca. E può così soddisfare quel desiderio di evasione che lo pervade.
Vanni Codeluppi
Docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia
Una inebriante scia odorosa
August 18, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Aromi e profumi, sono entrati nella storia dell’uomo, che ne ha sfruttato la magia persuasiva ed evocativa, spaziando dal sacro al profano: dall’incenso ardente, di fronte all’altare, alla ricerca delle composizioni aromatiche per aumentare il fascino e l’attrattiva sessuale.
L’olfatto, è quindi legato sia alla carne, sia all’anima, all’istinto e all’inconscio, ha il potere di rievocare il passato e risvegliare energie creative profonde.
Esiste ancora un rapporto stretto tra stimolazione olfattiva e sfera sessuale: un profumo o l’odore emesso da un corpo, possono creare un’attrazione istintiva modulando la risposta ormonale.
Il ricordo scatenato da un odore, è molto più intenso di quello di un’immagine e di un suono e può evocare istantaneamente ricordi estremamente vividi di esperienze anche molto lontane, più che un ricordare, si rivive l’esperienza sepolta nel passato che si affaccia prepotentemente annullando le distanze spazio – temporali con la stessa forza di allora.
Possiamo dire che l’azione di un profumo o di un olio essenziale può essere intesa come una vibrazione energetica, che agisce al di là del piano fisico.
Un tempo, chi era abilitato ad utilizzare le essenze, poteva definirsi sciamano, o uomo di medicina, profumiere, nonché avvelenatore. Chi sapeva maneggiare le sottili combinazioni ed elaborare un profumo, non poteva essere che un mago!
L’aromaterapia, oggi , è molto utilizzata come cura a base di sostanze naturali per via aerea, trans dermica e per ingestione, e gli olii essenziali possono essere considerati come gli ormoni delle piante o la loro “forza vitale”. Gli aromi entrano in punta di piedi senza modificarsi nel nostro organismo e hanno il vantaggio di agire preferibilmente sul nostro sistema nervoso e immunitario, ottenendo risultati sia sul piano fisico, sia emozionale.
Oggi, nella nostra casa è necessario riscoprire l’addormentato mondo delle sensazioni, è necessario definire nuovi campi di equilibrio, per riuscire a vivere con pienezza il nostro presente, per rilassare il nostro corpo e la nostra mente, per ascoltarci, ritrovarci, rigenerandoci con gli ingredienti più semplici come un bagno caldo con olii essenziali, che dà una straordinaria sensazione di vitalità, o attraverso vaporizzatori che sprigionano le nostre essenze preferite secondo l’umore, lo stato d’animo e possono calmare, energizzare, aprire la mente.
Lavanda che rilascia tutte le sue virtù benefiche, calmanti, lenitive, purificanti. Limone e camomilla, che riequilibrano e catalizzano il ricambio energetico e ci aiutano a ritrovare l’armonia dei rispettivi livelli vibrazionali o per una serata intima, l’ylang- ylang, con la sua fragranza soave ed esotica. In Indonesia, i suoi fiori vengono sparsi sul letto nuziale degli sposi: l’essenza è tra quelle più frequentemente indicate come afrodisiache.
Seguendo questa “scia odorosa”, i profumi delle essenze, cariche di valenze simboliche ed energetiche, possono aiutare l’uomo di tutti i tempi a ritrovare autenticamente se stesso, ed aprirsi a nuove possibilità espressive.
Carla Aghito
I duelli del vuoto
Vista la situazione di incertezza che stiamo vivendo e di nessun punto di riferimento degno di questo nome, siamo spinti in maniera compulsiva a portare sull’altare o nella polvere miti, sfigati e celebrità di qualsivoglia sorta.
È cronaca di queste settimane la stanca querelle tra il Blasco e Ligabue.
Bordate non politically correct quelle che partono sulla via Emilia, da Zocca a Correggio, messaggi di solo andata, perché pare che dall’altra parte non si degni il “nemico” neanche di una risposta.
E da qui si scatenano i fan dell’uno e dell’altro, come aizzati verso una polemica sterile e di una puerilità disarmante.
Vasco Rossi per molti ( ma non per tutti ) è il numero 1 in Italia, lo segue a debita distanza ( pochi affermano il contrario ) il Liga.
Crediamo sia un dato di fatto che Vasco Rossi abbia un repertorio di testi e successi di gran lunga superiore al ripetitivo Luciano, o no?
Chi potrebbe fare una disamina o offrire un parere superpartes da Giudice ( quasi ) inattaccabile sui due vecchi guasconi ?
Forse Gino Castaldo di Repubblica, Luzzato Fegiz del Corriere o quel birichino di Morgan?
Per carità Fegiz è già stato tacciato di essersi inventato qualcosa di troppo nella sua intervista al Blasco e il povero Morgan è stato clamorosamente asfaltato, per aver affermato che la vena creativa di Vasco Rossi si era fermata agli anni degli esordi ( noi di FlipMagazine siamo d’accordo).
Chi tocca questo tasto viene folgorato.
Vasco Rossi è un mostro sacro che ha dato tanto con le sue canzoni e ancora tanto potrà dare, ma anche i più grandi quando arrivano ad una sovraesposizione mediatica, come quella che ultimamente contraddistingue il cantante di Zocca, qualcosa non torna.
Il medium è il messaggio come diceva Mc Luhan, bulimia da facebook per uno dei più grandi rocker del nostro Paese?
E, soprattutto, in mezzo a queste continue querelle si inserisce il popolo della Rete, ed è su questo campo che vorremmo ragionare ancora una volta su che cosa si sia scatenato.
Se sono fan di un personaggio va da sé che sia avverso nei confronti dell’antagonista del mio eroe: non importa se l’uno o se l’altro combinino qualcosa di buono o qualcosa di criticabile, o con lui o contro di lui.
È una forma di fanatismo che non ci piace e ci rattrista molto, perché denota una deludente caduta di stile di molti falsi miti e una ( non ) capacità critica di chi li segue a prescindere, adottando talvolta stili di vita, comportamenti e copiandone frasi come fossero Verbo.
Crediamo che avere miti, idoli o essere fan di una celebrità o di un gruppo non possa precluderci il diritto di criticarlo o di affermare, per esempio, che l’ultimo lavoro del nostro idolo sia da rivedere, migliorabile e ad un livello molto più basso rispetto ad altri suoi lavori precedenti.
E questo può valere per Vasco, per Ligabue o per chiunque altro personaggio che faccia scaldare anima e core di molte persone.
Ciò che viene fatto dal nostro idolo è comunque bello a prescindere e anche frasi ovvie, criticabili, diventano una sorta di vademecum e panacea per tutti i mali, per chi non ha una propria ricetta personale.
Lo vediamo da troppo tempo, registrando un continuo azzuffarsi tra guelfi e ghibellini in ogni sfera della vita di questa società italiana sempre più mediocre, stereotipata e priva di ogni capacità critica. In una totale assenza di forza nel sapersi contraddistinguere da questo mare magnum di mediocrità che ormai da troppo tempo bagna la nostra penisola, in un oceano di piatto conformismo.
Di Vasco amiamo i testi degli esordi più di ogni altro.
Di Ligabue ci piacciono i modi pacati e i toni bassi che ha tenuto durante questo assurdo ed anche un po’ patetico duello.
Norman di Lieto



















