Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

Social Media will overtake traditional Media

July 31, 2011 by  
Categoria: world wide

Comunicazione PER VOI's Picture

Comunicazione PER VOI's Picture

New York City

Use of social media for public relations and public affairs purposes by U.S. communication consulting firms has jumped12%-15% in the past year, according to the first survey on the subject by PR/PA agency mergers and acquisition consultants, StevensGouldPincus.

Currently, the total percentage of work devoted by communications consulting firms to social media as opposed to traditional media is 30% overall. Next year, the percentage will increase to an average of 42%, with firms over $3 million in revenue increasing to 46%.

“If this trend persists,” said SGP managing partner Art Stevens, “within the next two years social media will replace traditional media as PR/PA’s primary tool for reaching client audiences with news and information. When you consider that traditional media have been the bedrock of professional PR/PA practice for more than 100 years, the implications are profound.”

Also according to the survey, social media are being used across the board, with media relations the dominant function, averaging 36%, followed by product marketing (25%), and issues advocacy (20%). Special events (16%), grassroots advocacy (16%), political campaigning (16%), and crisis communications (13%) were also important. Use of social media in financial relations and legislative affairs was less significant. “Online or off, working with the press remains the top priority for most firms,” added Stevens.

The survey indicates that time devoted to particular social media each month varies slightly by firm, but the most attention goes to Facebook (31%), Twitter (29%), LinkedIn (18%), MySpace (17%), and YouTube (14%). “It makes sense that the use of social media by firms reflects the public’s preferences for and uses of the same media,” Stevens said. He added that the survey coincides with SGP’s launch of a more formal social media M&A practice.

Bates, PR Consultant and Graduate Instructor, said the most important issue of interest to PR/PA firms, according to the survey, is tracking and measuring results and quantifying value.

“Use of social media has become critical enough that both firms and clients want to know what they’re getting for their money; what’s moving the needle and what isn’t.” Bates continued: “If firms aren’t measuring now, they will be in the next couple of years.”

Next in importance among the issues cited in the survey is maintaining credibility (58% of firms). “Firms also want to make sure the results they achieve are believable,” said Bates. “There is growing concern about the integrity of many social media.” Another issue – social media’s potential for trivializing PR/PA programs – was third at 21% but Bates said it is still an issue worth watching. “Social media can be abused as well as used for PR/PA purposes. Firms don’t want to be part of any abuse.”

Bates said the survey shows that the most used social media are web sites, blogs, video sites and online surveys. Their use was well ahead of wikis, online games, podcasts, and vlogs. Similar results were evident for both small and large firms.

Stevens said SGP will continue to survey the country’s PR/PA firms to determine the impact of social media on their practice and on the conduct and value of communications consulting firms. “We want to strengthen their opportunities for profitability and success,” he said.

“Firms with strong social media experience, especially those who can develop powerful online programs for publicity, fundraising, voter education, issue advocacy and other purposes, key are sizzling hot candidates for acquisition.” He said SGP has several active requests by mid-size to large agencies that want to acquire to social media oriented firms for significant cash, management participation and equity.

The survey is the first on Social Media by StevensGouldPincus, which has been conducting other industry wide surveys for 22years. These have included agency performance benchmarks such as revenue growth, expense controls, profitability and best practices. The firm is based in New York. Its three top principals had each built and sold businesses in communications consulting and accounting.

Peter Jones

Social Network: esistere o fare il triste voyeur ?

July 31, 2011 by  
Categoria: attualità

jovike's Picture from Flickr.com

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In una delle sue canzoni: “Vivere”, Vasco Rossi dice: “Oggi non ho tempo, oggi voglio stare spento”.

Nella società dei social network, del testimoniare in maniera ossessiva di esserci , di essere protagonista, di avere tanti amici ( spesso solo comparse ), se non ci sei sembri uno sfigato e la logica di Fb andrebbe analizzata in maniera più approfondita.

Fatti vedere sorridente, con tanti amici, in numerosi eventi o ritenuti tali, un vip on line che mostra la sua vitalità grazie, ad un tag sul social network più famoso del mondo e crederai ( e farai credere) di essere qualcuno.

Eppure non esserci, non avere foto o peggio non aggiornare il proprio stato in maniera compulsiva ti fa sembrare quasi un’anticonformista, uno che vuol fare l’alternativo a tutti costi.

Facebook è soprattutto omologazione. Occasione per mostrarsi e ottenere un complimento furtivo, un commento benevolo, pieno di vocali e sciocche interiezioni.

Puoi trovare chi scrive anche quando si è messo l’acetone sulle unghie, o chi ha portato il proprio cane a fare i bisogni sul suo solito affezionato albero, dell’incrocio meneghino più trafficato della circonvallazione, o del litigio furioso con un’addetta del call centre.

Difficile trovare qualcosa di toccante, di significativo, al di fuori di frasette supide e materiale preso altrove.

Si dice che anche le invenzioni più virtuose possano essere svilite del loro significato più alto, credo questo si sia verificato di gran lunga in molti casi sulle pareti di Fb.

Nella bulimia di molti di urlare la propria presenza in questo mondo, permetteteci di schierarci con chi ( compreso chi scrive ) non è più visibile su un muro. Non avendo paura di affermare di avere una vita piena, senza doverne certificare l’autenticità su un social network.

È un modo di essere, vivere come una sorta di eremita del nuovo millennio, lo potremmo definire come l’eremita ai tempi di Fb: sereno e soddisfatto di vivere la propria vita senza per questo stenderne i panni su di un muro, pieno di scritte prive di significato.

Norman di Lieto

Grand Prix Retrò

July 31, 2011 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

prorallypix's Picture from Flickr.com

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Riccione apre la stagione dei grandi eventi con un nuovo modo di fare comunicazione: un Gran Premio in tutta regola, che raduna ex piloti di F1 e auto da corsa.

Questo avvenimento, per il suo fascino determinato dalla grande spettacolarità e per il fatto socio-culturale che lo contraddistingue, rappresenta un’importante aggregazione di pubblico amplificata dall’eco della stampa. E’promotore, infatti, di una comunicazione forte e attiva.

L’evento raggruppa le quattro categorie dell’automobilismo da corsa, quelle da Grand Prix, come l’Alfa Romeo P.3, con la quale correva Tazio Nuvolari, quelle di F1 da campionato mondiale e, ancora, le formula junior e le sport prototipo.

Viale Ceccarini si trasforma in box e pista per le vetture; un evento spettacolare in cui partecipano ex piloti provenienti da tutto il mondo, come: Jerry Ashmore, Teddy Pilette, Reine Wisell. Dall’Italia, Maria Teresa De Filippis, a bordo di un’Urania Sport, Nanni Galli, Nino Vaccarella.

Maria Teresa De Filippis, che vanta il primato mondiale di essere stata la prima donna al mondo a correre in F1, ci racconta di quando ragazza rompicollo, iniziò a correre con una Fiat Topolino per battere il fratello già pilota consolidato, nell’eterna sfida di famiglia che avevano in tutti gli sport.

Pilotino, così chiamata nell’ambito delle corse, diventerà un grande pilota e batterà i grandi assi come Fangio e Luigi Musso, guidando un’impossibile Maserati monoposto.

Centinaia di persone si accalcano nel parco chiuso, tentando di toccare e vedere da vicino auto e piloti da leggenda. Il rombo dei motori delle meravigliose, cattivissime creature: Ferrari, Maserati, Tecno, lacera l’aria, creando una fortissima emozione. La folla assiepata, freme e grida al passaggio delle auto da competizione.

È un aspetto anomalo inventarsi un piccolo circuito nel centro città, ma è proprio un elemento di peculiarità di Riccone, reinventarsi un evento che da visibilità e qualità alla Perla dell’Adriatico ricordata spesso, solo per eventi legati alla disco-music.

Quando le luci si spengono sulla prima edizione di “Riccione Grand Prix Retrò” rimane la gioia di aver respirato l’aria di questi miti e leggende dell’automobilismo e insieme la voglia di rivivere ancora questi impagabili momenti di irripetibile adrenalina automobilistica.

“The Show must go on…” come dicono anche a Indianapolis.

Carla Aghito

Amy Winehouse, l’altra faccia del successo

July 28, 2011 by  
Categoria: world wide

Guy Bisson's Picture from Flickr.com

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La scomparsa in giovane età dell’artista inglese ha commosso tanti cuori. FlipMagazine, per ricordarla, pubblica due differenti approcci alla vicenda

Londra

E un’altra voce se ne va.

Il 23 luglio, come è tristemente noto, viene trovato il corpo senza vita di Amy Winehouse, nella sua casa di Londra. Aveva 27 anni e, probabilmente, l’autopsia confermerà la morte per overdose.

All’apparenza Amy aveva tutto: uno stile che ha lasciato subito il segno, il successo, i soldi. Un tutto, però, che si rivela niente, quando leggiamo sui giornali della sua morte e, prima di lei, e come lei, Jim Morrison, Jimi Hendrix. Evidentemente la fama non basta per svegliarsi la mattina e trovare la voglia o il coraggio, di affrontare un altro giorno, di vivere ancora. Qualcosa dentro si è spezzato. Quel successo che, troppo velocemente, come un vortice li aveva travolti e portati all’apice, altrettanto velocemente, li ha risucchiati in un baratro dal quale non vedranno, mai più, la luce. Quanti artisti abbiamo visto sballarsi, rovinarsi con le proprie mani, incapaci di gestire la fama, incapaci di trovare un equilibrio, una stabilità, in quel mondo di feste e turbinii. Costantemente sotto la luce dei riflettori, sempre al centro della scena. Quando poi, però, le luci si spengono, quando rimani solo con l’ombra di te stesso, forse in quell’ombra non ti riconosci più, cerchi un volto che è diventato maschera, capace di mostrarsi diversa in ogni luogo, con ciascuna persona. Ma è solo un guscio vuoto, al di là del quale non c’è più nulla. E proprio in quel nulla, allora, cerchi l’ultimo, eterno rifugio.

Elisa Moro

I say no no no, questo è  il tormentone che nel brano Rehab cantava Amy Winehouse.

Devi riabilitarti dall’alcool Amy, tutti mi dicevano, e io dicevo: no no no!

È morta a soli 27 anni così come Jim Morrison, Kurt Cobain e Jimmy Hendrix.

Si è scritto molto di questa artista inglese con la voce inconfondibile e una vita dentro e fuori dal palco molto tormentata: depressione, anoressia, alcolismo, droga.

Un mix di elementi esplosivi che l’hanno portata a non uscire più da quel buco nero in cui si era cacciata.

Il talento artistico è fuori discussione e i pezzi più conosciuti come appunto, tra gli altri, Rehab, Back to Black, sono tutti  fortemente indicativi della sua fragilità e totale inadeguatezza ad affrontare la vita con le armi giuste. Si dice che le persone sensibili o muoiono giovani o vivono male la propria esistenza.

Ma in alcuni brani meno conosciuti,  come He can only hold her, viene fuori tutta la sua sensibilità e la fragilità emotiva.

“Lui è ciò da cui lei sta fuggendo, come può lui avere il cuore di lei quando questo è stato rubato, sebbene lui tenti di riappacificarsi con lei ciò che lei ha dentro non muore mai”.

O come in Love is a losing game, dove ben spiega che ne pensa dell’amore: perché vorrei non aver mai giocato? Che casino abbiamo combinato l’amore è un gioco perdente.

E Rehab, la canzone che le ha dato tanta fama e successo ben descrive la sua idiosincrasia alla riabilitazione: non voglio bere mai più ho solo bisogno di un amico. Questo passaggio sembra uno di quei tristi presagi o, peggio, un grido di dolore ed una richiesta di aiuto a cui nessuno ha saputo rispondere.

E qualcuno che poteva fare qualcosa ci sarà potuto essere, o la solitudine dei numeri primi è proprio questa, essere Amy Winehouse, essere qualcuno per tanti e ritrovarsi disperatamente soli.

You know I’m no good, un altro suo brano che ha scalato le classifiche il ritornello dice:
ho tradito me stessa come sapevo avrei fatto, ti ho detto che avevo dei problemi sai che non sono brava.”

Le notizie oggi passano in fretta e da quello che abbiamo sentito in questi giorni abbiamo percepito una sorta di gogna mediatica già pronta a giudicare ( non era una santa certo che no cari lettori ) e ad emettere una sentenza senza appello per Amy Winehouse.

Vi invitiamo a leggere i testi di alcune sue canzoni, per leggere ( neanche tanto tra le righe ) di come la fragilità di questa artista venga fuori senza indugi.

Addio Amy.

Tears dry on their own: “vorrei dire che non ho rimpianti e nemmeno dubbi emotivi…”

Norman di Lieto

IL POSTO DOVE ANDARE – Papà Francesco, a Milano

July 28, 2011 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

Andreanix's Picture from Flickr.com

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A volte esistono facili luoghi comuni, anche nel settore della ristorazione. Locale in centro, nelle vicinanze di monumenti o zone d’arte = locale turistico da evitare. Nel caso di questo ristorante con sede a due passi da piazza della Scala e a venti dal Duomo, idiozia più evidente non potrebbe esistere. Papà Francesco, infatti è un locale accogliente, ben arredato, con un’ottima offerta di piatti di pesce e carne, tutti curati e di medio/alto livello, gustosa pasta fatta in casa, oltre ad una contenuta e calibrata lista dei vini. E’ gestito dalla famiglia Bonomo, di origine sarda, da molti anni a Milano, dove ha già dato vita ad altri locali di successo. Ha un’aria italiana e internazionale ( con un’esperienza similare a Tokio) allo stesso tempo, così come affianca ad una clientela di aficionados, turisti italiani e da tutto il mondo, ma turisti che sanno assaggiare e apprezzare la buona tavola, spendendo qualcosa in più, ma tutto sommato il giusto. Eppoi l’atmosfera è simpatica, il personale, coordinato da Paolo Bonomo (con studi all’estero) funziona con buon ritmo e il sorriso sempre pronto. Mentre il padre Augusto fa faville in cucina e spesso replica il tutto anche sugli schermi della televisione. FlipMagazine consiglia questa location a chi vuole mangiare bene, fare bella figura con i clienti in una cena di lavoro e a chi vuole passare una serata a due, perché no ?: il vino è buono e aiuta, i piatti sono invitanti, il personale sollecito, ma in certi casi pronto alla discrezione e allora c’è quasi tutto, forse manca solo un violinista che intoni una melodia romantica e, dopo uno sguardo alla Scala, la serata deve andare, per forza, a gonfie vele.

Mauro Pecchenino

Ma cosa c’è nella vita davanti ?

July 24, 2011 by  
Categoria: attualità

Blondi000's Picture from Flickr.com

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Un recente film di Paolo Virzì, “Tutta la vita davanti”, ben ritrae la situazione dello studente universitario che, pur avendone i meriti, diventa oggetto di berlina e viene schernito, come se il suo lavoro fosse solamente un passatempo.

A differenza delle università private americane dove, per avere accesso allo studio, devi accedere ad un mutuo che ti garantisca quei 200.000 dollari necessari per finire la tua carriera, nell’università pubblica italiana si vede di tutto un po’.

Gli studenti più affascinanti e degni di lode forse sono quelli fuori sede: affrontano viaggi su scomode carrozze ferroviarie, volano in fatiscenti classi economiche, molto spesso vivono di aperitivi perché il loro budget non consente altro. Il portatile che hanno ricevuto in dono per la triennale diventa la loro vita e lo custodiscono gelosamente, rendendolo testimone dei loro ricordi oltre che del loro lavoro; devono vivere in appartamenti con coinquilini spesso scrocconi, rumorosi ed invadenti. Considerando uno studente medio, ad ogni sessione si possono sostenere dai 4 ai 5 esami, per un totale complessivo di oltre 5000 pagine in meno di due mesi; lo stress è alto e la competitività non fa sconti, molti pensano egoisticamente solo al proprio interesse. Devi avere la forza di tirare avanti e di stringere i denti nei momenti più duri, dire di no ad amici, parenti e fidanzate quando ti chiedono di esserci per loro, rispondere a persone che schernendoti ti chiedono il senso di studiare ancora: “Tanto basta fare la velina o il calciatore”. Si vive in attesa del prossimo esame, si dà l’ anima e poi via a ricominciare: nuovo esame, nuova opportunità. È solo nei pochi momenti liberi quando, rilassati, guardando alle nostre spalle e vedendo il lavoro svolto finora, si può esserne orgogliosi e sentirci fieri dei nostri sforzi.

Gli studenti della specialistica possono ritenersi fortunati quando trovano degli amici, persone che collaborano con loro e aiutano nei momenti in cui si prende la testa tra le mani e si vorrebbe mandare a monte tutto, in una crisi di irrazionalità e sconforto.

Gli studenti: piccole sfere indifese che cozzano tra loro, molti con la bramosia della conoscenza che arde, fragili e vulnerabili come tutti; ognuno cerca di difendersi come può, chi con l’ironia, il disimpegno, la rabbia, la supponenza, la consapevolezza che dopo quell’esame potrà avere una seconda occasione.

Concludendo, si può affermare che sì, è vero, c’è tutta la vita davanti. E la si sta conquistando mattone dopo mattone, attaccandosi con tutte le forze a basi solide, per non crollare sotto il peso delle umane incertezze che, ad ogni modo, rendono le persone spesso meravigliose, quando alzeranno la testa dai libri.

Marco Sberveglieri

Lisbona, una femmina che ti guarda furtiva

July 22, 2011 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

ariKasia's Picture from Flickr.com

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Lisbona è una città dal grande fascino, soprattutto per quell’atmosfera decadente che la caratterizza. Una miscela di tristezza, cupezza e bellezza, che la rendono unica, tra colori arabeggianti, atmosfere da sud del mondo e tenebre che sembrano non trovare mai la luce. Il cuore commerciale della città è la Baixa (città bassa) che da Praça do Comércio, sede di antichi palazzi governativi, si apre in un reticolo di vie gremite di negozi e ristoranti turistici. Al limite di questa zona la città cambia radicalmente e comincia ad arrampicarsi sulle colline in un saliscendi di casette tinteggiate prevalentemente di giallo ocra; basta prendere una delle tante funicolari o il suggestivo tram 28, per visitare i quartieri della città alta. Le vie sono strette e tortuose, in alcuni tratti sembra quasi di sfiorare i terrazzini che spuntano dalla facciate, ma tanti sono i miradouros (punti di osservazione) che si aprono tra le case in diversi punti della città e lasciano intravedere lo sconfinato oceano. Il Bairro Alto è la zona più antica e caratteristica di Lisbona, che ospita diversi locali piacevoli e coinvolgenti, in cui degustare cene a base di baccalà e zuppe di verdura e ascoltare il Fado, il canto tipico del Portogallo dai toni malinconici, un canto che richiama la vita della strada, con i drammi e i sentimenti in tumulto, che trasmettono brividi insoliti, alternarsi di pianti e risate, a chi sa apprezzarne l’atmosfera.

L’Alfama, situata sempre nella parte alta della città, è uno dei quartieri più interessanti con i suoi piccoli negozi di alimentari e taverne vecchio stile, dove il cuore si ferma a pensare, le case con il bucato appeso alle finestre ad asciugare e il suo intrico di strade ripide tra cui è bello perdersi passeggiando. Così si arriva in cima alla collina per ammirare uno dei panorami migliori della città dal Castelo de São Jorge, antica roccaforte moresca. Qua e là le case appaiono ricoperte dai tipici azulejos, le piastrelle di origine araba smaltate in diversi colori, vere opere artistiche e vanto della regione nell’antichità.

Bisogna però ridiscendere le colline per visitare i tesori che ancora la città custodisce; prendendo un tram in pochi minuti sarete a Belem, tappa obbligata per ogni turista che voglia ammirare il famoso Padrao do Doscobrimentos, il monumento a forma di prua di nave dalle enormi dimensioni che celebra le grandi scoperte delle esplorazioni. Altro gioiello del quartiere è la Torre di Belem, antico punto di guardia dell’ingresso del porto di Lisbona, costruita tra il 1515 ed il 1521 per celebrare la potenza marittima della flotta portoghese che, guidata da Vasco da Gama, aveva scoperto la rotta per l’India. La torre un tempo si trovava su un isolotto, in mezzo alla foce del Tago, il fiume che dal mare entra letteralmente nella città piegandola in due; con il terremoto del 1755 l’isolotto si è poi avvicinato alla sponda fino ad esserne quasi adiacente. Di fronte al fiume la costruzione presenta finestre ad arcate, delicate logge in stile veneziano e una statua della Madonna del Buon Ritorno, un simbolo di protezione per i marinai.

Il Mosteiro dos Jeronimos, che si trova a pochi passi dalla Torre, è uno dei migliori esempi architettonici dello stile manuelino, lo stile caratteristico delle opere rinascimentali del Portogallo dell’inizio del XVI sec., che prende il nome dal re portoghese Manuel I. L’edificio davvero suggestivo assume l’aspetto di un castello di sabbia, con torrette a conchiglia che sembrano create dalla terra lasciata cadere lentamente dalle mani e finestre che hanno l’aspetto di pizzi scolpiti nella pietra. Nel Mosteiro dos Jeronimos si trovano le tombe del grande navigatore Vasco da Gama, e dal 1985 riposano qui anche le spoglie di Fernando Pessoa. Dal 1983 questi esempi di architettura appartengono al Patrimonio dell’Unesco.

Per completare degnamente la visita a questa zona della città è doveroso un salto all’antica e famosa pasticceria che realizza i Pasteis, una delizia di pasta sfoglia e ricotta la cui ricetta è custodita con la massima segretezza da centinaia di anni.

Non mancano i richiami a luoghi lontani a completare il quadro artistico della città, basti pensare al celebre Ponte 25 de Abril (praticamente una copia del Golden Gate americano) e alla sagoma a forma di croce della grande statua del Cristo Rei, simbolicamente voltato a guardare verso quello di Rio de Janeiro, di cui è una copia perfetta. Lisbona sa togliere il fiato, ti guarda e sfugge, con la sua anima colorata di nero, come certe sue donne, che spuntano all’improvviso dai vicoli ruvidi di storia, ti guardano furtive e vanno via e non si sa verso quale meta. Chi vuol avvicinare il mistero e la gioia sommessa, trova a Lisbona un luogo indimenticabile.

Barbara Pellegrini

Io cammino

July 22, 2011 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

Kate at yr own risk's Picture from Flickr.com

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa gentile riflessione

Io Cammino… non corro, non faccio running con l’ipod al braccio, non mi alleno, semplicemente cammino, ho ricominciato qualche settimana fa e mi sono accorto che mi mancava, si mi mancava camminare, una cosa che da piccoli facevamo sempre eravamo a spasso per il paese tutto il giorno e il rapporto che esisteva con il mondo che ci circondava era vero genuino fatto di contatto e condivisione, e pian piano l’abbiamo perso con la frenesia della vita con l’ausilio della macchina fino a diventare schiavi di quest’ultima, non demonizzo l’auto, ma biasimo le scuse che talvolta prendo per non fare un pezzo di strada a piedi, la più gettonata è il poco tempo a disposizione, senza rendersi conto che quel tratto di strada farebbe bene al nostro fisico e magari incontrando un amico e salutandolo potendolo toccare invece di fagli un colpo di clacson farebbe bene al nostro spirito.

Quante volte in questi anni mi sono ripromesso d’iscrivermi in palestra di riprendere a giocare a pallavolo a fare qualche vasca in piscina a fare un po’ di jogging, e poi sempre per una scusa o un altra, si scuse perché in realtà e di questo che parlo, la scusa del lavoro, dei bambini, della poca voglia, mi son ritrovato all’assoluta apatia fisica, poi un giorno mi sono comperato un paio di axis e mi son detto andiamo a camminare, ed è stata una riscoperta quasi una rinascita, un dialogo interrotto con il mio corpo con la terra, riuscire ad ascoltare il proprio respiro e tutti i suoni e i profumi che incontriamo man mano che maciniamo strada, come in un caldo pomeriggio il sentore di brezza fresca tra gli alberi come pausa dall’arsura e la vista di un enorme cespuglio di lavanda e camomilla selvatica, fermarsi a godere di questi profumi e accorgersi di quante volte sei passato di li senza esserti mai accorto di questo piccolo angolo di paradiso, e senza aver mai visto il vero volto del mondo dove vivi, con le sue luci le sue voci, solo perché sei di fretta.

Quando cammino alche la mia testa si muove, sono solo ma con me ho pensieri che arrivano senza esser stati interpellati, il meccanismo e strano ma son sicuro che sia legato ai sensi, alla vista dell’alba al nuovo giorno che nasce e che mi porta a dei ricordi legati a dei momenti bellissimi vissuti con persone che non so più nemmeno dove siano, al caldo profumo del fieno tagliato che era il preferito della mia Bruna, al sentire voci echeggiare da tutt’intorno, risate, una mamma che chiama una bimba e in questo passaggio vicino alla vita, la tua mente va sia a cose belle che a pensieri che fanno male o che lacerano ferite ancora aperte, ma stavolta in confronto ad altre volte stai camminando e il dolore è meno lancinante e senti vicino le persone che si sono allontanate da te,  sei in movimento e pian piano passo dopo passo, respiro dopo respiro ti accorgi che la negatività il pensiero triste cosi com’è arrivato se né andato, e una sensazione di benessere ti avvolge.

Io cammino e ho ricominciato a respirare, ad ascoltare il mondo intorno a me, ad ascoltarmi ad avere la voglia di continuare e non fermarmi come quando ero piccolo e avevo come palestra le vie del paese e come compagni di squadra i miei amici.

E quando l’acqua della doccia mi sciacqua di dosso il sudore e la stanchezza della camminata, sorrido e mi sento felice.

Io non corro….

io non mi alleno…

io cammino e mi sto accorgendo che lo faccio sorridendo.

Marco Granello

Leggiamoci dentro

July 17, 2011 by  
Categoria: attualità

Ktylerconk's Picture from Flickr.com

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“Il volto è lo specchio dell’anima”.

Questa frase può sembrar banale, ma in realtà rivela significati e relazioni molto profonde. La morfopsicologia, infatti, è lo studio che permette di dedurre le dinamiche psicologiche di un individuo, partendo dalle forme del viso, che è il punto d’incontro tra il nostro patrimonio genetico e l’ambiente nel quale siamo cresciuti. È una delle chiavi di accesso al vissuto di una persona.

L’analisi dei lineamenti si perde nella notte dei tempi, da Aristotele a Pitagora, al professor Lombroso, che nell’ottocento, tramite l’analisi di particolari anomalie fisiche, diede il via alla criminologia.

La forma del viso, occhi, naso, bocca, zigomi, dice chi siamo, riflette il nostro vissuto emozionale, le nostre esperienze, la nostra personalità.

Il morfopsicologo, infatti, aiuta la persona a realizzare il suo potenziale massimo, indirizzandola sulle basi della sua predisposizione, nello studio, nel lavoro, nel sociale, nel commerciale, nella vita. È anche un ottimo strumento di diagnosi, visto in un’ottica di sostegno e di miglioramento.

Abbiamo approfondito questa materia così affascinante attraverso il dott. Jean Spinetta, psicoterapeuta, allievo di Corman, ora vicepresidente della Societé Française de Morfopsycologie e Presidente della SIMPA Società Italiana di Morfopsicologia.

Un personaggio carismatico che vive tra Nizza, Milano e l’Argentina, dove insegna questa disciplina con grandissimo entusiasmo.

Poniamo alcune domande a Spinetta:

- Com’è nata in lei questa passione?

“Per imparare a conoscere prima me stesso e, di conseguenza, conoscere gli altri, il loro lato nascosto, i talenti da valorizzare, i nodi su cui lavorare per arrivare a un miglior equilibrio e benessere”.

- Chi si può rivolgere al morfopsicologo?

“Può essere un supporto per una migliore comunicazione ed essere d’aiuto a tutti quelli, che lavorano in relazione col pubblico e un prezioso sostegno per gli insegnanti e i genitori. Consente di ampliare lo sguardo con cui guardiamo alla relazione e alle dinamiche di coppia. Dietro le apparenze c’è un delicato meccanismo di giochi relazionali, reciproci di potere: la consapevolezza in quale gioco si è coinvolti permette di ristrutturare tali situazioni a favore di una relazione più completa”.

- Cosa ne pensa della chirurgia plastica in rapporto alla metamorfosi interiore che si ottiene dal cambiamento corporeo?

“La chirurgia plastica è la metodologia che attraverso il cambiamento delle forme esteriori mira ad ottenere ripercussioni profonde che curano i conflitti e le ferite interiori per poter star bene con se stessi ed accrescere la nostra autostima”.

-Ci dia due indicazioni sui “tipi psicologici”:

“La morfopsicologia non propone un’analisi asettica, ma una visione olistica delle nostre carenze e potenzialità. Si fonda sulla legge di dilatazione e ritrazione; due livelli estremi all’interno dei quali scorre l’esistenza della persona. Nella costruzione della forma umana, prevalgono due tendenze principali: il biotipo “dilatato” e il biotipo “ritratto”, che sono chiave di lettura della legge della natura stessa e all’origine della vita. Il “dilatato” rappresenta un bimbo nel primo anno di vita, con tutti i ricettori aperti in fase di espansione, di sviluppo, di crescita. Il “ritratto” si caratterizza nella fase autunnale della vita che lo porta a conservare le sue energie e mettere il suo organismo al sicuro, non appena si presenta il pericolo. Forme rotonde, forme appiattite, i visi dilatati esprimono la psicologia del bambino, i visi ritratti della vecchiaia”.

L’applicazione della morfopsicologia ci procura la gioia nello scoprire l’altro, nel capirlo meglio, nell’aiutarlo a sviluppare il potenziale presente, trovando la chiave d’espressione per poter diventare persona realizzata. Ci da così la gioia di andare sempre più lontano, di scoprire sempre di più.

Carla Aghito

La pubblicità funziona

July 17, 2011 by  
Categoria: attualità

Uberto's Picture from Flickr.com

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Le conoscenze disponibili sul funzionamento della pubblicità portano a ritenere che quest’ultima operi, più che determinando direttamente dei comportamenti d’acquisto, stimolando la nascita di una disposizione d’animo favorevole, che potrà successivamente tradursi nell’atto d’acquisto desiderato da parte delle imprese. Per ottenere questo risultato, i pubblicitari cercano soprattutto di associare ai prodotti dei significati e delle immagini piacevoli. Il consumatore odierno, infatti, più che la soddisfazione di bisogni di tipo funzionale, cerca nei prodotti numerosi significati di cui pensa di avere bisogno nella sua vita sociale: il successo, il prestigio, il potere, il fascino, la bellezza, ecc.

Pertanto, i pubblicitari, per massimizzare l’efficacia dei loro messaggi, “catturano” dei significati che sono già conosciuti dai consumatori, cioè che già esistono nella cultura sociale, e li immettono nei prodotti venduti sul mercato. Basta dunque che la pubblicità affianchi nella stessa immagine, ad esempio, uno sconosciuto flacone di profumo francese a un’affascinante attrice perché i significati socialmente attribuiti a quest’ultima vengano percepiti come appartenenti al flacone. E perché il consumatore sia portato a pensare che acquistando tale prodotto i significati propri dell’attrice possano passare a lui. La pubblicità, infatti, suggerisce sempre allo spettatore che la sua vita migliorerà se comprerà ciò che gli sta offrendo.

Certamente, i messaggi pubblicitari indirizzati ai consumatori possono incontrare nell’ambiente sociale e di mercato anche numerosi ostacoli. Ai tradizionali fattori individuali che sono stati scoperti in passato dagli psicologi e che sono in grado di “filtrare” la ricezione dei messaggi pubblicitari trasmessi dai media (esposizione selettiva, percezione selettiva, memorizzazione selettiva), va aggiunta l’attuale situazione della cultura sociale e del mondo dei media, che si caratterizza per un elevatissima quantità di messaggi in circolazione. Si pensi, ad esempio, all’elevato numero di spot presenti in televisione all’interno di un singolo blocco, ma anche al fatto che i messaggi pubblicitari devono competere oggi con molti altri messaggi che lottano accanitamente per conquistare l’attenzione delle persone. La pubblicità però, nonostante ciò, funziona. Molte ricerche hanno mostrato infatti che i messaggi pubblicitari dispongono di un notevole potere di suggestione sulle persone.

La pubblicità comunque è uno strumento e come tale non è necessariamente negativa di per sé. Dipende dall’uso che ne viene fatto, il quale può produrre degli effetti positivi oppure negativi nella cultura sociale. Il che, d’altra parte, si può anche dire della televisione, del cinema o di tanti altri strumenti di comunicazione che operano nelle società contemporanee. Ne deriva quindi che la pubblicità diventa negativa soltanto se viene impiegata in modo volgare, scorretto o con il consapevole proposito di ingannare le persone.

Vanni Codeluppi

Docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia

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