La Coruna, una Spagna diversa
June 28, 2011 by admin
Categoria: world wide
La Coruna
Quando si parla di vacanze e di divertimento o meglio di come trovare il posto dove coniugare mare, sole e movida tutti rispondono: “Spagna!”
E allora, subito le mete più gettonate che ci vengono in mente sono Ibiza e Formentera.
Le Baleari hanno un clima meraviglioso, mare cristallino, spiagge di sabbia bianca e una possibilità di vita notturna che non ha eguali.
Ibiza, è un’icona, quasi un marchio.
Coniuga divertimento assoluto, con i locali “mito” come Pacha solo per citare il più acclamato.
Locale di tendenza, di culto, che sforna cd e un merchandising infinito, che comprende, tra gli altri, l’abbigliamento.
Ma potremmo iniziare un elenco di locali notturni ad Ibiza da fare invidia a Fabio Fazio e Roberto Saviano che nel loro programma “Vieni via con me” iniziavano un elenco infinito.
Noi ci asteniamo, problemi di spazio, diciamo così.
E poi Formentera.
L’isola un po’ più piccola della sorella maggiore Ibiza, ma decisamente più radical chic.
Essendo più raccolta, riesce ad essere anche più costosa della – non proprio a buon mercato – Ibiza.
Molti affermano che Formentera sia stata sdoganata dai ( troppi ) calciatori, che con i loro ingaggi milionari ne hanno fatto una sorta di buen retiro estivo, facendo alzare di molto i prezzi di un’isola che ai primordi era cheap e molto hippy. Oggi ha cambiato pelle.
Più ostentata, quasi una Porto Cervo, dove mostrarsi e mettersi in vetrina.
Per chi piace, forse l’ideale oltreconfine.
E se vi piace meno l’idea di andare nel posto più gettonato ( inflazionato ? ), noi di Flipmagazine suggeriamo una meta alternativa, sempre tra i confini ispanici.
La Coruna!
E dov’è?
Ce lo siamo sentiti dire da molti quando ne abbiamo parlato.
A Coruna, è una cittadina incantevole situata nel nord ovest della Spagna, sull’Oceano Atlantico.
Al confine col Portogallo, a pochi chilometri da Santiago de Compostela, famosa per il suo tanto amato Cammino e per essere, inoltre, la prima Città della Spagna ad avere un’Università.
Il clima è atlantico.
Quindi non è difficile alzarvi al mattino pensando che sarà nuvoloso per tutto il santo giorno, salvo poi essere smentiti, in maniera repentina, dalla presenza improvvisa di un sole luminosissimo.
Non avrete mai la sensazione di essere in un luogo segnato da un caldo soffocante, tutt’altro, una brezza costante accompagnerà sempre le vostre giornate.
I galiziani sono spagnoli atipici: abituati alla presenza costante di studenti da tutte le parti del mondo in Erasmus, si trovano spiazzati se si trovano dinanzi a chi, per scelta, è li per vacanza.
Non sono esuberanti e accoglienti di primo acchito ma poi, una volta entrati in confidenza, vi danno l’anima.
Mangiare il loro piatto tipico è d’obbligo: il pulpo alla gallega, una vera leccornia di cui vanno orgogliosi e, aggiungiamo noi, ne hanno ben donde.
Uno dei posti più suggestivi è senz’altro la Torre di Hercules, dove si può ammirare tutta La Coruna dall’alto, e con l’oceano che maestoso e blu vi accarezza con le sue onde decise a far da contorno ad un panorama dalla vista mozzafiato.
La Coruna ha una spiaggia molto bella, di fine sabbia bianca e lunga diversi km fino ad arrivare al Porto.
La città va vissuta a nostro avviso in questo modo: le vie dell’Orzan dovete praticarle sin dalla prima sera.
Infatti qui i locali della movida notturna fanno la parte del Leone: girarla per ballare,divertirsi e poter gustare il divertimento.
I taxi “raccolgono” quelli che ce la fanno ma soprattutto quelli “piegati” da una serata, che definire troppo impegnativa nell’ordinare al bancone durante tutta la sera, potrebbe davvero essere un eufemismo.
È bello anche risalire la città fino ad arrivare al palazzo del municipio, e una volta raggiunto, una scalinata incantevole vi conduce nella zona dei locali jazz un po’ alternativi, dove una piccola Parigi vi accoglie in maniera più discreta e anche un po’ snob.
Musica dal vivo, buon vino e tanta gente pronta a vivere, ridere, gioire di una serata piacevole tutti insieme, conosciuta lì pochi istanti fa, ma tanto che importa, siamo in Spagna.
A Coruna è anche a 40 minuti di treno da Santiago de Campostela, la cittadina conosciuta per il Cammino che in molti pellegrini continuano a fare, non senza grandi sacrifici.
Un tassista a La Coruna ci spiegava che esiste oltre al Cammino di Santiago francese ( oltre mille chilometri ) quello inglese, meno impegnativo e che parte proprio dal porto di La Coruna.
In due giorni di cammino si raggiunge Santiago, una versione light per così dire.
Vi consigliamo La Coruna se davvero volete una meta diversa da tutte in Spagna, perché potete avere divertimento, mare, sole e movida spendendo praticamente un terzo di ciò che richiedono le super celebrate Ibiza e Formentera.
Una vacanza low cost ma che vi lascerà soddisfatti: il miglior rapporto qualità prezzo che ricorderete a lungo.
Hasta luego cari lettori di Flipmagazine.
Norman di Lieto
Cinque sconosciuti e un gatto
In televisione si sente spesso parlare di maltrattamenti sugli animali, di cani abbandonati e gattini buttati nei fiumi. A sentir parlare i commentatori nei tg, siamo tutti mostri e torturatori di povere bestioline indifese. E del resto come negarlo? Se il mondo è pieno di crudeltà gratuita tra uomini, come possono rimanerne fuori gli animali?
Eppure, se c’è qualcuno che li maltratta, c’è anche qualcuno che li difende.
Questo è un fatto di cronaca, una storia vera, accaduta pochi giorni fa, di cui parla solo il nostro giornale.
Il nostro protagonista è Pilù, un gattone adulto dall’aria pacifica e il pelo nero come il carbone.
Da pochi mesi i suoi padroni hanno lasciato Capri e si sono trasferiti a Milano e, ovviamente, l’hanno portato con loro. Hanno preso casa in un appartamento al piano terra con un giardinetto.
Da quando è qui, però, Pilù non è molto contento. Non può più uscire per fare le sue passeggiatine perché fuori c’è un mondo di gente che urla e corre sempre, macchine che spuntano ad ogni angolo e un frastuono incredibile. Per questa motivazione l’umore del nostro protagonista non è buono. Anzi, si potrebbe dire che stia programmando persino di scappare di casa!
Ed infatti una sera, approfittando di un momento di distrazione dei suoi coinquilini umani, sguscia tra le sbarre del cancello e fugge via, verso la libertà. O perlomeno è quello che spera.
Pilù vaga per tutta la notte alla ricerca della sua vecchia casa ma non la trova. Sconsolato e depresso è costretto a tornare nell’appartamento da cui è scappato.
Da qui in poi non sappiamo di preciso cosa sia successo. Sappiamo solo che la mattina dopo Pilù viene visto da una giovane donna, Emanuela, mentre è diretta alla metropolitana per andare in ufficio. È accucciato sul marciapiede, non si allontana quando i passanti di corsa gli sfrecciano vicini; trema e respira a fatica ma non si muove da lì. Non miagola e perde sangue dalla bocca. Con Emanuela si ferma anche Daniele, non si sono mai visti prima ed entrambi stanno andando al lavoro. Decidono però che non possono tirare dritto e cominciano col chiamare la Protezione Animali. Passa di lì anche Francesca e poi Dario e Alessandro. Hanno tutti molto da fare quella mattina ma decidono di fermarsi ugualmente e rimanere lì ad aiutare quel bel gattone nero. Si dividono i compiti: Francesca lo accarezza, cerca di rassicurarlo e lo tiene sotto controllo per evitare che si allontani, Daniele chiama il veterinario dell’angolo e gli mette fretta per aprire l’ambulatorio, Dario e Alessandro contattano i negozi di animali lì intorno ed Emanuela cerca di convincere la Protezione Animali ad intervenire: niente da fare.
Passa il tempo, il bel gattone rantola ma non si lamenta, rimane accucciato a farsi coccolare ma è evidentemente sotto shock. Qualcuno deve averlo investito o picchiato.
State tranquilli, nonostante la situazione fosse grave per il nostro protagonista Pilù, l’intervento di quei cinque sconosciuti gli ha salvato la vita. Sono rimasti lì con lui, sono riusciti a portarlo dal veterinario e, alla fine, sono riusciti a trovare i padroni. Certo, hanno perso la mattinata di lavoro, ma poco importa.
C’è chi dice che ci stiamo inaridendo. E del resto come dargli torto? Guerre, violenza, omicidi… Ma in mezzo a tutto questo c’è ancora chi riesce a decidere che un gatto è più importante di poche ore in ufficio. Che la frase “Ma è solo un animale” sia una frase senza senso poiché tutti, animali e uomini, hanno il diritto di vivere.
Francesca Stefanachi
IL POSTO DOVE ANDARE: Alla Casina sotto le stelle di Bertinoro
June 26, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Suona strano che nel 2011 un gruppo di giovani si scopra più appassionato di vita tra le colline che di discoteche?! È quanto capitato ad alcuni ragazzi sulla trentina che, proprio in terra di Romagna, in contro-tendenza rispetto alla stragrande maggioranza dei loro coetanei, alla vita della riviera che non dorme mai, hanno preferito la tranquillità delle colline ed il sapore delle tradizioni di una volta. Il risultato di tutto ciò è un progetto dal nome Casina Pontormo, un ristorantino che è una sorprendente rivisitazione della tradizione in chiave moderna. Partendo dal cento del borgo medievale di Bertinoro, che già di per sé è un gioiellino a di sicuro vale una sosta, e percorrendo una bellissima strada di campagna immersa nel verde che circonda l’area sulle colline dietro Forlì, si arriva ad una vecchia cascina completamente ristrutturata ma che mantiene tutte le caratteristiche del rustico d’origine. All’interno una serie di salette accoglienti con tavoli in legno apparecchiati con tovaglie di carta e diverse decorazioni di luci e fiori che danno al locale un tono un po’ naif. All’esterno, nell’ampio parco, arredi strani e fuori contesto ovunque: poltrone da salotto che trovano posto in mezzo al prato e perfino lampadari in vetro di quelli di una volta sostenuti da invisibili cavi, che paiono così pendere da un soffitto di stelle. Fili di lucine che ricordano gli addobbi natalizi e candele sparse qua e là contribuiscono ad arricchire l’ambiente e a creare un’atmosfera molto romantica.
Dal giardino poi si riesce a godere di un panorama suggestivo che, dall’alto delle colline, nelle serate terse mostra tutte le luci della pianura sottostante fino a perdersi nel nulla quando la terra si dissolve nel mare.
Il menù presenta pochi piatti ma tutti molto particolari e che sfruttano sapientemente i prodotti tipici di stagione. Ne risultano antipasti semplici, a base di prodotti della campagna, che però sono rifiniti e accostati in modo non convenzionale, come i crostini con formaggi, frutta di stagione e affettati misti. Un sapore agrodolce che si scioglie in bocca. E che dire poi delle costine di maiale cotte nel fieno? Mantengono tutta la fragranza dei sapori della terra.
Non manca neppure un pizzico di oriente in alcuni piatti a base di soia e riso Basmati, ma sempre rivisitati in chiave nostrana grazie all’aggiunta delle fragole appena colte. Per accompagnare la cena è proposta una discreta varietà di vini che celebrano la terra romagnola. Un buon Sangiovese, vino corposo che nasce dai vitigni della zona e oramai riconosciuto come tutt’altro che un vino da pasto povero, è una delle scelte migliori della cantina.
La Casina Pontormo è un luogo accogliente, adatto a cene in coppia ma anche in compagnia di amici. Non temete per il portafoglio, un pasto abbondante viene sui 30-35 euro, vino compreso. Durante i mesi estivi il locale offre ai suoi ospiti anche la possibilità di godere di un palinsesto di musica dal vivo davvero interessante, a base di Jazz, Bossa nova e swing, perché l’esperienza non sia piacevole solo per il palato ma anche per le orecchie. Unico consiglio: prenotate per tempo, lo spazio all’interno è poco e il ristorante è sempre molto richiesto.
Barbara Pellegrini
Paris: Le Caveau des Oubliettes
June 26, 2011 by admin
Categoria: world wide
Paris
Un amico nato tra le viuzze medioevali del Quartier Latino, esperto di musica e con la puzza sotto il naso tipica dei Parigini, mi ha coinvolto in una festa radical chic, in un locale che ritengo indimenticabile per atmosfera, mood e musica. E’ le Caveau des Oubliettes e ha visto suonare tra le sue storiche mura tutti i grandi del jazz, funky e blues. A caso citiamo: Miles Davis, Keziah Jones, Otis Redding, Max Roach, Clarence Clemons (morto da pochi giorni, sassofonista di Sprigsteen e Lady Gaga) e Prince. Il locale si trova a Saint Michel, a pochi passi dalla Chiesa di Saint Germain, da Notre Dame e dall’ imprescindibile oasi per gli amanti dei libri, che arrivano fin qui da tutto il mondo, Shakespeare and Company.
Il palazzo che ospita le Caveau è del XVI secolo, mentre le segrete dove si sviluppa questo tempio mondiale della musica è addirittura del XII secolo. Di solito la serata parigina funziona così: apero (come si dice qui) in un locale del Marais, poi ci si sposta nel Quartier Latino e per cenare ci sono una marea di posti splendidi e di qualità, impossibile dare consigli, ne citiamo solo due per non fare i sofistici: la brasserie Lipp e La Tourelle, vicine, tipiche e sempre degne di una visita. Poi, verso le 23.00 ci si sposta alle Oubliettes, sia per una festa a tema, sia per una serata di free music. Non si sbaglia mai, il livello dei gruppi che si esibiscono è sempre superiore alla media, anche quando apparentemente i nomi non sono noti a livello popolare. E’ il meglio della musica da ambiance. Chi ama far casino, chi è caciarone, chi alza la voce, chi beve a sproposito, chi fuma da scemo, insomma chi non sa vivere e comportarsi, è meglio non provi neppure a entrare in questo locale, perché in pochi minuti si trova la Sicurezza alle calcagna che lo sbatte fuori e chiama la Police. La musica è on stage dalle 22 circa fino alle 2.00, mentre il locale apre alle 18.00 e chiude alle 4.00 circa. Qui si bevono anche cocktail e distillati di gran pregio. I barman che passano di qua hanno fatto scuola nei migliori locali di Sain Tropez e Biarritz, quindi non si scherza , ma si paga il giusto. E per finire, bisogna dare uno sguardo alle ragazze che frequentano il locale, una delizia miei cari lettori, partecipano, applaudono, canticchiamo anche, si divertono, ma tutto con classe unica. E se i loro accompagnatori tentano di lasciarsi andare, li richiamano all’ordine, con dolce, garbata, ma ferma severità. Eh la France et Paris !
Mauro Pecchenino
Intelligenza, eleganza, bellezza, nel nome dell’armonia
Il count down è ufficialmente iniziato. Ultimi giorni per il fatidico giorno della “prova costume” (che per alcuni c’è già stato!).
Gli scaffali dei supermercati pullulano di tristi prodotti dietetici e di cremine sempre nuove che promettono miracoli in poche settimane. Per le strade delle città ci si sente quasi minacciati dai manifesti pubblicitari che immortalano i corpi statuari , lucidi e sensuali di gran fighe e fighi che sfoggiano micro-costumi su spiagge paradisiache. Così il <<moto da senso di colpa>>, come è stato battezzato, segna numeri da tutto esaurito nelle palestre.
Uomini, donne, giovani e meno giovani iniziano la corsa verso il tanto temuto beach day.
Il confronto con lo specchio e con l’ago della bilancia è andato, negli anni, complicandosi: causa principale il marketing della bellezza e i mass media che impongono un modello di bellezza (presunta) – nonché di magrezza – standardizzato e universale.
Questo, nel tempo, ha portato milioni di persone a vivere ossessivamente e con paura il proprio rapporto con il cibo e il graduale aumento di malattie come obesità e anoressia (le più diffuse) ne è l’allarmante conseguenza.
Diete assurde monocibo, metodi dimagranti invasivi, come ad esempio il palloncino gastrico, chirurgia estetica, sono solo alcuni dei molteplici e sbagliati rimedi proposti dalla società dei consumi che anziché informare, educare e responsabilizzare offre modelli uniformati, negativi e sbilanciati.
Ma cos’è veramente la Bellezza?
Il massimo esponente della pittura rinascimentale tedesca, Albrecht Dürer, nella sua continua ricerca dell’armonia delle proporzioni umane, negli ultimi anni di attività, arrivò ad affermare di non sapere cosa fosse realmente la Bellezza.
Il mondo dell’arte, dunque, suggerisce un’idea di Bellezza, non un modello reale.
Viceversa, oggi, siamo vittime di un’immagine imposta di bellezza, completamente distorta e artefatta che richiede l’inseguimento di un “modello” sempre nuovo e, dunque, sempre sfuggente.
Unicità e rarità, spirito e non solo forma.
E’ la magia dell’imperfezione, unita a intelligenza ed eleganza a renderci speciali.
Questo dovrebbe essere l’esempio di Bellezza autentica da ricercare.
Eleonora Dafne Arnese
“The Tree of Life”: la vita tra Grazia e Natura
June 20, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
“Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? Mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio?”
Si apre con una citazione dal Libro di Giobbe “The Tree of Life”, l’ultimo, denso, film di Terrence Malick, il J.D. Salinger della cinematografia mondiale. Proprio come l’autore del Giovane Holden, il cineasta infatti da molto tempo non si presenta in pubblico, non rilascia interviste, non riceve i premi che vengono assegnati alle sue opere, inclusa la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Una misantropia oramai leggendaria, che raggiunge punte di isolamento creativo: pare che neppure la moglie abbia accesso allo studio privato dove il regista si dedica all’elaborazione delle proprie visioni.
Tornando al film, quinta opera di Malick, è valsa forse la pena attendere qualche tempo – come ha fatto chi scrive – dall’uscita nelle sale italiane (lo scorso 18 maggio) prima di accorrere a visionare la pellicola. Si è così potuto assistere, a mente ancora sgombra, al dibattito che la critica italiana, e non solo, ha riservato al film, collocabile dagli addetti ai lavori, a seconda di chi ne ha scritto in queste settimane, su di un asse oscillante tra il capolavoro epico e la “boiata pazzesca” di potemkiana memoria.
Il film, va detto, non si lascia avvicinare facilmente; allo stesso tempo non può lasciare indifferenti, così come non nasconde le sue (smisurate) ambizioni.
La trama, se così la si può definire, è semplice e maledettamente complessa allo stesso tempo.
La dolente storia di una famiglia americana degli anni 50’ si intreccia e annulla dentro il Creato, con l’incedere della storia dell’universo e del globo che divengono con-testo della crescita di tre ragazzini (il secondogenito perirà diciannovenne in circostanze che non sarà dato sapere) con la bella e giovane madre (Jessica Chastain), dolcissima ma succube di un padre severo e frustrato – sia per una mancata carriera da musicista, sia per alcuni fallimenti lavorativi – interpretato dal sempre più credibile Brad Pitt. Sean Penn interpreta invece uno dei tre bambini da adulto, protagonista del muto tentativo di riconciliarsi col ricordo del fratello scomparso, e quindi con quelle Grazia e Natura tra le quali la storia oscilla. Da notare come proprio la Natura, incontrastata, talvolta crudele, protagonista filmica per larghi tratti, nelle scene ambientate ai nostri tempi invece scompare, lasciando spazio – laddove prima si allargavano spettacolari panorami orizzontali – a vertiginose linee verticali di grattacieli d’acciaio, che paiono completamente deserti.
Il percorso del film è tortuoso. Soprattutto la prima parte sconta un qualche eccesso visivo e visionario. Ma proprio in questo tratto del film si evidenzia uno dei concetti interiori forse più riusciti, ovvero il rapporto tra due elementi indicibili, inenarrabili: il dolore della madre per la morte del figlio, un sentimento – per l’appunto – non raccontabile nella sua drammaticità; evento che però Malick annulla, anzi, annichilisce a fronte dell’immensità delle galassie, delle Ere, della Natura. Rapporto che può essere pure rinarrato – viceversa – in chiave diametralmente opposta: pur nella sconfinata immensità del cosmo e degli eventi di stelle e pianeti, la morte del figlio, e la Pietà della Madre, sono fatti di tale potenza che squarciano l’eterno e l’infinito.
Vivere secondo Natura, o secondo Grazia. Questo il dilemma che Malick consegna allo spettatore, che in un silenzio carico di pathos – raro di questi tempi nei nostri cinema – accoglie in sala il finale, del quale va però raccontata almeno un’immagine: sulla spiaggia dei primordi, sopra la battigia che ha visto l’uscita dall’acqua verso la terra dei primi abitanti di questa sfera d’acqua e roccia che vaga per il freddo universo, emerge la figura della madre, nella sua piena bellezza giovanile, che abbraccia teneramente il figlio oramai adulto. Un cortocircuito spazio temporale di struggente bellezza, di delicata malinconia e – per chi crede – di speranza fiduciosa.
Matteo Belloni
Al volante di un’antenata
June 12, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Una manifestazione di auto storiche, la “Coppa dei Due Mari”, che a 25 anni dal suo debutto riparte sempre da viale Ceccarini a Riccione, per giungere a Viareggio attraverso gli Appennini in fiore ed una natura gremita di colori.
Una 500 miglia di tre giorni,in mezzo a scenari che solo l’entroterra della Romagna e della fascinosa Toscana sanno dare.
Sulla griglia di partenza, barchette, Bugatti, Ferrari, M.G. corsa…Un palcoscenico di vetture ,che si snoda tra antiche borgate e castelli medioevali, per aggredire le mille e più curve che dividono i due mari: l’Adriatico dal Ligure.
Una prima tappa nel verde del parco nazionale del Casentino, al ristorante Camaldoli ,situato in un antico annesso del Monastero dei Benedettini, per gustare la tipica cucina tosco-emiliana fatta di cose semplici come le famose schiacciate, la ribollita, i panzerottini ai frutti di bosco, serviti con vin santo sempre prodotto dai monaci.
Il tramonto, con i suoi colori, si apre sul palcoscenico della Versilia con la tradizione di sapori e risvegli sul mare.
Il Grand Hotel Royal che ci accoglie, è considerato il simbolo di Viareggio per l’imponenza della sua mole e la caratteristica architettura “a torrette”.
Le camere sono arredate in tono classico ed elegante, la cucina regionale curata.
A fine giornata, uno sguardo a quel sole che sorto al mattino in Adriatico, va a dormire la sera tuffandosi nel mar Ligure.
Il gioco della gara continua, dall’alba al tramonto del nuovo giorno, con prove cronometrate, controlli orari, sorpassi.
Il Passo dello Spino, con le sue curve veloci e i suoi strapiombi mette a dura prova l’abilità dei piloti.
Veniamo accolti a Sansepolcro nella piazza medioevale da Dame, Cavalieri, sbandieratori, balestrieri, per gustare un ottimo pranzo nell’affascinante cornice storica dedicata interamente a noi.
E’ un angolo della Toscana dove l’arte e la storia incontrano la natura.
Palazzi e chiese conservano pregevoli capolavori; pievi, abbazie e castelli punteggiano i dintorni.
Visitiamo il Museo Civico di Sansepolcro, che conserva capolavori di Piero della Francesca, tra cui la celebre “Resurrezione”, e la storia artistica e culturale della città.
Sulla via del ritorno ammiriamo queste terre antiche, dove gli etruschi disegnarono le prime strade, i villaggi, le fornaci.
Dove i cipressi, gli ulivi e i boschi parlano di spirito e gli affreschi partoriti in botteghe colte, ci parlano di mani umili e menti illuminate.
Tocchiamo Arezzo arroccata sulla collina, dove ogni prima domenica del mese, la Fiera Antiquaria da Piazza Grande si snoda lungo le vie del centro storico della città, accogliendo espositori provenienti da tutta Italia che propongono mobili, dipinti oggettistica da collezione e per arredamento.
Anche Arezzo è sulla strada dei sapori, rete che riscopre nei ristoranti, enoteche, agriturismo toscani, i prodotti di qualità di questo territorio.
Un’avventura nel grande teatro della natura, nell’ultimo paradiso: gli Appennini che legano idealmente le due coste, un’avventura che viene assaporata nella guida, nello spirito della sfida, nelle sue storie antiche e nelle tradizioni di sapori.
Carla Aghito
Bamboccioni si o no?
Mesi fa era stata polemica riguardo alla situazione dei giovani italiani: senza distinzione di sesso, sono tutti ancora in casa con i genitori, fino ad età adulta.
Sono stati presi di mira da una serie di trasmissioni televisive, descritti come parassiti della società, infantili e inconcludenti, sfruttatori dell’amorevole sostegno della famiglia. Insomma i media si sono scatenati, i pro e i contro sono stati sviscerati e i soliti panni sporchi sono stati messi in piazza ed è stato un gran “can can”!
Poi qualcosa si è mosso, qualche voce scontenta è arrivata a destinazione: Bamboccioni a chi?
Abbiamo ascoltato la voce di alcuni giovani, ragazze e ragazzi dai 20 anni ai 35 che si danno da fare con tutte le loro forze. Studiano, lavorano, si spostano da una città all’altra, si sforzano di non essere di peso per i propri cari. Certo, molti vivono ancora con i genitori o usano la loro casa come base per gli spostamenti, ma cosa fanno nel frattempo?
Filippo ha 26 anni, studiava architettura ma dopo un po’ si è reso conto che non faceva per lui. Ha lasciato l’università ma, per non essere un peso alla famiglia, ha cercato lavoro. Ora fa il barista, con orari massacranti ed una paga pessima ma non si lamenta; anche se per i genitori non sarebbe un problema mantenerlo, lui preferisce lavorare e dare il suo contributo. Inoltre, oggi che sono passati un paio d’anni dalla sua scelta ed ha ritrovato un suo equilibrio, sta considerando l’idea di rimettersi a studiare… a tempo pieno? Certo che no, lavorerà e studierà contemporaneamente.
Silvia ha 22 anni, studia alla Statale di Milano ma viene da Padova. Riesce a pagarsi un posto letto in un appartamento con altri quattro ragazzi e lavora come stagista a tempo pieno per un’agenzia di PR che non le paga neppure il rimborso spese. Per fortuna, ci dice, tra poco lo stage finirà ed è sua intenzione tornare a Padova. A Milano, infatti, gli affitti sono troppo alti e non vuole pesare sui genitori. E come farà con l’università? “Semplice,” ci dice lei, ”farò la pendolare e studierò molto a casa…. ma continuerò a cercare lavoro.”
Roberto ha 24 anni e lavora come magazziniere in una farmacia. Lavora da quando ha finito la scuola superiore per dare una mano in casa. Avrebbe voluto continuare a studiare, il suo sogno sarebbe diventare un medico, ma non può e, così, da quattro anni ogni mattina si reca al lavoro. Per adesso va bene così; forse se le cose si metteranno meglio negli anni a venire, potrà iscriversi all’università e lavorare part time.
Gianluca ha 34 anni, è laureato in lingue alla Statale di Milano e ha superato il concorso per diventare insegnante. Purtroppo non ha ancora un posto fisso e da cinque anni gira da una scuola all’altra, sperando, di anno in anno, di venire immesso in ruolo e di poter, finalmente, cominciare a cercarsi una casa tutta sua e di poterne pagare il mutuo.
Margherita ha 30 anni, ha potuto studiare in Bocconi ma si è sempre data da fare. Mantenendo i voti alti si è conquistata un posto nelle Case dello Studente dell’università; ha lavorato per tutto il periodo degli studi e ha vinto una borsa di studio che le ha permesso di andare alcuni mesi in Messico. Lì si è fatta apprezzare e, una volta laureata, è stata richiamata e assunta. Avrebbe potuto rifiutare, il Messico non è proprio dietro l’angolo, eppure ora è laggiù e spera, un giorno, di ritornare a vivere in Italia .
Anna ha 24 anni, si sta laureando (laurea Magistrale) in lingue alla Statale di Milano e vive con i genitori. Non lavora e viene mantenuta ma non sta certo perdendo tempo. Ogni giorno, da quando ha iniziato l’università, studia indefessamente e mantiene una media altissima. Con i genitori ha fatto un patto: loro la mantengono per tutto il periodo dell’università e lei fa dello studio il proprio lavoro. Perché allungare gli anni dedicati allo studio? Lavorare e studiare insieme significa metterci molto più tempo ed energie per fare bene entrambi. Così, sarà sul mercato del lavoro prestissimo… e, se tutto va secondo i suoi piani, a luglio sarà già dottoressa.
Diego ha 27 anni, non ha potuto continuare gli studi universitari e da quando ha compiuto la maggiore età lavora. È uscito fuori di casa appena possibile, si è fatto valere e, nonostante numerosi errori e delusioni, è sempre andato avanti a testa alta, evitando di pesare sulla famiglia. Ora è in Francia, a tentare di portare avanti un proprio progetto perché, ci dice, “lo Stato francese è più propenso ad aiutare i giovani con buone idee.”
Questi sono solo pochi esempi, potremmo continuare ma preferiamo fermarci qua.
Giudicate voi se si tratta di Bamboccioni.
Fr.St.
LA COLLEZIONE CLARK PORTA L’IMPRESSIONISMO A MILANO
June 10, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Robert Sterling Clark, erede del patrimonio delle macchine da cucire Singer, si è letteralmente cucito addosso la definizione di collezionista. Assieme alla moglie Francine Clary Clark infatti fra il 1910 e il 1950 acquistò circa 8.000 pezzi, tra dipinti francesi ed una serie di capolavori europei e americani che vanno dal Rinascimento alla fine dell’800, componendo così una delle più interessanti collezioni d’arte moderna di tutta l’America.
Attualmente alcune opere della collezione sono protagoniste di un esclusivo tour mondiale, di cui la prima tappa è proprio il Palazzo Reale di Milano. La mostra “Impressionisti. Capolavori della Collezione Clark”, a cura di Richard Rand, fino al 19 giugno consentirà al pubblico di ammirare l’esposizione di 73 opere di 26 illustri artisti francesi dell’800 tra i quali Monet, Renoir, Degas, Manet, Pissarro. Il percorso si articola in dieci sezioni basate sui concetti principali sui quali si fondarono le innovazioni stilistiche e tecniche della seconda metà dell’800: Impressione, Luce, Natura, Mare, Città e campagna, Viaggi, Corpo, Volti, Società e Piaceri. La scelta artistica del curatore ha voluto l’accostamento di opere impressioniste a lavori dei precursori del movimento (Rousseau e Corot), a tele postimpressioniste (di Gaiguin o Tolouse Lautrec) ed infine anche a dipinti realizzati dai rappresentanti di movimenti in opposizione a quello inaugurato nello studio di Nadar nel 1874 (come Bouguereau, Gérôme e Stevens).
Protagoniste della sezione “L’impressione” sono le opere degli inizi, che mostrano quale fosse la tecnica pittorica propria del movimento. Fiori, paesaggi e ritratti che ricalcano, con le dovute differenze, lo stile de “Il levar del sole” di Monet, vera e propria bandiera del movimento artistico. Monet, Manet, Sisley e Renoir sono i grandi protagonisti di questa sezione. Segue la serie di tele dedicate alla “Luce”, soggetto della pittura impressionista, quella luce che deve essere colta e rappresentata in tutta la sua naturalezza per come appare in quello specifico istante. Un solo caduco momento che fissato sulla tela diventa eterno. Seguono quindi le sezioni dedicate ai paesaggi, dalle campagne e le marine di Monet che trovano un’anticipazione interessante nei lavori di Corot e Rousseau. I particolari che venivano ritratti spesso incantavano l’occhio dell’artista mentre si trovava in viaggio. L’abitudine del viaggio come momento di studio e di confronto dal vivo con le città di cui si leggeva sui libri e con le opere d’arte in esse ospitate, era diffusa ben prima della nascita del movimento impressionista; nel momento in cui poi l’industrializzazione ed il conseguente sviluppo tecnologico consentirono di spostarsi più facilmente, ecco che gli artisti cominciarono a viaggiare e a regalarci immense opere raffiguranti il mondo. Le stupende vedute veneziane e napoletane di Renoir che possiamo ammirare in queste sale ne sono un esempio. Il distacco dalle pitture del Canaletto, di certo bellissime, è davvero molto netto.
Gli impressionisti guardavano all’istante, rappresentando senza troppi simbolismi la realtà, qualsiasi forma essa assumesse, priva di alcune connotazione socio – culturali. Questo spirito è alla base della serie di figure umane, volti e corpi, che è ospitata all’interno della mostra: la ragazza impegnata nell’arte di lavorare all’uncinetto di Renoir, i lavoranti del porto di Pissarro e le prostitute sfacciate protagoniste dei celebri manifesti di Toulouse-Lautrec, che già superano l’impressionismo puro e danno il via alla Belle Epoque.
L’ultima sezione della mostra è quella dedicata ai “Piaceri” e comprende le note classi di danza di Degas, così come le ragazze che raccolgono fiori profumati di Tissot e di Renoir, accostati alle pitture dallo stile diverso e dall’ispirazione esotica evocate da Gerôme e dal suo incantatore di serpenti.
Fa piacere infine vedere come, all’interno di una sequela di lavori firmati da artisti uomini, trovi spazio anche la mano femminile. Le celebri opere di Berthe Morisot, grande esponente del movimento artistico dell’impressionismo, sono raccolte a ragione in questa collezione con la stessa dignità conferita alle opere dei colleghi maschi. Indice che qualcosa stava cambiando.
Barbara Pellegrini
Savinio, un grande artista da riscoprire
June 6, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Il Palazzo Reale di Milano, fino al 12 Giugno, espone una singolare selezione di oltre 100 opere di un affascinante artista: Alberto Savinio.
Il nome, familiare non a molti, è lo pseudonimo di Andrea de Chirico, fratello del più noto Giorgio.
La figura di Savinio ha attraversato tutta la prima metà del XX secolo e il suo codice artistico si è contraddistinto, nel tempo, per la sua originalità e per la sua raffinatezza.
La finestra, il “guardare attraverso” sono i temi che percorrono l’intera mostra e sono, altresì, il fil rouge che ha caratterizzato la vita di questo curioso artista.
Il viaggio è un altro elemento ricorrente nelle opere di Savinio sia in chiave realistica – per il suo continuo girovagare – sia in chiave allegorica, più legata a viaggi mentali, onirici.
Il viaggio, inoltre, ha profondamente contaminato la pittura dell’artista, permettendo un inevitabile avvicinamento a linguaggi apparentemente molto lontani.
Letteratura, architettura, musica, arti applicate e teatro hanno definito il genio di questo artista che, in ogni sua composizione, riesce a trasmettere messaggi dalla carica comunicativa unica e inedita.
Le sue opere sono fortemente influenzate dalle correnti culturali del Surrealismo e del Dadaismo e sembrano, per certi versi, anticipare addirittura la Pop art.
L’esplosione dei colori, l’imponenza dei modelli dai corpi statuari e dalle teste animali, le proporzioni irreali dei giocattoli che sovrastano paesaggi fiabeschi, producono inaspettate emozioni nello spettatore.
“[...] quando la ragione d’arte di un artista è più profonda e dunque ‘precede’ la ragione singola di ciascuna arte, quando l’artista, in altre parole, è una ‘centrale creativa’, è stupido, è disonesto, è immorale chiudersi dentro una singola arte. [...]”
Questa citazione di Savinio aiuta a leggere la seconda metà della mostra, tutta dedicata al rapporto che l’artista aveva con il mondo del teatro: l’importante collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano, gli permise di realizzare numerosi spettacoli in qualità di scenografo, costumista e, in alcuni casi, regista.
L’arte saviniana nella sua spettacolarità risulta in bilico tra burla e tragedia, profondamente toccante, misteriosa, a volte inquietante e, per la sua audacia, riesce a coinvolgere e sorprendere.
Una mostra antologica – forse non adeguatamente pubblicizzata data la sua imponenza – di un grande artista italiano, un creatore poliedrico, un intellettuale indipendente, proprio da non perdere.
Eleonora Dafne Arnese



















