Il vento sta cambiando
Che strano lunedì 30 maggio 2011. Piazza del Duomo era in festa, stracolma di gente.
Tanta gente comune: quella che sembrava sparita, magari inghiottita da una tv finta e contraddistinta da reality che di reale hanno unicamente la loro falsa rappresentazione della realtà.
Studenti, giovani, famiglie, gente vera, da copertina vera potremmo dire, protagonista non del gossip ma della vita reale. Tutti a festeggiare il cambiamento.
Sembra incredibile che questa Piazza sia così affollata per festeggiare il passaggio di consegne tra il sindaco uscente di centro destra Letizia Moratti ( sconfitto ) e lo sfidante di centro sinistra Giuliano Pisapia e nuovo sindaco della Città ( vittorioso ).
Eppure non ci credeva nessuno.
Tutti tra i sostenitori di Pisapia, dicevano sottovoce: “Non succede, ma se succede…”.
Ma chi è Giuliano Pisapia?
Avvocato Penalista, figlio di Giandomenico, anch’egli Avvocato e Padre dell’attuale Codice di Procedura penale.
Vince le primarie nel Centrosinistra, battendo il candidato del Pd, Boeri e l’altro candidato Onida.
A livello nazionale nel Partito democratico la vittoria di Pisapia desta scalpore, ma la vittoria di Giuliano porta tutto il centro sinistra a riunirsi attorno all’Avvocato e ad iniziare il cammino verso Palazzo Marino.
Qui, crediamo la differenza sostanziale con Letizia Moratti.
Pisapia e il suo Staff iniziano una campagna elettorale capillare fatta di contatto con la gente, anche o, soprattutto, nelle periferie e nei quartieri più degradati, magari più sporchi.
Un contatto con la gente e con le richieste dei cittadini che consentono a Pisapia di guadagnare consensi, a discapito di una campagna dell’avversaria improntata principalmente sulla pubblicità investendo cifre considerevoli.
Una presenza ossessiva quella di donna Letizia, che appariva in tutti i manifesti di Milano e, che di contro denotava invece un’assenza desolante tra i cittadini.
Una città che l’ha sempre sentita lontana dai problemi irrisolti e troppo distaccata nella sua aria austera e un po’ snob, da ricca dalla nascita. Ma torniamo all’onda emotiva e soprattutto civile che ha portato a questo.
Il primo concerto in Piazza Duomo, alla vigilia del primo turno elettorale, ha portato il Cantautore Professore per antonomasia a cantare per Pisapia in piazza Duomo, davanti ad una folla immensa e che si è emozionata davanti alle parole dell’Avvocato e alle canzoni meravigliose di Vecchioni, concluse con la sempreverde ed indimenticabile: “Luci a San Siro”.
Lì ai sostenitori di Pisapia e al suo Staff pareva di aver già vinto, comunque fosse andata.
Ma le urne possono riservare sorprese. E infatti così è stato. Vince lui, stacca lei, ma è ballottaggio.
Si ricomincia e gli altri cominciano a cercare di recuperare il cammino ( non fatto ) prima.
Intanto Pisapia, con il suo sorriso timido, prosegue nella sua campagna elettorale tra la gente.
Rinuncia al secondo confronto faccia a faccia con Letizia Moratti su Sky, dopo che la prima volta la Signora aveva sfoderato un colpo basso, raccontando una balla colossale.
Letizia arranca, Giuliano viaggia spedito verso Palazzo Marino.
Vinto il Ballottaggio, staccando la rivale di quasi 10 punti, inizia la festa in Piazza Duomo.
E, qui, riprendiamo, da dove abbiamo iniziato.
Loro arrivano a piedi, sorridenti, colorati di arancione, giovani, anziani, famiglie, tanti bambini, tanta gente normale, non vediamo VIP solo persone veramente normali, o meglio non costruite.
Sono felici, si sentono protagonisti di una rivoluzione partita dal basso, dalla pancia, dal cuore, dalla testa e dalla passione di cambiare le cose, anche quelle che sembrano irrimediabilmente compromesse.
Il vento sta cambiando a Milano.
Milano mia, portami via, ho tanto freddo e schifo e non ne posso più, canta Vecchioni in Luci a San Siro.
Da Milano un grido si è alzato, per un cambiamento vero per questo Paese che da troppo si è addormentato e ha subito una “dittatura sorridente”
Il vento sta cambiando, lasciamolo soffiare e facciamoci sospingere verso nuovi e più interessanti scenari.
Anche perché peggiori di questi non riusciamo proprio ad immaginarli.
Norman di Lieto
Scott-Heron, il Poeta indifeso
May 28, 2011 by admin
Categoria: world wide
New York City
Spesso gli Stati Uniti e il Regno Unito danno i natali a talenti musicali irripetibili, che varcano tutti i confini possibili. Basti pensare ai Beatles, Rolling Stones, Miles Davis, Bruce Springsteen, Jackson Browne e tanti altri. Poi ci sono talenti diversi, grandi, ma più deboli, che fanno tanto, ma arrivano meno al grande pubblico. Uno di questi, Gil Scott-Heron, è mancato in questi giorni a NYC, aveva sessant’anni e ancora tante cose da dire e da scrivere. Un talento selvaggio Gil: un poeta sensibile, un musicista di raro talento, inventore di spoken word, la poesia che viene detta su basi musicali. E’ stato anche uno degli inventori del rap, suonava la chitarra e il pianoforte, cantava con una voce che trasmetteva brividi di ghiaccio tagliente. Era anche un maledetto bastian contrario, paladino di un determinato attivismo ultra militante afroamericano. Chi scrive ha avuto la fortuna di seguire due suoi concerti ricchi di mood, di partecipazione, di giovani e meno giovani che si guardavano con dolcezza, uno a Londra e l’altro proprio a New York, che era diventata la sua città di adozione, dopo aver lasciato la sua città natale, Chicago e aver girato un pezzetto d’Europa. L’abbiamo anche intervistato dopo quei due concerti. Davanti a due bicchieri di bourbon si era parlato di tutto e soprattutto di razzismo, il suo cruccio e continuo dolore. Nella sua carriera Gil Scott-Heron ha scritto almeno due libri degni di nota: Small Talk at 125th and Lenox e So far, so good.
Per quanto riguarda la musica, vogliamo citare almeno tre brani indimenticabili: The Bottle, We almost lose Detroit e il suo inno, un pezzo che ha ispirato i tre quarti dei grandi nomi della musica popolare nel mondo, The Revolution Will Not Be Televised.
Gill Scott-Heron, una perdita per la cultura afroamericana e per gli manti della musica di tutto il mondo. Un nome da seguire, anche nell’Italia gravosa di oggi.
Hi, Gil, RIP, I hope to meet you again.
Mauro Pecchenino
Gli indignados a La Puerta del Sol
May 25, 2011 by admin
Categoria: world wide
Madrid
Solo poco tempo fa Zapatero e la Spagna sembravano il nuovo eldorado per i giovani.
Nel 2007 il Pil della Spagna correva come una locomotiva, la più veloce d’Europa.
In poco tempo tutto quello che sembrava una corsa senza sosta si dimostra oggi un terreno più accidentato del previsto.
La disoccupazione è a livelli molti alti e la sfiducia degli spagnoli nei confronti del proprio Governo sfiora l’80%.
I giovani under 35 sono quelli che hanno animato la protesta, degli indignados appunto, accompagnati da genitori che sfilano alla Puerta del Sol, simbolo della protesta, a fianco alla generazione ni ni, quella che manifesta senza alcuna bandiera appartenente a qualsiasi partito politico ( ni socialisti, ni popolari ).
Una chiamata a raccolta attraverso il tam tam dei social network, come nei paesi del Maghreb.
Oggi in Spagna il 40% dei giovani non trova lavoro e i compensi che ricevono nel caso lo si trovi, sono rappresentati da paghe da fame.
Oggi il loro futuro è adesso.
Ma il futuro sembra non esserci.
Indignazione per una classe politica vecchia e lontana dalla società e dalle sue esigenze, una classe politica che ha fallito e che, in qualsiasi confine geografico ci si trovi, sembra avere la stessa idiosincrasia ad abbandonare potere e poltrone.
La Spagna non è molto lontana dall’Italia.
Oggi un giovane su quattro nel nostro Paese non ha un lavoro.
Ma non se ne parla granché.
Pare che ci siano ben altre faccende da risolvere.
Con priorità assoluta.
I giovani in Italia non si indigneranno fino a quando i risparmi e l’”ombrello paracadute” della famiglia non si sarà eroso in maniera irrimediabile?
Secondo l’Istat, nella fotografia dell’Italia nel 2010 appena trascorso, il reddito e i risparmi delle famiglie italiane vanno sempre più diminuendo.
Ma abbiamo altro a cui pensare, noi, in Italia.
In Spagna si indignano, e da noi? Quando i giovani Italiani troveranno il coraggio di andare in piazza a pretendere i loro diritti, ora violati ?
Norman di Lieto
Comte, fotografo realista ?
May 24, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Alla presentazione dello scorso 9 Maggio c’era lui, in persona.
Classe 1954, un look da ragazzotto dall’aria spiritosa, sorridente e pieno di energia, Michel Comte in pochi istanti, con la sua macchina fotografica fra le mani, ha messo su un set fotografico atipico, immortalando, con i suoi scatti, gli ospiti della sala divertiti.
La Triennale di Milano ospita fino al 3 Luglio la mostra del famoso fotografo svizzero.
Conosciuto anche come il “fotografo delle star”, Comte inizia la sua carriera grazie all’intuito del grande stilista Karl Lagerfeld che gli affida le prime campagne pubblicitarie. Di qui l’ascesa.
Si trasferisce a Parigi, poi a New York e infine a Los Angeles. L’attrice Geraldine Chaplin così lo descrive: “E’ un cavaliere errante della fotografia: un vagabondo, un avventuriero, un nomade con la macchina fotografica.”
Ebbene, Michel Comte, nei suoi anni di avventure professionali, delinea il suo stile, il suo “alfabeto visivo” come lo definisce Walter Keller, il curatore della mostra.
Spaziando dai nudi ai ritratti, dal mondo dello sport al mondo patinato della moda, questo straordinario fotografo, pur creando scene elaborate con pose statuarie, è sempre riuscito a cogliere momenti di grande intimità e di inaspettata penetrazione nelle anime. Corpi sudati avvolti fra le lenzuola, primi piani che illuminano i segni di un tempo passato, donne con trucchi sbavati, languide e sognanti in letti caldi, attori, modelle e i Grandi della musica. La mostra si snoda attraverso 87 immagini e 20 collage che ripercorrono la parte più nota della sua carriera degli anni anni ’80 e ’90, legata alle celebrità di fama mondiale, foto che si riferiscono a un “periodo di decadenza” come lui stesso ha definito.
Del Comte contemporaneo, meno glamour e più realista, alcun accenno però.
Le sue celebrity, oggi, si sono trasformate in persone sconosciute ma che suscitano emozioni; i suoi set fotografici, ben illuminati e preparati, sono diventati la strada, imprevedibile e chiassosa di colori, volti e momenti di vita.
Un’evoluzione artistica singolare che lascia l’osservatore stranito e affascinato al contempo, completamente ipnotizzato da scatti di inopinabile bellezza.
E. D. A.
Seridò, la festa di tutti i bambini
Un lettore attento, Marco, ci segnala Seridò.
E’ una grande kermesse, attiva dal 1997, prima dell’estate, a Montichiari, nei pressi di Brescia e ha come protagonisti assoluti i bambini. Tutti possono giocare, dare sfogo alla fantasia, utilizzare giochi al passo con la tecnica o semplici matite colorate per dare libero accesso alla creatività. I bambini di oggi hanno spesso genitori poco attenti, indaffarati e alla ricerca di qualcosa che neanche loro conoscono. Basta leggere la cronaca e le notizie a volte sono agghiaccianti, fino alla piccina abbandonata in un’auto, fino alla morte. Viviamo in una società idiota, dove furbizia, potere e mancanza d’amore sembrano i soli fattori presenti. I bambini si trovano spesso smarriti e non conoscono nemmeno il gioco che è il loro compagno indispensabile per crescere, non lo conoscono perché i genitori non hanno tempo per giocare con loro. Grande merito, quindi agli organizzatori di Seridò, per il coraggio di organizzare una manifestazione che non ha fini di lucro e che dà, per alcuni giorni, la magia del gioco a tanti trottolini che del gioco hanno un imprescindibile bisogno. E vogliamo fare anche un plauso ai genitori che vanno a Seridò e giocano con i propri figli, in un tripudio di contagiosa allegria e complicità.
Il sito della manifestazione è: www.serido.it.
Pietro Caivano Fabbri
IL POSTO DOVE ANDARE: Viaggio nella Bassa parmense
May 22, 2011 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Un viaggetto nella Bassa parmense è un’occasione – preziosa – per risintonizzarsi su ritmi, sapori, odori persi lungo il faticoso percorso della nostra frenetica quotidianità.
Affrontare d’inverno la densa nebbia che induce a lentezze automobilistiche oramai demodè, o d’estate la calura soffocante, spinge il turista mordi e fuggi (pur raro, da queste parti) a ripensarsi, e a provare un approccio meditato alla visita.
La partenza è già un arrivo. Un pranzo alla Buca di Zibello, tradizionale tavola che dal 1897 presidia fieramente i giacimenti gastronomici di questi luoghi, è un momento da assaporare appieno. Avrete iniziato con un assaggio dell’ottimo culatello, con morbidi riccioli di burro a guarnizione, e già sarete ai primi classici (o, come li chiamano qui, “minestre”): tortelli di ogni tipo, anolini, tagliatelle e pasticci. Tocca poi ai succulenti secondi, quindi al parmigiano di Bardi, alla mostarda, dal sapore lieve e inaspettato, e al trionfale carrello dei dolci. Carta dei vini ampia, con un settore dedicato alle bollicine, d’oltralpe e italiane, davvero rilevante, come sempre a Parma.
Dopo una breve passeggiata digestiva sull’argine può essere una prima, struggente, meta la cittadina di Busseto con le straordinarie vestigia verdiane. La casa natale a Roncole Verdi, la villa della maturità a Sant’Agata, il teatro dedicato al grande maestro, dallo stesso Verdi generosamente finanziato ma mai frequentato. Busseto è un piccolo gioiello di rimandi al colosso della lirica, alla sua ostentata volontà di rimanere, anche dopo i successi internazionali,“un paesano delle Roncole”.
Detto del bel teatro – visitabile – posto all’interno della rocca neorinascimentale che fa anche da Palazzo Comunale, si segnalano a Busseto due posti di valore per degustare cose buone: I Due Foscari, ristorante di atmosfera, dal respiro non certo localistico, e la Trattoria Campanini, ruspante location per pranzi sostanziosi, in località Madonna ai Prati. Particolarmente allettante, una vera e propria chicca per gli amanti della birra, la presenza in questi luoghi di uno dei più interessanti birrifici artigianali di questi anni, ovvero il Birrificio del Ducato, che con prodotti come la Via Emilia, birra di bassa fermentazione ispirata alle migliori Pils, regala momenti di notevole piacere proprio qui, tra “campi di grano che il vento piega, tra basse colline sopra la pianura”, come recita la pagina web dell’azienda.
Impossibile dare indicazioni sul reperimento di ulteriori prelibatezze locali, poiché sarebbero troppe. Siamo al centro di un vero e proprio reticolo gastronomico che tra Felino, Zibello, Langhirano (col suo straordinario prosciutto), Polesine Parmense, con la tradizionale e allo stesso incredibilmente innovativa esperienza dell’Antica Corte Pallavicina di Massimo e Luciano Spigaroli (www.acpallavicina.com), mette il viaggiatore in un imbarazzo – vero – per la scelta.
Insomma, ci si fornisca di borsa termica, e ci si lasci guidare dalle indicazioni delle persone che vivono e operano in questi luoghi. Sarà così semplice portarsi a casa degli ottimi Parmigiano Reggiano, nelle forme e stagionature che si prediligono, o culatelli stagionati lungo gli inverni carichi di umidità.
Non mancheranno poi, occasioni di visita, rocche e castelletti, ma anche la non distante Reggia di Colorno, da Busseto circa 30 km di molle pianura, attraverso luoghi il cui nome dipana mille storie: Soragna, Samboseto – da cui tutto ebbe forse inizio, sufficit guardare qui http://www.youtube.com/watch?v=WnlpPRw1mdk – e San Secondo).
Utile guida umana, ai tipi e ai sentimenti contemporanei di questa Emilia, “Siam poi gente delicata”, del bravo Paolo Nori (ed. Laterza), immaginifico viaggio lungo i caratteri della via Emilia, tra Parma e Bologna.
Matteo Belloni
Visita alla città di Sissi
May 22, 2011 by admin
Categoria: world wide
Innsbruck
Innsbruck, Inn + brucke, letteralmente significa “ponte sul fiume Inn”, un nome che svela le origini di questa città, anticamente crocevia del traffico europeo tra nord e sud Europa. Nata in epoca romana come insediamento di difesa, con il passare degli anni divenne dapprima un monastero, un luogo di culto situato sulla riva di sinistra del fiume, per poi espandersi e diventare importante centro politico e territoriale sede della nobiltà bavarese. Nel 1.363 Innsbruck entrò, insieme a tutto il Tirolo, a fare parte dell’impero degli Asburgo.
Il ponte costituisce oggi il punto di partenza per la visita della città vecchia, la parte più interessante della città, costruita nei secoli a partire dal 1.100 e oggi dominata dall’Ottoburg, l’antica fortezza sovrastata da un’alta torre con finestre a sbalzo risalente all’epoca del tardo Medioevo. Basta percorrere pochi passi da qui e ci si trova nel corso principale, dove è possibile ammirare le bellezze della città concedendosi anche qualche sosta nei localini tipici, magari per gustare uno strüdel in una pasticceria o acquistare dell’ottimo speck. Il corso si apre con il fantastico Tetto d’oro, emblema della città di Innsbruck, collocato sulla facciata principale che chiude l’antica cittadella. Edificato nel 1494 in onore delle nozze dell’Imperatore Massimiliano con Bianca Maria Sforza della celebre corte meneghina, questa meraviglia architettonica fu pensata per celebrare e al contempo essere l’emanazione del forte potere della dinastia regnante. Il piccolo tetto dorato, copre un terrazzino interamente affrescato e ornato con rilievi che celebrano l’Imperatore e raccontano scene di vita di corte. Questo spazio era la sede da cui i nobili assistevano a giochi e spettacoli pubblici.
Proseguendo lungo le strade della città vecchia ci si imbatte in due edifici simbolo del potere comunale: l’antico municipio e la torre civica dalla bella cupola barocca a cipolla che svetta a 57 metri d’altezza a rappresentare tutta la ricchezza della municipalità.
Appartiene al gruppo delle bellezze architettoniche da vedere in questo piccolo centro cittadino la casa Helbling, con le facciata che ricorda preziose porcellane lavorate e decorate con stucchi colorati. Il duomo barocco di St. Jakob, con la sua struttura imponente e le due torri che lasciano un’impronta ben riconoscibile nello skyline della città, custodisce al suo interno la celebre Mariahilf, una delle rappresentazioni della madonna più famose nella storia dell’arte.
Una facciata imponente introduce al Palazzo imperiale, dove si incontrarono, probabilmente in occasione di una festa di corte, due degli innamorati più celebri della storia: l’imperatore Francesco Giuseppe e la consorte Sissi. La costruzione è in stile barocco con le torri laterali che rimangono architetture medievali coperte da tetti a forma di cupola. All’interno si celano un grande cortile principale e due minori. Il vero gioiello si scopre però visitando le sale reali, le stanze da letto perfettamente conservate e le sale da ricevimento dall’arredamento sfarzoso. Tra tutte spicca la celebre Riesensaal, la Sala dei Giganti, affrescata magistralmente e ornata in stile tardo rococò; i ritratti della famiglia appesi sulle pareti laterali sono un documento importante lasciatoci per ricostruire le spoglie della famiglia regnante.
Se rimane tempo per visitare i dintorni, consigliamo di dedicare una mezza giornata al Castello Rinascimentale d’Ambra. Acquistato dall’arciduca Ferdinando II per far vivere la sposa di estrazione borghese, e quindi non accettata a corte, Philippine Welser, oggi come allora il castello custodisce una divertente collezione di caricature e oggetti particolari ed esotici provenienti da tutto il mondo (collezione non facile da comporre considerando che fu accumulata nel tardo ‘500) e un’ampia collezione di armature, carrozze e paramenti militari.
La città di Innsbruck è oggi una meta molto frequentata sia per le bellezze artistiche che ospita, sia per l’ampiezza del suo consorzio sciistico. I giochi olimpici invernali del 1964 e del 1975 hanno definitivamente accreditato la località come tempio degli sport invernali ed hanno permesso la costruzione di strutture innovative e futuristiche che aumentano l’appeal turistico della città. Quasi impossibile visitare questa piccola perla d’Austria senza essere travolti dalla massa dei turisti, consigliamo pertanto di cercare alberghi e ristoranti un po’ fuori dal centro storico, così da godere di un ambiente più tipico e al contempo risparmiare un po’ sul costo della vacanza.
Barbara Pellegrini
La Giornata della terra: per capire la nostra vita
Nelle ultime settimane abbiamo assistito a fatti di cronaca di importanza e interesse mondiale: la morte del re del terrore, la beatificazione di Papa Wojtyla e il tanto atteso “sì” del principino di Inghilterra con la sua dolce amata.
Per ciascuna di queste notizie, l’intero mondo dei media ha diffuso immagini, condiviso momenti in diretta e divulgato polemiche e punti di vista.
Ma la vera protagonista di questi eventi è stata la folla: una folla che si è riversata nelle strade – anche metaforicamente – per applaudire, condividere, gioire e riflettere su un avvenimento.
Un’altra data importante, però, ha segnato il calendario di queste ultime settimane: la Giornata della Terra.
Stavolta, invece, la folla non c’era. E’ stata la grande assente.
Pochissimi media “d’élite” hanno trattato la notizia, come se il nostro pianeta appartenesse o importasse solo ad alcuni e invece il matrimonio di Will e Kate fosse di vitale importanza per l’intera umanità.
Ma cosa sta succedendo?!
Non siamo più in grado di fermarci e riflettere a poco più di un mese dalla strage di Fukushima, a quasi un anno dal dramma ambientale causato dalla Marea Nera in Louisiana, nel Golfo del Messico (USA). Ma ancora, restringendo il campo, le polveri sottili che si respirano quotidianamente nelle città, lo spreco sconsiderato di una risorsa scarsa come l’acqua, la raccolta differenziata, fatta con pigrizia e distrazione, l’estinzione di molte specie animali o le colture intensive.
Sembra quasi che l’essere “green” sia diventato trendy, ma in fondo sembra che davvero pochi ci credano veramente.
Non solo la salute del Pianeta è gravemente minacciata, ma i Governi continuano ad aggirare il problema, a liquidarlo come una fantasticheria di pochi fanatici e, purtroppo, anche i media non fanno il proprio dovere.
“The Earth Day” voluto dal senatore Gaylord Nelson per richiamare l’attenzione sulla condizione ambientale della Terra, dal 1970 viene celebrato ogni 22 Aprile.
Educare i cittadini del mondo facendo informazione e approfondimento, aiuterebbe a prendere consapevolezza delle urgenze del nostro Pianeta.
Intento, azione, amore: queste sono le parole chiave che potrebbero ristabilire un equilibrio ormai perso da tempo. Piccoli eco-gesti quotidiani, uniti alla rottura con le abitudini e le dipendenze al consumismo permetterebbero di costruire un futuro, per noi, i nostri figli e nostra Madre Terra, più armonioso e pulito.
Eleonora Dafne Arnese
Chi spiega la storia ai giovani ?
Giovani e memoria sono due parole che per definizione, tendono a essere per forza distanti ideologicamente, almeno sul piano teorico. I primi, spesso talmente di corsa da non aver nemmeno il tempo per fermarsi a pensare; la memoria invece, è risaputo sia tipica di chi ormai il tempo lo usa per pensare ai bei tempi andati. Il passato, ovvero le origini da cui nascono le feste
Nell’anno del centocinquantenario dell’unificazione, tra il 17 marzo e il 2 giugno, l’Italia sempre più divisa si trova e si è trovata ad affrontare festeggiamenti di quelli importanti, passando per la Festa della Liberazione, dei lavoratori e appunto, della Repubblica. Proprio i continui battibecchi all’interno della classe politica hanno portato tutto lo stivale, dai bar di paese ai crocchi sulle strade, a prender posizioni spesso drastiche su feste che dovrebbero essere tesoro della nostra storia nazionale. Da qui, da queste continue divisioni, nasce il bisogno di ripartire, recuperando un’unità socio culturale anche in previsione futura, facendo partecipare i giovani, non perché “scaldino i banchi” o le sedie di queste commemorazioni, ma per coinvolgerli, spiegando loro che il primo maggio non è un ponte per andare al mare ma una festa ottenuta e nata dal sangue dei lavoratori. In queste settimane, mentre le piazze del 25 aprile si riempivano per metà di vecchi reduci e di pochi volontari, mentre sempre meno trattori occupano le strade del primo maggio, viene spontaneo chiedersi come fare affinché non si perda questa memoria, garantendo un futuro alle nostre istituzioni. Com’è possibile dare una cultura e inculcare valori a questa generazione figlia di Amici e di Saranno Famosi? Le commemorazioni sono spesso disertate, furbescamente boicottate e strumentalizzate persino da chi dovrebbe trarne giovamento, ovvero i partiti politici. Per alcuni non doveva esser celebrata l’unità nazionale e per altri il primo maggio era una domenica come un’altra in cui fare soldi con le attività. Dove arriveremo di questo passo, se le istituzioni latitano e le scuole mancano?
Spesso le stesse televisioni , oggigiorno gli (dis)educatori più influenti, non hanno tempo e tantomeno interessi a indottrinarci sull’origine di queste feste, evitando di introdurre argomenti seri che possano stimolare le nostre teste. Come possiamo allora pretendere che la gente festeggi senza saperne il significato? Le soluzioni potrebbero essere molteplici, ma forse utopistiche. Campagne pubblicitarie, comizi, opuscoli e programmi televisivi sarebbero idee semplici, se si volesse. Noi ci limitiamo a pensare ad un ironico “gioco delle conseguenze”, una riflessione facile e veloce, e spesso chiarificatrice. Cosa sarebbe l’Italia se non fosse stata unita da Mazzini e dai mille garibaldini? Cosa sarebbe stato di noi se Badoglio non avesse firmato l’armistizio l’8 Settembre? E se non fossero morti quegli undici uomini a Portella Della Ginestra, avrebbero gli stessi diritti oggi i nostri lavoratori? E se il due Giugno 1946 avesse vinto la Monarchia? Se le donne non avessero potuto votare com’era stato fino a quel momento?
La Storia non è mai stata scritta con i se, è vero, ma pensando alle conseguenze di queste domande forse a qualcuno verrà più voglia di spiegare a quelle generazioni, quelle che dovrebbero essere con noi nelle piazze, perché bisogna festeggiare queste giornate.
Davide Angeli
Nuovo cinema d’animazione: etica, natura e umanità
Rio, il film d’animazione nato dal genio creativo di Carlos Saldenha, conosciuto per lo straordinario successo riscosso della trilogia de L’era glaciale, nel primo weekend di programmazione nelle sale è stato campione di incassi ed è in testa alle classifiche di questa settimana.
Ma quale è il pubblico che “consuma” questi cartoon?
La cosa probabilmente non vi stupirà, ma il target di questi prodotti cinematografici si è incredibilmente alzato; infatti i fan del genere sono, sempre più spesso, adulti senza figli né nipotini da accompagnare al cinema.
Questa tendenza è indice di una dilagante diffusione della “Sindrome di Peter Pan” oppure i film d’animazione degli ultimi anni sono radicalmente cambiati rispetto a i Classici che, pur nella loro straordinaria e intramontabile bellezza, sono tanto, troppo lontani dalla realtà?
Ebbene, i protagonisti di questi capolavori – animali parlanti (ce ne sono un’infinità), orchi verdi ridicolamente spaventosi (si pensi a Shrek e Fiona) e omini dalle proporzioni discutibili (come in Up, candidato agli Oscar 2010 come Miglior Film) – sono sempre più distanti dai personaggi tradizionali del principe e della principessa ostacolati nel loro amore dalla strega cattiva e diventano, invece, più imperfetti e realistici (si pensi al pesce pagliaccio Nemo), a tratti goffi e sfortunati e si fanno promotori di un messaggio etico, umano. Riprendono valori come l’Amicizia e l’Amore, il coraggio di scegliere una “corrente” diversa, il rispetto per le diversità, per l’ambiente e per gli animali, troppo spesso vittime dell’atroce mano dell’uomo.
Un mondo di finzione che nasconde un fine pedagogico, il recupero di una sensibilità e di una vicinanza con la natura, di una infantile innocenza e curiosità che, noi adulti, sembra abbiamo completamente dimenticato e di cui, forse, abbiamo un incredibile bisogno.
Eleonora Dafne Arnese



















