Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

Bearzot, un uomo schivo, un professionista

December 22, 2010 by  
Categoria: attualità

mikkelz's Picture from Flickr.com

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Il vecio se ne è andato a 83 anni.

Senza far rumore ha dato il suo addio alla vita dopo una lunga malattia.

Enzo Bearzot friulano e mitico commissario tecnico della nazionale campione del mondo è stato coerente e fedele a se stesso fino all’ultimo. Se ne va in silenzio, sotto voce, senza far rumore.

Gli italiani lo hanno sempre amato e rispettato dopo quella sera dell’11 luglio del 1982, quando gli azzurri si laurearono campioni del mondo sconfiggendo la Germania Ovest 3-1.

Il rigore di Cabrini fallito, il gol del bomber Pablito, il secondo gol bellissimo di Tardelli, il cui urlo liberatorio rimane nella mente e nei cuori di tutti gli italiani e non solo.

Poi il sigillo finale di Spillo Altobelli, con la faccia da vecchio già a vent’anni, come il diciottenne Giuseppe Bergomi che Bearzot fece esordire nei mondiali di Spagna.

La cartolina più bella, fotografia di un calcio vero e, oggi, lontanissimo, rimane lo “scopone scientifico” tra il Presidente Pertini, Bearzot, il capitano 42nne Dino Zoff e il Barone Causio, sull’aereo di ritorno dalla magica notte mundial di Madrid.

Con un Sandro Pertini verace e diretto e prontissimo a “cazziare” gli errori del ct nelle giocate.

Tutto questo sembrava ricordare la scena di un film del cinema neorealista, di cui noi italiani siamo stati maestri inarrivabili.

Tutti i suoi giocatori lo ricordano non solo come commissario tecnico ma, soprattutto, per l’alta levatura morale dell’uomo, per quello che ha insegnato loro, facendoli diventare uomini ancor prima che calciatori.

Mai “primadonna” sempre pronto a nascondersi dalla luce dei riflettori, per evitare che si accendessero troppo su di lui e, poco, sui suoi giocatori.

Il mondo del pallone di oggi, fatto poco di calcio giocato e, tantissimo di calcio parlato, era troppo in antitesi con le sue idee e convinzioni.

E’ uscito da questo mondo in tempi non sospetti e, nonostante si fossero spenti i riflettori sul vecio da lungo tempo, l’affetto degli italiani non è mai venuto meno.

Se ne va in punta di piedi, fedele ad uno stile di vita e a un modus vivendi che merita grande rispetto da parte di tutti.

In una società, quella attuale, dove ci si farebbe riprendere dalle telecamere in ogni istante della vita, solo per sancire la propria ( mediocre ) esistenza, chi, come Bearzot, ne ha vissuta una piena ed assoluta ha rivendicato il diritto sacrosanto a ritirarsi a vita privata con la famiglia.

L’ultima di una serie infinita di lezioni del Ct più amato dagli italiani.

Addio vecio.

Norman di Lieto

Per un pugno di dollari

December 20, 2010 by  
Categoria: attualità

nessuno di no - luogo.it Picture from Flickr.com

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Continua lo stupore sul mercato della vacche… politiche. Uno stupore che non finisce mai.

Ci sono voluti dei veri cacciatori di voto ( anche nelle più illustri famiglie ci vuole uno stalliere, diceva l’Avvocato Agnelli ), per stanare indecisi, transfughi o anime non proprio irreprensibili.

La nascita del terzo polo ( Casini, Rutelli e Fini ) già abbastanza bizzarra nel suo goffo tentativo di mettere insieme pezzi di un mosaico malriuscito, sembra già avere più problemi che risultati.

Il partito democratico e il partito di Di Pietro hanno sperato invano.

Il Governo Berlusconi rimane, insomma, miseramente in piedi, con 3 voti alla Camera e cerca un appoggio esterno dall’Udc.

Ma Casini non era tra i promotori e firmatari della mozione di sfiducia contro l’esecutivo?

Certo, ora il Governo stesso gli chiede un appoggio esterno.

La politica fatta di sangue e merda con nani e ballerine ( il copyright della citazione appartiene a Rino Formica ex ministro socialista ai tempi della Prima Repubblica ) è sempre tristemente attuale.

Una democrazia rappresentativa, quella parlamentare, che rappresenta più se stessa che il popolo sovrano (ma è una battuta, o ci crede qualcuno ) ?

Un popolo sovrano, sovrano infatti solo nelle dichiarazioni di facciata, ma che nei fatti è sempre più distante dalle cose di Palazzo e, che si riconosce sempre meno in questa classe politica di un livello mai così basso e molto, molto volgare. Ma l’avete visto il rappresentante della Difesa insultare gli studenti, con i denti digrignati ?

Davvero al peggio non c’è mai fine.

Ai posteri ( ma anche agli studenti e ai giovani che manifestano ) l’ardua sentenza.

Ma scappando dai processi, come fanno i politici Italiani, la sentenza non la ricevono mai.

Alfonso della Mura

Il Tempio dell’italian food nel cuore di Manhattan

December 14, 2010 by  
Categoria: world wide

Barry Yanowitz's Picture from Flickr.com

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New York City

Nel punto in cui si incrociano le due vie più importanti di New York City e quindi del mondo, ossia la Fifth Avenue e la Broadway, in un prestigioso palazzo dell’Ottocento, di fronte all’iconico Flatiron Building, ci accoglie il “tempio” dell’italian food: EATALY.

Dopo mesi di lavoro e un investimento di 25 milioni di dollari, qualche mese fa è stato inaugurato il megastore dedicato alla cucina e ai prodotti dell’Italia.

Il marchio EATALY, fondato nel 2004 da Oscar Farinetti a Torino, riunisce un gruppo di piccole aziende che operano nei diversi settori enogastronomici, e ha come mission la diffusione nel mondo della filosofia Slow Food.

Spiegare al consumatore il valore del cibo, da dove arriva, com’è lavorato e da chi, questi sono i core value di questo brand che, nel giro di pochi anni, ha inaugurato diversi department store in giro per il mondo: quattro sedi italiane, Tokyo e poi New York.

Il punto vendita nel cuore della Grande Mela, sui suoi 6,000 metri quadrati, ha un ingresso piuttosto discreto, tutt’altro che trionfale; entrando si ha la sensazione di passeggiare in un villaggio medievale, animato da colori, profumi, sapori e dalle più belle canzoni italiane degli anni ’60-’70 che cadenzano la visita e si respira così la storia e la cultura dell’identità italiana.

Gli scaffali pullulano di prodotti veramente “made in Italy”: marmellate, caffè, biscotti, affettati e ortofrutta; ma anche vini, birre, olio e pasta. Numerosi i corner in cui vi è la produzione giornaliera dei prodotti, come l’agrogelateria, la pasticceria, il panificio e l’angolo dove la mozzarella viene fatta a mano, sotto gli occhi dei clienti, da ragazzi italiani formati da alcuni caseifici pugliesi.

Al suo interno, oltre ad uno spazio – “La Piazza” – riservato al finger food con salumi, formaggi e frutti di mare, ospita ristoranti monotematici dedicati a carne, pesce, pasta, pizza e verdura. Non a caso , un cartellone all’interno dello store riporta: “We cook what we sell and we sell what we cook!”.

Completano il panorama del sistema Italia stand di design come Kartell, Alessi e Bialetti, di cultura con Rizzoli e La Stampa e di viaggi con Alpitour.

Una macchina di successo che è riuscita a creare 400 posti di lavoro, di cui 300 assunti in loco; un department store di lusso a prezzi accessibili che illustra e vende le bontà gastronomiche del Bel Paese, creando però la giusta integrazione con alcuni grandi produttori americani.

Avendo colto una nuova esigenza dei consumatori, ossia mangiar bene, ad un prezzo ragionevole, essere informati sul prodotto e sul suo ciclo produttivo, rispettando l’ambiente con i suoi tempi e le sue diversità, EATALY, nella capitale del melting pot globale, ha proposto un modello alimentare, in controtendenza con la progressiva diffusione del processo che George Ritzer chiama mcdonaldizzazione. I consumatori statunitensi, vittime del sistema fast food e di prodotti troppo spesso spacciati per “made in Italy”, come Parmesan Visconsin e olio spagnolo o tunisino, hanno bisogno di essere “educati” alla vera cucina italiana. L’arrivo di EATALY a New York, pur con le sue piccole defaillance per il servizio al tavolo, è sicuramente un’enorme sfida che punta anche raccontare biodiversità, produttori e tradizioni.

Così, continuando a passeggiare per le enormi, adrenaliniche e colorate street di New York, dopo aver visitato EATALY, ci si sente – almeno per una volta! – orgogliosi di essere Italiani.

Eleonora Dafne Arnese

Monicelli, una scossa per l’Italia pecorona

December 14, 2010 by  
Categoria: attualità

Giandomenico Ricci's Picture from Flickr.com

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Mario Monicelli è morto all’età di 95 anni.

Il Maestro, il padre della commedia italiana, anche se tutti i critici la definivano all’italiana, il grande regista e sceneggiatore preferiva definirla semplicemente, appunto, commedia italiana.

Dopo un già brillante inizio, nel 1951 c’è una prima svolta. Guardie e Ladri, interpretato da Totò e Aldo Fabrizi, viene premiato al Festival di Cannes per la miglior sceneggiatura.

Il principe De Curtis e l’attore romano dipingono un quadro fatto di un carabiniere ligio al dovere e alla legalità e di un ladro che ruba per sconfiggere la miseria che ogni giorno accompagna le sue giornate.

Un altro premio, questa volta come miglior regista, gli viene assegnato per il film Padri e Figli a Berlino nel 1957.

Dovendo fare anche i conti con la censura dell’epoca, il suo film spartiacque è del 1958 ed è rappresentato da: “I soliti ignoti”.

Il film racconta le gesta di un gruppo di squattrinati, disperati alle prese con la miseria e con la voglia matta di toccare una ricchezza così desiderata ma anche così irraggiungibile.

Nei panni dei ladri impacciati e un po’ disincantati, vi sono, tra gli altri: Mastroianni, Gassman, Renato Salvatori e due figure indimenticabili rappresentate da caratteristi molto importanti del cinema di quegli anni: il napoletano Carlo Pisacane detto “Capanelle” e il sardo Tiberio Murgia, nato ad Oristano, in realtà spesso nei film interpreta il ruolo del siciliano tradizionale e rigoroso. Nei soliti ignoti è uno della banda, molto geloso e custode integerrimo della vita della sorella, che rinchiude in casa e che è interpretata da una bellissima Claudia Cardinale .

Nel 1959 un altro capolavoro: “La grande guerra”, con Sordi e Gassman ad interpretare due soldati italiani durante il primo conflitto mondiale, un po’ furbi, un po’ fifoni che si ritrovano, loro malgrado, a vestire i panni degli eroi.

Nel 1966 con l’Armata Brancaleone e nel 1973 con Vogliamo i colonnelli viene selezionato per il Festival di Cannes.

Nel 1975 gira Amici miei, cui dedica un II atto nel 1982.

Che personaggi meravigliosi: il cinico giornalista Perozzi ( interpretato da Noiret ), il più decaduto nella storia nobiliare italiana, il conte Mascetti ( interpretato da Tognazzi ) il più geniale nell’organizzare scherzi, il barista Necchi ( interpretato nel 1975 da Duilio del Prete e nel 1982 da Renzo Montagnani ), il romantico e sempre innamorato geometra Rambaldo Melandri e l’amico che arriva dopo ma non senza peso: il chirurgo “senza cuore” Professor Sassaroli ( interpretato da Adolfo Celi ).

Scherzi, bischerate, amicizia cameratesca ma anche tanta malinconia disegnano e accompagnano le gesta degli amici in una Firenze sempre meravigliosa.

Nel 1977 Monicelli gira: “Un borghese piccolo piccolo” tratto da un’opera dello scrittore Cerami. Il protagonista Alberto Sordi interpreta un impiegato di un ufficio pubblico romano alle soglie della pensione e, pronto, ad ogni costo, ad inserire il suo unico figlio negli stessi uffici. Ma un tragico evento, una pallottola vagante durante una rapina, uccide il figlio.

Questo porterà il padre ad una vendetta cupa, cieca ed inaudita nei confronti del colpevole, cui riesce ad evitare la cattura da parte della polizia per poter poi procedere con una giustizia personale e carica di odio. Nel frattempo la moglie ammalatasi per la disgrazia morirà, lasciando l’uomo nella sua più totale disperazione.

Chiudiamo con “Speriamo che sia femmina” , dove Monicelli racconta in maniera poetica il suo amore per l’universo femminile, rappresentando un vero e proprio gineceo, affiancato da comparse maschili un po’ goffe, cui spetta il poco gratificante ruolo di comprimari subalterni alle protagoniste indiscusse: le donne, appunto.

Mario Monicelli ha diretto numerosi altri film, e, ognuno di loro, ha lasciato un segno.

Ha saputo disegnare e raccontare un’Italia reale e, nei suoi affreschi, delineare scenari del nostro Paese, ancora attualissimi.

E non solo.

Negli ultimi anni sono stati diversi i suoi interventi pubblici per criticare in maniera molto dura e con toni sferzanti la situazione in cui versa il nostro Paese ed innumerevoli le invettive contro la politica e il Governo.

Una politica accusata da Monicelli di essere distante, in maniera siderale, dalla gente comune e dai suoi problemi quotidiani. I politici chiusi nei loro Palazzi a complottare e a decidere molto più per la loro cricca che per le reali esigenze del popolo.

In una delle sue ultime interviste traspariva, oltre ad un inalterato spirito da combattente nato e pervaso da una coscienza civile negli ultimi tempi sempre più indignata, la sua grande amarezza per aver raccontato l’Italia, senza riuscire a cambiarla, a migliorarla.

Monicelli ci consegna un testamento spirituale e morale che non dobbiamo dimenticare.

Fino all’ultimo si è indignato e non si è mai rassegnato a ciò che gli accadeva intorno.

L’atavica rassegnazione che ci contraddistingue deve essere sostituita da una vera e propria rinascita civile di un paese e di un popolo che pur sempre con i suoi difetti congeniti, rimane sempre la nostra amata Italia.

Eppur si muove ( qualcosa ), speriamo.

Addio Maestro.

Norman di Lieto

Gli oggetti oggi

December 12, 2010 by  
Categoria: terza pagina

giallinovagabondo's Picture from Flickr.com

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Lo scrittore Georges Perec ha documentato nel celebre romanzo Le cose lo choc che è stato determinato negli anni Sessanta dalla abnorme crescita degli oggetti indotta dalla produzione di massa. Ma da allora gli oggetti hanno ulteriormente moltiplicato la loro capacità di comunicare, perché veicolano numerosi significati provenienti soprattutto dal marketing e dalla cultura del consumo. Con il risultato di rendere difficoltoso per le persone orientarsi rispetto ad essi. Vivere nell’ipermodernità vuole dire infatti vivere immersi negli oggetti. E l’arrivo dell’ipermodernità ha portato con sé anche la riduzione della distanza tra i soggetti e gli oggetti. Oggi cioè, gli oggetti ci coinvolgono in profondità.

C’è bisogno dunque di ristabilire nuovamente una distanza tra noi e gli oggetti, quella distanza che ha consentito in passato lo sviluppo di uno sguardo critico. Sono trascorsi poco più di cinquant’anni da quando Roland Barthes ha pubblicato in Francia Miti d’oggi, il volume che ha mostrato come fosse possibile criticare i miti della cultura di massa. Ha mostrato, cioè, che si poteva «demistificare» la cultura piccolo-borghese, ma anche i significati degli oggetti che la caratterizzavano: il vino, il latte, i giocattoli, la Citroën Ds o i detersivi. A dire il vero, prima ancora di Barthes, è stato Marshall McLuhan a mostrare nel volume La sposa meccanica come fosse possibile trattare gli oggetti e i messaggi della cultura di massa esattamente allo stesso modo dei testi letterari e cioè sottoponendoli ad una approfondita analisi critica. Ma ciò che Barthes ha introdotto è stato soprattutto un originale approccio critico, figlio della linguistica sviluppata da Ferdinand de Saussure e dell’analisi marxiana.

L’odierno sistema dell’industria culturale globale si basa però sulle marche più che sugli oggetti. E le marche si caratterizzano per una logica della differenza. Ciascuna marca produce cioè valore soprattutto attraverso la sua capacità di differenziarsi dalle marche concorrenti. Ma è una differenza che non nasce più dal valore economico e dal valore di status, bensì dalle emozioni e dalle esperienze. Emozioni ed esperienze che naturalmente si producono soprattutto nel consumatore e dunque è soprattutto il «lavoro emozionale» di quest’ultimo che consente al sistema economico contemporaneo di ottenere i suoi elevati livelli di sviluppo

Vanni Codeluppi

Docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia

RAPASCEET – Romanzo – Terza e Quarta ( pillola )

December 11, 2010 by  
Categoria: terza pagina

Lisérgico's Picture from Flickr.com

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Continua la nostra pubblicazione in Pillole del Romanzo Rapasceet.

Ma, su richiesta dei Lettori, d’ora in poi pubblichiamo due Pillole insieme.

Buona lettura.

normandilieto@gmail.com

Parte III

Paul si alza da letto apre una bottiglia di acqua minerale e con ardore vuota un paio di bicchieri, ha una sete tremenda, ne beve un terzo e poi una bella doccia e di corsa a far colazione

Ritorna in camera, e in pochi secondi ha indossato un paio di pantaloni blu e una giacca chiara, è ottobre e in città l’aria è già pungente.

Una bella passeggiata a Bond Street per riordinare le idee, guardare le vetrine mai banali, con vestiti dai colori un po’ impossibili, Londra è così, colorata e stravagante, ma aiuta a capire tante cose, in mezzo alle sue diversità.

Sono le 10 di un mattino abbastanza chiaro, Paul avrebbe tante cose da fare, negli ultimi anni ha vissuto a lungo a Roma e a Milano, poi è ritornato volentieri a Londra la città dove è nato e dove trova una quotidianità che dalle altre parti è più difficile. Anche la lingua è più famigliare, le facce della gente, certe incongruenze di vita , la varietà dei popoli, della pelle.

Paul fin da ragazzino ha sempre avuto un debole per le donne, per i corpi e i cervelli, per quell’insieme di assurdo e realtà che ha caratterizzato il suo orizzonte femminile. Ha frequentato un buon numero di donne, ma lo ha fatto con impegno, amando con il corpo e la testa donne diverse, alte e snelle, piccole e sempre snelle, di solito con i capelli lunghi.

Le ha spogliate ed esplorate con ardore e stupore, con curiosità, si è lasciato andare alla loro voglia di lui. Ha fatto l’amore con dolcezza sui letti, ma ha anche scopato sui divani, in piedi dove capitava, con gioia e convinzione.

Negli Strand non c’è grande animazione, un venditore di hot dog cerca di piazzare la sua merce, ma non viene ascoltato.

Paul ha voglia di camminare, va a passo svelto, come se corresse dietro a qualcuno, come se corresse dietro a un altro Paul uguale a lui, ma che in realtà è un’altra persona.

Cammina e pensa, ha sempre lavorato con slancio nel commercio, grazie alla conoscenza di inglese, francese, spagnolo e italiano ha venduto prodotti per tante aziende in giro per il mondo.

Non si è mai stufato di vendere, anche perché ha saputo cambiare genere e prodotti con grande velocità. In questo periodo vende abbigliamento maschile elegante e sportivo e gli piace tanto, anche perché prova sulla propria pelle novità e idee improvvise.

Si trova a Londra per un lavoro con la catena Selfridge’s e si diverte a provare maglioni e pantaloni dalla forme più diverse.

Stamattina non ha voglia di andare a far visita a nessun grande magazzino e continua a girare come se sperasse di incontrare chissà chi.

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Parte IV

A Londra ha l’abitudine di vedere Helen, una mora alta con grossi capelli lunghi sulle le spalle, con la pelle scura, una trentenne con un corpo di marmo che lo fa reagire appena le posa una mano su un fianco.

Una chiacchierona, di compagnia, che ha conosciuto cinque anni fa e che vede di rado ma che ricorda sempre con solletico…

Ha voglia di Helen, all’improvviso, cerca un telefono, la chiama, è improvvisamente più sveglio e attento.

“Hallo, sono io, sono in casa per altre tre ore, prendi la metropolitana, ti aspetto”

Paul sembra preso da una frenesia improvvisa, non ha voglia di lavorare, è nella sua città, dove però non abita più da tempo, sta andando verso un’amica che vede di rado, ha voglia del suo corpo scuro. Infila la metropolitana e arriva a casa di Helen.

“Sono qui e ti trovo bellissima, mi ricordo sempre di te che non fai mai domande, offrimi un tè con poco latte”

“E’ pronto in un secondo. Cosa fai in città, lavoro o altro?

“Lavoro e ho voglia di capire, di trovare di scoprire, non so bene cosa, ma da qualche mese non sono più sicuro di niente, pensa mi sono anche messo a bere più vino e altre cose, così per distrarmi da strani pensieri. Da quando sono morti mio padre e mia madre mi sembra di dover cercare dove sono stato, dove ho vissuto, dove sono i parenti che non ho mai conosciuto, dove vivrò negli anni prossimi. Ultimamente non ho più letto un libro, non ho più visto un film, non ho legami fissi, penso a mia madre, faccio una vita di merda”.

“Paul non ti ho mai visto così, quando ci siamo conosciuti mi hai detto che le nostre forze potevano muovere le nostre vite, mi hai chiesto di fermarmi, mi hai detto che sono la tua sorgente che zampilla, un sacco di stronzate, ma mi sei piaciuto per la tua voglia di non essere uno preciso.”

“E’ così, sono sempre stato un po’ visionario, tu sei un po’ fontana”.

Paul si avvicina a Helen che indossa una gonna di velluto beige appena sopra il ginocchio, una maglia di lana nera e calze scure, il suo seno a punta sembra voler comandare.

Paul inizia a leccarla ovunque, sui vestiti e sulla pelle, come se avesse in mano un gelato immenso, la spoglia, le toglie reggiseno e slip neri , si spoglia, continua a leccarla. Lei lascia fare quasi passiva, poi si mette a cavalcioni e inizia a guidarlo, con la forza del suo corpo duro.

Paul urla senza pensare e per un istante non capisce da dove viene chi è, dove ha avuto inizio la sua vita.

Musica insegnata – ( II Parte )

December 9, 2010 by  
Categoria: terza pagina

Torley's Picture from Flickr.com

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Ha notato negli anni dei cambiamenti nel modo in cui la sua figura di insegnante veniva percepita, sia dagli studenti che da altre persone? Se sì, quali?

Sì, purtroppo la percezione è cambiata, in particolare da quando il tempo a disposizione di queste discipline è diminuito: non c’è più un relazionamento con l’individuo, manca la possibilità di instaurare un vero rapporto individuale (per quanto forse qualcosa stia lentamente tornando in questo senso). La figura professionale di cui porto le vesti è molto meno valorizzata, e fatico a capire perché; una volta c’era un favoloso rapporto anche con le famiglie degli allievi, che venivano coinvolte. Tengo qui a sottolineare che ho sempre tenuto la mia attività di concertista nettamente staccata da quella di insegnante: spesso mi è capitato di tornare la domenica sera tardi da una performance, ed essere comunque il lunedì mattina presente e lucido a lezione. Pochissime sono state nella mia carriera le assenze per motivi concertistici.

D’altronde, se guardiamo il punto di vista invece degli allievi, il cambiamento sembra essere stato in chiave più positiva – probabilmente perché parallelamente agli allievi anche l’insegnante matura. Chi vuole il rispetto degli alunni deve prima darlo! Sono addirittura loro a chiedermi di parlare di un sacco di argomenti – tranne però la politica, che non tollero entri nelle aule: a scuola si va per studiare.

Ritiene che un’educazione musicale abbia valore nella formazione di una persona a prescindere da eventuali future applicazioni professionali?

Ha un valore fondamentale. Nell’antica Grecia si parlava di “Musiké”, intendendo con tale termine l’insieme delle discipline della musica, della danza e della poesia: insieme all’educazione fisica, era la disciplina principale nella formazione, soprattutto per i filosofi (come ad esempio i Pitagorici).

Oggi purtroppo questo non si ha più, la musica è diventata un po’ la “Cenerentola” delle discipline.

E tuttavia molti professionisti vengono da me a dire “magari avessi potuto studiare musica..però non ne ho avuto la possibilità”. Nei giovani di oggi noto poi che non c’è tanta voglia di intraprenderla come professione, perché il percorso formativo è lungo e purtroppo non è mai stato riformato. Ricordo che durante i miei primi due anni di apprendimento odiavo il pianoforte, ma mio padre insisteva dicendomi “devi conoscere la musica come qualsiasi altra disciplina”. Dopodiché ho avuto la fortuna di essere preso sotto l’ala del Maestro Buccellato, allievo del grande Tito Aprea: fu lui, insegnante tra i migliori a livello nazionale, a scoprire le mie doti, grazie alla sua dote innata di intravedere le potenzialità e il talento.

Per concludere, quanta e quale importanza dà alla sua professione di insegnante in questo momento storico-culturale che stiamo vivendo?

Un’importanza enorme ed innata, in questo momento, perché se penso alla mia gioventù rivedo in nuce i problemi dei giovani d’oggi; ricordo anche figure carismatiche, che mi hanno sostenuto nella mia crescita: uomini e donne mai tiratisi in disparte, che mi hanno trasmesso valori che a mia volta trasmetto ai miei allievi. Ritengo che gli insegnanti debbano tornare a catalizzare la volontà, la curiosità, il desiderio di crescere e di amare la vita.

La musica avvicina e accomuna, per quello l’educazione ad essa è tanto importante. Tutto ciò che rivela l’umanità all’umanità è cosa utile e buona, perché favorisce la comprensione e l’unità.

Enrico De Zottis

John Lennon and his message

December 8, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

rocknrolls Picture from Flickr.com

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We want to remember John Lennon. We miss you, John!

IMAGINE

Imagine there’s no heaven
It’s easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today…

Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace…

You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will be as one

Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world…

You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will live as one

Musica insegnata ( I Parte )

December 7, 2010 by  
Categoria: terza pagina

Torley's Picture from Flickr.com

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- Dialogo con il Maestro Roberto Santucci ( I Parte )

Altre volte questo spazio è stato una finestra da cui si è rivendicato il valore dell’educazione musicale nella nostra società. Già in altre occasioni si è detto con forza quale importanza la musica dovrebbe avere nella formazione di ciascuno. E’probabile che su una questione di tale valore torneremo a ripeterci in futuro – ora però è giunto il momento di irrobustire le basi delle nostre affermazioni. Per farlo ci siamo avvalsi del contributo di un professionista di altissima caratura, il Maestro Roberto Santucci. Pianista originario di Cagliari, concertista conosciuto e apprezzato su scala mondiale, al pari riconosciuto nella sua veste di compositore – veste quest’ultima nella quale è stato in grado, con il solo ausilio di mani e pianoforte, di dar vita ad un nuovo genere musicale, classico e originale allo stesso tempo, battezzato non a caso dalla critica americana “New Age Classica”. Ma il Maestro Santucci non è solo questo: egli è anche uno stimato insegnante di musica e pianoforte presso un Istituto superiore di Cagliari dalla pluri-decennale esperienza, ed è da questa sua esperienza, sviluppatasi come vedremo con grande passione, che siamo andati ad attingere per argomentare ciò in cui crediamo fermamente.

Se come chi scrive credete che la cultura e la ricerca (artistiche e scientifiche) siano tra gli scopi primari che un essere umano può aspirare a dare alla propria vita, e non solo degli interludi tra una lotta per la sopravvivenza e l’altra, vi invitiamo a leggere quanto segue.

Grazie innanzitutto per aver accettato l’invito a parlare con noi, Maestro.

Per cominciare, facciamo un salto indietro nel tempo – quali erano le Sue intenzioni e aspettative quando ha cominciato l’attività di insegnante di musica?

Insegnare è un’opportunità che mi è stata offerta all’età di diciannove anni, e che io ho subito colto come possibilità di rendermi innanzitutto autonomo, e poi per poter avere un mio compito, un mio ruolo all’interno della società. Una volta iniziata l’attività di insegnamento, ho subito capito che si trattava della strada adatta a me: tramite essa mi era infatti possibile raggiungere – insieme ai miei allievi – dimensioni che solamente l’arte condivisa permette di raggiungere. Al momento di cominciare questa professione ero molto giovane, e non avevo particolari aspettative; il tempo mi ha fatto capire il mio ruolo, e mi ha spinto a mettermi in gioco.

Nella sua esperienza, quanto è importante il relazionarsi del docente di musica con l’allievo?

E’ “super” fondamentale. La comunicazione è parte essenziale dell’insegnamento: nella comunicazione c’è vita, e solamente chi ascolta può insegnare. Svolgo il mio ruolo di insegnante molto appassionatamente, e da questo punto di vista sono molto esigente nei confronti dei miei allievi. Quella che mi anima è una passione indipendente dalla mia volontà, e soprattutto è contagiosa – a tale proposito ricordo sempre con orgoglio un mio ex allievo, Matteo Martis, che ha a suo tempo vinto una borsa di studio a New York e si è laureato in composizione di musical: in seguito io stesso ho provveduto a presentarlo a Peter Gelb, direttore del Metropolitan Museum e mio caro amico.

Quali metodi utilizza e/o consiglia per stimolare l’interesse dei suoi studenti?

Seguo innanzitutto il programma ministeriale, che prevede l’insegnamento obbligatorio di musica negli orari di lezione antimeridiani e quello facoltativo di pianoforte nel pomeriggio.

Nelle mie lezioni seguo un percorso storico, a partire dalle origini più risalenti della musica, integrando soprattutto con moltissimo ascolto – la cosa sorprendente che scopro sempre è che gli allievi più giovani non sono affatto abituati a ciò, all’ascolto! La teoria deve necessariamente venire dopo questo passaggio. Le domande sorgono infatti spontanee e numerose sempre a seguito dell’ascolto. Svolgo l’insegnamento della storia della musica in una chiave interdisciplinare, partendo da un determinato periodo storico e nell’analizzarlo trovare tutti i possibili contatti con le altre discipline di studio; tappa obbligatoria di questo percorso è sempre per me il fenomeno dei Beatles, che considero mostri sacri per la musica della seconda metà del Novecento, i quali utilizzando semplicemente pianoforte, voci, chitarre, batteria e organo hammond hanno dato vita ad un’evoluzione musicale mai eguagliata (di cui un ottimo esempio è la suite Abbey Road). Tengo comunque a ribadire l’importanza dell’ascolto: ho sempre vivo il ricordo di mio padre, psichiatra, che nell’ospedale in cui lavorava faceva ascoltare Chopin nei reparti dei tisici e questo permetteva ai malati di affrontare la malattia – fino alla fine – con la speranza della guarigione.

E poi suonando ed educando ad ascoltare sono in grado di spiegare ai miei allievi cose che altrimenti non troverebbero nei libri.

Questa dimensione quasi intima diviene ancora più forte nel corso di pianoforte, nel quale ho un rapporto diretto con l’allievo: lì si creano contatti molto più profondi, entra moltissimo in gioco l’empatia tra docente e discente e si viene a formare quasi un contatto con la dimensione del concerto. (…continua )

Enrico De Zottis

WIKILEAKS, buco della serratura o cronaca ?

December 7, 2010 by  
Categoria: attualità

benessere's Picture from Flickr.com

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Paladino della verità, Robin Hood in salsa moderna o triste ricercato per violenza carnale (mah, che roba strana, violenza carnale ? Ma saranno sicuri ?)?

Il personaggio in questione risponde al nome di Julian Assange, trentanovenne di origine australiana e, fermato a Londra, a causa di un mandato di cattura internazionale dell’Interpol, nell’ambito di un’inchiesta partita dalla Svezia per stupro ed aggressione sessuale.

E’ lui il fondatore del tanto vituperato WikiLeaks, sito spifferone dell’irraccontabile.

Uno scrigno di informazioni top secret, divenuto accessibile a chiunque e che ha fatto tremare tutti i potenti della Terra, tranne qualcuno che invece ha pensato bene di riderci sopra, come è abituato a fare quando si trova di fronte a qualcosa di serio.

Ma l’amministrazione americana, sentitasi defraudata di notizie (o segreti ?) di natura strettamente confidenziale, minaccia vendette per lo sconsiderato protagonista “diffusore di notizie”, ad alto tasso di pericolosità.

Le relazioni diplomatiche internazionali sono state messe a repentaglio da queste scottanti rivelazioni ?

Ed è partita la caccia all’uomo, che sa tanto di vera e propria rappresaglia.

Qualora Assange dovesse essere “incidentalmente” colpito da un meteorite, scagliato da qualche satellite spia, i suoi guerrieri della luce ( sigh ) diffonderebbero immediatamente tutte le notizie, già archiviate e chiuse a chiave in un bunker inaccessibile.

Tra intrighi di palazzo, manovre militari, spionaggi vari o festini e party presunti, leggendo certe rivelazioni scottanti, sembra di essere di fronte alla scoperta dell’acqua calda e al solito polverone sollevato ad arte per distrarre dai veri, enormi problemi che colpiscono questo mondo debole.

L’ennesima prova provata che il popolino comprende meglio di chiunque diplomatico, spia o funzionario d’ambasciata di qualche superpotenza come vanno le cose del mondo. Cioè vanno male, anzi malissimo.

Ci sembra comunque cronaca dal buco della serratura.

E peggio ci sentiamo.

Alfonso della Mura

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