IL POSTO DOVE ANDARE : Ghemme e non solo…
November 27, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
In questo autunno decisamente controverso, fatto di giornate quasi primaverili che seguono altre fredde e cupe come quelle raffigurate nei romanzi di Dostoevskij, abbiamo deciso in una non troppo tiepida domenica novembrina di mettere in agenda una visita a Ghemme.
Cittadina ai piedi delle colline novaresi fu importante centro in epoca romana e nel Medioevo borgo conteso tra guelfi e ghibellini.
Oggi, è conosciuta anche per il celebre vino D.O.C.G che porta il nome della città.
Il panorama è piacevole, scorgendo le Montagne del Monte Rosa, le sue colline con boschi e vigne e la sua suggestiva architettura di borgo medievale che sembra voler far tornare indietro nel tempo chi la osserva.
Poi, per gli amanti della Grappa (ottima) una visita (dis)interessata alle distillerie Francoli.
Un’azienda storica e rinomata, con una tradizione importante e con una qualità di prodotto decisamente di alta gamma. I Francoli sono appassionati timonieri dell’azienda.
Non facendoci mancare nulla decidiamo di lasciare Ghemme per raggiungere Romagnano Sesia, altro centro del novarese, dove il Ristorante alla Torre ci attende.
L’ambientazione è semplice ma accogliente, il personale gentile e professionale.
La cucina piemontese ci offre diverse soluzioni.
Si parte con uno sformatino di zucca con dadolata di verdure di stagione e basilico, oppure consigliamo il carpaccio di coniglio di Cellio ripieno alle albicocche con misticanza aromatica.
Come primo piatto crediamo sia il caso di non perdersi questo piatto squisito: Taiarin al ragù marinato al vino nebbiolo delle Colline Novaresi, oppure Bacetti di melanzane viola con pomodorini e formaggio di capra della Valsesia.
Entrambi i piatti meritano di essere provati: il ragù marinato al vino nebbiolo delle colline novaresi è un portento e il formaggio di capra della Valsesia non è cosa di tutti i giorni.
Il secondo piatto è un tapulone di cavallo con le verze al nebbiolo di Ghemme.
Le verze al nebbiolo di Ghemme sono da ricordare.
A chi non dovesse piacere particolarmente la carne equina consigliamo in alternativa la groppa di manzo piemontese brasata all’aceto balsamico con timballo di patate rosse.
Un piatto ricco ed originale con il timballo di patate rosse degne di nota.
Arrivati al dolce non ce la siamo sentita di ordinare.
Cercate di capirci, cari lettori.
O meglio, provare per credere.
Sazi, soddisfatti ma non ingolfati, sinonimo di buona cucina, pulita e non pasticciata.
Originale e ben studiata negli abbinamenti e nelle diverse proposte offerte ai commensali.
Norman di Lieto
RAPASCEET – Romanzo – Seconda ( pillola )
November 25, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
Continuiamo con la nostra iniziativa e pubblichiamo la seconda ( pillola ) del Romanzo.
Paul è un quarantenne apolide, vissuto per lunghi periodi in Gran Bretagna, Italia, Francia, Stati Uniti, un uomo robusto, sempre in movimento, né alto né basso, capelli esageratamente folti, forte come un mulo, colto e curioso, pieno di interessi, amante della pittura e del cinema, buongustaio di moderato appetito, vestito con apparente distrazione.
Nella sua vita non ha mai capito dove sia meglio stare e dove sia la sua provenienza reale.
Il padre, un italiano senza grandi slanci con poca voglia di stare con gli altri, la madre un’inglese dolce e taciturna, con gli occhi tristi e il senso della casa, come rifugio pulito e ordinato.
I suoi genitori sono state due presenze invisibili, li aveva visti con regolarità fino a vent’anni, poi aveva incominciato a girare il mondo, rivedendoli di tanto in tanto. Tutto senza grandi slanci, quasi come fossero tre estranei che ogni tanto si ritrovano.
Da piccolo, a scuola parlando con gli amici sentiva che gli altri genitori erano diversi, più presenti, sicuramente più noiosi e appiccicosi.
I suoi sembravano sempre avere mille cose per la testa, ma non le raccontavano, tutto rimaneva in quei corpi silenziosi, sempre un po’ appartati.
Paul nel corso della sua infanzia aveva sempre avuto la sensazione di non appartenere a quella coppia, di essere capitato lì per caso.
Aveva anche cercato di parlare con altri parenti, ma non esistevano nonne e nonni, tutti erano già morti, zii neanche a parlarne, insomma i suoi genitori erano due anime sole, iniziavano e finivano con loro, senza parenti e senza amici, soli, solitari, quasi senza storia.
Aveva cercato di conoscere altri parenti, ma dopo tanti tentativi andati a vuoto, si era rassegnato, la sua famiglia era lì, lui sua madre e suo padre, fine.
L’infanzia e gli anni della scuola elementare, inferiore e superiore erano passati senza grandi traumi e senza particolari slanci, tutto filava via tra un’esercitazione in aula, qualche bel voto e piccoli rimbrotti degli insegnanti. Un buon allievo, attento e volenteroso, di buona famiglia, senza ricchezze e senza che i suoi desideri rimanessero troppo delusi.
Gli altri avevano motociclette e macchine fin da ragazzini, lui aveva buoni libri e iscrizioni a circoli sportivi.
Un ragazzo soddisfatto, tutto sommato.
Corri a New York e vedi cosa c’è
November 25, 2010 by admin
Categoria: world wide
New York City
Tanti giovani vorrebbero andare a New York per scoprire nuove realtà e orizzonti, per approfondire o imparare un po’ d’inglese, per misurarsi con un mondo diverso.
Bisogna dire subito che NY c’entra poco con gli USA. Se si vuole conoscere più da vicino gli Stati Uniti, si deve optare per Chicago, Philadelphia, San Francisco, Boston, solo per citare centri più ricchi di appeal.
NY è invece una città a sé stante. Unica, caotica, priva di una vera identità, dispersiva. Si va per provare la propria autonomia, con un inglese diverso da quello britannico, per sentirsi al centro del mondo e confrontarsi con il mondo. Qui tutto arriva prima e l’Italia è un Paese amato per l’arte, la moda e il cibo, ma per il resto non contiamo nulla, siamo una briciola di un Impero che sovrasta tutti. Ci vien da ridere quando chi sta al Governo, gonfia il petto e la panza affermando di aver ricevuto i complimenti da Obama. Per gli USA il Governo Italiano è un apostrofo tra le parole “l’inesistente”. La nostra politica, campando di balle, fa finta di credere a certe fandonie. Chi arriva qui può mettersi in gioco. Intanto impara le distanze e scopre che NY è una città facilissima da girare. Streets e Avenues sono caratterizzate da tanti numeri e pochi nomi, basta fare attenzione ad east e west ed il gioco è fatto. Poi c’è un’agenda di avvenimenti ed eventi molto fitta e interessante. Alcuni sono gratuiti. Quelli a pagamento sono molto cari. Si può studiare: c’è di tutto, in tutti i campi, dal digitale alla comunicazione, al marketing. Si possono vedere tutti i grandi film, quelli che faranno la stagione nel resto del mondo, prima che in ogni altra città del mondo. Si può anche lavorare, certo non aspettatevi grandi cose. Ma i lavori di fatica, tipo scaricare cassette della frutta o altre robe simili, accanto al lavoro nel locali di food & beverage sono sempre ben accetti. A fine giornata ci sono mille cose da fare tra musical, concerti di tutti i tipi di musica. Il jazz in particolare qui trova grande accoglienza e adesione. Per la cena c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ci sono tutte le cucine del mondo. Tutto è molto abbondante (attenzione! incredibile, ma vero, la maggior parte chiude la cucina alle 22.30). Anche i ristoranti americani sono un po’ migliorati. Consigliamo un buon locale di jazz, dove si mangia anche a un livello accettabile. Per esempio, nel Village consigliamo, il Blue Note, il Village Vanguard, il Garage, il piccolo Smalls. A Broadway il Birdland. Nel Lower East Side il Tonic e per chi vuole capire cosa c’è di nuovo sul fronte del nuovo rock made in USA, il locale ideale è il Cbgb, a Bowery. Infine a SoHo, il Joe’s Pub dove il blues fa la parte del leone.
Val la pena di venire a New York, meglio se da soli. Si parte la mattina e dopo una colazione in uno dei tanti breakfast corner, si incomincia a camminare, a muoversi, a correre, verso una meta non sempre definita, ma che in ogni caso fa scoprire qualcosa. Si cammina, si guarda, si entra e si esce dai luoghi, e tutto questo arricchisce, giovani e meno giovani. E poi, nel tempo, qualcosa rimane.
Mauro Pecchenino
Passeggiando tra le macerie
Ne hanno scritto e parlato in molti di “Vieni via con me”, piccolo programma di Rai 3 e anche noi vogliamo provare a dire la nostra. Di solito l’hanno buttata in politica, litigando come è ormai costume in questa triste Italia della dittatura dei Ciarlatani.
Passeggiando tra le macerie di una spiazzante mediocrità, il giovane di oggi è pronto a preparare la valigia. O forse no. Tanto gli ammortizzatori sociali privati ( paghette e premi in denaro di genitori, parenti ed affini fino al bisnonno della famiglia), vengono forniti a loro uso e consumo, permettendo così di compensare le mancanze di stipendi precari nella forma e nella quantità, al solo scopo, diseducativo al massimo, di dissuadere il giovane depresso dall’estremo tentativo di passare ad esistenza più piena e gratificante: indubbiamente oltreconfine.
E poi, dopo una giornata piena ( non ) retribuita di lavoro per affondare la malinconia, ci lanciamo in uno zapping, noioso, televisivo: da lunedi al lunedì successivo ci si chiede: stasera che cosa c’è di interessante?
La risposta è scontata e la decisione, tutt’altro che banale, è quella di rifugiarsi tra le braccia di Morfeo, facendosi accompagnare prima dalla piacevole lettura di un buon libro.
Un lunedi come gli altri ci si sofferma sul terzo canale della Rai e pare che qualcuno, in questo caso Saviano e Fazio, tentino di lottare contro una corazzata idiota, come il Grande fratello, giunta all’ennesima edizione, fatta di bellocci ed aspiranti veline o candidate politiche, a seconda di come preferite.
Prima e seconda puntata con una media di otto milioni e mezzo di telespettatori.
Complimenti per la trasmissione?
Tutt’altro. Attacchi frontali e trasversali e qualche critico storce il naso.
A non tutti si può piacere, ma almeno un tentativo è stato fatto.
Un sassolino lanciato nello stagno televisivo, dove tutto è uguale e preconfezionato.
Vieni via con me non ha scoperto l’acqua calda, non è la trasmissione dell’anno. Ma è la dimostrazione che la tv generalista può anche offrire programmi diversi dai soliti format, ormai spremuti fino all’inverosimile e che il pubblico non è, in definitiva, così scemo come lo si vuole dipingere.
Si mangia ciò che passa il convento.
Non siamo arrivati d’incanto ai ristoranti stellati Michelin, ma quanto meno una variante al triste menù fisso è stata offerta. Questo ci sembra un risultato da non trascurare.
Norman di Lieto
DIALOGO NEL BUIO
November 17, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” (il Piccolo Principe)
Un viaggio di oltre un’ora nella totale oscurità. Così si può definire Dialogo nel Buio, anche se questa mostra in realtà è molto di più: è un’esperienza terribile e sensibilizzante al contempo, che trasporta i più fortunati in un mondo normalmente a loro sconosciuto, cercando di far comprendere al pubblico le difficoltà di una vita condizionata dall’handicap della cecità. È un momento per fermarsi a riflettere, per apprendere un messaggio fortemente educativo. Ma questa mostra è anche un forte esempio di speranza, che insegna che in qualche modo la vita va avanti e che si può vivere serenamente anche nella difficoltà.
Il progetto nasce in Germania dall’idea di Andrea Heinecke e arriva in Italia nel lontano 2002 presso la sede di Palazzo Reale, per poi trasferirsi definitivamente nel 2005 nell’edificio deputato dell’istituto dei ciechi di Milano. L’iniziativa ha riscontrato grande successo, attirando oltre 110.000 spettatori solo nei primi 2 anni e dando oggi lavoro fisso a circa 60 non vedenti.
Dialogo nel Buio è la mostra permanente atipica, perché non espone nulla, anzi semmai nega; nega la luce a gruppi di massimo 8 persone alla volta che, condotti all’interno di sale totalmente buie, sono costretti ad orientarsi attraverso 4 soli sensi. Le comitive vengono riunite e dotate di tradizionali bastoni per non vedenti, dopo di ché, sono condotte, attraverso un corridoio in cui la luce va progressivamente svanendo, fino ad arrivare in stanze in cui regna il buio totale, talmente profondo che quasi in un primo momento spaventa e suscita una sorta di senso di claustrofobia. La guida che conduce il gruppo in questo viaggio è rigorosamente non vedente, e fa di tutto per mettere le persone a proprio agio, cercando di mostrare come si vive la quotidianità senza l’uso della vista. Per un’ora e 15 minuti circa di percorso si parla molto, perché la parola aiuta ad orientarsi e così l’udito diventa, insieme al tatto, al gusto e all’olfatto, il mezzo che si utilizza per conoscere lo spazio attorno.
Accanto a questa esperienza principale nascono poi, con il tempo, alcune iniziative collaterali di grande successo. Una è il ristorante Tratto Nero, dove al prezzo di 50€ si può mangiare antipasto, primo, secondo, vini e bevande, seduti a tavola in un ambiente rigorosamente buio. Serviti dalle stesse guide non vedenti, si sperimentano le difficoltà di versare al buio l’acqua in un bicchiere, o di tagliare la carne nel piatto, o di mettere in bocca un cibo che a priori non si sa cosa sia o che sapore abbia.
Cafènoir è invece il locale in cui non conta come si appare ma cosa si dice e comunica. Lo spazio, che sorge all’interno dell’istituto dei ciechi, offre happy hour e musica dal vivo ogni sera dalle 19 alle 23, dal giovedì al sabato compreso. Un’occasione unica per parlare e trasmettere davvero se stessi, in un tempo in cui questa pratica viene meno sempre più spesso.
Altra iniziativa è Teatro al buio, uno spettacolo fatto di suoni in cui si apprezzano essenzialmente la bellezza dei dialoghi e la forza della parola recitata anziché le scenografie mirabolanti; dove contano persino i minimi rumori, perché servono a ricostruire la scena con la propria mente.
Fanno parte dell’ampio progetto anche esperienze di team building per le aziende. Qui si impara a lavorare in gruppo e dialogare con gli altri, con l’intento preciso di insegnare alle persone a sviluppare efficaci comunicazioni interpersonali, utili a raggiungere un obiettivo comune.
Progetti formativi sono stati pensati inoltre appositamente per le scuole; si tratta di vere esperienze educative che vogliono formare nuove generazioni di ragazzi più sensibili ed educati, che siano in grado ancora di utilizzare la propria sensibilità senza dipendere unicamente dalle nuove tecnologie che offrono una comunicazione mediata e per alcuni versi non autentica.
Barbara Pellegrini
RAPASCEET – Romanzo
November 15, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
Inizia la pubblicazione del Romanzo annunciato. Come ricordiamo è firmato da un saggista che in questo caso rimane anonimo.
Il Romanzo verrà pubblicato a puntate. Un editore importante è oltremodo accetto per la pubblicazione cartacea.
A tutti, buona lettura.
Un aereo mezzo vuoto, le hostess si muovono senza affanno, in queste condizioni è facile avere un bicchiere di aranciata senza dover insistere.
Alta montagna, tanto verde intorno, un’aria che frizza e rinfresca la pelle, uno zaino pesante, scarponi comodi ai piedi, una gran forza nelle gambe e la voglia di andare lontano.
Arriva un ristorante senza pretese, la tovaglia è pulita, il vino rosso é molto bevibile, nel piatto verdura e carne con sapori decisi, tutto è adatto a far passare la fame.
Un bimbo con folti capelli ricci corre su un’aia, ride e insegue le galline che scappano spaventate. Il bimbo vede una donna anziana robusta e sorridente, prende un sassolino da terra e corre verso la vecchina.
Una nave viaggia tranquilla in mezzo a un mare quasi piatto. Dal ponte la vista è uniforme e varia nello stesso tempo, la nave sembra deserta solo cielo e mare come presenze mute.
Un treno ha appena attraversato una galleria. Una ragazza con i capelli lisci e castani entra nella toilette seguita da un giovane uomo, con i capelli ricci, chiude la porta, si alza l’abito azzurro e il ragazzo le accarezza le cosce piene, la bacia con foga, si abbracciano e a occhi chiusi si accoppiano.
Una sala piena di gente, tutti ascoltano con attenzione i conferenzieri che parlano di sport e alimentazione, poi c’è un ricco buffet, tutti mangiano come se non si nutrissero da anni, la fame sembra dilagare.
Un elefante, intorno gente con strani abiti colorati, tanta gente con facce poco allegre, tanto sole, caldo, odore acre di pelle lavata di rado. Tanta confusione, donne con occhi neri e fronte colorata, polvere da togliere il respiro.
Carta, penne che piovono dall’alto, vino che scorre sui muri, pane che si muove sui tavoli, donne che si muovono come se la musica le guidasse, uomini che guardano con stupore, rumore, tanto rumore, un rumore indefinibile.
Paul si sveglia con la schiena indolenzita, si guarda intorno, la stanza non è famigliare, anzi sembra quasi sconosciuta. Una stanza d’albergo con l’armadio, le sedie e la scrivania rivestite da scritte tratte da romanzi famosi.
Paul si alza, si versa un bicchiere d’acqua e mette a fuoco la realtà. E’ in un buon albergo di Londra, vicino a Leicester Square, la sera precedente ha partecipato a una cena giapponese, cibo ottimo e saké abbondante, poi un poker di flute di champagne bevuto senza rendersene conto avevano fatto nella sua testa e stomaco un vortice pericoloso che lo aveva fatto addormentare senza pensieri. ( … continua )
L’ambiente fa di noi degli individui
November 14, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Cosa determina i nostri gusti? Non stiamo parlando di decisioni in fatto di acquisti, poiché la sfera dei consumi è governata da regole che si intrecciano con la psicologia partendo dalle strategie di marketing. Parliamo dei gusti musicali, cinematografici, televisivi, preferenze riguardo libri, storie, modalità di racconti, persone, approccio e tanto altro.
Se non siamo altro che il miscuglio genetico di una slot machine in funzione da secoli, perché siamo così diversi gli uni dagli altri? Poiché ciò che fa di noi degli individui unici, è l’ambiente. Sono stati fatti studi su coppie di gemelli omozigoti allontanati alla nascita e studiandone, in età adulta, similitudini e differenze: molti risultano aver intrapreso strade simili e vivere in modi decisamente vicini ma, allo stesso tempo, possiedono tratti che li rendono unici. È questo il nodo che la clonazione, immaginando che funzioni, non potrà sciogliere poiché nessuno, oggi o domani, potrà riuscire a riprodurre le situazioni ambientali e la rete di relazioni sociali per rendere il clone ciò che è nella sua forma originaria.
La sfera sociale è, dunque, il perno su cui ruotiamo e attraverso cui diventiamo ciò che siamo. La nostra identità ha, inoltre, continuo bisogno di rassicurazioni e si affaccia al mondo per ottenerle e nutrire la propria autostima. È un gioco che può avere il duplice effetto di confermare l’immagine che abbiamo di noi ma, anche, di negarla o peggio di rimandarci una disconferma, ossia un rifiuto a reagire. Per continuare a ricercare il nostro equilibrio senza incappare in negazioni o disconferme che minano il nostro delicato equilibrio, ci muniamo di armi: maschere sociali, schemi mentali e modalità di comportamento osservati e assimilati. Spesso ciò che ricerchiamo negli altri e nei personaggi fantastici creati per intrattenerci è esattamente ciò che ci manca e di cui sentiamo il bisogno o, in alternativa, qualcosa che riteniamo (o desideriamo sia) simile a noi. Spesso è questo che determina il successo dei prodotti rivolti ad un target vasto, proporre qualcosa interpretabile in vari modi così che ognuno di noi riesca a ricondurlo al proprio bisogno momentaneo, soddisfacendo così non solo la necessità di intrattenimento ma anche la ricerca di un’arma con cui approcciarsi al mondo.
F.S.
Coppia italiana, che strazio
Ricevo da un gruppo di lavoro, proveniente da cinque università italiane, in collaborazione con l’Osservatorio sulla Famiglia e la Persona, un lavoro che fotografa la coppia italiana. Vediamo cosa emerge da 1.000 interviste, in dodici centri della penisola. Prima osservazione: la coppia in Italia è quasi sparita. Esistono le coppie. Ma durano alcune settimane, magari anche qualche anno, di solito non superano la soglia del terzo anno. Sono coppie per modo di dire , perché sono fatte da più persone che entrano ed escono, come in un balletto moderno. Si inizia in due, passa un po’ di tempo ed arriva un altro , un’altra e poi un’altra e un altro, in questo incrocio di quelle cose, che in altri decenni si chiamavano corna e che ora si chiamano amici nuovi, per diversificare. Tutto un melange di momenti e cambiamenti, dove sembra che il sentimento stia fuori mura. Nel casino totale, entrano ed escono anche i genitori di entrambi i componenti di quella che si chiamava coppia e quasi sempre sono le mamme, impiccione, che trattano figli e figlie, come pargoli a vita. E fanno danni. E in Italia i giovani crescono con fatica, hanno rapporti brevi e occasionali. Le donne sono bambine a vita e gli uomini sono ragazzotti per sempre, o quasi, senza mai affrontare le responsabilità, per paura, codardia, mancanza di forza, immaturità. E ragazzi e ragazze vedono passare il tempo, senza avere nulla in mano e nel cuore. Cosa si può fare ? Mi chiedono i lettori. Non lo so, cari amici, non lo so. Uno studioso francese, Jacques Attali, sostiene che chi ama deve lasciare grande libertà alla persona amata, di vivere, di amare temporaneamente anche altre persone. Non so se sia una soluzione. Chi scrive crede nella libertà dell’altro. Ma senza un progetto o un programma comune, ritengo che non si riesca ad andare da nessuna parte. Povera coppia italiana.
Mauro Pecchenino
The best and the brightest come to London
November 12, 2010 by admin
Categoria: world wide
Londra, capitale dell’Inghilterra e terra promessa per milioni di persone che ogni giorno affollano le sue strade e piazze. La nuova America, così la chiama qualcuno, la capitale del mondo che offre opportunità introvabili altrove. Abbiamo parlato a lungo con diverse persone e abbiamo chiesto loro: perché sei venuto a Londra? La risposta è stata un sorriso e la consapevolezza che sogni e speranze, qui a Londra, sono realizzabili. Come ci ha detto Mark, neo zelandese 38 anni, vive qui dal 2007, The best and the brightest come to London e sei hai voglia di fare, questo è il posto giusto. Mark, infatti, ha viaggiato a lungo nella sua vita, ha vissuto persino sull’Isola di Pasqua e nei suoi viaggi ha visto e conosciuto genti e luoghi eccitanti ma niente, ci racconta, può eguagliare Londra. Qui sta lavorando sodo per realizzare i suoi progetti: facendo ricerche per il suo primo libro, una trilogia su Guglielmo il Conquistatore, ha incontrato alcune persone che, affascinate dalle sue parole, gli hanno commissionato una sceneggiatura tratta dal libro su cui basare una trilogia di film. Ride imbarazzato raccontandoci tutto questo; è conscio, dice, che non sarà una cosa facile ma, del resto, proprio in questo momento ha raggiunto un grande traguardo: scrivere e mantenersi scrivendo. Incontriamo in una mensa Tusin, africano trasferitosi a Londra con un chiaro obiettivo in testa: studiare, laurearsi, mettere da parte un po’ di soldi e tornare al proprio paese per aiutare la famiglia e il villaggio. Per ora lavora per accumulare il denaro necessario ad iscriversi ad ingegneria; 12 ore al giorno, 7 giorni su 7 e solo la domenica pomeriggio per riposarsi. Ma sorride ed è sempre allegro. Ci racconta di sua madre con cui si sente spesso, della sua compagna, qui a Londra con lui, da cui ha appena avuto una bimba, e del fratello morto qualche anno fa di cui si è tatuato il nome sul braccio. Un ragazzo come tanti altri qui a Londra, che lavora sodo ed è felice di farlo poiché qui, racconta, se vali e hai voglia di fare, le cose accadono. Vicino a quella stessa mensa incontriamo Ferjal, 34 anni turca, ha lasciato Istanbul perché stanca del suo lavoro e sogna qualcos’altro… anche se ancora non sa cosa. Vive qui da febbraio e per adesso frequenta un corso d’inglese per raggiungere il punteggio necessario per iscriversi all’università. Condivide l’appartamento con Sehran, il suo fidanzato, e un amico di lui. Dedica le giornate a perfezionare il suo inglese già ottimo e gira i college della città per parlare con vari docenti e professori delle università. Non ha le idee chiare ed è abbastanza spaventata dall’idea di non sapere cosa fare; ci dice di aver mollato tutto poiché non era felice in Turchia e di essere qui per trovare quel qualcosa che cerca da tempo. Ma nonostante ancora non l’abbia trovato e ogni giorno sia difficile sopravvivere in questa costosa città, non tornerebbe più indietro: Londra è dove vuole stare, qui si sente a casa. Venire a Londra per studiare, fare esperienza, guadagnare soldi e forse tornare al proprio paese o semplicemente trovare quel qualcosa che ci faccia battere il cuore. Milioni di persone vengono qui alla ricerca di un qualcosa per cui sacrificano tutto, un progetto che sta a cuore e che li sprona. Certo, non tutti ce la fanno e spesso le cose si modificano strada facendo. C’è chi è venuto qui per restare e chi solo per poco tempo; di questi alcuni hanno cambiato strada o sono stati costretti a tornare sui loro passi. Come Marina, 43 anni italiana, venne a Londra quando aveva vent’anni per fare un po’ d’esperienza e praticare l’inglese e finì per non andarsene più. Si è sposata, ha avuto un figlio e insegna italiano all’università. Racconta di sentirsi un ibrido… un ibrido felice: né italiana né inglese, ma al tempo stesso sia italiana sia inglese. A Londra, infatti, è la norma incontrare stranieri che ora considerano Londra la loro nuova casa. Anzi, come ci fa notare Mark, persino gli inglesi che vivono a Londra non sono londinesi… la maggior parte proviene da altre città e paesini e, come tutti gli altri, sono qui per realizzare un sogno. Città cosmopolita dunque, aperta e viva grazie al continuo ricambio e perenne brulicare di persone provenienti da mondi distanti. E com’è ovvio che sia, fra di loro si mischiano: Marina, ad esempio, ha sposato un uomo polacco e loro figlio, Joshua, è italiano, polacco e inglese allo stesso tempo.
Ma come mai proprio Londra? Cos’ha questa città di diverso dal resto del mondo?
Innanzitutto, come sottolinea Mark, la posizione geografica. Londra è il centro. Da Londra puoi andare ovunque e tutti possono venire a Londra. Gli chiediamo cosa significhi esattamente: innanzitutto Londra è in Europa, il vecchio continente. Per quanto questo possa sembrare banale, la cultura e la consapevolezza dei popoli europei sono completamente diversi da quelli sviluppati dagli altri; questo è il vero cuore del mondo poiché da qui sono partiti e hanno resistito i grandi movimenti filosofici, culturali e sociali. Per quanto l’America sia una grande nazione, l’Asia possieda una cultura profonda ed affascinante e l’Africa sia la culla della vita, l’Europa è il cuore del mondo. E Londra è in una posizione strategica perfetta per raggiungere ogni parte del globo. Ovviamente questo è possibile perché oggi Londra è un centro economico e di potere; a questo riguardo Mark ci racconta della politica di apertura e attenzione ai giovani che Tony Blair ha portato avanti per anni. Grazie alla fiducia data alle nuove generazioni, Londra è cresciuta e continua a crescere poiché qui, come ci ha detto Tusin, se vali e lavori sodo, i risultati non tardano ad arrivare. Ferjal aggiunge che a differenza di altre città, Londra offre talmente tante opportunità, che non è difficile scoprire e imparare cose nuove. Entrando, dunque, in questo circolo virtuoso, i giovani che arrivano a Londra vengono messi a loro agio e inseriti in un mondo disponibile e attento alle loro esigenze da cui, alla fine, come Marina, non voglio andarsene e danno il loro contributo aiutando gli altri giovani che arrivano. La nuova America dunque, un piccolo angolo di mondo dove vigono leggi proprie per cui si vive in armonia con tutti, si lavora e ci si impegna tutti insieme per i propri obiettivi. Qui, ci dicono Mark, Tusin, Ferjal e Marina, niente è impossibile.
Francesca Stefanachi
La Florida, l’Eden per le imprese
Ci apre le porte della sede italiana della Italy-America Chamber of Commerce Southeast Inc., l’Avvocato Giancarlo Pelosi che ci attende per la nostra intervista nel suo ufficio nel cuore di Milano, con un’ampia finestra da dove si ammira il Duomo. Elegantissimo e sornione, ci accoglie con modi garbati e facendoci sentire a nostro agio. Con l’immancabile sigaro toscano e con i suoi modi signorili la nostra chiacchierata può avere inizio, solo dopo aver messo il cellulare, sempre pronto a suonare, in modalità riunione.
- Avvocato Pelosi, cominciamo la nostra intervista facendo parlare Lei, ci racconti le Sue esperienze professionali, accompagnate anche da un suo profilo più personale.
“Dopo aver conseguito la Laurea in Giurisprudenza, divenuto Avvocato, decido di specializzarmi in diritto internazionale, trasferendomi a New York per 3 anni. Intraprendo la mia attività presso il prestigioso Studio Legale Nixon, Avvocato, Politico e successivamente Presidente degli Stati Uniti. Questa esperienza mi ha consentito di acquisire una professionalità e una conoscenza del settore decisamente high profile. Permettendomi inoltre di avere una mentalità più marcatamente anglosassone, sia a livello professionale che personale. Alla fine di questi 3 anni, decisamente intensi, decido di rientrare a Messina presso il mio Studio Legale, dove rimango fino al 1985, anno in cui mi trasferisco nuovamente, per intraprendere la mia attività professionale nella capitale economica del nostro Paese, Milano.
I cambiamenti nella vita non mi hanno mai spaventato. Sono cresciuto in una famiglia dove gli spostamenti erano quasi all’ordine del giorno.
Infatti, sono figlio dell’Ammiraglio Pelosi: Eroe di Guerra, Medaglia d’Oro al Valore militare, Presidente del Consiglio Superiore delle Forze Armate. Una volta terminato il servizio attivo nella Marina militare italiana, ha ricoperto diversi ruoli, tra cui anche quello di Vice Presidente di Fincantieri.
A 3 anni vivevo in Somalia, dove mio padre in quel periodo era Comandante della Marina Militare a Mogadiscio. Un’infanzia e una giovinezza fino ai 25 anni di età, formativa ma, allo stesso tempo, debilitante. Ciò mi ha consentito di conoscere diverse culture sin dai primi anni della mia esistenza e, aprendo così la mia forma mentis sin dalla giovane età. A Milano oltre alla professione di Avvocato, diversifico anche i miei interessi imprenditoriali, infatti, con il Prof. Mauro Pecchenino inizio una collaborazione professionale, un sodalizio ventennale, con l’apertura dell’agenzia di comunicazione SGP. Numerosi i clienti, spesso di grande prestigio e svariate le soddisfazioni professionali. Agli inizi del 2000 diversi Avvocati miei corrispondenti dagli Usa, mi comunicano la decisione di lasciare New York per trasferirsi a Miami. Anch’io decido di puntare su Miami, seguendo l’anima da globetrotter che mi ha sempre contraddistinto.”
Oggi Giancarlo Pelosi, è tra i pochi, che può esercitare la professione di Avvocato a Miami, essendo in possesso della qualifica di F.L.C ( Foreign Legal Consultant ). Negli Usa, per poter esercitare la professione di Avvocato, bisogna essere in possesso di requisiti professionali che vengono certificati e valutati da un’apposita Commissione centrale che si trova nell’Illinois che delibera, dopo aver valutato in maniera approfondita il Curriculum, l’idoneità della persona a poter esercitare il ruolo di Avvocato anche negli Stati Uniti. Una volta che la Commissione centrale dà il proprio assenso, gli atti vengono inviati alla Corte Suprema degli Stati Uniti che, a sua volta, li invia alla Corte Suprema Usa della sezione dello Stato, in cui si inizia ad esercitare la professione di Avvocato. Nel 2001, l’avvocato Pelosi, una volta ottenuta la certificazione con tutti gli onori e i privilegi che la Corte suprema della Florida gli concede, può iniziare la sua attività di FLC. Oggi insieme ad un altro collega francese, sono gli unici Avvocati europei che possano esercitare la professione di Avvocato in Florida.
- Avvocato Pelosi secondo Lei perché un’impresa italiana dovrebbe puntare a sbarcare in Florida e che ruolo ha la Camera di Commercio South East e, nello specifico, l’Ufficio di Rappresentanza italiano di Milano che Lei coordina ?
“Perché Miami non è solo Florida, Stati Uniti d’America. Miami è soprattutto la portaerei per il Sudamerica, lo sbocco ideale verso i Paesi dell’America Latina. I grandi imprenditori di Venezuela, Brasile, Argentina, Colombia eccetera si trovano a Miami, unica metropoli americana, calamita del vero melting pot anche imprenditoriale. Poi solo in Florida oggi esiste una Comunità di circa ventimila italiani ( compresi anche quelli di prima o seconda generazione ). Essendo poi un Foreign Legal Consultant rivesto un duplice ruolo: Avvocato italiano che può esercitare la professione in Florida e quindi offrire consulenza legale, per esempio a:
- Aziende americane che vogliono investire in Italia;
- Aziende italiane che vogliono investire in Florida.
Inoltre offrire tutte le attività di consulenza legale e non solo, che possono aiutare in maniera concreta ed immediata chiunque voglia intraprendere in Florida. Concludo sottolineando come Miami negli ultimi anni abbia registrato delle performance straordinarie in termini di sviluppo economico nonostante il trend negativo di altre realtà.”
Miami e la Florida vi aspettano per intraprendere nuove strade di successo.
Inoltre segnaliamo ai nostri lettori di Flipmagazine che su Brianza Channel Tv è possibile vedere il video dell’intervista all’Avvocato Giancarlo Pelosi. ( http://www.brianzanews.it/index.php?page_id=1&f=881 )
Norman di Lieto



















