Buongustai d’Italia unitevi: è arrivata la stagione dei tartufi.
October 25, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
In autunno ogni anno il Piemonte si anima proponendo una delle rassegne gastronomiche più gustose di tutto il paese; il cuore della terra delle Langhe, Alba, dedica i mesi di ottobre e novembre a celebrare il suo più prezioso gioiello: il tartufo bianco. La manifestazione storicamente è nata nel 1928 come evento collaterale alla Festa delle Vendemmia ed ha assunto poi una propria autonomia. Il format prevede che ogni anno venga invitato a partecipare un personaggio famoso, padrino o madrina, a cui poi gli organizzatori della Fiera donano il tartufo eletto quale migliore esemplare di tutta la rassegna. La Fiera del tartufo bianco di Alba compie quest’anno 80 anni, una ricorrenza che sottolinea il ruolo di questa località piemontese come ambasciatrice del tartufo nel mondo e, per l’occasione, il programma previsto per la manifestazione è molto intenso e coinvolge tutto il tessuto della città di Alba.
Quale migliore occasione di questo gustoso compleanno per unire l’utile e il dilettevole e partecipare agli eventi di degustazione, visitando intanto anche la capitale storica ed economica delle Langhe? La piccola cittadina offre angoli davvero interessanti tutti da scoprire. Alba è stata costruita in epoca medievale con il chiaro intento di farne una fortezza, con mura edificate su alti basamenti, imponenti torrioni, varchi d’accesso presidiati costruiti a formare una corona sulle colline adiacenti, il tutto circondato da un ampio fossato: proprio questo aspetto fece assumere alla località il nome di città dalle 100 torri. Oggi di questa antica struttura rimane ben poco, le torri meglio conservate sono quelle che si trovano nel centro storico, tra piazza Risorgimento e Via Cavour, e fra quelle rimaste in piedi, molte sono state abbassate al livello dei tetti o incorporate negli edifici; esse rendono tuttavia il centro un luogo affascinante da visitare soprattutto concedendosi una passeggiata a piedi. Questa strada ospita suggestivi porticati e costruzioni che ci riportano all’epoca medievale, quali la Casaforte Riva e la Loggia dei Mercanti. La Cattedrale di Alba si incontra proprio lungo questo percorso; rivisitata nell’800 a partire dalle spoglie di una precedente architettura tardo-gotica, è dotata di una delle torri campanarie più elevate di tutto il Piemonte, impreziosita da monofore e bifore. Notevoli, nella navata centrale, , sono l’altare maggiore in stile barocco ed il coro ligneo composto da 35 scranni intarsiati; vale inoltre la pena ammirare l’arca sacra risalente ai primi del ‘500, custodita nella cappella di San Teobaldo. Per l’intera durata della fiera tutta l’area del centro storico sarà sede di un percorso ad immagini che racconta l’importanza avuta nella storia da questo tubero per tutto il territorio delle Langhe, così come dello sviluppo della manifestazione fieristica negli anni.
Il Mercato del Tartufo e Alba Qualità, due appuntamenti previsti durante la fiera di quest’anno, possono costituire l’occasione per visitare lo splendido cortile della Maddalena. Il Palazzo Mostre e Congressi dedicato a Giacomo Morra è invece il luogo deputato alle Analisi Sensoriali del Tartufo e alle degustazioni guidate dei grandi vini del territorio, che coinvolgeranno piacevolmente il visitatore, dal più esperto a quello che ancora deve imparare ad orientarsi nella scoperta di vini e tartufi. È previsto anche uno spazio dedicato all’esperienza dell’analisi plurisensoriale dell’Asti Spumante e, ancora, appositi contenitori dedicati ai filmati delle Teche Rai, che documentano lo svolgimento della fiera negli anni. Sono state pensate infine attività ludico-educative per fare in modo che anche i più piccoli siano avviati in modo divertente, attraverso storie e animazioni, alla conoscenza del territorio e del suo prezioso prodotto: il tartufo.
E che la cultura di Alba sia indissolubilmente legata alla sua tradizione enogastronomica, dal tartufo al vino, è chiaramente segnalato dal grande numero di botteghe di prodotti artigianali che si incontrano ad ogni angolo delle sue strade e presso le quali è possibile acquistare gustosi souvenir da portare a casa ….Beh a questo punto non resta che dire…buon appetito a tutti! ( La Fiera del Tartufo Bianco di Alba è fino al 14 Novembre ).
B.P.
New York, per sentirsi al centro
October 25, 2010 by admin
Categoria: world wide
New York City
Gli Stati Uniti rimangono il Paese della quantità. Tutto è grande, tanto, dal cibo ai palazzi, a certi abitanti che girano per le città portandosi centinaia di chili addosso.
Gli Americani sono poco elastici, poco creativi: nei ristoranti ti presentano un piatto e per loro quello devi mangiare, guai se provi a farti togliere le solite patate fritte o la salsa agli aromi indescrivibili. Guai se in una banca chiedi qualcosa di non strettamente previsto da un regolamento che solo loro usano. Sono dei bambinoni, fanno tenerezza, nella loro convinzione di essere nel giusto.
Poi si arriva a New York e, tutto ciò che abbiamo affermato finora, viene stemperato (certo non cancellato) da una Manhattan che ti avvolge con colori, profumi e puzze che in molti modi ti affascinano. E’ la città intrattenimento dove tutto sembra casuale e invece, da sempre, fin dalla prima volta che vi abbiamo messo piede qualche lustro fa, crediamo sia voluto, organizzato.
Ogni volta che siamo qui ci accorgiamo che NYC è la città più radical chic del mondo, più di Parigi e Londra, tutto sembra lasciato al caso e, invece, siamo convinti che gli amministratori della città abbiano preparato tutto a tavolino. E ogni giorno rinnovino il progetto di base. Poi uno è libero di crederci o no, fatti suoi. Noi consigliamo di godersi la città, a prescindere. Una decina di giorni sono la base necessaria. In particolare è importante dedicarsi ai musei d’arte, come il MOMA, insuperabile. E’ fondamentale girare sempre a piedi.
La città, per chi non ci deve abitare per lavoro (esperienza spesso straziante), è molto vivibile, variegata, multi tante cose. Val la pena fare un salto nel Village, soprattutto per l’ottima offerta di locali dove suonano musica jazz. Poi a Harlem, per la musica e non solo. A Central Park per vedere come anche una metropoli possa avere ampi spazi verdi. E ancora, nella zona ONU – Central Station, per sbirciare da dove si governa il mondo, e nell’artistica ( falsa bohemienne) Tribeca e, infine, nel modaiolo Meatpacking, cuore di tanti locali fighetti. E il tempo passa veloce, tra un hamburger gigante e un piatto francese o italiano (le due cucine più à la page da queste parti). Tutto procede in un’atmosfera un po’ surreale, sembra di essere al centro del mondo, ma è un’illusione.
Pure nell’era di Barack Obama nulla è come sembra.
Anche se il ritorno a casa lascia grandi nostalgie.
Mauro Pecchenino
Manager, tagliatore di vite
La crisi economica e sociale che attraversa il nostro Paese e non solo, ha evidenziato un continuo divario fra chi è imprenditore e chi lavora alle dipendenze delle imprese.
Anche la divisione delle organizzazioni sindacali e una politica, assente in maniera drammatica, non aiuta a migliorare la situazione e gli scenari panoramici, che sono a dir poco preoccupanti.
Sembra ormai concluso il tempo delle grandi imprese con le loro grandi maestranze.
Sono spariti anche i grandi imprenditori o capitani d’industria, che con le loro capacità gestionali e creative creavano posti di lavoro e portavano ricchezza al Paese.
Oggi i grandi (?) manager cercati dall’industria, sono quelli che riducono i costi, soprattutto legati al personale alle dipendenze dell’impresa.
Da creatori di posti di lavori a tristi tagliatori di teste.
Questo è il declino del manager moderno, attento a risparmiare sui Poveri Cristi e pronto a ricevere un lauto assegno, come premio di produzione per aver licenziato.
La realtà è che il nostro Paese è ricco di piccole realtà aziendali e di imprese individuali e non abbiamo più una filiera industriale degna di questo nome.
La concorrenza di Paesi come la Cina e l’India, con la loro capacità di produrre quantitativi di merce enormi a prezzi bassi, ha messo in ginocchio interi distretti industriali del nostro Paese.
Il design, la creatività e la qualità, tutti elementi che hanno contraddistinto da sempre i nostri prodotti sono stati messi sotto scacco da una produzione su larga scala, come quella cinese che ha consentito al gigante asiatico di diventare la seconda potenza al mondo.
In tutto questo il made in Italy è ancora il marchio su cui far leva e contrastare la concorrenza globale sempre più agguerrita.
Occorre però tornare ad una politica industriale degna di questo nome, con le imprese che non vengano lasciate sole dal Governo, come ribadito diverse volte dal Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia (ma perché quella telefonata a Confalonieri ?!)
E cercare, in tempo di crisi, di capire le ragioni delle imprese, ma allo stesso tempo anche quelle di chi lavora alle dipendenza delle imprese stesse.
Solo con l’unità di intenti e la cooperazione sociale questa crisi potrà essere combattuta, con giusti mezzi ed evitare di sprecare energie in conflitti interni, dannosi alle imprese e al sistema Italia.
Un Paese il nostro sempre più sofferente, ma che ha tutti i mezzi per uscire fuori dal tunnel, con l’aiuto di tutti.
Che dobbiam fare ? Sperare, crediamo.
Alfonso della Mura
Arts to help sick children in Georgia
October 24, 2010 by admin
Categoria: world wide
Georgia
We visited Georgia some months ago to establish some partnership between Venice IUAV and Georgian Technical University, Faculty of Design and Architecture http://www.gtu.ge/.
We had the pleasure to spend some time with Professor Gocha Mikiashvili, Head of the Faculty, a person dedicated to improve relations with European Universities to help young students of the faculty meet European cultures and opportunities.
We spent some very interesting days with university professors driving us around to see splendid Unesco’s sites and I personally had the pleasure to see senior professors discussing with young Venice university professors of Glass Urban Planning Practice www.studioglass.it about town regeneration, and protection and refurbishing of works of art damaged during the dark years of Russian ruling.
In that occasion we also came to know about a Foundation to help Georgian children suffering from Leukemia.
Manana Chubanidze and her husband, Professor Gocha Mikiashvili , lost their daughter to the disease and have founded the International Assistance Fund for Children Suffering from Leukemia.
The Hematology-Oncology Center at the Children’s Republican Hospital in Tbilisi is the only treatment center for children with acute leukemia and lymphoma in Georgia. These children have recovery rates much lower than in the developed world, which is directly related to the economic conditions in Georgia and to the high cost of leukemia treatment.
Leukemia is still deadly in Georgia, largely because the state cannot provide the needed radiation therapy which more than a dozen children require every year. There are currently 30 children at the hospital receiving treatment. Annually, approximately 50-60 new cases are diagnosed.
The disease is very expensive to fight, and few families in Georgia can afford the medication and treatments necessary to fight the cancer. While a state medical program covers some costs, the families are responsible for expensive diagnostic tests, medicine and food. Since many families are traveling to Tbilisi from the regions outside of the capital, living costs are an extra burden.
AFG organization http://afgeorgia.org/living-with-leukemia.htmlf first learned of the situation for leukemia patients in Georgia in 2001. Executive Director Marusya Chavchavadze saw the unnecessary hardship for patients and their families during a visit with two parents — Manana Chubanidze and her husband Gocha Mikiashvili.
To combat their grief, Manana and Gocha had decided to help other families suffering with the same situation. While the children with leukemia underwent treatment – sometimes up to 12 months – the parents had to sleep in their children’s hospital rooms. They were also expected to feed their children which was difficult because they had no access to a proper kitchen. Education and entertainment for the young patients was minimal. Many of the children missed a year of schooling. There was an acute shortage of medical equipment – infusion and perfusion pumps – to accurately administer chemotherapy .
Manana and Gocha had founded the International Assistance Fund for Children Suffering from Leukemia and they asked Marusya for help from AFG. Within three years, AFG fundraising was able to meet many of the needs of the children and families.
In 2004, AFG provided funds for teachers to come to the hospital to tutor the children in school subjects – a major step toward creating a sense of normalcy in their lives during the year-long treatment at the hospital. Prior to AFG’s assistance, children went without any schooling during their care in Tbilisi. The facility lacked a proper kitchen, and did not provide any education or entertainment for the young patients. AFG decided to help by providing funding for medical needs, including equipment, and financing art rehabilitation and education costs. Additional long term goals developed after Ms Chavchavadze’s trip included plans to build a more functional kitchen.
Manana Chubanidze and her husband Gocha Mikiashvili would now love to get in touch with people involved in the Arts in order to organize volunteer activities in the Hospital to bring some sunshine to the little patients’ days and perhaps some international attention.
All sorts of activities are welcome: exhibitions, ballet, music, theatrical plays, visual arts…..
Doriana Pavan
An introduction to “orthodox celts”
October 24, 2010 by admin
Categoria: world wide
Along with its numerous characteristics, Celtic music can definitely claim the role of being one of the most cosmopolitan music genres. Wether it is due to its reaching the deepest emotions by recalling ancient roots, or simply to its unquestionably mysterious fascination, I’ve tried to understand more about it by chatting with one of the most important celt-bands in Europe. Orthodox Celts, originally from Belgrad, Serbia, thanks to a peculiar attitude combined with professional and thought out musical skills and features, have become through the years an “eminence” within an artistic scene which seems to be gaining more and more relevance as the time goes by. But how does Serbian culture fit into Celtic music? Perhaps we’re not getting deep enough into the issue, so let’s see if Orthodox Celts’s leader Aleksandar Petrović can enlight us out.
Orthodox Celts are nowadays a band with a long and very respectable career
behind them. The idea of a Serbian band performing celtic music has always appeared
to be more than just an eye blinking to the listeners: it rather seems that the work
of the group points to create some sort of connection between different ethnicities,
dragging its strength out of the differences. Is this view upon the band’s work correct,
in your opinion?
Surely it is, but I suppose that every band needs their own impulse or motivation to do so in the very first step. When I say this, I like to force anybody to look at the mirror and ask himself or herself one simple question: „Why are you doing this?“. And, of course, to recognize the answer and admit it. My primary motivation was to express myself through Celtic music as I felt that this sound is a part of me. It can sound strange, but the way I feel Celtic music is exactly the same as when some Napolitan says that „O Sole Mio“ is the part of him. I suppose that Celtic music was MY Music stored somewhere in metaphysical dimension inside me or my memory and just went out when the time was right. The same thing happened to the others in the band and when I look back I can easily say that it was a kind of miracle. Just because in those years when we started the band, in former Yugoslavia only a few number of people knew some facts about Celts, Ireland, Bretagne or their culture, and less than that was listening this kind of music. Throughout the years we found some real musical connections between Serbian and other Celtic and folk music in Europe, as there are some similarities in melodies, rhythms and especially feeling for them in different nowadays nations. And that is the key proof that we surely share the same root, just the time divided us somewhere back in history and made those differencies that we now try to connect. If we have in any way contributed to the opinion that Serbs have some percent of Celtic heritage in their blood than I’m more than proud of it.
Orthodox Celts’ covers of Irish songs are clearly not simple reproductions, but musics
played awarely and with deeply thought out arrangements. So, talking once again about
ethnic roots, how important is the musical construction and personal elaboration in your
work?
Very important. I’d say that it’s the most important point. As I told similarities in different folk music exist, but you have to find them. And everybody carries their own musical personality with them even when playing in the band. Combination of courage to subordinate yourself to a band, skill to subjoin the band to yourself, tenaciousness in following your innerself and listening to music, some different music and more music, and after that even more music, made the Orthodox Celts of us. Not just copy of some other band but true band who have something to say in their own words. We are doing it our way. Everyone of us came with different musical background. Some brought classical music with them, some brought Rock’n'Roll, some came with Brit-pop, Country, Folk, Punk, Heavy Metal. And we’ve never thrown off good things, no matter which source they came from. We used all the good things we’ve picked up along the road and built them into our own style. Seven extremely different personalities in the same band doing perfectly together. Sounds impossible? I wouldn’t say so.
Celtic music in 2010: nothing but fun or, more than that, rather a value to carry on?
When I started singing in the Orthodox Celts 18 years ago I told to the rest of the band something like this: „When I find myself not feeling fun and joy on the stage, I’ll stop doin’ this and go home“ and I still have that attitude. If you loose that feeling when it’s fun for you it’s senseless and absurd to carry on. It’s only business then, it leaves less then M of music, and I want to avoid that. Luckily, I love this so much, maybe even more then at the bigining if it’s possible, and the chance of finishing this story is less then none. I am the Orthodox Celt! We are the Orthodox Celts!
Enrico De Zottis
Kermesse del cibo, esempi da imitare o evitare?
October 24, 2010 by admin
Categoria: world wide
Nelle ultime settimane Milano è stata teatro di due iniziative simili, ma molto diverse, due manifestazioni legate al cibo, delle sagre un po’ fighette, la prima di derivazione inglese, Taste of Milano, la seconda da un’idea francese, Le Grand Fooding. La prima un fallimento che, seppur abbia generato grandi guadagni per gli ideatori, ha avuto uno strascico di polemiche accesissime, la seconda un successo anche di critica.
Andiamo con ordine, perché il punto da focalizzare è sul perché debbano venire ad insegnarci ad organizzare feste, noi Paese del cibo e di una lunga storia di Sagre, Feste di ogni tipo, dell’uva e dell’Unità.
In settembre nell’area limitrofa al Castello Sforzesco si è tenuto Taste of Milano. Una bella idea mal gestita è stato l’unanime giudizio. La scelta dell’area è stata infelice, perché vorrebbe essere un salotto buono, ma non lo è, così tiene lontane le persone semplici, golose, amanti del cibo e avvicina i curiosi, poco attrezzati culturalmente all’alta cucina, presenti per vedere chi c’è e sentirsi parte del circo modaiolo della città, ed infatti era collegata anche alla settimana della moda.
L’allestimento da fiera “bellina, carina”, con tanto di vip lounge ad aumentare il distacco dalla gente comune, il costo che per mangiare e saziarsi poteva lievitare fino a vette da 80 €, il tutto condito con kilometriche ed estenuanti code per raggiungere gli agognati assaggini, proprio “ini” in molti casi.
Una coda di polemiche infinita ancor più sgradevole per l’arroganza degli organizzatori.
Ad ottobre Le Grand Fooding, in zona Tortona, area post-industriale, abituata al gioioso casino del Fuori Salone del Mobile, in un’atmosfera più decadente e per questo più affascinante, il livello dei cuochi lo stesso, ma l’atteggiamento più sereno e avvicinabile.
Una vera e propria festa con tanto di deejay del momento a rintronare la gente che disciplinatamente in coda aspettava, più volte, il turno per gustare assaggi non “ini” di alta cucina alla portata di tutti. Segnalo Bottura che con una specie di sushi di lingua di vitello cotta ha deliziato tutti e Redzepi che ha colpito per una foglia contenente 5 cereali, ricette povere, ma ricche di gusto.
Il tutto, a sazietà, per 25 € che comprendevano un calice di champagne, un cocktail, un caffè ed acqua a volontà ed il 40% in beneficenza (benedetti gli sponsor)!
C’è da imparare da questi due episodi, noi Italiani possiamo prender spunto, siamo la patria del buongusto, in tutti i sensi, impariamo dai francesi, senza timori reverenziali, ma anche dagli inglesi che ci hanno provato comunque, noi possiamo fare ancora meglio.
Aldo Palaoro
Il Surrealismo sono io: Salvador Dalì a Milano
October 19, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
“Surrealismo….surrealismo, quando sono arrivato a New York mi hanno chiesto una definizione di surrealismo….il surrealismo sono io.”
Nulla di più vero in questa affermazione di Salvadòr Dalì, l‘artista forse più rappresentativo del movimento surrealista, che faceva dell’indagine dell’io, dell’esigenza di far emergere i contenuti dell’inconscio e liberare l’immaginazione dal controllo logico e dal senso comune i punti cardine della propria espressione. Il sogno si avvicina è dunque il titolo perfetto per la mostra che riporta l’arte del grande Salvador Dalì a Palazzo Reale a Milano, dopo mezzo secolo di assenza (nel 1954 era stato protagonista di una personale nella sala delle Cariatidi), con 56 opere tra lavori più e meno conosciuti che rimarranno esposti fino al 30 gennaio prossimo.
Protagonista di queste tele è il paesaggio rappresentato da un punto di osservazione che spazia tra il fuori e il dentro di sé. Prima sezione del percorso è chiamata “la memoria” ed è dedicata al rapporto tra l’autore ed il passato, dal momento che mostra la rielaborazione di Dalì della storia dell’arte da cui provengono citazioni curiose del classicismo, come la scultura della Venere di Milo con tiretti dotati di pon pon pelosi, o la rivisitazione dell’opera di Velasquez. La realtà contemporanea tende invece ad emergere con forza nelle opere che appartengono alla sala chiamata “il male”, dove tele come Visage de la guerre costituiscono frequenti riferimenti alle vicende del presente, soprattutto devastanti come quella della guerra, con volti e corpi straziati e dilaniati dallo scorrere degli eventi, immagini tristi e cupe che rievocano terrore, angoscia e morte. Con la “stanza dell’immaginario” si passa poi ad un’analisi del mondo filtrata attraverso l’occhio dell’interiorità, ecco che comincia ad emergere la dimensione onirica e priva di logica che domina l’inconscio umano e che è protagonista nelle opere più propriamente surrealiste dell’autore, dalle Tre età alla Ricerca della quarta dimensione; ma è con la Sala di Mae West, che l’impronta surrealista di Dalì esce più chiaramente allo scoperto. Curata dall’architetto Oscar Tusquets Blanca, che fu co-autore del progetto, e appositamente riallestita per l’esposizione milanese, essa costituisce un progetto ambizioso in cui i lineamenti del volto della modella, si integrano completamente con lo spazio, fino a diventarne elementi che lo compongono e lo caratterizzano: dal divano a forma di labbra, agli occhi che diventano quadri, fino al naso, reso perfetto camino per legna da ardere.
C’è in Dalì una costante tendenza ad alterare la riconoscibilità dell’immagine in una serie di deformazioni che la proiettano in altre dimensioni, a volte mostruose, a volte meravigliose, comunque sempre esasperate. La visione di Dalì dichiara così il suo amore per la vertigine spaziale, per l’ambiguità delle forme, per tutte quelle simbologie che fanno del sogno la vera condizione del linguaggio della pittura e della scultura.
Nella sezione conclusiva chiamata la “stanza del silenzio”, la sperimentazione dell’artista porta alla definitiva scomparsa della figura umana che lascia il posto al trionfo del paesaggio puro come si vede in Crocifisso, I tre gloriosi enigmi di Gala, o Paesaggio con fanciulla che salta la corda. Punto d’arrivo di questa sperimentazione è l’ultimo olio dipinto dall’artista nel 1983, prima della morte, intitolato Il rapimento di Europa, un monocromo azzurro, spaccato da ferite, un esempio di astrazione pura.
La mostra lascia giustamente uno spazio anche al cinema perché il surrealismo trovò nella settima arte una delle sue forme di espressione privilegiate come dimostrano i film di Luis Buñuel, L’age d’or e Un chien andalou, un corto realizzato proprio in collaborazione con lo stesso Dalì. Ma stretto è anche il rapporto con il cinema di animazione: il contributo di Dalì alla produzione disneyana, è proiettato su uno schermo posizionato al centro di una piccola sala e corredato da acquerelli, disegni, olii che provengono dalla Walt Disney Studio’s Animation Research Library. Il corto Destino è una riflessione su richiami classici, memorie rinascimentali, ma anche riferimenti alla pop art; qui le figure hanno un rapporto privilegiato con lo spazio: da questo nascono ed in questo vanno a fondersi trasformandosi di volta in volta in nuove immagini.
Barbara Pellegrini
Pernottamento a corte
October 18, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Alle porte dell’autunno, eccoci in visita a Castell’Arquato, uno dei borghi medievali più belli d’Italia, a 30 Km. da Piacenza. Città d’arte con un denso tessuto di storia, natura e fascino dovuto alle numerose attrattive culturali ed archeologiche.
Il tempo ha formato le sue caratteristiche geologiche: cinque milioni di anni fa, argille e sabbie si sono depositate sul fondo del grande bacino marino e oggi sono rocce compatte su cui sono costruiti i suoi gioielli architettonici.
In epoca romana nacque come posizione strategica d’insediamento e si sviluppò in seguito, in epoca Imperiale, come capoluogo rurale dove ancor oggi la viticultura e gli alberi da frutto sono parte dell’economia del borgo.
Dal Medioevo all’età Moderna, le sorti di Castell’Arquato sono state tutte un susseguirsi di passaggi di potere. Dalla Chiesa, che esercitava un forte potere feudale e patrimoniale, al dominio Visconteo, a quello degli Sforza….per raggiungere finalmente nel 1541 la sofferta indipendenza. Il centro storico è caratteristico per l’intatta atmosfera medievale. Soprattutto nella bella stagione il turismo anima il borgo alla scoperta degli angoli più suggestivi. Si riaprono antiche dimore perfettamente restaurate, che ospitano per il weekend i molti che fuggono dalle grandi città. Casa Illica ne è un esempio raffinato. E’ una residenza ottocentesca recentemente restaurata, nel centro del borgo medievale, che offre ai suoi ospiti l’opportunità di un soggiorno memorabile. I locali si affacciano sul giardino dove, sotto la pergola, si può pranzare (l’Hot Tub è in funzione tutto l’anno) e la vista può spaziare sulla vallata circostante.
E…per un visitatore in cerca di qualcosa di insolito e unico, vi propongo un pernottamento a corte, nel Castello di Vigoleno che, ancora oggi, per la sua imponenza, per i suoi saloni affrescati, per i suoi arredi accuratissimi, per i personaggi della cultura e del jet society che ha ospitato, ne fanno un luogo dove possiamo rituffarci nella poesia di un’altra epoca, magari dormendo in una delle suites che occupano le torri di guardia circolari con merli Ghibellini.
Castell’Arquato vanta anche un’antica tradizione culinaria che trae origine dall’antica cucina medievale, arricchita dalla tipica cucina contadina, un’arte tramandata di generazione in generazione nei vari ristoranti e trattorie.
Il Ristorante “La Rocca”, situato nell’incantevole Piazza del Municipio ne è un esempio. Potete gustare le numerose specialità locali come “le caramelle di ricotta” e gli imperdibili dolci della casa preparati con cura e maestria. Camminando per i ripidi e stretti vicoli del borgo con i suoi ciotoli disordinati si giunge al Ristorante “Da Faccini” con annessa bottega, dove si acquistano i salumi selezionati dal proprietario. E’ a conduzione famigliare da tre generazioni: abili mani femminili governano la cucina e preparano sapientemente i primi piatti di pasta fatti a mano come i famosi tortelli di zucca, di ricotta e spinaci.
E’ un luogo segnato dalla storia, che ha saputo mantenere nel tempo le tracce del suo passato e non solo per i suoi gioielli architettonici di cui può vantarsi, ma anche per i gioielli automobilistici che ogni anno, a giugno, vengono esposti nel parco-vetture, unico al mondo, della “Vernasca Silver Flag”. Una manifestazione che raduna un pubblico internazionale. Più di 300 equipaggi di auto storiche, da tutta Europa che, con accelerate, sgommate e motori su di giri, si lanciano su un percorso di curve; 8 Km. in salita, chiuso al traffico. Sia piloti che organizzatori vincono infatti la grande corsa contro il tempo in cui la potenza dei motori resta la protagonista.
Carla Aghito
Flipmagazine presenta un nuovo Romanzo
October 17, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
Lisérgico’s Picture from Flickr.com
Come annunciato da un nostro precedente video, finalmente il Romanzo tanto atteso viene pubblicato in pillole dal nostro Giornale.
L’inizio della ricerca dell’Editore appare in una nuova presentazione del nostro Coordinatore redazionale Norman di Lieto.
Gli editori interessati alla pubblicazione cartacea del Romanzo possono scrivere all’indirizzo e-mail: normandilieto@gmail.com.
Il Posto dove andare – LA LISCA
October 10, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Andreanix’s Picture from Flickr.com
Inizia un nuovo spazio dedicato ad un locale, un venue particolare, originale, non per forza elegante ed esclusivo, dove trascorrere una serata, un pranzo, una cena, in maniera un po’ differente.
Trascorrere un pò di tempo libero in un locale non è facile come sembra. Il fumo è stato abolito da tempo e va bene, ma rimane il rumore di gente che parla a voce alta, spesso maleducata. A volte non si sa cosa bere, con quale spuntino accompagnare le bevande, perché l’offerta non è per niente stimolante. In altre parole, riteniamo che i locali, genericamente intesi, si trovino il pubblico al proprio interno un pò per caso, senza essere in grado di farlo tornare altre volte.
Flipmagazine vuole consigliarvi locali da non frequentare per caso, posti dove val la pena andare e dove pagare, in tempi di sacrifici, non sia solo un’inutile tortura.
Il nostro viaggio ha come meta tutta l’Italia, ma per comodità incominciamo da Milano, da dove ha sede la nostra Redazione.
Da qualche tempo, un gruppo di soci che ha tra le sue fila un uomo di lunga esperienza come Fabrizio Sesti, ex Peck e altro, ha dato vita a due locali che si differenziano dalle altre realtà milanesi.
La loro caratteristica è di avere il pesce come unico protagonista. E già qui sta la prima e significativa differenziazione. Scegliere il pesce giusto e saperlo cucinare non è impresa facile. Bisogna saper capire cosa proporre al cliente senza cadere nel banale o nel troppo sofisticato, ma bisogna anche saper tenere i prezzi entro i livelli accettabili. Sapendo mettere a punto, anche una cantina adeguata, senza esagerare nel numero di bottiglie e nei ricarichi.
Come contorno è fondamentale anche offrire ambienti accoglienti ed accattivanti e una buona grafica d’insieme.
Tutto questo a La Lisca c’è, e si estrinseca in due locali: uno in zona Porta Romana e l’altro in zona Marghera.
Il primo su due piani, si definisce “Fishouse” e ha una grande vetrata che accoglie i clienti e ricorda certi locali dell’attuale quartiere più cool di New York il “Meatpacking”. E’ gestito con grande attenzione dal giovane ed esperto Matteo e privilegia primi piatti originali e i fritti ( leggeri, state tranquilli ).
Il secondo si definisce invece “Pescieria” e ricorda un locale di Saint Tropez, piccolo, con pochi coperti e tante icone marinare alle pareti.
Suggerisce un’atmosfera più intima e da coppia. E’ ideale per cenare mano nella mano e ogni tanto guardandosi negli occhi. Attenzione alla sera c’è troppo rumore, suggeriamo una insonorizzazione migliore. Qui il menù privilegia i crudi e qualche secondo piatto veramente azzeccato. Sono invece assenti i primi.
Due locali che hanno colpito la nostra attenzione, perché salta subito agli occhi, a chiunque li frequenti, che la ricerca del tocco particolare ha il sopravvento. A proposito, gli altri soci sono: Stefano Riva, Eugenio Colaprico ed Andrea Vimercati.
Mauro Pecchenino



















