Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

Il cuore di Londra

September 23, 2010 by  
Categoria: world wide

londra

newpn2000 Picture from Flickr.com

Londra

Di tutto ciò che Londra offre ai suoi abitanti, inglesi di nascita o d’adozione, c’è un luogo che tutti amano sopra ogni cosa: il pub. Non c’è angolo della città dove non ne sorgano. Ce ne sono di tutti i tipi, in tutte le zone e uno affianco all’altro. Sono il ritrovo dei londinesi che ogni giorno, puntualissimi intorno alle 17, lasciano le loro mansioni e si ritrovano intorno al bancone.È qui che vive la vera Londra.

Kit, 26 anni di York, ci racconta che i pub sono luoghi un po’ magici: Londra è la città delle opportunità ma, come in ogni città, ci sono delle regole non scritte dettate dalle consuetudini. La mattina, andando a lavoro in metropolitana o in bus, è difficile fare conversazione con i propri vicini. Da qualunque paese tu provenga e qualunque cosa tu voglia fare, devi presto imparare a non rivolgere la minima attenzione ai tuoi vicini di viaggio. I mezzi pubblici, spiega Kit, sono una sorta di spazio privato. Ma alla sera, dopo il lavoro, gli stessi estranei della mattina si ritrovano nei pub a chiacchierare e scherzare, come se fossero amici di vecchia data. È impossibile resistere al clima dei pub londinesi, una sorta di oasi felice in cui tutti i problemi, i pensieri e le difficoltà della vita quotidiana vanno accantonati per qualche ora. Notiamo, non senza un puro senso di italiana sorpresa, che mentre Kit chiacchiera con noi adocchia un giovane uomo barbuto seduto su una poltrona poco distante; è immerso nella lettura di un enorme libro (scopriamo essere Anna Karenina) e sembra totalmente incurante del frastuono che lo circonda. Kit ci chiede di aspettare e, mentre noi osserviamo incuriositi, comincia a parlare con l’uomo e lo invita ad unirsi alla nostra conversazione. Così fa con altri passanti, totalmente sconosciuti che, senza pensarci, si uniscono a noi come se fosse la cosa più normale del mondo. Persone di ogni tipo, sole o in compagnia, si ritrovano qui per avere un momento di svago e di allegria. Tutti concordano, infatti, che il pub è un luogo a sé. Al di là delle numerose pinte di birra che si bevono, e che certamente aiutano, vi è un clima di vibrante armonia dove anche il più timido abbandona le proprie paure per affrettarsi a chiacchierare con qualcuno e ad offrire e bere birra. Fino alla chiusura, che può variare da serata a serata e da pub a pub, illustri sconosciuti e amici di vecchia data si fondono in un’unica grande e ridente massa.

F. S.

Gatti, moderne sfingi

September 20, 2010 by  
Categoria: terza pagina

gatti

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Il mondo è popolato dalle relazioni tra uomini e animali fin dalla notte dei tempi e, difatti, in più della metà delle case italiane vive un animale da compagnia: cani, gatti, roditori, uccelli e pesci, tartarughe e animali meno usuali come pappagalli, furetti e persino serpenti.

Uno degli animali che, fin dall’antichità, ha affiancato e sedotto l’uomo è il gatto.

Animale affascinante e misterioso, vive accanto a noi fin dalla preistoria e, col passare delle ere, ha rappresentato molti e diversi significati. Nella sua epoca d’oro in Egitto vi era persino una dea, Bastet, ad avere le sue sembianze; qui era adorato e amato tanto da divenire l’animale simbolo dell’intera cultura faraonica. Nel Medioevo poi, ci fu un momento di grande cambiamento: associato alle streghe e al diavolo, venne cacciato e ucciso nel collettivo fervore religioso. Dal Rinascimento ad oggi, infine, la sua immagine ha recuperato un po’ del vecchio splendore interpretando diversi significati; Baudelaire lo utilizza per descrivere la propria amante in ben due sonetti de Les Fleurs du Mal:

Viens, mon beau chat, sur mon coeur amoureux;

Retiens les griffes de ta patte,

Et laisse-moi plonger dans tes beaux yeux,

Mêlés de métal et d’agate.

[…]

Edgar Allan Poe, invece, recupera il simbolismo medievale proponendo un Black Cat angosciante mentre persino Pablo Neruda gli dedica un sonetto, Oda al Gato: […] El gato – sòlo el gato – apareciò completo – y orgulloso […]; ma anche tanti altri uomini di indiscussa genialità gli dedicarono parole d’affetto, come Leonardo da Vinci “Anche il più piccolo dei felini, il gatto, è un capolavoro” o Konrad Lorenz “Il gatto è una creatura indipendente, che non si considera prigioniera dell’uomo e stabilisce con lui un rapporto alla pari”.

Oggi, lontano dai vecchi momenti di gloria e sfavore, è uno degli animali più amati od odiati.

Ciò che gli viene più rimproverato è di essere un animale freddo e calcolatore, ingrato e volubile.

Ma spezziamo una lancia a suo favore.

Il gatto è un animale dalla forte personalità e dalla spiccata intelligenza; egli si rapporta all’uomo da pari se non, addirittura, da superiore comportandosi con assoluta indipendenza e decisione. È questo, forse, ad urtare chi non lo apprezza: chi, infatti, ricerca la compagnia appassionata e fedele del cane non sempre comprende la complessa mentalità felina. Presumere di approcciarsi ad un gatto come a qualsiasi altro animale è la mossa giusta per alienarsi la sua fiducia e, quindi, la sua amicizia. Il gatto, difatti, seleziona i propri intimi e non a tutti è permesso lo stesso livello di confidenza. È lui a decidere chi o cosa siamo per lui: un cucciolo, un fratello, un genitore, un amico o un estraneo e può anche capitare che agisca con malcelato disprezzo di fronte a comportamenti che non condivide.

Potrebbe sembrare strano parlare di un gatto in termini umani ma, anche se l’aspetto è differenze, niente potrà togliere a questo animale la capacità di sorprendere, divertire e commuovere come un qualsiasi altro nostro simile a due zampe… ops, gambe. Perché il gatto possiede il fascino e il mistero delle sfingi antiche: di quella greca, che sulla strada per Tebe proponeva un quesito ai passanti e divorava coloro che non riuscivano a risolverlo, e quella egizia posta a protezione delle case eterne dei sovrani. Entrambe eterne e stoiche richiamano le caratteristiche di questo piccolo felino che domina le nostre case:

Come le grandi sfingi che indugiano attraverso l’eternità in nobili atteggiamenti sulla sabbia del deserto, i gatti osservano tutto senza curiosità, calmi e saggi. (Charles Baudelaire)

Francesca Stefanachi

Sex and Women

September 17, 2010 by  
Categoria: attualità

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Steve Rhodes Picture from Flickr.com

Del rapporto con le donne e il sesso mi sono sempre appassionato: Sex and the city fa scuola, ma anche i registi hollywoodiani non scherzano. E così giù titoli su titoli (ovviamente soft core, s’intende)che sviscerano la psiche femminile sotto le lenzuola, che inquadrano donne che rievocano una liberazione sessantottina sul punto di vista sessuale. Ma è veramente così?

I titoli su cui mi sono basato lasciano ben poco spazio al sentimento (in apparenza): Valèrie diario di una ninfomane, Havoc Fuori controllo e Il sesso secondo lei. 
Riassunto minimale delle tre opere: nel primo una giovane ragazza vuole emulare la nonna libertina, nel secondo la Hathaway cambia uomini per non affrontare i problemi personali e nel terzo una giovane donna vuole fare solo del buon sesso, senza storie.

Partiamo da Il sesso secondo lei, chiaro omaggio a Samantha Jones: la protagonista ha l’ossessione del cercare la bombata facile (coem anche Valèrie) rilegando i sentimenti in un limbo inacessibile, conta solo il presente fatto di fuoco e fiamme, l’amore è roba da perdenti. Stesso principio anche per la Hathaway.

In realtà, se indossiamo gli occhiali dello psicologo e superiamo la barriera lussuriosa di queste pellicole (qualche buon nudo e qualche amplesso ben simulato) scopriamo una profonda solitudine: nessuna di queste donne ha compreso che fare l’amore è portare il semplice sesso ad un livello superiore, con un gioco di complicità e di tenerezze che batte qualunque prestazione olimpionica.

Nello specifico: Valèrie arriva a fare la squillo di lusso poi ci ripensa, riemergendo dal baratro. In Havoc la Hathaway cerca facili sballi e serate occasionali, mettendo a nudo la sua pochezza e il suo disperato bisogno d’apparire, che malcela un vuoto d’animo impressionante. Ne Il sesso secondo lei la giovane donna, emule di Samantha Jones, vuole liberarsi della schiavitù dell’amore in tutti i modi ma poi scopre che, se vuole godere ancora, deve ritornare dall’unica persona che l’aveva veramente capita.

Donne che vogliono combattere contro i mulini a vento, lasciando sulla sedia il grembiule e le pantofole con il ciuffetto rosa per mettersi corpetti in latex e tacco 15, alla conquista di un nuovo universo di depravazione.

Senza cadere in cattolici moralismi vogliono combattere la loro indole, la loro natura che le porta ad amare, comprendere e ad elevare ogni rapporto a qualcosa di più di due colpetti di reni: naturalmente è giusto che le donne odierne abbiano il moderno disincanto che le porta a scindere le storielle leggere dalle storie vere, ma è anche giusto smetterla di giocare con questa maschera da ninfomane insaziabili che non conoscono limiti.

L’uomo per amare (spesso) ha bisogno di sentirsi eccitato e tradisce con la ragazza più giovane, tornando a casa e considerandola una cosa senza importanza: la donna traidsce con il cuore e la mente e spesso fugge con il nuovo lui.

Due modi diversi di amare, di comprendere, di capire e di elaborare la sfera sentimentale ed affettiva dello scibile umano: due linguaggi che hanno bisogno di un terreno comune per incontrarsi, l’amore.

Marco Sberveglieri

Philly, vi accoglie con discrezione

September 17, 2010 by  
Categoria: world wide

philly

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Philadelphia

Negli Stati Uniti le città degne di una visita si contano sulle dita di una mano o poco più. Diremmo: New York, San Francisco, Boston, Chicago, Philadelphia, Seattle e pochissimo altro. Da più di un decennio non avevamo occasione di vedere Philadelphia, centro di un’importante università e da dove Gli Stati Uniti d’America hanno preso corpo. Una città a misura d’uomo, dove ci si può dimenticare l’auto e muoversi tutta la giornata a piedi, o al massimo con i mezzi pubblici. Philly, come la chiamano i locali è in fondo una città piccola, abbastanza raccolta, con bei negozi, vie pulite e un’atmosfera di tranquillità che non ha nulla a che vedere con la vicina, caotica e super affascinante New York City. I quartieri da vedere sono Old City, la parte più storica, Center City, University City, Fairmount, tutti da raggiungere a piedi e, più in periferia, un quartiere trendy e divertente, Manayunk. Per completare la visita, val la pena di trascorrere la serata nel cuore della città nella zona che fa capo a Rittenhouse Square, ricca di locali allegri e invitanti, come Le Parc, Devon, Prime Rib, solo per citarne alcuni. Si gira per le street e ci si apre sulle avenue tra tante vestigia di un’America che, soprattutto per i più giovani, rimane un buon punto di riferimento per capire l’evoluzione della tecnica e del modo di comunicare. Consigliamo una visita in questa città a chi vuole scoprire un po’ gli States, senza farsi subito rapire dalla pepata malìa di New York. Consigliamo anche un buon albero, il Radisson Warwick, in Locust Street, in Center city, non troppo caro, accogliente, con un buon servizio. La città di William Penn vi aspetta con discrezione.

Mauro Pecchenino

Il giovane nella società del nulla

September 15, 2010 by  
Categoria: attualità

lifting

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Si dice che Cocoon di Ron Howard possa aver fatto proseliti anche nella realtà. E non si tratta di un film.

Con l’aumento dell’età, l’elisir di lunga vita sembra essere la panacea di tutti i mali.

Oggi un uomo di 40 anni viene definito ragazzo e una signora sui 50 rischia di vestirsi in maniera ancora più giovanile della figlia di 25.

In tutti i modi si cerca di allontanare la vecchiaia, rischiando spesso il ridicolo.

Non vorremmo che si rischiasse di condurre un’esistenza tormentata alla Dorian Gray, il protagonista del romanzo di Oscar Wilde. Ieri nella Londra descritta dallo scrittore, Dorian Gray si confrontava continuamente ed in maniera ossessiva, con il proprio ritratto, fino ad essere costretto a nasconderlo per l’angoscia che creava nel protagonista la sua sola presenza.

Oggi, il nostro incubo è troppo spesso lo specchio. La comparsa delle prime rughe, dei primi capelli bianchi o, anche, una carnagione troppo chiara, vengono combattuti con accanimento, spendendo soldi e dannandosi il fegato. E così ossessionati dai segni del tempo e dal volto che cambia, trovando qualche ruga o zampa di gallina, parte la caccia al ritocchino, al lifting, a qualcosa che ci renda sempre giovani e mai vittime dei segni del tempo, che sono invece segni belli e intensi dell’esperienza e della vita vissuta.

Gli anziani sembrano quasi spariti dalla faccia della terra, soprattutto nelle classi più abbienti. Per tutti coloro che non vogliono invecchiare esistono tanti rimedi – palliativi che il povero Dorian Gray non aveva a disposizione. Tutto questo non deve stupire.

Viviamo in una triste società dell’apparenza dove conta il bello (anche finto), il giovane (anche e soprattutto privo di cervello), il ricco, il fasullo.

Una società povera e priva di contenuti, a incominciare dalla nostra politica, tutta trapianti, lifting e protesi, una società in decomposizione, frutto di una mentalità imputridita sul niente che crede che l’apparire risolva tutto, mentre tutto va in disfacimento.

La vita si allunga, ma pochissimi si preoccupano di allungarne anche il livello di vivibilità, in un trionfo del niente conclamato.

Norman di Lieto

Un viaggio nel tempo

September 12, 2010 by  
Categoria: world wide

cambogia

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Da Siem Reap a Battabang fino a Phnom Pehn, mi accompagnano i tetti ricurvi delle pagode mentre la Cambogia cambia volto, abitazioni e abitudini, sembra di viaggiare nel tempo, scorci di vita ormai dimenticata, fotografie in bianco e nero e racconti di un’altra generazione.

Phnom Pehn è una città vera, con grandi vialoni che riportano alla Francia colonialista e insegne internazionali che non permettono di dimenticare l’incalzante globalizzazione. Rotatorie e viadotti, cartelli pubblicitari, luci e traffico.

Siamo entrati in città quando chiudono le fabbriche e centinaia di donne dalle identiche cuffiette colorate si riversano nelle strade della zona industriale, aspettando di tornare a casa. Una via di mezzo tra il casino che si crea fuori da qualsiasi liceo al suono dell’ultima campanella e i movimenti femministi nell’Italia del dopoguerra.

La capitale della Cambogia si sta lentamente riprendendo, molte fabbriche hanno riavviato la produzione, ovunque ci sono cantieri edili e nuovi palazzi maestosi si affiancheranno ai bei edifici coloniali in decadimento e alle baraccopoli lungo il fiume, dove le capanne-palafitte alcune volte non hanno nemmeno il tetto di foglie di palma, costa troppo, ma di plastica. Bambini in strada si confondono nel traffico di SUV enormi e di sciami di motorini, ricchi stranieri si accompagnano a ragazze asiatiche in cerca di una favola, che duri un giorno o una settimana. Davanti al Palazzo reale e lungo il fiume vecchine che vendono fiori di loto si mescolano ai mendicanti e agli ambulanti con il loro carico di passerotti in gabbia: solo un dollaro per esprimere un desiderio, solo un dollaro perché la libertà porti fortuna.

Phnom Pehn è vita, la nuova che si mischia alla vecchia, contadini delle vicine campagne e ragazze con i capelli schiariti a imitazione del mondo occidentale. Incrocio di culture e fiumi, affascina con il suo pout pourri di stili, lo sguardo si può perdere in un orizzonte d’acqua laddove il Tonlé Sap si unisce al Mekong. Enormi masse d’acqua che si spartiscono la Cambogia e restano il sostentamento principale per più di 3 milioni di persone.

Anche il piccolo fiume che abbiamo navigato per arrivare a Battabang è il sostentamento per villaggi grandi e piccoli, composti da palafitte solide o capanne traballanti. Per diversi mesi all’anno le famiglie vivono in questo corso circondati solo da acquitrini e piante acquatiche e si muovono grazie alle loro simil canoe allungate, remando appollaiati dalla prua o dalla poppa. Spesso c’è una pagoda centrale eretta su palafitte di cemento e le abitazioni formano la via fluviale principale restandone ai lati. I bambini salutano i barconi di passaggio gridando “hello” e “goodbye” e potrebbero andare avanti all’infinito, se solo qualcuno continuasse a rispondergli.

Procedendo verso Battabang il fiume si stringe e diventa tortuoso, la palude lascia il posto a campi e risaie, fino ad arrivare agli argini più alti in prossimità della città. A Battabang ho visto i cartelli che avvertono del pericolo mine, di cui la Cambogia sembra essere ancora piena, sebbene diverse organizzazioni internazionali stiano cercando di bonificare campi e giungla. Ogni pompa, ogni risaia, ogni tempio, ogni pagoda riportata all’antico splendore sembra avere un cartello che attesta l’aiuto di USA, Russia, Europa, come se il mondo ora volesse riparare ciò che prima ha distrutto, come se si sentisse in colpa. Laos e Cambogia sono stati i due paesi più bombardati in assoluto e chissà per quanto ne vedremo le cicatrici addosso ai loro uomini. Nessun turista è mai saltato in aria, nessun turista ha mai avuto bisogno di coltivare un campo o una risaia perché rischiava di morire di fame e comunque nessuno si avventura su terreni poco battuti. Se si vuole un po’ di adrelina al limite si può arrivare fino al Preah Vihear,  tempio di confine ancora conteso tra Cambogia e Thailandia, per cui però ora sembra si stia trovando un accordo.

Federica Adamoli

Venezia, anche per rivedere il cinema

September 12, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Quanti sono i modi per vivere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica? Giunti alla 67^ edizione, con una denominazione che ha attraversato i prodromi d’epoca fascista, il dopoguerra del neorealismo, gli anni della contestazione ed rilancio degli Ottanta, la Mostra si lascia osservare nei più disparati modi.

Vi è – come negarlo? – l’occasione di visibilità, per star e starlettes, declinata in feste o meglio party che alla media di due al giorno – uno al Lido ed uno città – rappresentano l’occasione mondana e festaiola della dieci giorni veneziana. Un dispiegarsi di glamour e visibilità di assoluto rilievo, per chiunque abbia qualcosa da proporre al mercato cinematografico e televisivo nazionale. Yacht faraonici alla fonda in Riva de’ Schiavoni, lussuose location per meeting notturni tra il Canal Grande e Rialto, e via discorrendo.

Ma è soprattutto al Lido che plastica è la figurazione dei mille volti della festa. Il vip-watching si scatena dalle 18.30 alle 20, in tempo per assistere al red carpet, dove il muro di fotografi si staglia fronte-mare, e dove attori, attrici, registi e top dei produttori vengono portati a bordo di splendide Lancia Delta nero lava sino al tappeto rosso, dove un’attenta – e severissima – regia, ne gestisce la tempistica d’avvicinamento. All’ingresso dell’ultima celebrità nel Palazzo del Cinema (i cui lavori proseguono, lasciando sul Lungomare le tipiche strutture da cantiere, probabilmente inimmaginabili a Cannes o Berlino), il pubblico degli autografi, delle foto dal cellulare e delle macchinette digitali, sciama veloce, discretamente deluso, commentando le toilettes delle signore più alla moda, verso i bus che riporteranno all’imbarcadero di S.M. Elisabetta.

Ed è a questo punto che torna protagonista l’amante appassionato del cinema, che sin dalla mattina sta frequentando rassegne e proiezioni, nelle varie sale dislocate su questa lunghissima lingua di sabbia tra mare e laguna. Veloce mangia un panino nei pochi negozi di alimentari aperti, oppure nelle costose pizzerie, e si precipita al Palabiennale, dove con 18,50€ è possibile visionare due proiezioni consecutive.

A chi scrive è capitato di essere a Venezia nella sera del 3 settembre, quando protagonista è stata la pellicola vincitrice del Leone d’oro, “Somewhere” della regista americana Sofia Coppola, figlia del Francis Ford e apprezzata soprattutto per Lost in translation (2003) che pure le valse il premio Oscar. Il film racconta della agiata ma fondamentalmente atona vita di Johnny Marco (il bravo Stephen Dorff) che attor giovane apprezzato e ricco, vive i periodi – si immagina tra un film e l’altro – girando in Ferrari, vivendo fugaci e incolori storie di sesso, con una stanchezza che l’attore bene rende, grazie anche a dialoghi rari, e rarefatti. Ad un certo punto, arriva la teenager Cleo (Ellen Fanning), figlia avuta dalla moglie con la quale la relazione è da tempo interrotta che affida al marito (ex?) la ragazzina per qualche tempo. Ed è la riscoperta della relazione padre-figlia, tema forse abusato ma qui reso con straordinaria delicatezza, il perno sul quale ruota il resto del film. La lenta crescita di consapevolezza della propria paternità, ridà un ruolo al di fuori del fittizio delle scene a Johnny. Ma una nuova separazione arriverà di lì a poco, con effetti imprevedibili per l’attore.

Il film, pur scontando una qualche lentezza, narra con sensibilità temi universali – vita, rapporto coi genitori, rapporto di coppia ecc. – ma non affonda mai il colpo: rimane sempre ad un passo dall’indagare, affrontandoli, i nodi che propone allo spettatore. Ma forse è proprio questo l’intendimento della regista, che non vuole probabilmente dare una chiave di soluzione alle angosce del protagonista, affidando a chi vedrà il film giudizi e riflessioni.

A seguire, fuori concorso, si è visto “Reign of Assassins”, piccolo gioello di kung-fu movie ambientato nella Cina medievale, regia di Chao Bin Su e produzione (e forse qualcosa di più) di John Woo, premiato proprio quest’anno con il Leon d’Oro alla carriera. La tortuosità in alcuni passaggi della trama non scoraggi, si coglieranno con efficacia elementi visivi e sonori ai quali il presidente della Giuria di questa edizione, Quentin Tarantino, sapientemente attinge per i propri film (Kill Bill su tutti).

La sensazione, finale, del visitatore, rimane una: la necessità di questa Mostra, per il cinema, ma anche – o soprattutto? – per un pubblico attento, curioso, voglioso di esplorare e capire. Un pubblico che – perdio – esiste in buon numero anche in Italia, e che va nutrito.

Matteo Belloni

11 minuti per tentare d’amare

September 6, 2010 by  
Categoria: attualità

alfonsodellamura

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Per chi crede negli amori impossibili o, quantomeno, improbabili, consigliamo la lettura del romanzo 11 minuti di Paulo Coelho. Maria, ragazza brasiliana ingaggiata su una spiaggia carioca da un sedicente uomo d’affari svizzero si ritrova a Ginevra ad iniziare il mestiere più antico del mondo. Inizia così per lei una nuova vita emancipata dalla famiglia e lontana dal suo Paese, ma comunque pronta a rientrare in Brasile, con i soldi guadagnati durante la sua permanenza in Svizzera.

Maria non si aspetta nulla, non crede più all’amore. Pensa, per lei a ragione, che sia un sentimento illusorio che, comunque, è gia riuscito a darle delusioni sin da quando era una ragazzina. Gli uomini per lei sono tutti uguali, nessuno fa differenza.

Fino a quando accade l’inatteso.

Incontra per caso in un bar di Ginevra un artista di fama mondiale e con lui inizia un’amicizia.

Molte colleghe di Maria, sognano di essere portate via, dal principe azzurro, o più semplicemente da un potenziale marito.

Maria invece non ha bisogno di nessuno. Sarà infatti lei a chiudere quel capitolo della sua vita senza alcun rimpianto. Questo lavoro le permetterà di mettere da parte i soldi necessari per rientrare in Patria ed aprire un’impresa agricola.

Si apre allora ai sentimenti, quelli veri, all’amore, proprio perché non ha niente da perdere. Ama l’artista sapendo che è una storia impossibile, perché lei se ne andrà e lui non potrà innamorarsi comunque di una prostituta. Innamorarsi sapendo di non rischiare, di non poter soffrire.

La paura d’amare sconfitta così. Si ama, utilizzando delle barriere che consentono di mostrare le proprie fragilità, ma senza il rischio di farsi male. Ma nei sentimenti, tutto quello che cerchiamo di decidere a tavolino, inevitabilmente ti si ritorce contro. Ed arriva il colpo di scena, ciò che scompagina e rivoluziona tutto. I sentimenti non si possono gestire, prima o poi devi farci i conti. Maria combatte, lotta e cerca di non desistere all’ascesa continua dei sentimenti e, alla fine, deve soccombere.

Oggi è difficile amare ma è ancora più difficile farlo senza paura di farsi male, di soffrire. Preveniamo per evitare di soffrire poi, rischiando di non vivere appieno le nostre emozioni.

Oggi sembra essere lo sport preferito dai più, soprattutto dai giovani.

D’altronde in una società in cui sembra ( ma è solo facciata) che siamo tutti sorridenti, forti, ottimisti e dongiovanni impenitenti, mostrare le proprie fragilità e i propri sentimenti, potrebbe risultare un atteggiamento da sfigati.

E tutto sommato questo aspetto potrebbe essere giudicato inammissibile.

Alfonso della Mura

I paesaggi dell’anima

September 5, 2010 by  
Categoria: terza pagina

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Silvio Cattani, artista trentino con al suo attivo un intenso curriculum espositivo internazionale a New York, S. Francisco, Parigi, Monaco di Baviera…oggi direttore dell’ Istituto d’ Arte “Fortunato Depero” di Rovereto, ci invita, col suo modo di fare pittura, ad ampliare lo sguardo a una lettura profonda della vita e delle storie.

E’ un artista che vuole uscire da ogni costrizione per entrare nello spazio e conquistarlo. Tela, vetro, mosaico, ferro poco importa, è un mezzo per raggiungere una libertà senza condizionamenti. Un andare al di là, fuori dal tempo.

Formatosi all’ Accademia di Belle Arti di Venezia e a Urbino, sviluppa la sua ricerca sempre nell’ ambiente veneziano frequentando gli studi di Lucio Andrich, Emilio Vedova ed altri artisti. Negli anni 80-90 il suo interesse è indirizzato verso vetro e ceramica, di cui ne approfondisce la conoscenza lavorando a Murano e a Faenza, in stretta collaborazione con gli artigiani.

Sempre a Faenza, espone al Circolo degli Artisti con la mostra IDENTITA’, dove confluiscono i paesaggi delle sue immagini doppie, che ci parlano di un mondo e di un contromondo, di un’ immagine e del suo riflesso, riassemblati su tracciati sempre differenti e contrari. Dal 2000 in poi, artista consolidato e conosciuto anche all’ estero, continua il suo lavoro in ambito teatrale e con progettazione di opere pubbliche, anche di grandi dimensioni nelle quali sperimenta porfido, ferro, mosaico e vetro…

Le sue opere sono colte, ricche di riferimenti geometrici e stati emozionali in cui il corpo e l’ anima si fondono, facendo riemergere ricordi lontani e recenti.

Forme nate dal sogno, dall’ inquietudine del quotidiano, nascoste nel magma delle pulsioni. Cattani da sempre affascinato dai grafismi dell’ espressionismo astratto, dai paesaggi fantastici di Klee, dalle sovrapposizioni di colori, elabora un suo stile, calibrato, delicato, un suo modo di fare pittura.

Nel 2007 espone una serie di dipinti a forma di mandorla. Un voluto riferimento ai dipinti medioevali dove viene incastonato Cristo e la Madonna, o un richiamo al sesso femminile fonte del piacere e della vita? Cattani rifugge da ogni volontà di provocare. La sua ricerca è fondata sul rapporto tra tecnica e dinamica interiore dei segni e colori che stimolano la fantasia e l’immaginazione. Un linguaggio originale fatto di giochi di colore uniti a tratti a volte decisi e incisivi, a volte leggeri, che convivono armonicamente. Il suo lavoro nasce da una felice somma d’ intuizioni e d’ invenzioni e si sviluppa negli anni con un linguaggio dall’ originale complessità.

Nel 94’ Birgit Schneider dice di Cattani: “Non è possibile determinare a quale tempo appartengono la scrittura e il linguaggio di Cattani.”

I suoi segni rimandano a quello spazio infinito, fuori dal tempo, esistente prima che la scrittura diventasse alfabeto. Come in un mosaico che si compone di varie forme geometriche e sfaccettature scintillanti, tenute unite dall’ artista in una concentrazione energetica di luce e colore, così le sue torri smerlate ci suggeriscono con poetici accenni nuove aperture, nuove suggestioni come nelle fiabe.

Oggi ragionando con lo slancio e la passione di chi sta partendo e non di chi intravede l’ arrivo, l’artista continua a far fluire attraverso gli stati d’ animo del colore, equilibri, vibrazioni e variazioni di luce.

Carla Aghito

I massaggi per un autunno in forma

September 5, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

Massaggi d'Ayurveda - Massages of Ayurveda

Ricardo Francone’s Picture from Flickr.com

I massaggi fanno bene a donne e uomini, lo dicono grandi esperti e simpatizzanti. Flipmagazine ha partecipato, per poi raccontarvele, a tre sedute di massaggi originali e coinvolgenti che vi consigliamo senza indugi. Il primo si chiama “India” e si caratterizza per un telo leggero che ricopre tutto il corpo e diventa strumento del massaggio stesso. La sensazione principale è la levità con cui l’operatrice vi fa star bene. Il relax è assicurato e la mente si porta in uno stato di totale tranquillità e astrazione.

Il secondo ha l’acqua per protagonista. Si viene coccolati e manipolati, come se all’improvviso si ritornasse nel grembo materno. Tutto con dolcezza, mancanza di sforzo e alcuna fatica. L’acqua culla e avvolge, dondola e contiene. E’ un massaggio che richiede un’operatrice particolarmente esperta: i movimenti sono minimi , ma coinvolgono gran parte delle articolazioni, la minima disattenzione potrebbe causare un dolore futuro.

Infine, un’autentica novità, che conduce in un mondo di totale abbandono e distensione. Si tratta del “Massaggio a sei mani”. Le tre professioniste che hanno applicato su di noi la tecnica: Tatiana, Carla e Hana si impossessano totalmente del nostro corpo, massaggiandolo a zone, dalla testa ai piedi, dividendosi ciascuna una parte. E’ un massaggio energico e rilassante insieme, con una punta di reminiscenza sportiva che lo rende adatto sia per le donne, sia per gli uomini. Il fisico viene scosso da sollecitazioni che coinvolgono i muscoli e la pelle, in una sorta di lavoro totalizzante che ti rimette in sesto nel giro di un’ora.

Tre esperienze uniche che si possono fare grazie ai professionisti del Prana Health SPA di Riccione. Un modo per ritrovarsi e ritrovare un po’ di forma.

Alain Bataclan d’Onsvers

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