Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

Il Re è morto. Viva il Re!

July 30, 2010 by  
Categoria: world wide

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Il 25 giugno sarà ricordato come quel giorno del 2009 in cui The King of Pop morì a causa di un attacco di cuore a seguito di un’iniezione esagerata di Propofol, un anestetico, e per la quale il medico Conrad Murray è stato accusato di omicidio colposo. Sembra un cliché cinematografico. Il famoso divo amato dalle folle che si spegne, accidentalmente ed improvvisamente, lasciando il mondo di stucco e una schiera di fan sconvolti.

Per quanto riguarda Michael Jackson, non poteva accadere in un momento più particolare; all’epoca si stavano, infatti, ultimando i preparati per il nuovo e grandissimo tour che il cantante e ballerino avrebbe iniziato da lì a poche settimane. Il lancio postumo della canzone This is it, da cui il nome del tour, è stato l’ultimo atto della sua incredibile carriera. Le conseguenze cui quella fatale puntura hanno portato, sono ancora sotto i nostri occhi. Il nome di Michael è decollato a nuova vita, portando il suo valore economico a cifre esorbitanti. La vendita di gadget, cd e oggetti appartenuti alla star, nonché contratti sullo sfruttamento delle canzoni già esistenti e inedite hanno fatto guadagnare milioni di dollari: 900 milioni di dollari incassati solo grazie al film, 2,3 milioni le canzoni scaricate in tutto il mondo, 415.000 gli album venduti nei primi 4 giorni dopo la morte, un accordo di 250 milioni di dollari con la Sony e così via.

Dappertutto si ricorda e si ripercorre la vita, gli eccessi e i misteri dell’uomo e i successi musicali del divo:

dagli albori con i Jackson 5, al lavoro da solista, al tracollo della sua immagine con la causa in tribunale e la vendita di Neverland. E da ultimo il 2009, l’anno che avrebbe dovuto segnare un nuovo inizio grazie al tour e che ha finito per assistere alla sua fine. Ma lasciamoci alle spalle le dicerie e i silenzi, le menzogne e le esagerazioni che hanno circondato l’uomo per ricordare l’artista eccezionale che era e che ha cambiato il mondo della musica. Pensiamo a Thriller. Nel silenzio uno scricchiolio e il cigolio di una porta che si apre.

Dei passi e la porta si chiude. Un tuono, un ululato e ed ecco che inizia la musica e nuovamente l’ululato di sottofondo… Nel video ecco Michael e una giovane ragazza al cinema, per vedere un film dell’orrore.

Spaventata lei corre fuori e Michael, giovane e pieno di vita, la rincorre ridendo. Si incamminano quindi e, sulla strada del ritorno, Michael canta e balla per lei. Per caso i due passano davanti ad un cimitero e… all’improvviso un gruppo di zombie li raggiunge e li circonda. I ragazzi si stringono l’un l’altra finché, voltandosi verso Michael, la ragazza si accorge con terrore che anche lui è uno di loro. Michael è uno zombie. La giovane scappa terrorizzata e si rifugia in una vecchia casa; in poco tempo quelle creature le sono addosso e riescono ad entrare. Il Michael – zombie le si avvicina e noi, assieme a lei, chiudiamo gli occhi impauriti. Ma ecco che, così come sono arrivati, con un battito di ciglia quei mostri spariscono e un Michael normalissimo porge la mano alla ragazza e la conforta. Poi un mezzo ghigno… e due occhi fiammeggianti che ci fanno capire che quello non è stato solo un incubo. Michael produsse questo capolavoro che fu il vero inizio della sua incredibile carriera da solista e che gli fece guadagnare ben 8 Grammy nel 1984 e una stella sulla Walk of Fame a Los Angeles. Il cortometraggio, girato come video della canzone, è stato diretto da John Landis e vanta la partecipazione di Vincent Price come voce narrante; dura 13 minuti circa e si può considerare il vero inizio dell’era dei video musicali. L’album a cui appartiene Thriller risulta ad oggi il più venduto nella storia della musica con 110 milioni di copie dall’anno di pubblicazione, il 1982.

Da quel momento non ci sono più dubbi sull’enorme talento di Michael che, pochi anni dopo, verrà soprannominato di diritto dall’amica Liz Taylor, King of Pop. Seguono Bad, Man in the Mirror, Smooth Criminal, Jam, Heal the World, Remember the Time, Billie Jean, Black or White e un’infinità di altre canzoni. Ma non è solo la sua capacità di scrivere e cantare un album di successo dietro l’altro ad evidenziarne la genialità; lo è anche la sua incredibile capacità di ballare e di coinvolgere gli astanti con movimenti precisi e misurati. Questo è stato Michael Jackson. Musica ritmica e incalzante, movimenti coinvolgenti e look da divo in continua evoluzione. Video sorprendenti e un susseguirsi di mutamenti, riadattamenti e situazioni nuove e spettacolari proposte ad un pubblico adorante. Per non parlare dei messaggi che l’artista ci ha lanciato con i suoi testi… Uno per tutti è Black or White in cui balla viaggiando tra diverse nazioni e popoli in giro per il mondo utilizzando, tra l’altro, l’allora nuova tecnica del morphing. Oppure We Are the World, brano scritto e composto assieme Lionel Richie nel 1985 a scopo benefico e a cui parteciparono 45 musicisti e 21 cantanti tra cui Michael Jackson, Lionel Richie, Stevie Wonder, Diana Ross, Ray Charles, Tina Turner, Billy Joel, Bob Dylan, Bruce Springsteen e Dionne Warwick. E come non ricordare lo show benefico del 1999 a Monaco, in cui Michael Jackson & Friends diedero il loro contributo con un enorme concerto di beneficenza i cui beneficiari furono l’UNESCO, la Croce Rossa e il fondo per l’infanzia Nelson Mandela. Si, quello sul palco era un uomo in fondo, con segreti e difetti, debolezze e una fragilità tutta sua ma anche un grande cuore e un enorme talento. Chi potrebbe dubitare, infatti, che egli non fosse un genio nel suo campo? Un artista che rimarrà vivo attraverso le sue opere.

F. S.

La noia e falsità dei perbenisti

July 29, 2010 by  
Categoria: attualità


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La notizia sull’aumento vertiginoso delle separazioni di coppia, ci porta a una riflessione. Non è una novità: oggi apparire conta più dell’essere.

Non vogliamo scomodare illustri filosofi per affermarlo.

Lo vediamo nella società dell’immagine, del benessere e dei sorrisi densi di ottimismo e incredibile superficialità.

Le coppie patinate dei rotocalchi vengono imitate in maniera un po’ ridicola da giovani stereotipati.

L’uomo, possibilmente palestrato e tatuato, modello tronista o calciatore e la fidanzata, fashion victim, stile velina o, peggio ci sentiamo, fidanzata del tronista o del calciatore di turno.

Coppie improbabili che non parlano, non comunicano e non si conoscono.

Mettono insieme appuntamenti tra i più disparati: cene, concerti, vacanze last minute e poi li vedi all’opera: entità separate, due persone che stanno insieme per non dover affrontare il dramma dei nostri giorni: la solitudine.

Il tempo passa e, capita spesso, che ci si sposi.

Matrimonio e figli, passaggio obbligato e risultati purtroppo scontati.

Tutto questo ci viene in mente rivedendo un film di Sam Mendes del 2008 con Leo Di Caprio e Kate Winslet.

Sembrano la famiglia perfetta stile anni Cinquanta della provincia americana dell’epoca.

Ma oggi, le somiglianze con la società moderna sono fortissime.

Hanno una bella casa, un lavoro che permette al capofamiglia di guadagnare bene ma che non piace a chi lo deve fare.

Lei, moglie, mamma e casalinga provetta.

Agli occhi della comunità, i protagonisti del film sono una coppia speciale, giovani, belli ed affermati.

Ma dietro la patina della bella casa, della macchina lussuosa, si cela un’insoddisfazione latente.

Quanti sono oggi le persone che possono dire di fare ciò che realmente piace?

Un esercito di scontenti, popola oggi uffici di tutti i tipi, ma la paura e il conformismo, bloccano ogni tentativo di mandare all’aria ogni cosa.

Quando Kate Winslet, la moglie, chiede a Di Caprio, suo marito, di mollare tutto per andare a Parigi e cercare di trovare ciò che realmente vogliono per la loro vita, in un primo tempo lui accetta, poi, non appena ricevuta una proposta di avanzamento di carriera e di stipendio, ritorna sui suoi passi e tenta di convincere la moglie della follia che la scelta di Parigi avrebbe rappresentato.

Nella coppia, spesso, prevalgono gli egoismi degli individui.

Quando non si ascolta e non si conosce profondamente il nostro partner, il rischio più grosso è quello di trovarsi davanti ad una sorta di muro di gomma.

E ci facciamo andare bene le cose.

Perché in due è più semplice, si è meno soli e, allo stesso tempo, le apparenze vengono mantenute.

Il tanfo della bambagia rassicurante contro il rischio di seguire davvero le proprie aspirazioni a costo di mollare tutto, è più forte e vince.

Abbiamo perso lo spirito di combattere e di lottare per ottenere ciò che desideriamo realmente, assopiti e intontiti da uno stile di vita, improntato sul finto benessere e sulla sola logica dell’apparire che prevarica sempre sull’essere: come individuo, come uomo e come soggetto pensante e libero.

Non siamo delle cassandre e neppure degli inguaribili pessimisti, registriamo e fotografiamo la società di oggi.

E quella di domani come sarà?

Alfonso della Mura

Gallipoli, dove il mare ti nutre la vita

July 27, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

gallipoli

Una delle regioni più belle d’Italia è senza dubbio la Puglia. Vasta, variegata tra pianura, campagna e mare, un mare trasparente, da bere. Eppoi tante altre cose buone, un cibo che attira e coinvolge il palato e, da qualche anno, anche tanti vini buoni, rosati di gran beva, bianchi di rara soavità e rossi che smentiscono certe dicerie sul rosso “vino da nord”. Abbiamo fatto un giro in Puglia, grazie a “Strade Golose”, un’iniziativa che ha nel Salento e in Gallipoli il proprio cuore pulsante. Una manifestazione che ha coinvolto tanta gente, tante aziende, tanti uomini e donne, politici e giornalisti, intellettuali e bon vivant, con l’organizzazione di Alessandra Bray e della sua realtà “Mediamorfosi”, con la supervisione di quella grande comunicatrice di Teresella Consonni. Consigliamo Gallipoli a tutti, ai single, alle coppie, alle famiglie. E consigliamo il Salento. Un fine settimana da quelle parti è sempre tempo ben speso. E non c’è solo il mare, ci sono anche chiese e vestigia storiche che arricchiscono lo spirito. In ogni modo, per chi ama il mare, rimane indimenticabile Punta della Suina, un’oasi naturale, con una spiaggia esclusiva e un’acqua da mille e una notte. Per chi vuole poi proseguire con un aperitivo animato da buona musica Lo Zen, unisce al mare un bell’ambiente per chi è giovane e per chi si sente tale. Chi ha voglia di farsi una sana mangiata di pesce, nei pressi di piazza Carducci trova la Trattoria da Olga e all’inizio del vecchio centro storico il ristorante Aragosta. Per chi si vuole fermare qualche giorno suggeriamo l’hotel residence Bellavista e l’hotel Piazza Candia, entrambi in centro. E infine, chi vuole deliziare occhi e palato, alcune aziende del territorio hanno molte cose da offrire e da raccontare. Citiamo alla rinfusa: l’azienda vinicola Rocco Venneri; l’antico Forno, Lido Conchiglie; l’azienda vinicola Li Cuti; MR Artigianato alimentare a Squinzano; l’azienda di conserve (buone , perbacco !) “Perché ci credo”, animate da Enrico De Lorenzo; la Cantina sociale di Leverano, con la supervisione di un abile enologo come Ennio Cagnazzo; l’azienda vitivinicola Monaci. Un gran bere e un gustoso assaggiare, sempre.

Carla Aghito

La comunicazione inizia nel ventre materno

July 26, 2010 by  
Categoria: terza pagina

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In psicologia si indica con il termine Looking-Glass Self, ossia Sé Rispecchiato, la propria identità, il Sé, quel qualcosa che ci distingue tra miliardi di altri esseri umani. Come siamo arrivati a definirlo così è frutto di un’evoluzione di pensiero in atto da secoli… Inizialmente era il Trascendental Self legato alla tradizione giudaico-cristiana che vedeva in esso l’anima immortale e immutabile di ogni individuo. Alla fine del XIX secolo, con la nascita delle scienze sociali e la forza dell’impronta darwiniana, assistiamo ad una presa di potere della visione naturalistica che lega indissolubilmente il Sé all’influenza ambientale. Solo nei tempi più recenti si è maturata una concezione più equilibrata che riconosce una base genetica immutabile e l’influenza ambientale come i due elementi dominanti. Quando il bambino si affaccia al mondo per la prima volta, carico del suo bagaglio genetico, è una tabula rasa e inizia il suo percorso partendo dalla fase chiamata di neotenia in cui è totalmente dipendente dagli altri. È già da qui che si avverte la tensione e la ricerca dell’uomo verso i suoi simili, anzi… forse è più corretto dire che inizia addirittura dall’interno del corpo materno! Il neonato non vede, non sente e non concepisce il proprio corpo né l’esterno;, necessita di cure totali e di sentirsi sicuro non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Sentire è una parola che può trarre in inganno; sentire col le orecchie, con il naso o anche sentire con il cuore. In questo caso si tratta di sentire, con tutto se stesso, di esserci e di avere intorno altri che ci sono. Il piccolo si appoggia agli altri per sopravvivere e imparare tutto: attraverso le azioni, le intenzioni, le parole, il tono di voce, ogni detto e, ancor di più, ogni non detto con cui gli altri si rapportano a lui, egli impara a conoscere il mondo, a distinguere il proprio corpo dagli altri e soprattutto a concepire se stesso in un determinato modo. Ciò che fa la differenza a questo punto, per ognuno di noi, è il modo in cui siamo amati da bambini; l’amore incondizionato o, al contrario, la disconferma che il piccolo sente nei propri confronti funge da motore propulsore alla sua crescita e alla sua stabilità emotiva. La base, dunque, di ognuno di noi è, fin dai primissimi inizi, la relazione con gli altri.

F. S.


“Quella sporca dozzina” di uomini che le donne amano

July 22, 2010 by  
Categoria: terza pagina

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Chissà cosa si raccontano le donne quando escono per il loro aperitivo con le amiche. Chissà cosa non dicono degli uomini quando davanti all’ennesima delusione della loro migliore amica non riescono a capire cosa stia succedendo. Chissà se credono ancora nella possibilità di incontrare l’uomo giusto.

Qualcuna ci riesce, almeno apparentemente, qualcuna tribola ancora e non demorde, qualcuna ci rinuncia e si butta a capofitto nel lavoro. Di fatto, i discorsi più ricorrenti stendono un velo pietoso sul pianeta maschile e con lapidario disincanto si limitano a constatare che gli uomini di una volta non esistono più! Ma in fondo perché dovrebbero esistere se neanche le donne sono più le stesse, se il mondo non è più lo stesso?

Qualcosa è certamente cambiato nell’era dei social network, della flessibilità a 360°, della velocità a tutti costi, delle relazioni a tempo determinato. Qualcosa però non cambierà mai, la voglia di amare e di essere amati, il desiderio di una persona che si accompagni a noi per sempre o anche solo per un po’. Ecco che parlare di uomini e di amore non può non suscitare risate sarcastiche, lacrime amare, sospiri infiniti, dubbi e perplessità costanti nel gentil sesso. Le donne si raccontano. Vorrebbero far tesoro delle esperienze proprie e altrui per saper affrontare le nuove con maggiore consapevolezza, per capire dove hanno sbagliato, per imparare a riconoscere al volo le fregature o le occasioni da non perdere.

A raccogliere le loro testimonianze sul comportamento del maschio di oggi, almeno in italia, è un’originale, e aggiungerei sfiziosa, ricerca sociologica che cancella ogni dubbio: gli uomini di una volta, per l’appunto, non ci sono più. In Homo Italicus. L’evoluzione della specie <Maschio Italiano>, la sociologa Giusi Miccoli illustra come a partire dagli Anni Ottanta sia iniziata la lenta estinzione del mammone pastasciuttaro e pantofolaio. Non è certo quel tipo di uomo che rimpiangono le donne. Manca sempre lui, il principe azzurro, oggi come ieri, ed è semplicemente più comodo pensare che se non lo si trova è per colpa degli altri. Ma se scaviamo in profondità il pensiero delle donne non è poi così critico. Sfatiamo i falsi miti e facciamo il punto della situazione, sembra dire l’autrice. E mentre il taglio rigorosamente sociologico del suo sguardo coniuga dati statistici, analisi di contesto e spunti interpretativi, lo spirito indagatore trae linfa dalle passioni vive o metabolizzate delle protagoniste, le donne intervistate. Dà spazio anche alle loro voci intrise di sentimenti, ma composte ed equilibrate anche quando sofferte.

E dunque che dire di questo maschio italiano? E’ un prodotto dell’emancipazione femminile e della disintegrazione postsessantottina dei ruoli tradizionali? Non proprio, o quanto meno non solo. Sarebbe ingrato e poco serio non riconoscere come siano ben più profonde le dinamiche che incidono sulla coppia. <Liquidità, connettività, velocità, irripetibilità e leggerezza> sono le chiavi strategiche, secondo Miccoli, per capirci qualcosa. L’homo italicus sfodera tutte le sue potenzialità espressive e così nella giungla delle relazioni contemporanee ci si potrà imbattere in almeno dodici tipi diversi: l’uomo geisha, il vintage, il bisposato, il maratoneta e l’autarchico, <orientati

alla stabilità e alla continuità>, l’ amico, il collezionista, il virtuale e il velocista, <guidati dalla flessibilità e dalla volatilità> e infine il simbiotico, il fricchettone, il single fidanzato, <maschietti più indecisi>, a metà tra ricerca della novità e della sicurezza.

Carta d’identità alla mano, per ognuno di “quella sporca dozzina” di uomini che le donne, volenti o nolenti, amano, è possibile individuare uno specifico profiling, una caratteristica distintiva, un modo ben preciso di considerare la donna e di approcciarsi a lei. In quali di questi uomini vi riconoscete? A chi somiglia il vostro compagno? In un prevedibile gioco di specchi, scoprendo lui si scopre lei. E allora che fare? Che farsene di questa intrigante tipologia? Rispondo con le parole dell’autrice che con lungimirante saggezza ci regala una bussola e le istruzioni per l’uso.

<Bisognerebbe imparare a osservare i cambiamenti dell’altro e accettarli per potere accompagnarsi reciprocamente. Soprattutto bisognerebbe trovare un modo per stare insieme nella mobilità reciproca. E, invece di cambiare partner, accettare il cambiamento>.

E mentre impariamo ad osservare, il maschio italiano “va in scena” con la presentazione teatralizzata del libro giovedì 22 luglio 2010 a Roma presso il Circolo degli Artisti. E per chi non può resta sempre valido l’invito alla lettura!

GIUSI MICCOLI, Homo italicus. L’evoluzione della specie «Maschio Italiano», aliberticastelvecchi, 2010.

Per info: http://www.facebook.com/#!/pages/Homo-Italicus/130395006987838?ref=ts

Gisella Patrizia Finocchio

Un week end di laguna e mare

July 14, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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In un caldissima giornata d’estate, quando il traffico scorre dalle città infuocate, verso il mare e dall’entroterra, verso la collina, alla ricerca di un po’ di ossigeno, una serpentina di 40 vetture di pregio storico, vecchie signore degli anni ’50, fanno passerella per raggiungere le Valli di Comacchio.

“Nebbie nebbiucce valline vallette”, è così chiamata questa manifestazione, dal suo organizzatore Riccardo Rota, conduttore di Kaos TV. Trasmissione simpatica, ironica, sempre attenta a cosa bolle in pentola, come in questo evento alla 1° edizione, nato così tra amici, ma con un futuro sicuramente glorioso. Lo scenario è il delta del Po, col suo paesaggio affascinante e suggestivo in ogni stagione, che si affaccia su una zona di grande valore naturalistico. L’ambiente è popolato da fenicotteri rosa, avocette, aironi e numerose altre specie protette. La vegetazione spontanea è elemento costitutivo dell’ecosistema, poiché numerose piante sono il cibo fondamentale per uccelli e pesci.

A questo proposito, una sosta e visita al Palazzone di Sant’Alberto, sede dell’ecomuseo di scienze naturali “Natura”, è d’obbligo. Ospita infatti, una preziosa testimonianza della collezione ornitologica, presente nelle valli di Comacchio, dall’inizio del secolo scorso ad oggi.

E’ possibile, inoltre, ammirare diverse raccolte di nidi, uova, rettili, mammiferi, fossili, conchiglie e minerali. Un mondo fantastico, rivissuto in nicchie e spazi, che rispecchino l’ambiente naturale. Da qui partono varie escursioni verso mete di particolare interesse come le Valli di Comacchio, la foresta allargata di Punte Alberete, la Pineta San Vitale e le Piallasse di Ravenna fino alle Saline di Cervia, d’importanza internazionale. Attraverso la via del sale, infatti, fino al cuore delle saline, è possibile scoprire temi storici ed economici, legati alla produzione del territorio: il sale dolce, il miele di pineta e vini di sabbia…

Sempre sfrecciando con le nostre auto dal piglio sportivo, tra pini, faggi, tamerici e fiori di limoni, baciati dai bagliori del tramonto, in valle possiamo ammirare i casoni da pesca, tipici della zona: capanne fatte di pali, paglia e canne palustri che fungevano nel passato da stazioni per la pesca. Oggi, veri e propri rifugi, per stare in relax a contatto con la natura, magari pescando anguille che sono le vere protagoniste della pesca a Comacchio.

Per trascorrere un week end o una vacanza vi consiglio a Ostellato “Borgo Tassone”, un variopinto villaggio di chalet in legno immersi nella pineta, dove possiamo assaporare momenti di tranquillità, che solamente questi luoghi possono dare.

E ancora ad Ostellato “Villa Belfiore” per chi ama concedersi qualche coccola nel suo centro benessere o a bordo piscina. Quest’ultima è circondata da una straordinaria vegetazione, rappresentata da canneti, cannucce palustri, gigli di palude, selcerella.

Le ambientazioni esterne e interne della villa sono state concepite nel rispetto della natura e delle tradizioni. Ottimo il suo ristorante.

Consigliata per una cena raffinata la “Locanda delle Tamerici”. Lo chef di fama internazionale Igles Corelli ne è il cuore pulsante. Moderno, eclettico, è considerato uno dei maestri d’autore della cucina italiana. I suoi piatti racchiudono genialità ed alta professionalità. La sala che ci ospita offre un ambiente intimo, dove i colori insoliti e contrastanti la rendono originale e raffinata.

Ultima tappa è la visita all’Abbazia benedettina di Pomposa, che risale al IX secolo. Nel Medio Evo ospitò un centro di spiritualità e cultura tra i più importanti del mondo. La ricca biblioteca del monastero, vide qui rifiorire studi classici, letterari, religiosi per poi andare irrimediabilmente dispersa. Ci ha lasciato invece, all’interno della basilica di tipo Ravennate, tre navate con affreschi trecenteschi di scuola bolognese e in testimonianza del suo splendore, ospita nel suo Museo Pomposiano resti scultorei, dipinti e opere d’arte.

Un bellissimo week end da ripetere, e perché no? In autunno quando Nebbie e malinconiche Nebbiucce ci accompagnano tra Valline e Vallette.

Carla Aghito

La mela, che passione!

July 14, 2010 by  
Categoria: attualità

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Il Mac piace. Punto. Chi non ce l’ha tappezza i propri gadget tecnologici con gli adesivi della Mela (magari trovati nella scatola dell’iPod), chi lo odia utilizza Linux (ma a quel punto odia anche Windows), alcuni traboccano dalle parole di Steve Jobs, altri ancora dormono fuori dagli Apple Store per poter essere i primi ad avere l’ultima meraviglia. Assatanati oppure curioso fenomeno di costume? Vediamolo insieme, buona lettura!

Molti pensano che la comunità Mac sia fatta da impediti digitali che, se tolti dal loro macbook, non sanno nemmeno come stampare una pagina. In realtà la comunità Mac adesso sta reclutando tantissimi switcher, ovvero utenti stanchi delle vessazioni di Windows e pronti a qualcosa di nuovo.
In tutto il mondo il Mac viene usato da creativi e professionisti (il 90% dei documentari presentati agli Oscar erano montati con Final Cut Studio), in America viene considerato il computer delle famiglie. E da noi? Da noi molti non ne sono nemmeno a conoscenza, chi lo conosce e lo prova sa che esiste una sostanziale differenza.

Il Mac è come l’amore, è libero dai vincoli: smonti una chiavetta e via, selezioni due o tre file e li masterizzi subito (senza dover utilizzare programmi intermedi), ti guardi un film mentre iDVD sta codificando e masterizzando il video delle tue vacanze… Ecco il vero multitasking, la vera e concreta possibilità di passare da un programma all’altro in scioltezza e senza rallentamenti.

Essere Mac non è soltanto una velleità sessantottina, è un modo di vivere easy senza complicazioni inutili e andando direttamente al punto. Il Mac ha una storia, i suoi modelli, le sue strategie, il suo approccio al mondo informatico che ha delle differenze con Windows, è innegabile. Nonostante adesso stiamo vivendo un periodo di contaminazioni il Mac ha i suoi programmi e le sue procedure (e, detto tra di noi, va bene così: un programma specifico per una piattaforma andrà sempre meglio di un adattamento mal riuscito).

Avere un Mac vuol dire affezionarsi ad un modo di fare e vedere le cose a forte impatto grafico, semplici da relizzare e funzionanti. Spesso anche la migliore idea se trova un programma frustrante ne risente; il suo utilizzo in ambiti delicati come la sicurezza danese o in medicina ne dimostrano la maggiore stabilità ed affidabilità.

Il design è innegabile, ha un impatto superiore rispetto agli altri prodotti: è curato, funzionale e attento alle esigenze dell’utente, niente è fuori posto. La cura nei particolari, che spesso si ritrova anche nell’assistenza telefonica, è una delle cose più apprezzate di questo prodotto: esser Mac quindi vuol dire evitare di fare le cose alla carlona ma curarle, accudirle e migliorarle il più possibile.

É la storia di una mela che ci accompagnato per tanti anni (compresi quelli neri, dove venne cacciato Jobs dalla sua stessa società e se ne videro di tutti i colori), regalandoci sempre un modo nuovo di fare e di vedere le cose. Il Think different è mutato in tutto questo tempo (adesso i computer Mac condividono componenti validi anche per windows) ma non ha tradito la sua anima: massima funzionalità e garanzia del risultato appena fuori dalla scatola.

É la visione di quello che sarà, con lo sfruttamento delle nuove tecnologie e un approccio basato sull’esperienza utente (anzichè su quella dell’ingegnere che l’ha progettato), un modo di pensare alternativo che negli anni ha portato a tante piccole rivoluzioni: la porta USB portata da Intel, l’abolizione del floppy, i computer all in one a tutto schermo, l’aumento di programmatori che realizzano programmi per Mac.

Il passaggio non è facile (almeno molti lo credono) e il prezzo è da sbarramento, ma non troppo: il Macbook bianco, icona dello studente al college, costa sempre meno di 1.000 euro (e, come già affrontato in questo blog, sappiamo che questa è la cifra per un portatile decente per via della batteria, componenti e via elencando). Esistono gli sconti Education e la possibilità di trovare ottimi usati su eBay o altri siti (molti lo cambiano al cambiare della moda, per cui sono praticamente nuovi): ormai il Get a Mac è stato sdoganato e sta riempiendo gli atenei universitari, arrivando anche nelle case di tanti appassionati.

Anche AutoCad, il programma leader per l’architettura, sta attuando una conversione al Mac: ormai è una famiglia che si sta allargando sempre più e prolifera nuovi prodotti, grazie anche a tante piccole software house che, con cuore passione, realizzano piccoli programmi economici per le più svariate esigenze.

E io, fin quando l’ADSL resisterà , continuerò a raccontare storie di Mac, dei suoi protagonisti e delle novità che riguardano questo variegato universo: il sogno visionario di Steve Jobs è ora diventato realtà e la differenza ora si sente davvero, ad ogni livello.
Il mio augurio è di proseguire questo viaggio nel mondo della Mela  insieme ai lettori del mio blog, che ogni giorno mi dimostrano il loro affetto e la loro passione: questo è veramente Think Different.

MS

I parchi di divertimento, un coinvolgimento totale

July 10, 2010 by  
Categoria: terza pagina

felicita

I parchi di divertimento sono dei luoghi affascinanti e complessi in grado di offrire all’individuo molteplici esperienze che lo coinvolgono sia sul piano fisico che su quello mentale. Costituiscono perciò una realtà estremamente importante delle società contemporanee. Non è un caso che i principali parchi attirino ogni anno alcune decine di milioni di visitatori.

Il loro successo deriva principalmente dalla capacità che hanno di fornire la sensazione di evadere dalla vita quotidiana e di entrare in una realtà diversa. I parchi di divertimento hanno progressivamente definito comunque un articolato modello che è sostanzialmente basato su tre tipologie di attrazioni. La prima è rappresentata dall’«ebbrezza della velocità», cioè da una situazione che fa provare all’individuo una sensazione particolarmente intensa di paura e di rischio. Ci sono poi le cosiddette «attività mimetiche», le quali si basano su una riproduzione della realtà che avviene solitamente attraverso un processo di miniaturizzazione della realtà stessa (piccoli treni, piccole automobili, personaggi del mondo delle fiabe trasformati in giostre rotanti, ecc.). Infine, la terza tipologia di attrazioni è costituita dalle attrazioni del terrore e del mistero, le quali generalmente sfruttano il gusto dell’orrore e del macabro (castelli, labirinti, treni fantasma, ecc.) per fare sperimentare ai visitatori una sensazione di paura controllabile. Ma a fianco di queste ci sono anche le attrazioni in grado di sorprendere e impaurire gli spettatori mettendo in scena spettacoli d’azione con stuntmen e acrobati che spesso imitano scene provenienti da celebri film.

Ciò che è soprattutto importante, come si diceva, è che nei parchi di divertimento, a differenza di altre forme tradizionali di spettacolo, lo spettatore viene totalmente coinvolto. Il suo intero corpo è bombardato da sensazioni di differente natura: non sono soltanto l’occhio e l’orecchio a essere interessati, ma tutti i sensi, che vengono continuamente messi in movimento, stimolati e sedotti.

Ciò che però oggi soprattutto i parchi di divertimento promettono è la possibilità di sperimentare delle sensazioni di vertigine molto forti. E tale risultato viene generalmente ottenuto con una curiosa inversione rispetto a quell’immagine di allegria e felicità che questi luoghi sembrano a prima vista suscitare. Il genere di spettacoli infatti che lo spettatore può più frequentemente incontrarvi è costituito da drammi: orrori, disastri, terremoti, incendi, ecc.

I parchi di divertimento, insomma, funzionano come una specie di laboratorio per l’allenamento alla vita metropolitana. Soprattutto per imparare ad esorcizzare le ansie e le paure suscitate dalle nuove condizioni di esistenza, che prevedono il confronto con ritmi sempre più accelerati e processi di cambiamento intensi e in grado di generare incidenti e instabilità sociale. Non è un caso perciò che gli spettacoli che vengono messi in scena si concludano solitamente con un lieto fine: i pompieri spengono il fuoco, i poliziotti catturano i ladri, ecc.

Vanni Codeluppi

Docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia

Quel ramo del lago di Como

July 8, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Fin dall ‘800 Manzoni ci decantava gli splendori della zona del lago di Como ma noi avevamo bisogno della “ben più autorevole” voce di Gorge Clooney per accorgerci di avere un piccolo gioiello come questo racchiuso tra boscose colline ai margini della pianura padana, a soli pochi chilometri da Milano.

Effettivamente da quando il divo hollywoodiano ha deciso di acquistare casa a Laglio, portandosi dietro tutto un nugolo di vip, vippettini e paparazzi, il lago sembra essersi risvegliato da un torpore che lo tramortiva da anni: ecco che ora spuntano nuovi hotel in ogni dove, i prezzi delle case triplicano, i ristoranti sono sempre più pieni…e sempre più cari. Ecco quindi alcuni consigli che ci sentiamo di dare per farvi godere appieno tutte le bellezze che la zona ospita, commisurando sapientemente la visita ai luoghi più glamour e a quelli storici e più tipici.

Il percorso che offre lo spettacolo più suggestivo si articola lungo la Strada Regina, la vecchia via che costeggia tutto il lungolago; è consigliabile scegliere di percorrerla con un mezzo di trasporto, una moto ad esempio, che consenta di fermarsi facilmente per ammirare i frequenti scorci che si aprono dietro ad ogni curva in cui si snoda la strada. Imboccando la strada a partire dal centro di Como vale la pena di fermarsi per visitare le sale di Villa Erba, residenza edificata tra il XIX ed il XX sec, appartenuta alla famiglia Visconti e dove il celebre regista Luchino trascorse molti anni della sua vita. Si incontrano successivamente l’elegante paese di Cernobbio, dove si può fare una deviazione per mangiare al ristorante più caro della zona nonché preferito dai personaggi più conosciuti del jet set nostrano ed internazionale, il rinomato Gatto Nero che offre cucina classica, tradizionale, specializzata in pesce di lago e selvaggina e che dispone inoltre di un’ottima cantina vini, con selezione curata delle etichette. Per smaltire l’ottimo pasto può essere piacevole quindi riprendere la strada per fare tappa a Montrasio e fare una passeggiata tra gli stretti vicoli del suo borgo medievale. Stanchi di tanto peregrinare consigliamo di fare sosta a Laglio per una notte e fare un’esperienza glamour stile Clooney presso Villa Regina Teodolinda, relais con poche camere arredate con cura ed eleganza, inserite nella cornice di una splendida villa dei primi dell’800 ed esposte ad una vista mozzafiato, sede perfetta per le coppie che si sposano o che vogliano concedersi un semplice momento romantico. Appena svegli al mattino, dopo una gustosa colazione, ci si può rimettere in marcia alla volta della bella Chiesa di Sant’Agata, costruzione di epoca romanica caratterizzata dall’uso della tipica pietra grigia locale e, a due passi dalla chiesa, della settecentesca Villa Passalacqua, con il suo splendido giardino a terrazze che digrada fino alle sponde del lago da cui si può raggiungere a pochi passi il “comacino”, caratteristico campanile della Chiesa di San Vittore vero simbolo del lago di Como. Da vedere anche la Chiesa dei Santi Nazaro e Celso, che ospita nel suo oratorio un magnifico polittico cinquecentesco attribuito ad Andrea De Passeris. La sosta successiva è Argegno, da cui si può fare una deviazione prendendo la funivia che porta 900 metri più su, a Pigra, per vedere il cinquecentesco Oratorio di San Rocco e per godere di una vista senza pari. E perché non pensare in alternativa di fermarsi a riposare una notte in un comodo ed elegante resort quale il Grand Hotel Imperiale, costruito in stile tardo Liberty ed ubicato direttamente sul Lago in un giardino ricco di vegetazione. L’Hotel mantiene tutta l’atmosfera dell’albergo d’epoca, in un contesto ambientale di grande suggestione, quasi fosse parte integrante del paesaggio e dell’architettura che caratterizzano quel tratto del Lago di Como.

Ben riposati ci si può rimettere in marcia alla volta della quattrocentesca Chiesa di San Bartolomeo, il gioiello più prezioso di Sala Comacina, da cui si può decidere di prendere la barca per raggiungere lIsola Comacina, un piccolo fazzoletto di terra che si stende nel bel mezzo del lago. La storia racconta che nel 1169 l’isola venne messa a ferro e fuoco dai comaschi alleati del Barbarossa, perché gli abitanti dell’isola si erano opposti a lui. Ne è testimonianza la Chiesa di Sant’Eufemia, ridotta ormai a un rudere. Proseguendo per il nostro cammino incontriamo Ossuccio, meta di pellegrinaggi per il Santuario della Madonna del Soccorso. Questo luogo di culto è stato edificato nel XVI secolo per custodire una statua della Madonna col Bambino considerata miracolosa, poi col passare dei secoli, vennero aggiunte anche le 14 cappelle del complesso monumentale chiamato Sacro Monte, visitatissima meta di pellegrinaggi sacri.

Ritornando a bordo lago ci si imbatte in Lenno dove si possono visitare la zona paleocristiana, sulla quale sono stati eretti la Chiesa di Santo Stefano e il Battistero, e la settecentesca Villa del Balbianello, oggi bellissima proprietà del Fai. A Lenno si può anche pensare di trascorrere una serata all’insegna della danza sfrenata, al Lido di Lenno infatti è stata ricreata una struttura, piuttosto frequentata dai giovani, che ricorda le spiagge delle rinomate località marittime, presso la quale ci si può recare per bere qualcosa ed ascoltare un po’ di musica. A Tremezzo, invece, si trova la splendida Villa Carlotta, fatta costruire nel Settecento in onore di Carlotta di Prussia e poi arricchita negli anni seguenti con pregevoli capolavori d’arte, come le sculture di Antonio Canova. Salendo per le verdi colline che circondano il lago, sopra Tramezzo, si giunge ad un ristorante che unisce una vista stupenda ad un menù decisamente gustoso: il Veluu. Qui è possibile gustare la vera polenta Taragna tipica di queste zone del nord Italia, piatto davvero gustoso per gli amanti del mangiare bene. Ultima tappa del nostro percorso è Menaggio, sede della barocca Chiesa di San Carlo e della romanica Chiesa di Santo Stefano. Menaggio è anche il punto di partenza per una gita in barca verso l’incantevole Bellagio, situata sulla sponda opposta del lago, oggetto sicuramente di una prossima gita nella zona…

Barbara Pellegrini

La Franciacorta. Un vino, un territorio.

July 6, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Una visita in Franciacorta, l’angolo della provincia di Brescia posto a sud del Lago d’Iseo, non dà solo l’opportunità di conoscere da vicino una delle produzioni vitivinicole più interessanti d’Italia, divenuto un vero e proprio caso degli ultimi anni. È anche l’occasione per scoprire un luogo del Belpaese dove affascinanti paesaggi, architettura, storia, ristorazione d’eccellenza e – appunto – affermata presenza “enoica” si incrociano, creando un mix davvero particolare.

Sarete giunti in zona in auto (uscite A4 Rovato o Palazzolo) oppure in treno (FS fermata Rovato, e da qui la – rara – coincidenza per Iseo col locomotore delle Ferrovie Nord che proprio lo scorso giugno, dopo 35 anni, ha ripreso il trasporto passeggeri), mentre l’aeroporto più vicino è quello di Bergamo Orio al Serio (a 25 km).

Vorrete anzitutto conoscere il famoso vino spumante, anche se questa definizione farà arricciare il naso ai chi incontrerete nella zona. Il “Franciacorta” infatti, così come lo champagne, vuole racchiudere nella sua denominazione (unica DOCG italiana per uno…spumante) sia il luogo d’origine, che il metodo di lavorazione, che il prodotto finito, ovvero le bollicine italiane oggi più glamour. Vini fermi ve ne sono, e pure di ottimo livello, ma se ne vorrete, ricordatevi di chiedere un “Curtefranca”, nome che racchiude la DOC relativa a bianchi e rossi.

Un primo luogo per farvi un’idea della produzione del territorio è una visita alle Cantine di Franciacorta, lungo la strada che collega Rovato con Iseo. Troverete, comodamente divisi per azienda, buona parte delle etichette della zona. Per approfondire la storia del vino in Franciacorta, conoscerne da vicino il metodo di lavorazione, e visionare alcuni degli scorci più suggestivi di questi luoghi, è poi consigliabile una visita in cantina. Vi è una ormai consolidata tradizione di ospitalità: bei esempi si trovano ad Erbusco in Bellavista oppure in Cà del Bosco, l’affermata azienda di Maurizio Zanella, attuale presidente del Consorzio per la tutela del Franciacorta (www.franciacorta.net), o – ancora – in Barone Pizzini (a Cortefranca).

Innumerevoli i luoghi da visitare. Le pievi, le ville patrizie, i borghi punteggiano il territorio dei 19 comuni franciacortini senza soluzione di continuità. Tra i primi per interesse storico artistico, Villa Lechi – a le altre ville nobiliari contigue – e la Pieve ad Erbusco; il castello di Passirano, e quello di Bornato, a Cazzago San Martino, dove altre splendide ville sono disposte lungo la strada tra il capoluogo Cazzago e le frazioni Calino e Bornato. Borgonato (dove ha sede la storica etichetta Berlucchi) ed il monastero di San Pietro in Lamosa a Provaglio possono essere considerate le due tappe d’avvicinamento a Iseo, capitale dell’omonimo lago, che seppur non collocata nel territorio della Franciacorta, con essa mantiene salde e fruttuose relazioni. Per una panoramica completa dei luoghi d’interesse, utile il sito della Strada del Vino (www.stradadelfranciacorta.it ) associazione che ha predisposto pure dei palmari portatili da noleggiare attraverso i quali, grazie ad un reticolo georeferenziato, si viene guidati lungo tutta la zona.

La ristorazione è uno dei punti saldi della Franciacorta, così come in tutta la provincia di Brescia. Basti pensare alle Due Colombe (stellato Michelin, il cui chef Stefano Cerveni segue un’attenta linea di evoluzione dalla cucina di Rovato, storica piazza di un mercato bovino tra i principali del Nord); alla Dispensa dei pani e dei vini (Torbiato d’Adro) regno dell’ecclettico Vittorio Fusari, creativo custode dei prodotti e delle tradizioni del Lago d’Iseo, che lasciato da alcuni anni lo storico “Volto” oggi guida questo versatile spazio, di volta in volta ristorante, wine bar, bottega. Cucina a scavalco tra Franciacorta, lago e pianura la troverete alla Villetta di Palazzolo sull’Oglio, tra le ultime – è più belle – testimonianze di antiche osterie ferroviarie. Su di una linea più basica, ma onesta, l’affidabile Piazzetta a Calino di Cazzago.

Per dormire non mancano le occasioni per tutte le tasche: per i più esigenti immancabile la citazione per il Relais Chateaux L’Albereta, con la Spa di Henri Chenot, dove ha pure sede il ristorante di Gualtiero Marchesi, che da 15 anni ormai ha eletto Erbusco e la Franciacorta a sua seconda patria. Altrimenti, fate affidamento al buon albergo d’affari Touring a Coccaglio, o all’accogliente Iseolago Hotel, ancora una volta a Iseo.

Matteo Belloni

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