Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

L’Italia è un Paese per vecchi

June 24, 2010 by  
Categoria: attualità

marcello-lippi

Ce ne andiamo a casa.

Il viaggio premio in Sudafrica ( omaggio ottenuto grazie al mondiale vittorioso di Germania del 2006 ) si conclude al girone di qualificazione.

Italia cotta, bollita, stanca e vecchia.

Ci viene quasi da fare un parallelo imbarazzante con la situazione del nostro Paese.

Partiamo dalla nazionale azzurra.

Un timoniere ( vecchio ) che torna a furor di popolo, dopo che un altro Commissario Tecnico ( giovane ) tristemente eliminato dalla Spagna poi vittoriosa al torneo europeo del 2008, viene mandato via in un batter d’occhio per richiamare l’allenatore di un tempo.

Ritorno del Mister che ci ha fatto vincere la coppa più ambita e, successiva ricerca da parte del selezionatore di ( vecchi ) pupilli che centrarono nel 2006 l’obiettivo massimo.

Giocatori stanchi, vecchi e bolliti, come il loro allenatore.

I campioni ormai in disarmo, vengono affiancati, con poca convinzione, da un gruppo di giovani: grigi ed anonimi.

Chiamati e convocati, quasi controvoglia e, allo stesso tempo, a disagio nei panni di protagonisti ( potenziali ) di un mondiale di calcio.

Ignorati inoltre chi avrebbe ( il condizionale rimane d’obbligo ) potuto inventare qualcosa, per pregiudizi e preconcetti di un Commissario tecnico che, nella sua carriera, ha fatto sempre figli e figliastri.

Passiamo al parallelo con l’Italia di oggi.

Chi è al timone deve essere anziano e navigato perché questo è sinonimo di esperienza e, quindi, dà sicurezza ad un popolo perennemente insicuro.

Se mai dovesse nascere un giovane pronto a prendere in mano le redini del Paese durerebbe molto poco o, peggio, non riuscirebbe neppure ad arrivare a giocarsi le proprie chance.

Allo stesso tempo, il vecchio timoniere sempre saldamente al comando, chiamerebbe a sé, esclusivamente personaggi vecchi e stantii e, soprattutto, farebbe posto nel suo gruppo geriatrico, a giovani grigi, conformisti e privi di personalità, magari figli di qualcuno che garantisca comunque per loro.

Bisogna uscire da questo pantano al più presto, altrimenti sia la Nazionale di Calcio che il nostro Paese potrà essere esclusivamente un Paese per vecchi.

In questo senso la nazionale di Calcio ha già provveduto a chiamare Cesare Prandelli come nuovo Commissario Tecnico, figura giovane e pulita.

Quando gli italiani troveranno un loro giovane e pulito timoniere?

Alfonso della Mura

“Faenza” e mi paĕs

June 23, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

faenza

Faenza, città d’arte nel cuore della Romagna affonda le sue radici in una storia lontana. E’ sempre stata infatti, un territorio illuminato nell’esportare ed importare talenti artistici come Melandri, Biancini, Zauli, Phanos, grazie anche alla prestigiosa scuola di ceramica e alle varie “Botteghe d’arte” che li hanno forgiati.

E’ il simbolo ideale di una città che rifonda sulla crescita culturale la propria identità e il proprio destino sociale ed economico ed è innegabile che negli ultimi anni stia vivendo un momento particolarmente felice per il suo dinamismo culturale, la creatività e l’arte.

Faenza oggi ha in serbo appuntamenti imperdibili per un weekend ed unisce eventi, mostre ed animazioni spettacolari. Il Museo Internazionale delle ceramiche, il più famoso del mondo per la sua raccolta espositiva ricca ed articolata, ospita oltre novecento ceramiche d’arte del secolo scorso La novità assoluta è costituita dalla presenza di opere pittoriche e scultoree di marmo o bronzo degli stessi artisti che pur dedicandosi alla ceramica hanno raggiunto affermazione con altri mezzi espressivi. Fino al 2 agosto, istituirà delle visite guidate per approfondire il tema della maiolica italiana di stile compendiano, in particolare i “Bianchi Faentini” che sono infatti quella produzione innovativa di maioliche che fiorì a Faenza negli anni 40 del cinquecento e che fu molto apprezzata in varie località d’Europa, dove sorsero specifiche produzioni avviate da ceramisti italiani.

E… per i turisti e gli appassionati, la nostra Capitale Mondiale della maiolica il 4 e 5 settembre ci porta alla scoperta del mondo della ceramica e dei ceramisti, attraverso un “festival” con mostra-mercato en plein air lungo le strade, i viali, le piazze del centro storico. In una magica atmosfera di artistica serenità, l’edizione “Argillà” prevede l’invito speciale di una nazione europea. Quest’anno è la volta della Polonia che condurrà a Faenza i suoi più valenti ceramisti con mostre e suggestive animazioni.

A pochi passi dal centro la Locanda Paradiso dispone di camere eleganti e confortevoli per un piacevole soggiorno; il prezzo contenuto e l’ambiente accogliente permettono a chiunque di poter soggiornare in questa bella città che offre piacevoli sorprese, non solo in campo artistico ma anche culinario.

A questo proposito, vi possiamo consigliare l’osteria “Marianaza” che propone un menù rigorosamente tradizionale in una cornice rustica; oltre alla carne alla brace cotta al focolare, la sua specialità sono i primi piatti di pasta fatta a mano. Frequentata nei secoli da personaggi illustri, ha coniato nel 1844 un tipico calendario Romagnolo “El luneri di smenbar” che contiene una serie di previsioni e consigli utili per chi coltiva la terra: lune calanti, lune crescenti, momenti buoni per la semina, feste e solennità.

Un altro ristorante dove fiorisce l’arte dell’incontro è La Baita” con specialità gastronomiche romagnole. Nei suoi 4 ambienti e nella corte interna si possono gustare oltre ai piatti della tradizione, grandi bianchi e rossi italiani ed esteri. E’ segnalata infatti sulle maggiori guide come celebre enoteca. E…ancora, sospeso tra storia e tradizione il Relais Villa Abbondanzi situato sull’antica via Emilia a breve distanza dal centro storico con annessi ristorante, centro benessere, palestra e piscina all’aperto, in grado di offrire ai propri ospiti l’eccellenza dei suoi servizi.

Vale poi la pena di fare una puntata appena fuori porta per ammirare Villa Emaldi, inserita in una splendida cornice paesaggistica. L’edificio è frutto di varie ricostruzioni ultima delle quali nella seconda metà dell’Ottocento. Le sue origini sono etrusco-romane, di cui resta ricordo in diversi reperti conservati al museo archeologico di Faenza. Lo spunto principale della visita è il parco naturalistico con una parte “a bosco” e con l’antico roccolo, struttura venatoria per la cattura degli uccelli che risale al 1860 (citato dal Carducci). L’area verde di Villa Emaldi offre una suggestiva cornice di sequoie, querce, cedri, tigli e lecci, un vero parco romantico. Nell’occasione potremmo ammirare e, perché no, acquistare una splendida ceramica nel laboratorio della famiglia dei Conti Emaldi, situato nella serra neogotica della villa e inserito nello splendido giardino con piante secolari.

Soggiornare in questa città d’arte è un’esperienza suggestiva e coinvolgente, entrare nelle sua atmosfera passeggiando per le vie del centro, tra architetture e monumenti o visitando mostre, dove si possono ammirare capolavori che spaziano dal 400 alla seconda metà del novecento. Un momento interessante per chi ama dedicarsi una pausa di qualità.

Carla Aghito

Panettone fuori stagione, che idea !

June 22, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Panettone d’estate?
Se vi capita di passare a Milano in questi giorni e vedere, in diverse pasticcerie, i panettoni in bella mostra, non siete impazziti e il tempo non si è rovesciato, neppure si è pensato di anticipare all’estremo le proposte da scaffale natalizio, perché c’è la crisi e tutte le idee van bene.
Semplicemente succede che l’orgoglio milanese si sta facendo sentire e, per chi ama il dolce in questione, finalmente si può parlar di Panettone apertamente, anche lontano dalle canoniche settimane pre e post natalizie.
Può, dunque, un prodotto gastronomico diventare un brand di una città come Milano.
Crediamo di sì, crediamo anzi che questo marketing da gambero sia apprezzabile, perché questa volta a dire che “una volta era meglio” non si sbaglia ed anzi si potrebbe dare uno stimolo ad un‘arte prettamente artigianale che l’industria ha schiacciato in un angolo.
Cosa è successo e quali implicazioni possiamo notare?
Alcuni benemeriti, riuniti nell’associazione Amici del Panettone, forse un po’ buontemponi, sicuramente golosi e lungimiranti, hanno pensato che non fosse giusto relegare il rito del taglio del tipico dolce meneghino solo alle festività di fine anno, anzi, hanno anche scoperto che una volta ci si cibava tutto l’anno del prelibato dolce, finché, per riprovevoli motivazioni di business, le industrie hanno pensato bene di forzare l’idea che solo a Natale, ed in grandi quantità (a poco prezzo) si potesse consumare il Panatun… basti un dato: nel 1800 si consumavano 200.000 kg di panettone a Natale e 200.000 kg nel resto dell’anno. Ora per 10 mesi ce ne dimentichiamo.
Che peccato, in effetti, se ci pensiamo mi son reso conto che spesso, quando amici stranieri vengono a trovarci a Milano, adoriamo salutarli a fine vacanza con un simbolo dolce e rassicurante come il panettone, così ci ritroviamo spesso a girare affannosamente alla ricerca di un buon panettone artigianale, per poi ripiegare, mestamente, sulla Stazione Centrale dove un prodotto a marchio qualsiasi è quasi sempre possibile reperirlo, non ancora scaduto.
Beh, stavolta, forse, ci siamo, con un colpo di mano degli intrepidi Amici del Panettone, forse si comincerà ad abituare innanzitutto i pasticceri e, dunque, i clienti, che in qualsiasi periodo dell’anno sarà possibile affondare i denti in fragranti panettoni d’autore.
Autori eccellenti, infatti, in questa insolita kermesse fuori stagione si son cimentate le migliori pasticcerie milanesi e non solo, infatti diversi professionisti di tutta Italia si sono messi al lavoro per interpretare secondo le proprie origini territoriali degli ottimi panettoni da tutte le regioni.
Questi a Milano non li trovate più, se li sono gustati con entusiasmo i fortunati avventori che, ad inizio giugno, hanno aderito all’appello dei promotori di questa manifestazione (l’ideatore Stanislao Porzio con l’aiuto del consigliere comunale Maurizio Baruffi ), assaggiandoli in un’anteprima golosa al Teatro Franco Parenti.
Ora tocca a noi, sguinzagliatevi e dimostrate che l’idea di destagionalizzare il panettone è giusta e condivisibile, rompiamo le catene messe dalla grande distribuzione che ha imposto anche alle pasticcerie artigianali un comportamento che limita il gusto e gli affari.
Questo l’impegno degli organizzatori, che, tra l’altro si concretizzerà anche nell’ormai tradizionale  weekend di fine novembre durante il quale, al prezzo calmierato di 18€/kg, verranno venduti, in un spazio scelto tra i luoghi della cultura milanese, tanti panettoni dei migliori artisti della città.
Tutte le città hanno il proprio piatto, dolce o salato da proporre come simbolo, Milano ne ha uno bello pronto, famoso in tutto il mondo, basta poco per dargli nuovo lustro ed il posto che merita nell’attenzione dei consumatori di tutto il mondo.

Aldo Palaoro

Italia: non lavorare mai, ma non andare mai in pensione

June 21, 2010 by  
Categoria: attualità

Ogni giorno ascoltiamo notizie che subiscono massicce cure alla camomilla per rendere la situazione economica finanziaria e sociale meno grave di quello che in realtà non sia.
E’ giunto il momento di guardare in faccia alla triste e cruda realtà.
Tutto questo perché avviene?
Perché la casta e la cricca devono avere la possibilità di potersi muovere sottotraccia e non, come in qualsiasi democrazia che si rispetti, o in qualsiasi paese civile degno di questo nome,  sotto la lente di ingrandimento dei cittadini, bensì nascosti dietro a vetri scuri da cui all’esterno non si vede nulla, ma che dà loro la possibilità invece di guardare e controllare le nostre vite senza che noi possiamo quasi accorgercene.
La manovra correttiva finanziaria dice sostanzialmente questo.
Che la crisi che c’era, e che il governo con la sua propaganda fatta di veline e spot televisivi ha sempre negato, esiste davvero.
Questo perché sotto la supervisione dell’Europa non si può fingere ma, allo stesso tempo, si vuole far credere di recitare un ruolo da protagonisti che non abbiamo mai avuto.
Eppure oggi i sacrifici e la scure della manovra si abbattono come sempre sui soliti noti.
Sulla platea di poveri cristi che lavorano nel settore privato e in quello del pubblico impiego della scuola, dell’università, della giustizia e della sanità.
Tutti capisaldi che questo Governo ha sempre considerato un costo da tagliare e non istituzioni e roccaforti su cui investire come avviene in qualsiasi paese civile e all’avanguardia.
È un Governo che denigra chi lavora, chi ha anzianità di servizio: un’anzianità che oltre a non venir riconosciuta a livello economico, non è più uno strumento oggettivo che ti permette di andare in pensione in un tempo ragionevole, introducendo di fatto, finestre murate da cui sembra non si possa mai uscire.
È un Governo che non crede ai giovani, è un Paese che guarda alla nuova classe dirigente come un cancro che dà solo fastidio ai soliti potenti di turno e, che allo stesso tempo, sono pronti a far largo ai giovani solo in casi evidenti di nepotismo tipicamente italico.
Eppure il Governo procede tra informazione compiacente o peggio anestetizzata sempre di più, fino a cercare di renderla impotente con il tentativo che viene fatto oggi attraverso la presentazione del famigerato ddl sulle intercettazioni.

Una proposta di Legge meglio conosciuta come Legge bavaglio, perchè nata con il chiaro intento di rendere impotente il ruolo dell’informazione nei confronti della casta.
Senza parlare dei continui attacchi alla Costituzione, allo Statuto dei Lavoratori e chi più ne ha più ne metta.
Oggi non c’è un provvedimento che non sia maleodorante di illegalità, di poca trasparenza o che non sia un inno alla corruzione.

Norman di Lieto

Genitori ridotti a inutili bancomat

June 12, 2010 by  
Categoria: attualità

bancomat

Sembra proprio che nulla entusiasmi più nessuno.

Tutto già visto, vissuto, sentito e niente ci emoziona più.

La società post moderna, post consumista e post – qualsiasi cosa, sembra un mostro onnivoro che ha divorato qualunque cosa e così, ogni novità dura lo spazio di un attimo, di un’istantanea che sembra vecchia come una polaroid.

La tecnologia rincorre se stessa, televisori ultrapiatti e sempre più oggetti di design che nel giro di una stagione arrivano a costare quasi la metà del prezzo di lancio sul mercato.

Telefonini touch screen che ti permettono di navigare su internet, mandare e ricevere mail e tantissime altre diavolerie che rendono i vecchi cellulari ( vecchi ? ) oggetti da modernariato.

Tutto è subito obsoleto e del resto, risulta facile raggiungere il nuovo grazie  a promozioni, prezzi lancio sottocosto e raccolte punti che ti premiano come consumatore fidelizzato.

E noi come impazziti rincorriamo l’ultimo nato con il rischio di abbandonare ciò che non ha ancora soffiato la sua prima candelina.

Una spinta al consumo e alla propensione all’acquisto che ha reso schiavi molto spesso anche i genitori vittime dei capricci dei figli.

In una recente indagine dell’Osservatorio sulla Famiglia e la Persona, si evidenziava come spesso le mancanze educative dei genitori nei confronti dei figli venivano colmate con l’operazione “bancomat affettivo”.

Ti compro o ti regalo qualcosa come surrogato delle reali mancanze di genitore, come spesso si può evidenziare nel delicato rapporto genitori figli.

O ancora, dover sottostare alle  richieste sugli acquisti imposti ai genitori e da effettuarsi perché la maggior parte dei compagni di classe è munita dell’ultimo modello di telefonino, di scarpa, di jeans, di occhiale da sole, eccetera.

E’ la società moderna bellezza, direbbe qualcuno.

Li vedi, ragazzi della scuola media, con telefonini ultramoderni e costosi, maneggiare con internet e sms infiniti da inviare e ricevere, magari  durante le ore di lezione a scuola.

Uno scenario impensabile una decina di anni fa, ma che oggi colora e anima ogni classe in qualsiasi scuola della penisola.

Il tutto con genitori vittime e complici allo stesso tempo di figli sempre più onnivori ed incontentabili, i cui desideri e bisogni crescono in maniera infinitesimale e che, in una continua rincorsa sull’altro da emulare, crea fenomeni sociali di genitori agnelli sacrificali ridotti al ruolo di dispensatore di sogni realizzabili dietro al pagamento di un corrispettivo in euro.

Il valore educativo dei genitori oggi è svuotato di ogni suo significato e i pochi “genitori eroi” che tentano di non sottostare ai ricatti dei figli sugli “acquisti obbligati”, potrebbero ritrovarsi in una sorta di avamposto, rappresentato da un gruppo di “mosche bianche”, la cui strenua resistenza è sempre alla mercè di un esercito agguerrito pronto a farlo capitolare.

Il risultato: figli capoccioni, pigri, ignoranti, inutili, fin oltre la soglia dei trent’anni.

Alfonso della Mura

Silenzio?

June 10, 2010 by  
Categoria: attualità

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Norman di Lieto

Trovare il colore: un simbolo di vita

June 10, 2010 by  
Categoria: attualità

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“Una società senza colore è una società che sopravvive a se stessa”.

Alla presentazione di un Workshop lo scorso settembre a New York, proprio questa frase ci colpì profondamente.

Eravamo nella Grande Mela, poco tempo prima seguivamo un progetto a Londra e qualche anno prima andammo a toccare con mano il fenomeno Cina e, in particolar modo, il miracolo Shanghai.

La giusta chiusura del cerchio era rappresentata proprio dalla Big Apple, la città che non dorme mai, sempre in movimento, mai banale.

Queste tre realtà, così diverse le une dalle altre, sono allo stesso tempo, legate come da un filo indissolubile.

Un legame rappresentato da una continua spinta dinamica verso il rinnovamento, la modernità, l’apertura incondizionata nei confronti dei giovani.

Città che rimangono fedele a se stesse, ma sempre pronte a ricevere e a dare, in un incessante scambio reciproco, rappresentato da chi è desideroso di apportare il proprio contributo sia esso culturale, professionale o umano.

Proprio qui si sa di poter dare qualcosa ma, allo stesso tempo, che questa Città restituirà allo stesso modo ( o sovente con gli interessi ).

È come in un vero rapporto di coppia.

Si dà senza fare calcoli, dono me stesso con naturale slancio e, allo stesso tempo, dall’altra parte so che chi riceve non mi deluderà e mi renderà ancora più ricco con la sua sola presenza.

Perché diciamo questo?

Per il semplice motivo che a Londra, Shangai e New York abbiamo trovato persone come noi, ex compagni di Università, amici, ex colleghi, rinati e, assolutamente poco propensi, a volte, a tornare indietro.

Ognuno con i propri progetti, i propri sogni e le proprie ambizioni inseguite con fatica e spirito d’iniziativa ha trovato qui un diritto di cittadinanza riconosciutogli in base ai propri meriti e, dopo tanti sacrifici, hanno raggiunto l’agognata meta.

In primis professionale, ma anche umana e culturale.

Perché a Shanghai, Londra e New York non vivono solo cittadini cinesi, britannici, americani.

Qui ci abita il mondo e lo scambio continuo tra diverse culture crea una ricchezza inestimabile di saperi, modi di vivere e di pensare, che in una contaminazione continua rendono queste tre città tra le più stimolanti del mondo.

Li esiste una società ricca di colori che non ha paura di sopravvivere a se stessa.

La vita li palpita, in un batticuore continuo.

Difficile una volta abbracciata, non abbandonarsi totalmente.

Norman di Lieto

Palazzo Citterio riapre le sue porte per Paul McCarthy

June 6, 2010 by  
Categoria: terza pagina

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In questi giorni Palazzo Citterio riapre le sue porte, serrate da ben 25 anni, e lo fa dando visibilità ad uno dei più irriverenti artisti presenti oggi sulla scena mondiale. Paul McCarthy, classe 1945, dopo aver esposto in tutti i più importanti templi dell’arte contemporanea, dalla Tate Modern di Londra, al John Paul Getty Museum di Los Angeles, approda a Milano nella sua prima mostra personale organizzata in collaborazione con la Fondazione Nicola Trussardi. Pig Island, L’Isola dei Porci è il titolo di questo progetto, provocatorio e dissacrante, come da tradizione dell’opera di McCarthy.

Visitare questa mostra significa entrare in un mondo fantastico e spesso sovversivo dell’ordine tradizionale delle cose; l’arte di McCarthy non è certo immediata agli occhi dello spettatore. Tra video, installazioni e sculture, il percorso artistico dell’autore esplora ed in qualche modo mette a nudo i punti deboli della cultura del sogno americano. Le icone made in U.S.A., come Bush e Angelina Jolie, diventano pezzi di uno spettacolo delirante che richiama alla mente un vero e proprio circo, costellato di personaggi travestiti, con i genitali al vento, che lottano tra loro cospargendosi di Heinz Ketchup, come nella migliore tradizione pop. Forse che il mondo in cui viviamo così seriamente sia solo una gigantesca parodia dalle tinte grottesche caratterizzata da modi e situazioni tipiche dell’assurdo? Questo è quanto si coglie dall’osservazione dei diversi video, tra i quali Pirate Party o Houseboat Party, in cui McCarthy esprime la sua personale visione di una realtà sospesa tra eros e tabù, e comunque intrisa di falsità e vuoto assoluto.

La mostra ripercorre anche i primi anni di lavoro dell’artista, costellati di richiami al minimalismo che poi vengono caricati di nuove pulsioni, come testimonia The chair with butt plug, una semplice sedia, oggetto protagonista di tante altre opere d’arte, che, grazie all’ausilio di un pene applicato si trasforma in un oggetto che rievoca piacere. Il vero cuore dell’esposizione tuttavia è Pig Island, opera che dà il titolo alla mostra e che è frutto di un lavoro lungo sette anni; un agglomerato di materiali, come creta, metallo, polistirolo e plastica, sempre fortemente presenti all’interno della produzione artistica di McCarthy e un insieme di tutti simboli che hanno caratterizzato la carriera dell’artista negli anni.

Consigliamo dunque di visitare l’esposizione a Palazzo Citterio? Senza dubbio, la risposta è positiva: la mostra presenta una visione del mondo davvero particolare, la si può capire e condividere o meno, ma senz’altro se ne resta colpiti.

Palazzo Citterio,

via Brera 14, Milano

dal 20 maggio al 4 luglio 2010.

Tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00,

Ingresso libero.

Barbara Pellegrini


Cambogia, terra sconosciuta

June 5, 2010 by  
Categoria: world wide

cambogia

Cambogia. Fino a due mesi fa nemmeno sapevo dove si trovasse. Thailandia, Laos, Vietnam e sopra la Cina. A parte forse il Laos, le altre tre mi portano alla mente sicuramente qualcosa, memoria collettiva, guerre lontane, luoghi comuni. Ma la Cambogia? Nulla. Eppure questo piccolo paese, più piccolo dell’Italia c’è e per secoli se lo sono conteso i paesi confinanti, e da quelle contese sono nate dinastie, guerre e massacri.

Non lo sapevo, non sapevo ci fosse stato un olocausto anche qui, non sapevo ci fosse il sito archeologico più grande al mondo, non sapevo che mentre Carlo Magno espandeva il suo Sacro Romano Impero un altro condottiero cercasse di creare la propria grandezza e, soprattutto, non ne conoscevo la storia contemporanea. Troppo lontano? Troppo difficile spiegare perché l’Occidente per anni abbia fatto finta di non sentire le urla, anche se le notizie in qualche modo arrivavano, anche se un popolo intero stava per essere sterminato da se stesso, da un’ideologia portata al fanatismo? Non penso sia solo mia ignoranza, è che l’Indocina non fa parte del normale percorso scolastico, come si può sapere chi è Pol Pot se quasi le nuove generazioni rischiano di non sapere cosa sia stato il genocidio ebraico? Come ci si può interessare a un popolo che non influenza le nostre vite, se non si cerca nemmeno di capire culture che ora, forzatamente, si stanno inglobando nel tessuto della nostra?

“Non lo so”, la risposta tipica dei cambogiani. Mi sto già adeguando per bene. D’altra parte nemmeno loro hanno una risposta per quello che è successo, non ne parlano, non vogliono ricordare, non sanno perché chi doveva liberarli li ha soggiogati e poi uccisi, uno dopo l’altro. Alcuni di loro non credono nemmeno che i Khmer Rossi fossero Khmer, che poi non significa altro che cambogiano.

Non sanno perché famiglie intere siano state divise, torturate e poi sterminate. Non sanno perché la memoria dovesse essere cancellata, insieme alla tradizione e al loro credo, non sanno perché i Khmer Rossi cercassero di creare una nuova razza senza legami con la precedente, ma dalla precedente. Non sanno perché bambini fossero diventati killer senza pietà, come potessero uccidere più facilmente che sorridere. Sopravvivenza, tutti cercavano solo di sopravvivere e questo voleva dire fingere, rinnegare, dimenticare, diventare sordi e muti e senza alcun sapere perché la conoscenza stessa era bandita dal nuovo regime, perché insieme al ricordo permetteva di capire la differenza tra bene e male e racchiudeva il cosa era stata la Cambogia prima, magari solo tornando ai tempi della neutralità di Sihanouk.

Le sagome delle palme stagliate nella luce del tramonto non si accompagnavano più a risaie, contadini e vita ma a fosse comuni, resti umani e morte.

Chi riusciva a scappare da questo enorme campo di sterminio e purificazione non veniva creduto. La realtà risulta sempre essere più assurda e angosciante di ogni immaginazione e più terrificante di qualsiasi visione. L’Occidente non voleva ascoltare e credere che la storia si stesse ripetendo, eppure la storia continua inesorabilmente a ripetersi, cambia solo parte nel mondo e credo politico, ma continua a essere la stessa.

Salvatori diventano dittatori, interi popoli vittime e la terra continua a trasudare il sangue versato dalla follia dell’uomo. Non impariamo mai, non impareremo mai e, prima o poi, ci stupiremo, mi stupirò io stessa per qualcosa di altrettanto atroce.

Quasi 2 milioni di morti, assassinati. Quasi due milioni di anime stanno ancora aspettando una giustizia che solo nel 2007 ha cominciato a muovere i primi passi, non trovando quasi più nessuno da processare.

Rimane la memoria, che i cambogiani vorrebbero eliminare, e la giornata dell’odio, il 20 maggio, perché i Khmer Rossi non possano più tornare.

Federica Adamoli

Helouan, nobile decaduta

June 5, 2010 by  
Categoria: world wide

cairo

Helouan dista circa 30 km dal Cairo ed è qui che io abito. Fa parte della periferia del Cairo, che a furia di espandersi disordinatamente ha raggiunto questa cittadina, un tempo meta termale ambita e pregiata. Non sto parlando di molto tempo fa, fino agli anni ’50 Helouan era una piccola città pulita e ordinata, con splendidi edifici coloniali e con strade ampie contornate da filari di palme. A Helouan Les Bains si poteva trovare chi faceva parte dell’alta società o almeno della borghesia egiziana ed internazionale. Facile immaginare macchine d’epoca con autisti in guanti bianchi e signore con cappello e ombrellino, come per un te pomeridiano inglese. Le signore egiziane solevano parlare francese per distinguersi dalle persone comuni e anche adesso, chi fa parte di quella generazione, con gli stranieri parla un francese sciolto e impeccabile, baluardo di qualcosa che ormai è andato perduto, come se in qualche modo quella lingua potesse elevarli al di sopra della loro condizione. Mostrano una cultura che ora i giovani non hanno, loro che spesso parlano un inglese stentato e un arabo dialettale. Tante volte non conosco bene nemmeno l’arabo classico, lingua ufficiale d’Egitto.

La casa dove vivo è grande e, seppur un po’ antica, ben tenuta, come tutte le case delle comunità cristiane. C’è polvere ovunque,ma quella è impossibile tenerla fuori o spazzarla via. Torna sempre, è dappertutto, alberi, edifici e monumenti ne sono pieni e sembra sempre siano stati appena ristrutturati per tutta la sabbia che gli rimane appiccicata. Io ho una camera con bagno dove abbiamo appena cementato un buco per evitare che entrino topi. Ho sempre pensato che i topini di campagna fossero carini, ma mai li avevo sentiti raschiare la carta, da me infilata nel buco, per entrare in camera mia.

Divido la casa con Abuna Sergio,  Abuna Sopki e Abuna Jorge.Abuna non significa altro che Padre,in arabo ovviamente. Loro parlano tutti italiano, abdullah, grazie a Dio. Padre Sergio assomiglia a frate Tac, è l’unico ad avere la patente internazionale e sa qualsiasi lingua.. non proprio nel modo migliore ma conosce Arabo, Copto, Ebraico, Polacco, Inglese, Francese e forse qualcos’altro ancora. Vorrebbe andarsene in Polonia al fresco e venderebbe l’anima per un salame. Insegna pianoforte e lingue ai bambini e ogni mattina traffica con le sue piante, in mancanza dell’orto che aveva in Polonia.

Sopki è l’unico padre egiziano che io abbia conosciuto. Lui ha la gestione della scuola de la Sainte Famille e non dorme la notte perché i lavori vanno a rilento e settembre si avvicina sempre di più. E’ l’unico che conosce davvero gli egiziani, sono la sua gente, e  che quindi sa come prenderli e farli lavorare. Per lui qualsiasi cosa è costosa, per me qualsiasi cosa sembra avere un prezzo ridicolo rispetto a quello italiano. Avrebbe dovuto andare in prigione una settimana perché un professore della sua scuola l’ha denunciato dicendo che era stato picchiato. Figuriamoci. E non è che nessuno abbia indagato o lo abbia cercato per arrestarlo. Semplicemente, una volta che che è passato in questura per il rinnovo della patente, l’hanno notificato. E’ tutto così assurdo qui. Quasi irreale, divertente se si riesce a guardare il lato comico. In ogni caso padre Sopki parla della sua scuola con un orgoglio sconfinato, con amore paterno. Se potesse finirebbe lui stesso tutti i lavori che ci sono da fare. Se potesse, cambierebbe il suo popolo, la sua terra, perché così davvero non va. I cristiani sono  tutt’ora i “protetti”, come vengono definiti dal Corano. Sono una minoranza, sono visti come peccatori e infedeli e devono essere uccisi tutti. Almeno questo è quello che dice una corrente di lettura del Corano. Il Corano, secondo la tradizione Islamica, è stato rivelato mano mano a Maometto e ciò che veniva dopo, annullava quello che era stato detto prima. Come una legge retroattiva, o qualcosa di simile. Il problema è che il Corano adesso è una raccolta di rivelazioni trascritte che non vanno in ordine cronologico, ma dalla più corta alla più lunga. Così non si capisce più se l’ultima rivelazione diceva di eliminare tutti gli infedeli, o di essere tolleranti con loro, che fossero cristiani o ebrei. Dipende. Dipende da come lo leggi, dipende da come lo interpreti, dipende se chi legge è un fondamentalista oppure no, dipende se è sciita o sunnita. E pensare che loro affermano che il cristianesimo non è la vera religione perché ci sono troppe correnti al suo interno. Da che pulpito…

Comunque, su una cosa sono d’accordo: il governo, la politica, resta direttamente legata alla legge coranica e questo tanto è più vero,tanto più ci si sposta nei piccoli centri urbani o in campagna. L’ignoranza va a pari passo con una fede assoluta, proprio perché chi prega non capisce realmente cosa sta dicendo, come non lo capivano gli italiani quando le messe venivano celebrate in latino e il popolo parlava solo dialetto. E così se un uomo ti uccide la sorella, tu puoi uccidere un suo membro della famiglia perché, come tutti sanno, occhio per occhio,dente per dente. Alcune volte gli assassini vanno in prigione, la maggior parte, tuttavia, non succede proprio niente perché giustizia è già stata fatta. Mi diceva Jorge che da un lato, questo forse è positivo: la faida si chiude lì, non va avanti anni come succedeva per la mafia o per le bande di ragazzi americani. O, peggio, come di fatto succede ancora oggi. E allora, chi ha ragione?

In ogni caso la cosa peggiore che può capitare a un musulmano è quella di volersi convertire al cristianesimo. Secondo il Corano questo non è contemplato né auspicabile. Chi rinnega la propria religione deve pagare con la vita, l’apostasia non è una scelta possibile e se anche c’è proprio ora un caso in televisione, dove si afferma che in Egitto ci sia libertà di culto.. bè, non è vero. Chi si converte cerca poi di scappare, di andarsene da quella terra da sempre bagnata dal sangue di fedeli, non importa a chi. Chi si converte deve nascondersi e assistere ai riti cristiani in segreto, sempre con la paura di essere scoperto. Addirittura, alcuni musulmani inscenano un falsa conversione per controllare che i padri cristiani non aiutino questi traditori, perseguibili altrimenti anch’essi. Così, spesso, sono obbligati a indagare prima di accogliere qualcuno nella comunità e, anche se al mondo si dice che ormai tutto va bene, fuori dalle chiese e dalle congregazioni cristiane ci sono due soldati armati di mitra e spesso si avverte la tensione, la pressione del mondo islamico, magari espressa solo da uno sguardo. Mi sono chiesta più volte se quei militari siano lì davvero a difendere o piuttosto a controllare.

Tornando a Helouan, padre Jorge è il più giovane, impegnato nello studio dell’arabo e preferito delle suore qui a fianco, e dai ragazzi. Pensano tutti che io sia sua sorella e ho rinunciato presto a spiegare, perché quando ci ho provato alcuni hanno capito che mi aveva conosciuto in chat. Come ho detto, il loro inglese è un po’ stentato, ma è già qualcosa che lo parlino, è un passo tra i milioni che ci sarebbero da fare.

Ogni tanto andiamo tutti al mercato e divento l’attrattiva principale delle strade. Se mi fermo a una bancarella arrivano bambini e ragazzini da ogni parte, giusto per guardarmi, alcune volte per ridere del mio abbigliamento ai loro occhi succinto. Alcune volte dicono a padre Sergio e a Jorge che sono bella come la luna, altre volte che vado bene per il matrimonio. E meno male che solitamente andiamo in bazar tenuti da cristiani, ortodossi o copti comincio  a capire che non abbia molta importanza. Qui comunque, anche i cristiani sono legati alla tradizione egiziana e quindi hanno regole di comportamento che ormai noi abbiamo perso da tempo.. per fortuna direi. Un ragazzo ha chiesto la mano al padre della sposa per potersi sposare, offrendo una casa per vivere con la sua futura moglie e il suo doppio lavoro d’insegnante come garanzia. Non gli è stato concordato il permesso di sposare la ragazza che aveva conosciuto e frequentato un po’ all’università. E così adesso, mentre cerca di guadagnare i soldi necessari per una casa un po’ più grande, non può nemmeno vederla la sua ragazza e sicuramente non può passeggiare o andare al cinema con lei. Solo i promessi sposi possono vedersi liberamente e non c’è davvero nulla che assomigli a un romanzo ottocentesco.

F.A.

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