Sfumando Ian
May 31, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
C’è stato un momento, anni fa, in cui il mondo è sembrato correre velocissimo. Un momento allo stesso tempo di stasi, per certi versi – finite le vecchie dinamiche sociali e politiche, ma non ancora cominciata la fase ultra-contemporanea in cui oggi ancora siamo. Era un momento in cui il fallout della bomba nucleare punk aveva appena cominciato a depositarsi, e in cui gli spacciatori di successo e felicità di Wall Street non erano ancora saliti alla ribalta come homines novi.
In quel momento, tra “Manhattan” di Woody Allen e gli accordi di Camp David, sotto i riflettori transitarono quattro piccoli ragazzi di Manchester che avevano deciso di formare una band: fu solo per alcuni istanti, ma la proiezione delle loro ombre sarebbe rimasta impressa nella storia per molti anni a venire. Capelli corti, divise da College britannico, un nome dalle tristi rimembranze naziste: Joy Division (alias le squadre di donne ebree forzate a prostituirsi all’interno dei lager). Il leader per diritto divino del gruppo è indiscutibilmente Ian Curtis, cantante, chitarrista e autore; per i giornali una reincarnazione di Jim Morrison – per tutti una voce del mondo nuovo, una flebile ma potente luce di candela.
I suoi testi, poesie di ossidiana in cui emerge quel lirismo da apocalisse urbana già caro a Philip K. Dick, e di cui “Blade Runner” di Ridley Scott sarà di lì a poco la sublimazione, si incastrano alla perfezione in quello scorcio di secolo sopra descritto – e d’altronde non avrebbe potuto essere altrimenti. Fossero nati qualche anno prima, i Joy Division sarebbero stati visti come una deprimente parodia di Alice Cooper, fossero nati qualche tempo più tardi sarebbero potuti sopravvivere solamente aumentando le distorsioni delle chitarre – e comunque oggi sarebbero dimenticati dai più. Momento giusto, influenza trascendente. Come sempre. E questo tanto più è vero se si guarda al lato musicale e all’estetica complessiva della loro opera. Due album riuscirono a pubblicare prima del tragico finale, ma tanto è bastato: primo fu “Unknown Pleasures”, un prodotto ibrido e dai contorni irregolari, un Gollum musicale che tra i suoi rabbiosi singulti tuttavia già celava un’invincibile scintilla di bellezza fredda; a seguire venne “Closer”, che già dalla foto di copertina (scattata nel Cimitero monumentale di Staglieno di Genova) si presenta come compimento della Joy Division esthetìque: armonie e ritmi solo apparentemente zoppicanti ma in realtà elementi perfettamente calcolati dell’opera, atmosfere di decaduta e gelida eleganza. Su tutto, ciò che scaturisce dai dischi e dal gruppo stesso è un’estetica, anche figurativa, completamente nuova, clonata dalle ceneri del punk attraverso una sintetizzazione del tutto artificiale. Negli anni a venire, tutti (registi, scrittori, stilisti di moda..) dovranno con essa confrontarsi.
Oggi, maggio 2010, si ricordano i 30 anni esatti dalla morte di Ian Curtis – e l’alba è sempre più sfumata.
Enrico De Zottis
THE UNTOUCHABLE (parte 2)
Nell’articolo precedente, tra ciabattate, urla e schiamazzi, ci siamo congedati con una domanda molto impegnativa e sempre attuale, ovvero cosa distinguesse un genitore da un educatore.
In teoria nessuna differenza in pratica, la tendenza del comune vivere di oggi, sembra inquadrare il genitore e l’educatore in due ruoli differenti. Da un lato una sorta di clan (padre e madre) “uniti nella lotta” nell’assistenzialismo più totale impegnati nel crescere figli cibernetici solo capaci di vivere virtualmente, dall’altro, il ruolo dell’educatore, quasi totalmente delegato a nonni, maestre, insegnanti, baby sitter, allenatori ed in generale a figure esterne alla famiglia.
Nell’era degli appalti e dei contoterzisti, anche l’educazione sembra diventata materia di delega, una sorta di tacita “consegna” ad eseguire quello che oggi, in famiglia, si fatica ad insegnare: l’educazione alla vita.
Per tornare al clan dei ragazzini invorniti (come direbbe l’assessore Cangini) educare è sicuramente un esempio di libertà, di sperimentazione, di ricerca fuori dal coro, di coraggio, ma niente a che vedere con il tacito: “Fai quello che vuoi”!
Se guardiamo al mondo animale, ci accorgiamo che le madri (raramente i padri), sono esempi concreti di educazione, di apprendimento al volo, di caccia per il nutrimento, di apprendimento all’autonomia intesa come valore indispensabile a quella libertà di cui si accennava sopra.
E noi? Che razza di “animali” siamo diventati? Non sarà che essere d’esempio è diventato una fatica insopportabile?
Difficile a dirsi… sta di fatto che se da una recente indagine tra gli adolescenti, tra i valori più importanti della loro vita hanno elencato: i soldi, le raccomandazioni ed il culo tra i primi tre posti delle loro priorità, forse qualcosa andrà cambiato, a partire da quell’educazione al sacrificio tanto cara ai nostri padri (di sicuro al mio!)
… E a pensarci bene, Carla Fracci non è uscita da Amici e Mina non ha partecipato ad X-Factor.
Sarà anacronistico parlare di sacrificio nell’epoca delle comodità, ma se amore significa dare in maniera totale, credo che il dono più grande che si possa lasciare ai nostri figli sia una lezione magistrale non scritta, sul valore propedeutico dello sforzo come elemento motivante, indispensabile per vivere una vita emozionante dal valore inestimabile.
Barbara Fontanesi
Alla scoperta di Bergamo
May 25, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Città dalle origini antiche che si perdono addirittura in epoca pre-romana, Bergamo vanta una storia di tutto rispetto grazie al fatto di essere stata sia parte del vasto impero romano, le cui influenze si ritrovano nella pianta della città vecchia costruita in base alle coordinate del cardo e del decumano; sia di essere stata dominazione dei Visconti prima e della Serenissima poi, per finire, prima di divenire repubblica, con l’appartenenza, in epoca napoleonica, al Regno Lombardo-Veneto, che ne ha delineato le caratteristiche culturali in maniera più pragmatica. Città di lavoratori, di gente abituata a parlare poco e a rimboccarsi molto le maniche, patria di una florida industrializzazione, avviata dagli austriaci, e tuttora decisamente prospera che rende questo territorio, una delle vere città simbolo del lavoro in Italia.
Non si pensi però a Bergamo come comune moderno e privo di bellezze degne di nota. Merita sicuramente una visita la città bassa, raggiungibile facilmente sia in treno, sia in macchina. Questa zona è sede dei palazzi istituzionali, di qualche costruzione architettonica degna di nota come la Chiesa dei santi Bartolomeo e Stefano, ma soprattutto meta interessante per gli appassionati di shopping. Vero gioiello di architettura del passato è invece la città alta; vi si giunge percorrendo la strada che si inerpica salendo lungo le colline, snodandosi in una serie di curve ai cui lati si svelano, una dopo l’altra, abitazioni bellissime, per lo più ottocentesche, che meriterebbero un itinerario organizzato ad hoc. Vale la pena osservare queste attrattive facendo una suggestiva, anche se un po’ faticosa, passeggiata a piedi lungo i viali torti detti “scorlazzini”; in alternativa si può scegliere la soluzione più comoda e salire sulla funicolare che in pochi istanti trasporta i suoi passeggeri direttamente nel cuore della città alta, un vero capolavoro di architettura medievale. La città appare come una fortezza inattaccabile, cinta da quelle mura di eredità veneziana che le conferiscono un’aria inespugnabile, sinonimo dell’antica importanza strategica del territorio. All’interno si dischiude il cuore della città, costituito dalla Piazza Vecchia, al cui centro si trova la celebre fontana del Contarini. A corona di questo pregevole esempio di giochi d’acqua ci sono splendidi monumenti quali il Palazzo della Regione e la Torre Civica (Il Campanone) che da secoli ogni giorno scocca 100 colpi alle 22 precise. Sul lato sud della piazza si trovano il Duomo, la Cappella Colleoni con i celebri monumenti funebri dedicati al condottiero Bartolomeo Colleoni e a sua figlia Medea, il Battistero eretto da Giovanni da Campione e la Basilica di Santa Maria Maggiore, alla cui costruzione hanno lavorato artisti del calibro di Lorenzo Lotto e Andrea Fantoni. Questa costruzione presenta due bei portali laterali, a nord e a sud, ed ospita al suo interno la tomba del musicista Gaetano Donizzetti. Dopo aver visitato questa splendida area della città, si può imboccare l’arteria principale, via Colleoni che porta direttamente dalla Piazza Vecchia alla Piazza della Cittadella, sede del Museo Civico Archeologico e dell’importante Museo di Scienze Naturali; a pochi passi da qui si può visitare anche un pregevole Orto Botanico. La piccolissima Città Alta richiede davvero poco tempo per essere apprezzata in tutta la sua bellezza, eppure, come si ha modo di vedere, ospita in poco spazio davvero innumerevoli attrattive che meritano un’accurata visita.
Per i turisti che desiderassero fermarsi un po’ a Bergamo e pernottare in loco, una comoda sistemazione per riposare è il Bed & Breakfast Alba Città Alta. Ospitato all’interno di un palazzo seicentesco e arredato con cura, questo alberghetto offre stanze spaziose ed un discreto servizio cucina per la prima colazione dei proprio ospiti. La sua posizione è centralissima e quindi ideale per visitare le attrattive della provincia lombarda, vagando a piedi tra il patrimonio artistico della città. Interessante è l’alternativa proposta da La Valletta, un relais situato ai margini della città alta, in mezzo al verde e alla tranquillità di Castagneta. La struttura, oltre ad accogliere ottimamente i suoi ospiti mette loro a disposizione biciclette Mountain Bike per visitare le bellezze locali pedalando tra le splendide colline.
E dopo tanto camminare e scoprire, si sente l’esigenza di un pasto gustoso, magari a base di delizie tipiche del territorio. Per gli amanti della buona cucina un salto all’Osteria del Vino Buono è d’obbligo; nel cuore della città alta, un piccolo luogo raccolto in cui gustare le tipiche leccornie della cucina bergamasca, come i casoncei o la famosa e gustosa polenta accompagnata da saporito lardo.
I cultori del buon cibo che magari volessero passare una serata elegante e alla moda possono recarsi alla Taverna Colleoni Dell’Angelo. Gestito da un prestigioso chef, Pierangelo Cornaro, e situato nella cornice straordinaria di un palazzo del Bramante che si affaccia sulla piazza più bella della città, questo ristorante offre un servizio di classe ed un’atmosfera inconfondibile grazie alle sue ampie sale dotate di maestose volte che hanno affascinato persino il grande architetto Le Corbusier e che da sempre sono punto d’incontro per intellettuali, pittori e poeti. Il menù non è decisamente tipico della terra bergamasca, ma di certo se continua ad entusiasmare gli animi di architetti celebri e poeti famosi, come quelli di tutti i semplici passanti, vale la pena trascorrervi una piacevole serata.
Barbara Pellegrini
Roma, città eterna
Se altre città si affannano nella corsa alla tecnologia per la maggior parte di Roma si può affermare che questo problema non sussista: la tipica indolenza romana basata sull’antica arte del sapersi arrangiare ha creato un vero e proprio modo di vivere romano, romanzato ed esaltato anche da film come il felliniano La dolce vita. Un vivere creato e basato sulle bellezze artistiche della capitale, marmi impressionanti e musei sterminati come quello del Vaticano (senza contare le varie mostre sempre presenti) hanno regalato la certezza economica agli abitanti e lavoratori locali, pur aggiornandosi con i tempi (adesso, oltre ai rullini e alle usa e getta, vendono le schedine di memoria).
Se però vogliamo gustarci il sapore di una vera carbonara, arrabbiata e magari chiudere in bellezza con un abbacchio scottadito o un carciofo alla giudia dobbiamo recarci nella vera parte storica di Roma, quella autentica: Trastevere.
Trastevere ha avuto un destino altalenante: è passato da quartiere degradato per poveracci (dove i sorci la facevano da padrone) ad un quartiere d’èlite dove acquistare case e appartamenti a prezzi esorbitanti; la degradazione però è rimasta intatta, viene considerato come valore storico insieme ai vari murales disegnati negli anni.
Per chi abbia voglia di goliardia Trastevere è il posto giusto: qui ha sede il famosissimo Cencio La Parolaccia, dove bisogna prenotare una settimana prima per essere insultati dai camerieri ed essere oggetto di vari scherzi (vi giuro che è tutto vero: una dimostrazione di ciò la troviamo nel film Simpatici e Antipatici, con Christian De Sica e Funari).
Se invece vogliamo mangiare tranquillamente, senza doverci preoccupare di burle da caserma, allora nel ghetto ebraico (basta attraversare il ponte) compare Giggetto, un locale spesso frequentato da persone famose con un’ottima cucina e prezzi in linea con l’inflazione romana (primo che va dagli 8 ai 12 euro).
La parte di questa città che però mi ha fatto innamorare è stata la sua anima, i suoi tramonti sul placido Tevere e il suo modo di sapersi raccontare in tanti modi diversi: dalla decadenza della vera Roma che ancora ospita un chiosco per la veragrattachecca alla signorilità di via Condotti, dove fa sfoggio di sè un bellissimo Hard Rock Cafè che mi sono fiondato a visitare. Ottimo rock, memorabilia appesi alle pareti e cucina, con tanto di gadget shop dove ho acquistato una t-shirt con un trittico immortale: Live, Love, Rock.
Molti non riescono a vedere oltre la superficie e si limitano a vedere Roma nella sua parte più burina (così venivano chiamati i contadini fuori Roma che arrivavano nella capitale), fatta di stornelli sconci, borseggiatori, battute volgari e una voglia magnereccia caratterizzata da osti con il naso rosso e fiaschi di vino accasciati al suolo.
In realtà Roma ha un’anima profondissima, arricchita da millenni di storia e da stornelli romani molto dolci e commoventi come Tanto pe’ cantà di Nino Manfredi: è un’anziana signora che ogni giorno, tramite gli scavi onnipresenti, rilascia sempre nuove reliquie e ha cresciuto persone molto simpatiche e generose.
La tradizionale ospitalità romana esiste davvero, non è un aneddoto da film d’epoca; le signore romane oltre i 60 sono veramente come la nonna di Mimmo in Bianco, rosso e Verdone: gentili, con una buona parola per tutti, disposte a farsi in quattro e sempre pronte a chiaccherare e a raccontare uno scorcio della propria vita.
Ecco, gli scorci di vita: mi ricordo che sono stati la parte più bella delle mie piccole incursioni romane, questi racconti senza tempo di tante umanità che hanno dovuto trovare un modo per adeguarsi, con la città, all’incedere del tempo.
Come per tutti i tesori però bisogna aver la chiave: il romano di suo ha un carattere abbastanza diffidente e non inizia ad abbracciare il primo che incontra, tanto per intenderci. Una volta superata questa patina e appurate le buone intenzioni sono persone che si aprono a 360 gradi e ti mettono il cuore in mano, aiutandoti con un sorriso e magari consigliandoti anche posti meno noti da visitare (come il museo delle cere a piazza Venezia, che mostra i personaggi che hanno portato alla ribalta Roma in vari periodi storici).
Quindi, per chi non l’avesse ancora fatto, visitate Roma: avrete un affresco di vita ineguagliabile che vi accompagnerà per tutta la vita entrandovi nel cuore.
“Magic Arte”, ovvero il cammino di un artista
May 25, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
Ascona
Potremo definire Pier Daniele La Rocca, uno stretto connubio d’arte, musica e poesia che deriva da un suo processo emozionale legato all’infanzia e alle memorie ad essa connesse: quando da bambino osservava il nonno intento a dipingere nel suo studio sul Lago di Garda mentre la nonna suonava musica classica al pianoforte. Luci, suoni, parole, musiche e colori: memorie di ieri, magie che esprimono l’uomo di oggi. Pier Daniele, un artista vagabondo restio alle regole, alla ricerca di espressione senza vincoli, libera. Vagabondo tra India, Indonesia, Arabia, Brasile e Nord Africa, con alle spalle grandi ricerche di archeologia e storia dei popoli, bacino dal quale attinge tuttora. La trasversalità delle esperienze con i diversi materiali che impiega, quali ferro, legno, piombo, fuoco a cui unisce l’uso della scrittura, alternata a spartiti, note e testi poetici, trascina con se culture remote, rimette continuamente in campo pittura e musica come se creasse musica dipingendo o semplicemente come se dipingesse ascoltando musica. Ritrova ad Ascona analogie paesaggistiche nel gioco luminoso, terra-acqua del lago. Afferma infatti che i processi artistici devono moltissimo ai luoghi in cui si sviluppano, al tessuto sociale, a sentirsi parte di un pensiero. La grande mostra che ha curato ad Ascona “Magic Arte” ne esprime il concetto. Nelle note musicali Pier Daniele sente una capacità di energia sensoriale altissima in grado di preparare un tessuto emozionale nel momento creativo. I popoli antichi avevano intuito infatti, con la loro ritualità primitiva, che il suono è la forma d’arte più concettuale esistente. Basti pensare alle funzioni che assume ai loro occhi e al loro spirito la sinergia di ritmi, danze e rituali collettivi con l’espressione artistica della “pittura” del corpo, mediante crete colorate o tatuaggi. Anche nel Novecento, non pochi artisti, sono rimasti soggiogati dal fascino del binomio arte-musica: Kandinsky, Klee, Matisse e molti altri, hanno trasferito in segni e immagini il loro mondo di note. Per questo La Rocca non è un artista che ha fatto della sua pittura il solo luogo esclusivo di forme o colore, ma ha lasciato fluire altre componenti, diverse tra loro, ma affini e complementari. Una sfera emozionale spalancata all’infinito che è anche il concetto di fondo della sua arte e delle sue esposizioni. Segni, segnali, simboli, sono le radici dell’esistenza umana e della sua idea di continuità fra vita e morte.
“La porta infinita”
Nomi di pietra
Bussano alla porta
del tempo
“per sempre”
È la magica parola
d’accesso.
Carla Aghito
Greta Garbo, il mistero di una diva
May 15, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
Il museo Salvatore Ferragamo di Firenze si veste di misterioso fascino per ospitare la mostra sulla “Divina”, così come venne soprannominata, Greta Garbo.
La mostra, intitolata “Greta Garbo il mistero dello stile” e voluta dal pronipote Craig Reisfield, rimarrà esposta fino al 09 agosto e si potranno ammirare abiti, cappelli, foulard, guanti, scarpe, pantaloni e camicie appartenuti a un personaggio che è divenuto icona di stile e fascino; ma anche i costumi da film, recuperati da istituzioni, musei e collezionisti privati.
Per tutti gli amanti del fashionable questa mostra è imperdibile, perché rivela i mille volti di un’attrice che, lungo il suo percorso, ha mostrato slanci di irripetibile fascino mescolando uno stile inizialmente definito androgino con giacche di taglio maschile, pantaloni e cravatte, per poi passare ad uno stile seducente ed elegante, da prima donna; il che rivela la sua natura ambivalente e la sua continua voglia di mettersi sempre in discussione.
Infatti la vita di Greta Garbo è sempre stata segnata da alti e bassi, rigettando sempre quel mondo pieno di luci a cui lei voleva sottrarsi, svelando un’alta dose di riservatezza, soprattutto per quanto riguarda la sua vita privata.
Nasce a Stoccolma nel 1905 e inizia la carriera grazie all’incontro con il regista Erik Petschler nell’estate del 1922. In seguito conosce il regista finnico Mauritz Stiller e in quel periodo l’attrice decide di cambiare il suo vero nome Greta Lovisa Gustafsson in Greta Garbo.
Nel marzo del 1924 a Stoccolma viene presentato il film La saga di Gösta Berling, apprezzato dal pubblico, ma disapprovato dalla critica; Stiller decide così di ripresentarlo a Berlino, dove registra un successo incondizionato. È lì che Greta fa conoscenza con il regista Georg Wilhelm Pabst, che le offre una parte nel film La via senza gioia, la pellicola si rivelerà un classico della cinematografia e servirà alla Garbo per lanciarsi verso un futuro hollywoodiano.
Dal 1927 al 1937 Greta interpreta una ventina di film muti, che la vedono sempre calata nel ruolo della seduttrice, cosa che la rende talvolta scontenta nei suoi dilemmi da attrice.
Nel 1930 arriva il suo primo film parlato Anna Christie. Un altro momento di svolta è nel 1939 quando Ernst Lubitsch ne fa la protagonista di un’esilarante commedia, Ninotchka, in cui la diva dimostra impensabili doti di attrice brillante e dove, per la prima volta sullo schermo, la si vide ridere.
Anche la vita privata della Garbo è stata contrassegnata da forti ambivalenze. Molto chiacchierata a Hollywood la storia d’amore con l’attore americano John Gilbert e quella con il compositore Leopold Stokowsky, coronata da una fuga d’amore a Ravello, sulla costiera amalfitana. Ma ancora più discussa la sua bisessualità e la citata relazione con la poetessa statunitense di origine spagnola Mercedes de Acosta.
Greta Garbo si ritira ben presto dalle scene, a soli 36 anni, stanca della notorietà, forse il motivo è legato alla troppa riservatezza, troppo spesso violata, dell’attrice.
La rivista Variety l’ha nominata migliore attrice dei primi cinquant’anni del secolo; le è stato inoltre conferito un premio Oscar alla carriera nel 1954 ed è stata candidata ben quattro volte come migliore attrice dall’Academy Awards. Ha trascorso molto tempo a Taormina, ospite del dietologo delle dive Gailord Hauser, dando sfogo alla sua bisessualità che, in una città trasgressiva come Taormina, meta di molti omossessuali, non faceva notizia.
La “Divina” è diventata ed è tutt’ora un’icona del suo tempo e un mito nell’immaginario collettivo perché racchiude il fascino di una diva elegante intrappolata nella sua riservatezza e trasparenza d’animo.
Lara Biccheri
E crisi sia
Tanto temuta, tanto discussa, tanto evocata e tanto inflazionata.
Inflazionata quanto il suo tasso drammatico che si è presentato implacabile in Grecia, dove la bancarotta dello Stato ellenico è un dato di fatto.
Una crisi, che ha chiamato a raccolta gli altri Paesi europei per andare in soccorso di un malato in condizioni disperate.
E il timore che possa essere iniziato un potenziale e, molto temibile, effetto domino.
Sotto la lente di ingrandimento anche Spagna e Portogallo.
L’Europa sembra oggi un gigante dai piedi di argilla e dalla corazza di carta velina.
Germania e Francia le due virtuose protagoniste e le altre, a far loro da damigelle d’onore e da semplici comparse.
L’Italia, dapprima sospettata di far parte del Gruppo dei Paesi a rischio e, subito dopo, diventata come per magia, una delle più virtuose ed autorevoli (bah, ci sembra molto strano) nel varare un piano di crisi per risolvere la situazione di assoluta emergenza in cui è piombata la Grecia.
Mistero della Fede, direbbe qualcuno.
Un Paese il nostro, talmente autorevole nel suo cammino e nel suo modo di agire, che ogni tanto fa degli scivoloni in casa propria, che non sembrano assomigliare per niente a dei virtuosismi di cui andare fieri.
Accadono fatti, dalla frequenza imbarazzante peraltro, che lasciano l’opinione pubblica molto più sconcertata di quanto in realtà si voglia far credere.
Una sorta di tangentopoli in chiave moderna, dove oggi, a differenza di ieri, ci si muove per avere un vantaggio economico personale, mentre prima lo si faceva per il finanziamento (illecito ) del proprio partito.
E qui si potrebbe sottolineare come qualcuno abbia già cominciato a recitare il vecchio adagio: “Si stava meglio quando si stava peggio”.
La cosa vera è che la corruzione in Italia esisteva in passato ed esiste tuttora e ahi noi esisterà sempre, perché la politica italiana è infetta come un bubbone.
Il Paese è davvero in crisi, chi ha un lavoro lo perde, chi lo cerca non lo trova e chi è in cassa integrazione ci rimane fino al suo scadere.
I giovani iniziano con stage non retribuiti che vengono rinnovati a tempo indeterminato.
La politica è sempre più lontana dai problemi reali (o meglio, è mai stata vicina ? ) e, sempre, dannatamente attenta alle beghe di palazzo e ai giochi di potere dei vari cortigiani presenti a Corte, con cani da guardia addestrati a lasciar fuori chiunque tenti di avvicinarsi.
Una politica, in cui la gente non si riconosce e da cui, allo stesso tempo, si allontana sempre più, anche se poi vota supinamente e stupidamente sempre il Cavaliere ridens ( ci chiediamo poi, se esista in Italia un’alternativa credibile da contrapporgli e, la risposta, ci appare scontata ).
Oggi la politica non è interessata a rispondere alle richieste dei cittadini che l’hanno mandata al potere ed è sempre più allenata a non cadere dalla poltrona, sempre più confortevole e riscaldata dalla corruzione. Che bel Paese !
Norman di Lieto
La Comunicazione come colonna sonora
May 14, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Il Prof. Mauro Pecchenino e Barbara Fontanesi
Non è solo un Saggio sulla Comunicazione d’Impresa è anche qualcosa di più.
Ed è proprio per questo motivo che l’Università di Modena e Reggio Emilia ha voluto presentare ufficialmente il volume edito da Laterza alla Sala Mediateca dell’Ateneo reggiano lo scorso 12 maggio.
Al tavolo, l’autore Mauro Pecchenino, Consulente internazionale di Comunicazione d’Impresa e Docente universitario all’Università Iulm, all’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano e all’Università di Modena e Reggio Emilia.
Con lui, al cospetto di una sala gremita di studenti interessati e coinvolti in maniera attiva durante la discussione, sono presenti il Prof. Roberto Ravazzoni moderatore dell’incontro, Barbara Fontanesi e Norman di Lieto.
Barbara Fontanesi, già campionessa di pallavolo sulla scena nazionale ed internazionale, oggi attiva nell’ambito del design e della comunicazione come Consulente ed imprenditrice, ha messo in evidenza i diversi aspetti che contraddistinguono l’attività professionale dell’autore.
Dalla lunga attività professionale di Mauro Pecchenino, iniziata nel mondo del giornalismo, non dimenticando poi i suoi indimenticabili trascorsi con Gino Paoli e Fabrizio de Andrè, genovesi come lui, passando per le varie esperienze come Direttore Marketing nel Regno Unito e alla nascita della sua Agenzia di Comunicazione, dove importanti progetti hanno preso il via, di cui, diversi, raccontati nel Saggio: “La comunicazione d’impresa”.
Unico italiano, vincitore dell’Award di Comunicatore europeo dell’anno nel 2004 e, autore del best seller: “Organizzare gli Eventi”, Mauro Pecchenino, ha inoltre fondato nel 1994 l’Osservatorio sulla Famiglia e la Persona.
Proprio l’Osservatorio, risulta essere una realtà estremamente interessante, proprio per la capacità di affrontare i problemi all’interno della coppia attraverso l’utilizzo della comunicazione.
Dalla raccolta delle numerose testimonianze nasce nel 2004, il Volume: “Un muro di parole” edito da Rizzoli, dove l’amore e le sue molteplici criticità vengono raccolte in un libro attraverso il metodo dell’inchiesta giornalistica, dando all’opera contenuti ricchi di pathos come se si trattasse di un romanzo.
Nei numerosi aspetti della vita professionale di Mauro Pecchenino, la comunicazione ha sempre avuto un ruolo di primaria e fondamentale importanza.
Norman di Lieto, fondatore di Comunicazione PER VOI, ha messo l’accento sull’aspetto estremamente innovativo dell’introduzione della figura dell’integratore, all’interno del Volume edito da Laterza.
L’integratore è come una sorta di direttore d’orchestra, un Professionista che andrà a cambiare radicalmente il panorama dell’universo comunicazione nelle imprese, siano quelle di grandi dimensioni o di quelle medio piccole.
Alla fine spazio alle domande della platea.
Giovane, appassionata ed interessata alle opportunità professionali che in questo settore si potrebbero aprir loro, in un mondo affascinante ma senza dubbio complicato.
A loro, il Prof. Pecchenino lascia pochi ma indispensabili ingredienti e, se qualcuno decidesse di intraprendere quest’attività professionale, ecco alcuni consigli: conoscere le lingue, studiare sempre e leggere tantissimo.
Dai quotidiani ai giornali specialistici passando per le opere letterarie classiche, senza farsi mancare nulla, perché un bravo comunicatore è colui che ha sempre desiderio di conoscere, approfondire e migliorarsi continuamente.
Se volete poi scrivere, per saper scrivere, imparate a leggere e a prendere spunto dalle opere di qualsiasi tipo, meglio ancora se quelle rappresentate dai classici.
Isabella Cammarano
Flipmagazine Vi segnala ulteriori articoli di approfondimento relativi all’evento sul blog di Comunicazione PER VOI.
Mauro Pecchenino: “La Comunicazione d’Impresa”
Editori Laterza
Collana libri del tempo
Ma la TV è educativa ?
La televisione, un soggetto complesso con cui ci relazioniamo costantemente.
Vi è decisamente troppo da dire al riguardo, moltissimi ambiti di riferimento e una quantità infinita di dati, studi e ricerche, senza contarne i prodotti. Tra questi, soprattutto nell’ultima decade, vi è stato un boom negli ascolti e nelle produzioni di serial televisivi. Basta dare un’occhiata ai palinsesti delle varie reti, free o a pagamento, per veder sbucare ovunque titoli inglesi, italianizzati, o decisamente nostrani. I testi che vengono sviluppati, prodotti e proposti a noi pubblico sono spesso prodotti di qualità, ricchi di riferimenti al cinema, alla letteratura e alla realtà, accompagnati da linguaggi freschi che riprendono il mondo reale, pieni di simboli e metafore che possono condurre lo spettatore attento a riflettere.
Secondo i Cultural Studies poi, i programmi televisivi e le fiction in particolare, sono una risorsa da utilizzare poiché offrono immagini di realtà che influenzano le mappe cognitive degli individui, mettono a disposizione schemi di spiegazione degli eventi quotidiani, forniscono repertori di espressioni, simboli, figure retoriche, attivano quadri comunicativi…
Come per ogni cosa tocca a noi saper utilizzare questa preziosa ed efficace risorsa nel modo più opportuno. Ad esempio sono moltissime le ricerche che spiegano come l’immagine del corpo femminile e maschile, trasmessa dalla tv, abbia finito per distorcere la percezione della realtà di molti adolescenti; lo stesso dicasi per la rappresentazione di tematiche come malattie e disagi psicologici. I media tendono costantemente a descrivere casi limite o particolarmente gravi ma, così facendo, causano una distorsione nella percezione delle persone con problemi mentali che vengono costantemente additate attraverso termini spiacevoli e inadeguati e, spesso, definite pericolose. Nella maggioranza dei telefilm si trovano personaggi con una problematica di identità sociale, soli e senza lavoro; inoltre il 70% di loro risulta aggressivo e violento, in contrasto però con la realtà, per la quale ben il 92% non ha mai mostrato alcun segno di violenza.
L’effetto dell’esposizione può però anche essere positivo e ottenere quello che è chiamato edu-tainment, ossia educazione assieme all’intrattenimento. In America è stato confermato che la televisione è diventata un educatore, per quanto riguarda il sesso, usurpando il ruolo dei genitori. Uno studio americano si è, ad esempio, concentrato su un episodio di ER e sull’importanza della contraccezione che viene spiegata durante la messa in onda: il risultato è stato l’aumento del 17% della contraccezione tra i fruitori più assidui del programma.
Forse una riflessione è d’obbligo.
Francesca Stefanachi
Un angolo di Lombardia con l’arte nel DNA
May 9, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Opera di Carlo Oberti
Il nostro giornale prosegue il suo viaggio alla scoperta di angoli d’Italia che, meno noti al grande pubblico e ai media, offrono momenti e angoli di notevole interesse, per chi vuole trascorrere un fine settimana piacevole e fuori porta. Qui siamo a una ventina abbondante di chilometri dal centro di Milano, in provincia di Lecco, nel Meratese, Merate è il centro “capoluogo”, dove il verde e le colline, con accanto lo sguardo benevole delle montagne, la Grigna prima fra tutte, vigila su tutto. E’un territorio (le località più interessanti sono Montevecchia, con un look molto Chiantishire, Osnago, Cernusco Lombardone, Robbiate), ancora molto vivibile, con tante possibilità di escursioni a piedi, in bicicletta e a cavallo, tra verde a perdita d’occhio e la sensazione di essere lontano anni luce dal caos cittadino. In realtà, con mezz’ora di treno si arriva alla stazione di Porta Garibaldi, nel cuore di Milano. Ci sono tante cose interessanti da vedere, in particolare alcune ville antiche e aperte al pubblico che offrono mostre d’arte, che non hanno nulla da invidiare alle sedi storiche della grandi città. In particolare, questo è un territorio che dà grande spazio all’arte e ad artisti, di ogni generazione, che hanno cose da dire. Di recente il progetto “Qui, già, oltre” (diventato poi un volume per i tipi di Silvana Editoriale), animato e curato dal critico Simona Bartolena, ha dato vita a tante mostre, con alcuni momenti degni di nota. Di recente, un locale di Robbiate, “L’Osteria dello Strecciolo”, gestito dallo chef Stefano Riva, allievo di Gualtiero Marchesi, Ezio Santin e Pierino Penati ha inaugurato nel suo spazio una stagione di mostre personali che hanno visto avvicendarsi nomi ormai consolidati a livello nazionale come Armando Fettolini, Dolores Previtali, Andrea Cereda e, in queste settimane Carlo Oberti, ossolano di nascita e bergamasco di adozione, un’originale figura di scultore – pittore che unisce materiale di tutti i giorni, una serie di contenitori dove spesso domina il bianco assoluto, con altri oggetti colorati, come biglie e gocce di cristallo. Una serie di opere che soddisfano l’occhio e la mente, con una comunicazione insieme semplice e sofisticata. Il silenzio, il gioco, il rigore geometrico, uniti alla voglia di fermarsi a riflettere, offrono al visitatore uno squarcio di quiete nello scorrere quotidiano delle cose. Afferma l’artista: ”I miei lavori trovano forma dal silenzio e dalle prime luci del giorno, segno e forme si modellano con la luce, dall’alba al tramonto, dove il bianco è il colore della luce”.
Per chi vuole trascorrere qualche ora nel verde, senza trascurare l’aspetto culturale, per chi vuole lasciare la città e ricreare un po’ lo spirito, questo angolo di Lombardia risulta ideale.
*FlipMagazine consiglia :
- L’hotel Melas, a Merate, non caro e accogliente
- La gelateria Spini , a Robbiate, a sua volta spazio per l’arte e con prodotti genuini
- L’Osteria della Strecciolo, a Robbiate, con un ottimo rapporto qualità prezzo, una cucina creativa, non esageratamente “creativa” e una cantina variante e invitante.
In zona, ci sono anche alcuni ottimi agriturismo e altri ristoranti come Il Tricudai (Lomagna), Passoni (Montevecchia), Il Covo, con un’atmosfera da bistro parisien (Osnago).
Mauro Pecchenino



















