I colori di Londra, capitale d’Europa
March 30, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
La capitale d’Europa è sempre lì ad attenderti: tradizionale ed innovativa, regale e popolare, snob e democratica, elitaria e integrata, ferma e tollerante.
In una parola: Londra.
La città ti accoglie come se ne facessi parte da sempre, se la sai vivere, se sai respirare il suo inconfondibile mood, se ne sai cogliere ogni diverso aspetto, ognuno simile all’altro, ma allo stesso tempo unico, ti ritroverai cittadino londinese ancor prima di aver disfatto le valigie.
Londra è piena di colori.
Il grigio, quello più famoso, quello che sovente le viene accostato è nel dna della capitale del Regno, ma, per fortuna, è affiancata da innumerevoli gradazioni diverse e da tonalità così differenti dal color fumo, da restarne incantato.
Partiamo dal verde.
Il verde dei parchi immensi, dove spaziare, oziare, camminare, correre o semplicemente osservare chiunque li popoli con l’aria di chi sembra sia in pace con l’universo e che pare non conosca incazzature di sorta.
Il giallo del sole che ormai a Londra non conosce più le timidezze di un tempo, raggi luminosi la baciano e irradiano sulla città uno splendore regale tipicamente vittoriano.
L’azzurro del cielo che sovente rimane terso anche in periodi dell’anno che hanno dell’insospettabile e che permettono di potersi godere la città, molto più che in passato.
Il rosso è il colore della passione, la passione che i londinesi mettono in qualsiasi attività li veda impegnati: dalla professione alla politica, dallo sport al tempo libero, fino ad arrivare all’amore che riversano nei confronti dei propri hobby.
Il blu è il colore della notte, una notte mai banale, che non conosce noia e, senza ombra di dubbio, sempre generosa nel regalarti emozioni, soprattutto se sei pronto ad accoglierle entrando nello spirito del divertimento e dell’innata capacità di socializzare degli inglesi.
Tutto questo è la città di Londra, per chi ogni volta che la vive, ne coglie e cerca di far propri aspetti e peculiarità così uniche.
Poi la città vi offre luoghi da visitare in maniera infinitesimale.
Per quelli vi lasciamo alle guide turistiche, noi volevamo regalarvi l’emozione di vivere una città che fa battere il cuore.
Almeno a noi.
Norman di Lieto
Libertà e scelta nell’ultimo Ozpetek
March 28, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
Ferzan Ozpetek, abbandonata Roma, città che è stata la coprotagonista indiscussa di tanti suoi lavori precedenti, ambienta il suo ultimo film a Lecce, città meravigliosa e patria di quel barocco che rende la città salentina così affascinante e, per chi non lo avesse ancora fatto, da visitare il prima possibile.
In un cast efficace, su tutti un bravissimo Ennio Fantastichini, un’ottima Elena Sofia Ricci e un intenso Alessandro Preziosi, purtroppo relegato ad un ruolo marginale rispetto al (monocordo e ingessato) protagonista Scamarcio, personaggio attorno al quale si muove tutta la trama del film.
Il film, rispetto ai precedenti, risulta meno intimista, cercando di abbracciare in maniera più convinta, elementi contraddistinti da ironia e forti accenni alla commedia all’italiana, con richiami a Pietro Germi, uno dei suoi imprescindibili alfieri.
Un padre ( Fantastichini ), industriale nella produzione di pasta, riabbraccia il figlio piccolo ( Scamarcio ) di rientro da Roma e, scopre, che il figlio grande nonché suo delfino ( Preziosi ), è omosessuale, così come ammesso davanti ad una tavola imbandita.
Tra lo stupore generale dei presenti, in primis, quello del fratello minore cui viene rubata la scena madre, dato che era rientrato a Lecce per dichiarare la propria omosessualità alla famiglia.
In un vortice di isterismi del padre, il figlio piccolo evita di fare coming out per non dare un ulteriore colpo alla famiglia, già decisamente provata dalla confessione inaspettata del fratello maggiore.
Attorno alle vicende familiari e ad equivoci assortiti e gag, non originali, ma commercialmente divertenti, sconosciute in passato nei film del regista turco/italiano, il plot procede tra drammi veri o presunti, vita di provincia e, con due figure femminili che si inseriscono nei tempi del film con modalità e tempistiche differenti.
La prima, è la figlia del nuovo socio del padre dei due ragazzi.
Una ragazza, all’apparenza forte, ma fragile, triste e decisamente sola.
Si lega al fratello più piccolo, quando estromesso il fratello maggiore dall’azienda per volere paterno, si trovano a lavorare fianco a fianco e a incontrarsi anche dopo il lavoro. Un feeling molto delicato e che, non porterà, ovviamente, a nulla, vista l’omosessualità del personaggio interpretato da Scamarcio.
La seconda è rappresentata dalla nonna interpretata da un’immensa Ilaria Occhini, attrice con una presenza scenica ed un’altera signorilità di straordinario effetto.
La nonna apre e chiude il film, proprio con la decisione difficile e non voluta di sposare ( nei flashback, in abito da sposa, è interpretata da Carolina Crescentini ) il fratello dell’uomo che realmente amava.
Con purezza affianca i protagonisti del film con la sua presenza discreta, ma fortemente sentita da tutti i componenti della famiglia, spingendo i nipoti affinchè seguano i loro desideri e le loro inclinazioni, onde evitare di compiere ciò che lei, suo malgrado e, dati i tempi di allora, non aveva potuto fare: sposare l’uomo che realmente amava.
Un fardello che porterà sempre con sé, con cui ha dovuto convivere fino alla morte.
Un elemento rimane fondamentale per essere felici: vivere come meglio si crede, seguendo ciò che riteniamo migliore per noi e non in base a ciò che gli altri desiderano per la nostra vita che, appunto, è solo nostra.
La libertà è sinonimo di scelta.
Chi sceglie seguendo i propri desideri e attitudini è libero, tutti gli altri sono solo dei lacchè della vita.
Norman di Lieto
La riforma sanitaria: morte ad una lobby assassina
È una riforma rivoluzionaria, una Legge destinata a passare alla storia e a mettere Barack Obama nel novero di grandi Presidenti, come Roosvelt e non è cosa da poco.
La riforma sanitaria negli Stati Uniti d’America, voluta fortemente dall’uomo più potente del mondo, ha tutti gli elementi per essere considerata la più grande rivoluzione riformista che si ricordi negli ultimi anni di piattume politico a livello globale.
Perché diciamo questo?
In primis, il fatto che gli Usa non siano mai stati fautori, a differenza della maggior parte dei Paesi europei, del servizio sanitario nazionale esteso a tutti.
La polizza assicurativa era la cartina di tornasole dietro la quale ci si potevano permettere cure degne di essere chiamate tali, in base alla cifra destinata alla propria assicurazione individuale.
Tale riforma obbliga invece, da adesso, tutti gli americani ad avere un’assicurazione medica.
Cosa comporta questo obbligo?
Consentirà, proprio a 32 milioni di cittadini americani in più rispetto ad oggi, di avere accesso libero alle cure mediche. Una sconfitta, in pratica, di una lobby che appariva invincibile ed era per la civile America anche una bella vergogna !
L’altra grande rivoluzione di questa Riforma è il divieto per le Compagnie assicurative di poter negare la copertura sanitaria, né tantomeno di poterlo fare nei confronti delle persone affette da malattie oncologiche.
Proprio Barack Obama, si dice abbia ottenuto una doppia vittoria, a causa del fatto che il Presidente, vide morire la madre di cancro, perché tutte le Compagnie di assicurazioni le negarono la copertura medica, abbandonandola al proprio destino.
A fianco di Obama, tra i grandi fautori di questa Riforma, Nancy Pelosi, senatrice democratica e vero artefice del successo di questa Legge, grazie al suo instancabile lavoro effettuato con i deputati del Congresso, per ottenere i 216 voti necessari per far passare il Testo.
Quando la politica torna ad essere uno strumento utlizzato da pochi ( gli eletti ) nei confronti di tutti ( i cittadini elettori ) come è successo in questi giorni negli Usa, quasi sembra ci si possa riconciliare con essa (bah, è meglio non esagerare!)
Quella politica così come definita da Aristotele, ovvero l’amministrazione della polis per il bene di tutti i cittadini, per la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano.
Pronto Italia?
C’è qualcuno di vivo e che può dimostrare di non meritare la galera?
Alfonso della Mura
Mina: la colonna sonora di un momento
Cosa dire di una cantante come Mina, cosa dire per celebrare un’artista straordinaria come la tigre di Cremona?
70 anni e non sentirli.
Da diversi anni lontana dalle scene e dai riflettori, si è rifugiata in Svizzera, gelosa di una privacy che protegge con fermezza e da cui non sembra ci possa essere ritorno.
D’altro canto un mito vivente come lei, che ha rappresentato con la sua immensa grandezza il nostro Paese, percorrendone la storia del costume e della società che andava lentamente, ma in maniera inesorabile, cambiando, ha deciso di non essere una sorta di highlander, sempre sotto la luce dei riflettori, coerente con questa sua decisione come da lei affermato tempo fa: “Essere immortale non mi interessa, a me piace invecchiare.”
Eppure se ne sente la mancanza.
La mancanza di una donna e di un’artista unica che ha segnato un’epoca e, che allo stesso tempo, ha contraddistinto in maniera totale le storie personali di molti di noi.
Mina è riuscita con le sue canzoni a fare da colonna sonora della vita di un’intera generazione che ancora oggi non trova, a ragione, un’artista così completa che possa riuscire a raccoglierne l’eredità.
Le sue canzoni ancora oggi rappresentano per molti italiani un’icona che riproduce un pezzo della loro vita.
Cara Mina che dirti, siamo tutti e, non potrebbe essere diversamente, rispettosi della tua scelta e consci allo stesso tempo che non tornerai sui tuoi passi.
Ci sia permesso però solo di confidarti una cosa: ci manchi come non mai.
Canta e il nostro tempo passerà un po’ più ritmato e, oggi, di ritmo, ce n’è tanto bisogno.
Bianca Fontanelli
CREMONA: una meta insolita tra musica e sapori
March 21, 2010 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
La primavera si avvicina e con questa si riaccende la voglia di trascorrere il tempo libero fuori casa all’aria aperta. Chi al mare, chi in campagna per il weekend, chi magari a visitare una città d’arte del nostro paese che ancora non conosce.
Turòon, Turàs, tetàs, cita un vecchio proverbio locale su Cremona, nota scherzosamente come la “città delle tre T”, in onore delle bellezze che la caratterizzano: il torrone, simbolo culinario del capoluogo, il Torrazzo, emblema architettonico che, con la sua altezza, domina la città, e, per quanto riguarda la terza T beh…diciamo che allude al fascino procace delle voluttuose donne che abitano questa terra. Detto popolare a parte, questa piccola città che non consta nemmeno 100.000 abitanti, e che non molti sanno essere una provincia della regione Lombardia, racchiude davvero splendide ricchezze. Ubicata nel cuore della Pianura Padana, a ridosso delle rive del fiume Po, questa località è infatti un vero gioiellino concentrato in uno spazio piuttosto piccolo, che permette di essere visitato anche in un giorno.
La sua posizione di città fluviale, crocevia di traffici e commercio per l’Italia settentrionale, ha assicurato a Cremona una storia ricca di vita sin dall’epoca romana. L’aspetto odierno della città porta i segni dei secoli che ha attraversato e dell’importanza che ha avuto; le sue ricchezze monumentali sono molte e oggi le assicurano un nuovo splendore legato al turismo, nonostante ovviamente essa abbia perso la sua importanza di porto commerciale.
L’epoca medievale è quella in cui videro la luce i monumenti più significativi della città: il Torrazzo e la Piazza dei Militi. Il primo è un campanile in materiale laterizio, uno dei più alti d’Italia, e una delle torri campanarie più elevate al mondo con i suoi 112,27 metri percorribili dai turisti più atletici attraverso 502 stretti e ripidi scalini. Al quarto piano, è incastonato uno degli orologi astronomici più grandi del mondo; costruito da Francesco e Giovan Battista Divizioli tra gli anni 1583-1588, l’orologio rappresenta la volta celeste con le costellazioni zodiacali attraversate dal moto del Sole e della Luna. La torre, che si trova nella piazza principale, domina la città e, dalla sua vetta, consente a chi non soffra di vertigini una vista su tutta la pianura circostante che è davvero mozzafiato. Accanto a questo imponente monumento architettonico si erge il Duomo di Cremona, un vasto tempio romanico riadattato con elementi gotici, rinascimentali e barocchi costruito nel XII secolo e affiancato dal Battistero di San Giovanni Battista. La Loggia dei Militi è una costruzione di pregiata fattura situata sempre a ridosso della piazza principale, di fronte al Duomo. Costruita nel 1292 come luogo di riunione della “Società dei Militi”, alla quale appartenevano i più ricchi ed eminenti abitanti della città e del suo territorio, nel suo portico viene tuttora conservato l’emblema della città: una composizione scultorea costituita da due Ercoli, in onore del leggendario fondatore dell’originario centro abitato, che reggono in mezzo tra loro lo stemma cittadino.
Cremona da sempre ha avuto un forte legame con la musica, non dimentichiamoci infatti che diede i natali al grande compositore Claudio Monteverdi e al famoso liutaio Antonio Stradivari. Passeggiando per le strade della città si incontrano nel giro di pochi passi una serie di piccole botteghe le cui vetrine espongono violini, viole, violoncelli, a testimonianza che la tradizione del passato non si è andata perdendo e che anzi essa rivive ancora oggi praticata con estrema maestria da esperti artigiani conosciuti in tutto il mondo. Il Museo Stradivariano espone una serie di pezzi pregiati ed illustra in maniera esauriente quello che sta dietro a questa pratica di origine antica. E lo spirito di questa città legata in maniera così stretta alla musica deve essersi trasmesso necessariamente nel DNA delle generazioni di cremonesi giunte fino ad oggi se si pensa che una delle più grandi voci del nostro tempo, Mina, è nata e cresciuta proprio in questo capoluogo.
Le strette vie di origini romaniche che costeggiano il centro sono sede di diverse locande in cui ci si può imbattere facendo due passi per osservare le belle architetture dei palazzi; sono posti rustici che spesso esistono da qualche secolo e in cui è possibile gustare le specialità tipiche della zona, come un bel piatto di tortelli di zucca o la gustosa mostarda dal sapore agrodolce ed il torrone. Se si vuole assaporare al meglio la ricca tradizione culinaria locale, nei mesi di Ottobre e Novembre, alcuni ristoranti del posto danno vita alla Rassegna “A tavola con la tradizione cremasca”. In tutti gli altri periodi dell’anno si può sempre optare sulla Antica Locanda Bissone, esercizio storico di interesse regionale della Lombardia, essa viene considerata la più antica trattoria-osteria di Cremona, risalente addirittura al 1500-1600. Caratterizzata da un’atmosfera calda ed accogliente, propone piatti regionali e della tradizione cremonese preparati e cucinati in casa.
Barbara Pellegrini
IBIZA, un mito che non tramonta
March 21, 2010 by admin
Categoria: world wide
Vogliamo darvi un’immagine diversa dalla Ibiza by night, famosa per le sue notti pazze e trasgressive che le hanno attribuito il titolo di “Reina de la noche”. Si ignorano infatti spiagge e meravigliose calette sul lato nord dell’isola e caratteristici villaggi in stile catalano per chi cerca una vacanza più tranquilla e rilassante. Alla fine degli anni ’60 Eivissa divenne il ritrovo degli hippy di tutta Europa, oggi i pochi rimasti vivono in libertà nelle fincas in campagna e si ritrovano ogni sabato a S. Carlos per un variopinto mercatino dove espongono il loro artigianato e le loro curiosità. Per il suo ottimo clima, in questi ultimi 10 anni è diventata residenza di tedeschi, inglesi e madrileni in pensione o in affari. Anche l’incredibile sviluppo immobiliare non ha svilito questo angolo di paradiso dove la natura continua ad essere protagonista. E’ chiamata anche Pityûssa perché quasi interamente ricoperta da pini marittimi; il 40% del territorio, infatti , è riserva naturale protetta e fa di questa isola un vero paradiso terrestre. Un celebre locale a S. Antonio, “Il Cafè del Mar” ci accoglie e, soprattutto al tramonto ,si può prendere un aperitivo ascoltando musica chillout , sprofondati nei sui soffici divani, o seduti più naturalmente sulla sabbia. Qui centinaia di persone, in silenzio, lo sguardo al sole che tramonta, vivono ogni giorno questo magico momento. Raramente le spiagge sono sovraffollate, rappresentano quindi una vera oasi di pace nella movimentata Ibiza. Vi consiglio, a riguardo, cala Xarraca e cala Xucla, forse le più isolate tra le baie ma le più incantevoli. La Salinas ed Es cavaillets le più divertenti, mondane, circondate da pini e conifere. Ristoranti e chirinquitos si snodano sia lungo le insenature, sia all’interno dell’isola, che ci offre una cucina ricca di piatti di terra e di mare: verdura, frutta e ortaggi sono i principali prodotti degli orti isolani, crostacei e pesci ne rappresentano la maggior risorsa. Gran parte dei ristoranti sono comunque indirizzati a una cucina internazionale, considerata la cosmopolicità dell’isola.
Vi consigliamo, in proposito “La Brasa” nel cuore di Ibiza: d’inverno si può cenare riscaldati dal piacevole fuoco del camino, in primavera e in estate nel lussureggiante giardino interno, il più grazioso della zona portuale. La Torreta, situato nei bastioni di Dalt Vila ci offre una cucina raffinata fatta di piatti particolari per una serata speciale!
La Capella è un ristorante sulla via S.Antonio costruito all’interno di una cappella del XVIII sec. Affascinante l’ambientazione, ottima la cucina.
Ma arriviamo alle famosissime notti ibicienche! Dagli storici street cafè “Zoo e tango” che si animano dalle 11 in poi, ai club più esclusivi come il Privilegi, dove scorrono fiumi di cocktails, le discoteche fanno da protagoniste con i loro eventi trasgressivi, le loro atmosfere magiche. Il Pacha non è famoso solo per la sua storia, ma anche per i suoi ambienti in ognuno dei quali, musiche diverse, personaggi stravaganti ed eccentrici animano le serate.. L’Amnesia…. negli anni ’70 era l’ultima discoteca della notte…Ingresso alle 6 del mattino, con occhiali da sole per assistere al nascere dell’aurora o al nascere di nuovi amori…..Oggi è famosa per i suoi schiuma-party. Dalle 11 della noche alle 8 della manana; ovunque è ritmo contagiante. E’ una destinazione speciale, una terra caliente dai forti contrasti, dove ci si sente liberi di vivere sogni ed emozioni, dove ognuno può trovare un po’ di se stesso.
Carla Aghito
Da dove vengono i reality show?
March 21, 2010 by admin
Categoria: terza pagina
I reality show sono dei programmi televisivi che hanno attualmente un grande successo. Sembrano addirittura rappresentare nel loro insieme il modello più avanzato di televisione. In realtà, essi non fanno altro che attualizzare un modello di spettacolo basato sulla pubblica esposizione di corpi umani che ha una lunga storia alle spalle. Una storia che è nata nell’antichità e che si è manifestata in varie forme. Si pensi soltanto alle cruente gare tra gladiatori che si tenevano nelle arene dell’Antica Roma. Oppure si pensi, nel corso dei secoli, agli spettacoli popolari che viaggiavano in continuazione per fiere e sagre di paese e, durante l’Ottocento, ai primi lunapark, che si spostavano da una città all’altra ed esponevano degli esseri umani sorprendenti perché “fuori dalla norma”, in quanto dotati di particolari abilità (i cavallerizzi, gli acrobati, i mangiafuoco, ecc.), «mostruosi» (nani, gemelli siamesi, uomini con due teste, donne barbute, donne cannone, ecc.) oppure considerati esotici e selvaggi, perché provenienti da tribù primitive e presentati all’interno di ricostruzioni dei loro habitat.
Tali esibizioni di esseri umani erano spesso presenti anche nei circhi. Soprattutto in quello che nell’Ottocento era il più grande del mondo: quello di Phineas Taylor Barnum. Karl Hagenbeck, commerciante tedesco di animali esotici e fornitore di Barnum, ha proposto in Europa in quegli anni numerosi spettacoli simili a quelli del «re» americano dei circhi. Ad esempio, ha presentato dei samoani e dei lapponi all’interno di perfette ricostruzioni del loro habitat di vita. A Parigi invece il Giardino di Acclimatazione ha proposto dei nubiani e degli Inuit accanto ad animali tipici delle loro regioni di provenienza e negli anni successivi, dato il successo, ha dato vita a una trentina di simili esibizioni.
Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, anche gli zoo hanno avuto un grande successo di pubblico e al loro interno è stato dato un notevole spazio a questo genere di esibizioni. A New York, ad esempio, lo zoo del Bronx ha esposto nel 1906, all’interno della gabbia dell’orango Dolong, Ota Benga, che era stato già mostrato due anni prima come pigmeo alla fiera di Saint Louis. Ha esposto cioè insieme quelli che all’epoca venivano considerati il più umano tra i primati e il più «scimmiesco» tra gli esseri umani.
Le esibizioni di esseri umani erano molto frequenti anche in quelle Esposizioni Universali che si sono tenute nelle principali città mondiali nel corso della seconda metà dell’Ottocento. In tali esposizioni sono stati realizzati infatti complessi allestimenti di villaggi indigeni dove si mettevano in scena rituali o scene di caccia direttamente tratti dalla vita quotidiana di africani subshariani e di popoli dell’Oceania, considerati all’epoca come i meno evoluti tra gli esseri umani.
Dunque, i reality show non sono così nuovi come sembrano. La “vetrina tecnologica” costituita dallo schermo televisivo consente di esporre pubblicamente dei corpi umani, ma così facendo in realtà riprende e rafforza un tipo di spettacolo che probabilmente è antico quanto l’umanità.
Vanni Codeluppi
Docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia
Immigrati, nostri concittadini
I grandi sindacati sono riuniti in Congresso e discutono delle tematiche del lavoro ( che non c’è ), della crisi ( che c’è e sembra non volerci lasciare a breve) e di immigrazione.
Sono 3 temi forti e che oggi continuano ad essere intrecciati in maniera indissolubile, gli uni con gli altri.
Partiamo dal lavoro.
I disoccupati recenti, dell’ultimo anno superano i 2 milioni e il meccanismo della cassa integrazione viene richiesto senza sosta dalle più svariate tipologie di imprese, siano esse piccole, medie o grandi.
Non sembra che questo scenario sia destinato a cambiare per il meglio, anzi.
Oggi, ci si sente precari anche con un contratto a tempo indeterminato, una volta “roccaforte” per un lavoratore dipendente, però quando arrivano chiusure di attività produttive, stabilimenti industriali e di numerose piccole realtà, anche questa sorta di sicurezza sociale, risulta debole nei confronti del macigno rappresentato dalla crisi.
Esistono gli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione per tutti coloro che perdono il posto di lavoro a causa delle chiusure delle imprese.
Non esistono affatto, o solo in parte, per l’esercito di giovani assunti con contratti a tempo determinato e, che alla naturale scadenza dello stesso, non si sono visti rinnovare l’accordo con il proprio datore di lavoro.
La flessibilità nel lavoro ha creato persone tutelate e persone completamente abbandonate o, aiutate solo in parte.
La crisi è senza dubbio la causa di tutti questi drammatici scenari, fin qui elencati.
Sono numerosi i Paesi che si sono ritrovati a doverla fronteggiare con strumenti inadeguati perché, inaspettata.
Fiori di analisti economici non hanno compreso la portata di ciò che si stava verificando, non capendo proprio nulla.
Dalle colonne di questo giornale parlavamo di come questa crisi fosse contraddistinta in maniera forte da manovre messe in atto da finanzieri e banchieri, senza scrupoli, che hanno creato uno scempio con cui ancora oggi, l’economia reale si trova a dover fare i conti.
In tutto questo arriviamo al terzo e non ultimo elemento, quello rappresentato dall’immigrazione.
Oggi, troppo spesso, viene creata ad arte una paura e un pregiudizio continuo nei confronti degli immigrati, di qualsivoglia origine essi siano.
La paura nei confronti del diverso, le difficoltà nell’accettare una vera integrazione di chi viene nel nostro Paese per trovare condizioni di vita e di lavoro migliori, non possono essere accettate.
In tutto questo, il primo marzo 2010, anche gli immigrati che lavorano in Italia, si sono fermati e hanno scioperato anche loro.
L’idea è arrivata dalla Francia ed ha avuto seguito, oltre che in Italia, anche in Belgio e in Spagna.
Ed è proprio qui che i 3 elementi: lavoro, crisi ed immigrazione si legano e si attorcigliano in una matassa, così complicata da sbrogliare.
Il lavoro che non c’è, la crisi economica che preoccupa sempre più, aumenta la propaganda di chi vuole farci credere che l’immigrato oltre ad essere o un clandestino o un potenziale criminale può risultare in prospettiva colui il quale, ti porta via il lavoro (che non c’è).
Proprio questa manifestazione, questo desiderio di far comprendere che la nostra economia ( come quella di moltissimi altri Paesi come il nostro ) produce ricchezza, anche grazie al loro contributo.
Loro svolgono un lavoro che, spesso, noi non vogliamo o non siamo più disposti a fare.
E sono quasi 5 milioni gli immigrati che lavorano in Italia.
Un universo da non sottovalutare ma, soprattutto, da non ghettizzare.
In questo gli adulti sono maestri, la speranza può venire solo dai bambini che impareranno già da piccoli a conviverci e a considerarli anche loro, forse in un giorno neanche troppo lontano, italiani, fratelli, uomini e donne con cui dialogare.
Norman di Lieto
Silenzio, si vota
Sembra che sia uno scherzo, di quelli goffi, malriusciti, che crea imbarazzo in chi lo subisce e, un misto di disagio e pentimento, in chi lo ha ideato.
Eppure, ormai da qualche giorno, succedono cose che voi umani non potete neppure immaginare.
Liste di candidati alle elezioni regionali che non riescono a fare qualcosa di una semplicità estrema, ovvero consegnarle in tempo e seguendo le regole.
Nel frattempo un senatore si dimette, ( questa sì che è una notizia ! ) e un altro consigliere comunale poco tempo fa, prendeva allegramente qualche tangente per avere un occhio di riguardo nei confronti di qualche lavoro pubblico e dell’imprenditore che ne aveva vinto l’appalto.
Facendo un passo indietro, siamo passati tra festini, risate per un terremoto da parte di qualche sciacallo, già pronto a ricostruire e a lucrare sul dramma e il dolore, varie truffe finanziarie e, non ultimo, il bavaglio messo all’informazione per i prossimi 30 giorni.
Considerando che ultimamente l’informazione in Italia non possa certo vantarsi di avere toccato punte altissime, ora, anche quel poco che tenta di fare, non può più farlo.
Così il cittadino elettore è in grado, in modo sereno e seduto comodamente sul proprio divano, di decidere chi votare, magari facendo zapping tra l’Isola dei Famosi, il Grande Fratello eccetera, eccetera, eccetera.
Inoltre ci sono candidati che rischiano di non avere uno sparring partner, perché alcune liste sono state giudicate non valide e così, ci tolgono anche il divertimento di dover scegliere, tra diversi candidati, accattivanti quanto i manichini di un centro commerciale.
Forse, come diceva il grande Indro Montanelli, solo turandoci il naso riusciremo a scegliere anche questa volta, un personaggio che non ci dice quasi nulla, ma che forse ci dice qualcosa in più di un altro che riesce nell’arduo compito di non dirci praticamente un bel nulla.
Anche se, come in un crescendo rossiniano, continuiamo a toccare punti bassissimi, per favore, evitiamo l’abisso, perché il naufragar non mi è dolce in questo mare.
Alfonso della Mura
Quando un Evento emoziona chi non ci è abituato
Londra
Prendiamo un evento molto sentito il ritorno degli Ottavi di Finale di Champions League: Chelsea – Inter.
Da adesso si fa sul serio: o dentro o fuori.
Le parole dopo questa partita se le porterà via il vento così come i bei propositi di vincere la Coppa.
Se sei fuori, sono pronti i fucili puntati, a Milano e, in Italia, su Mourinho, senza alcun dubbio.
Ma a Londra, su Ancelotti, ci sarà il “the show must go on”, comunque sia andata la vita continua.
Questione di mentalità, di cultura, a Londra questa partita rappresenta un appuntamento come un altro.
In una metropoli in cui ogni giornata programma un Evento diverso: sociale, culturale o sportivo.
Il nostro Giornale Flipmagazine presente all’Evento, ha potuto vedere di persona Ancelotti alla vigilia della partita in un momento di serenità quasi disarmante.
Qui da Londra arrivano gli echi di una Conferenza stampa infuocata di Mourinho, perchè non ha convocato Balotelli.
Gli italiani, muniti di biglietto, sono a Londra, solo per vedere la partita e li noti come “mummificati” nell’attesa dell’evento.
Non vivono la città, passeggiano attorno allo Stadio, chiamano amici e familiari per raccontare che manca solo qualche ora al match.
Intorno i londinesi osservano indifferenti e continuano la loro vita: intensa, frenetica, elettrizzante e quindi piena.
Martedì sera ci arriveranno come se niente fosse e, dopo, qualunque sia il risultato, torneranno alle vite di sempre, come se quasi nulla fosse accaduto.
Mentre in Italia si parlerà di questa partita, per un motivo o per l’altro, a tempo indeterminato.
In una dilatazione dei tempi che è estranea alla cultura inglese e, così pregnante, in quella italiana.
Che ci si qualifichi o meno, la nostra vita non cambierà, o, forse, per qualcuno si.
Mourinho rimpiange Londra.
Ancelotti non rimpiange Milano.
Noi li comprendiamo entrambi.
Norman di Lieto



















