Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

Steve McCurry: due occhi verdi su un mondo che soffre

February 28, 2010 by  
Categoria: terza pagina

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Non è abitudine del nostro Magazine pubblicare recensioni, in qualsivoglia campo della cultura e dello spettacolo. Facciamo un’eccezione per una mostra da vedersi tout court, con protagonista un creatore di poesia e verità.

Il fotografo non è solo un esploratore del mondo, è un esploratore delle emozioni…..Steve McCurry incarna alla perfezione questa definizione e lo dimostra nella sua prima personale in Italia, presentando gli scatti che, negli ultimi 30 anni di attività, gli hanno permesso di aggiudicarsi due volte l’ambìto World Press Photo Award, il premio Nobel della fotografia. Classe ’50, nato a Philadelphia e cresciuto con la passione per il cinema, dalla realizzazione di documentari si converte molto presto alla fotografia, strumento più diretto, più immediato, più dinamico. La svolta per la sua carriera avviene con il suo primo viaggio in India, importante lavoro di due anni. In seguito con l’Afghanistan iniziano le collaborazioni prestigiose con Time, Life, Newsweek, Geo e National Geographic. Membro dal 1985 dell’agenzia Magnum, per McCurry il viaggio sarà sempre la sua dimensione ideale, in cui meglio esprimerà la sua vena di indagatore del mondo.

Sud-Est, il titolo della mostra, è un omaggio allo stretto legame che McCurry ha con questa parte del mondo. La mostra ripercorre, documentandoli per immagini, una serie di eventi che appartengono alla nostra storia recente, e che McCurry ha potuto vedere da vicino grazie al suo lavoro di fotoreporter. Ma sarebbe riduttivo limitarsi a definirlo un riproduttore fedele della realtà, le sue foto sono in effetti un diario di un viaggio di cui McCurry ha saputo cogliere particolari sui quali il nostro occhio difficilmente si sarebbe soffermato: gesti, sguardi che vanno al di là del puro rappresentare la realtà in modo oggettivo, per evocarne una straordinaria anima soggettiva.

Questa realtà colpisce lo spettatore in tutta la sua magia anche grazie alla forza dell’allestimento dello spazio espositivo, strutturato come un percorso libero in cui lo spettatore può muoversi a suo piacimento tra una serie di immagini che, appese su teli trasparenti, sembrano materializzarsi dal nulla davanti agli occhi dei visitatori. Il percorso è articolato in metaforici alberi tematici, i cui rami lasciano piovere, sospese in questa foresta simbolica, le istantanee di ritratti e scenari rapiti dall’obiettivo. Portraits è l’occasione grazie alla quale il fotografo fa conoscere al pubblico i suoi celebri ritratti; profondi e pieni di dignità, essi ci permettono di conoscere l’Altro, sottolineando la dignità della figura umana, invitandoci a riflettere sul senso di appartenenza, identità e accoglienza fra le culture e le civiltà. Anche la sezione Silence and travel, mostra una serie di immagini che vogliono portare all’incontro/confronto con la diversità; lo fa presentando scene di tradizioni culturali tipiche, riti di preghiera, feste, purificazioni nelle acque del Gange.

La  guerra è realtà tristemente spesso nota ad un fotoreporter, e, sicuramente, l’immagine che negli ultimi 10 anni per tutti è emblema della guerra, è l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001.  Steve McCurry tornava da un viaggio in Tibet il 10 settembre 2001; il giorno dopo, dalla finestra del suo studio di New York, assisteva alla distruzione delle Torri Gemelle, immortalando questa tragedia in una serie di fotografie che lasciano senza parole. Accompagnano questa galleria dedicata al conflitto immagini di pozzi in fiamme durante la Guerra del Golfo, di abitazioni distrutte e di carri armati. McCurry racconta efficacemente la guerra soprattutto ritraendo i bambini, vittime inconsapevoli di un disegno più grande di loro, raffigurati qui con delle armi tra le mani, come a dire che la guerra sottrae loro l’infanzia.

Alla sezione Joy and life è affidato il compito di portarci fuori dalla triste dimensione del conflitto. Le fotografie di McCurry immortalano scenari di allegria, intensità di colori, vita che scorre e fluisce. Sono scene che inneggiano alla vita; e la vita nega la morte.

Chiude la mostra Beauty, un trittico di immagini, una delle quali è il celebre scatto della bambina afgana dagli occhi verdi, diventata ormai un’icona della fotografia contemporanea, e da due altri ritratti (una studentessa afgana con i libri in mano e una ragazza pakistana con uno scialle verde), moderne madonne, icone femminili del nostro tempo.

Dopo oltre tre mesi dalla sua inaugurazione ed un’affluenza di pubblico che supera i 100.000 visitatori, Sud Est si conferma mostra dell’anno e prolunga la sua permanenza fino al 21 di marzo per consentire la visita ad eventuali ritardatari.

Barbara Pellegrini

Palazzo della Regione

Piazza Dei Mercanti 1 – Milano



Convivenza e matrimonio: un fatto casuale come fare uno stage

February 26, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Sì, alcuni ci credono. Molti lo sognano, a prescindere da chi vive loro a fianco.

Succede che ci si debba sposare semplicemente perché dopo tanti anni di convivenza e di conoscenza si debba seguire la strada già intrapresa.

Al giro di boa dei 30 anni molte giovani coppie, dopo anni trascorsi insieme, si sposano, perché è giusto così, perché altrimenti non sarebbe poi così semplice trovare un’altra persona che mi conosca, mi ami(?) e mi scelga (?), potrebbe volerci troppo tempo, forse potrei anche rischiare di non trovarla mai.

Che direbbero i genitori, i vicini di casa, i parenti, gli amici dei miei genitori, i cui figli sono già sposati dopo essere stati fidanzati per 10 anni?

Il salto nel buio provoca ansia e smarrimento e, molte sono le coppie, che hanno la paura fortissima di rimanere sole.

Perché spezzare una coppia, con il rischio di rimanere senza nessuno a fianco e non aver concluso nulla?

Vediamo un po’ di numeri, fonte l’Osservatorio della Famiglia e la Persona di Milano.

Sono in costante aumento i matrimoni di giovani coppie ( fascia d’età tra i 27 e i 37 anni ) con figli ( 36%) e quelle di coppie senza figli ( 64%) che si separano, in media, non appena varcati i 2/3 anni di matrimonio ( e, inoltre, sono numerose le coppie che non superano nemmeno questo scoglio).

Questo dato da chi è rappresentato?

Forse da chi è arrivato all’appuntamento del matrimonio, con il fiato corto, o decisamente impreparato ad affrontare un impegno sfibrante, logorante, ma anche portatore di emozioni uniche, degne di essere vissute appieno, senza se e senza ma.

Ora, risulta semplicistico definire che i tempi sono diversi.

I cambiamenti epocali che hanno segnato la nostra società e la nostra cultura hanno provocato uno tsunami poco comprensibile, per le generazioni passate e che vivono con disagio, la libertà eccessiva dei figli, nel convivere, prendersi e lasciarsi, in un batter d’occhi.

Forse oggi, non si sceglie davvero la persona che si sogna al proprio fianco, sembra che in un’ottica di tempi ristretti, di frenesia continua e di solitudine metropolitana, una persona valga l’altra, dato che non si ha più né il tempo, né la voglia di mettersi in gioco, di conoscersi davvero, di scegliere il partner perché lo si ritiene, davvero, quello ideale con cui vivere.

Le prospettive non esistono più, si vive alla giornata, senza un progetto definito, senza vedere aldilà di un orizzonte temporale ristretto, quanto il passare di una stagione. La convivenza e il matrimonio diventano così un fatto episodico, casuale, come partecipare ad uno stage.

Alfonso della Mura

Il Festival della Santa Rivolta

February 22, 2010 by  
Categoria: attualità

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Sabato sera. Padre, madre e figlia riuniti davanti alla televisione. Sulla terza rete sta terminando “C’era una volta in America” di Sergio Leone, ma sul primo canale c’è uno spettacolo più impellente: la premiazione finale del Festival. Allineati da sinistra a destra sullo schermo: un ragazzo magro e timido che con la sua voce ha messo a dura prova le fondamenta del Teatro, un ragazzo più piccolo e ancora più timido con una chioma di ricci rossi e un sorriso contagioso, e infine una compagine a tre che comprende un cantante con una notevole autoironia, un tenore che se ne sta professionalmente in disparte e un principe che ha perso il posto di lavoro.

Tutti e tre gli “act” attendono il risultato finale, ma ciascuno di loro è già stato un vincitore: il primo di un talent show, il secondo – anche (il lupo cambia il network ma non il vizio..), il terzo di un’antipatia enorme ed equamente spartita tra pubblico e privato.

La famiglia spettatrice segue con ansia: la figlia ha un suo favorito, la madre anche, il padre spera che tutto finisca presto ma tutti concordemente sperano di non subire un’ulteriore dose di vergogna repulsiva..per di più in tripla dose. Arriva la “reclame”: si inganna l’attesa sbirciando Robert De Niro e James Woods che dialogano. Lo spettacolo riprende. La conduttrice del Festival, indecisa se continuare a sorridere o chiedere ai Carabinieri presenti di blindare il palco, riceve la busta fatale. L’attesa è spasmodica. La paura di sorprese lo è di più. L’orchestra si è già ribellata lanciando gli spartiti sul palco – domani dovrà toccare alle pietre sulle sedi della televisione nazionale??….

Ma tutti gli incubi hanno un limite, e sembra che fortunatamente entro quel limite ancora siamo: vince Valerio, il ragazzo con i ricci rossi e che, testo oscuro a parte, è stato dotato di una canzone bella ed efficace, saggiamente orchestrata e che con il suo andamento su due tonalità crea un vortice melodico a cui è difficile sottrarsi. A dirla tutta non era difficile a prevedersi: avversarie erano una nervosissima canzone pop-rock interessante, ma poco confortevole, e una parodia musicale di non si sa bene cosa… forse di un’altra parodia.

Lo spettacolo finisce. La famiglia spegne il televisore, con un respiro di sollievo e qualche delusione: la figlia per la vittoria mancata di Marco, l’altro ragazzo (quello con il pezzo rock, per intendersi), il padre per non essere andati tutti a letto prima. Si spengono le luci.

Per la cronaca, di disoccupati veri oltre al principe ce ne sono stati altri durante la serata: la differenza è che loro, al posto del patetismo, hanno usato la dignità e la determinazione nel perorare la propria causa. Perché loro qualcosa di serio da rivendicare ce l’hanno.

Buonanotte. La prossima volta però si guarda direttamente “C’era una volta in America.”…

Enrico De Zottis

Parigi, la città del bacio d’amore

February 21, 2010 by  
Categoria: world wide

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Parigi

Da qualche anno quando mi trovo nella capitale francese abito a Saint Michel.

La mattina esco molto presto e mi trovo nel cuore del quartiere Latino e la città è già in movimento. I caffè sistemano le sedie del dehor, i camerieri si preparano ad una lunga giornata, senza soste. Aprono i primi negozi e le strade, i coin si riempiono di uomini e donne.

E già, le donne di Parigi. Sono forse le più affascinanti d’Europa. Belle di una bellezza elegante e un po’ branché, parlano con un tono di voce tenue, con la erre che viaggia musicale tra le labbra. Vestono, come dire, alla parigina: una sciarpa buttata lì quasi per caso, una calza che dà colore, un reggiseno che appare appena, un copricapo che si insinua tra capelli di tutti i tagli e colori, sulla base chiara della pelle, spesso di porcellana. Bevono vino rosso a piccoli sorsi, tra chiacchiere che sembrano infinite, tra le loro labbra curate. E Parigi è anche la città del bacio, si dice bacio alla francese: l’espressione d’amore e di sesso più intima e di dialogo tra due corpi, l’inizio del fare l’amore.

Per me Parigi è la città bacio. Si cammina tra le vie che ricordano i pensieri di Simone de Beauvoir, le poesie di Prévert, le canzono immortali di Gainsbourg (a proposito, la figlia Charlotte è un esempio abbagliante di bellezza parigina) e oggi quelle emozionanti e un po’ maledette di Benjamin Biolay. Si cerca con gli occhi una donna, per pochi giorni, alcuni anni o tutta la vita e si vuole subito baciarla, agli angoli delle strade, dove le luci e le penombre non ti abbandonano mai. Si entra poi in un piccolo ristorante, tra i vicoli che fanno da crocevia tra Saint Germani e Saint Michel e il bacio, completo, umido come la città d’inverno, ti fa da leit motiv. Il vino rosso fa il resto e Parigi diventa, è logico, la capitale dell’amore, quello che rigenera e convince, stanca e, spesso, fa soffrire.

Parigi, la città da vivere e girare a piedi, sempre, finché il fisico lo permette, fino alla fine del tempo.

Mauro Pecchenino

L’Italia delle tangenti e dei tagliatori di teste

February 20, 2010 by  
Categoria: attualità

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Lo spunto ce lo offre l’ultimo film con Gorge Clooney nelle vesti del “tagliatore di teste”, manager addetto ai licenziamenti del personale.

In Italia, diversi anni fa, il film: “Volevo solo dormirle addosso” aveva, in un certo senso, precorso i tempi che stiamo vivendo oggi.

Per quei dipendenti che le aziende considerano di troppo, esiste una nuova figura addetta ad affrontare il lavoro sporco.

Con l’aggravarsi della crisi economica, con cambiamenti strutturali così radicali da parte di imprese anche di medie e di grandi dimensioni, il fenomeno si è sviluppato in maniera esponenziale.

E vecchi e nuovi professionisti, capaci di districarsi nella legislazione del lavoro italiana, sono tra quelli che, oggi, risultano più oberati di lavoro di chiunque altro.

Fanno il lavoro sporco, comunicano esuberi, licenziamenti, proposte di incentivo all’esodo (una buonuscita ) e, di norma, si vedono riconosciuti incentivi economici in base al numero di lavoratori che si è “accompagnati” fuori dall’impresa.

Un meccanismo perverso, quasi immorale, un professionista che guadagna, in maniera proporzionale, al numero di licenziamenti che compie a nome dell’impresa.

“Morte tua, vita mia”, potrebbe essere il lei motiv che accompagna la vita di questi tagliatori di teste in doppiopetto, di cui, credo, nessuno invidi l’antipatico compito che si sono scelto.

Il film: “Tra le nuvole” propone, alla fine, anche un altro famoso adagio: “Oggi a me, domani a te”.

Anche gli stessi professionisti, titolari di questo gravosa professione, mai come oggi così in voga, possono ritrovarsi davvero a subire, loro malgrado, lo stesso trattamento.

Tutti sono utili ma nessuno è indispensabile così come affermato dal Presidente di una multinazionale straniera, durante un Convegno sulla crisi economica globale?

Oggi, in Italia, c’è ancora qualcuno che possa definirsi insostituibile?

Da evitare, cari lettori, risposte scontate.

I disoccupati in Italia, intanto, sono arrivati oltre i due milioni e mezzo nell’ultimo anno e, l’Italia, si nutre solo di corruzione e tangenti, rimestando in una spazzatura puzzolente che Tangentopoli non ha mai scalfito.

Alfonso della Mura

Renato Gualandi: ma chi l’ha detto che la Carbonara è il core de Roma ?

February 18, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Tutti credono che la Carbonara sia un piatto tipico romano, invece è nata da Renato Gualandi,
inossidabile Chef bolognese.che nel lontano 1944 preparò un menù straordinario realizzato unendo elementi della cucina anglosassone con quelli della cucina italiana.
Creò cosi’ gli Spaghetti alla Carbonara, utilizzando bacon , crema di latte, formaggio fuso, polvere di rosso d’uovo e una spolverata di pepe fresco macinato, ingredienti messi a disposizione dagli alleati . La storia narra infatti, che per festeggiare la liberazione di Riccione, avvenuta tra il 20 e il 21 Settembre del 1944, gli alleati anglo-americani di stanza a Riccione organizzarono una cena di gala affidando il menù della serata alle sue abili mani. Ospiti d’eccezione Harold Mac Millan, i generali Harold Alexander e Sir Oliver Leese.: l’incontro tra l’ottava armata inglese e la quinta armata americana!
Gualandi racconta di aver maturato la ricetta della carbonara attingendo da conoscenze culinarie acquisite all’estero in special modo a Idria, gustando la tradizionale minestra “Spikrofi” dalla quale ebbe poi lo spunto.
Ma chi è Renato Gualandi?
E’ un autentico Guru della buona cucina definito uno dei più valenti chef europei e unico italiano insignito del  commendatorato della cucina francese. Ha donato la sua abilità culinaria alla Regina d’Olanda, a Charles de Gaulle, a Enzo Ferrari, Pasolini, Wanda Osiris, Michelle Morgan, Tyron Power. Trofei blasonati, artisti, registi, scrittori, politici..a ricordarli tutti non si finirebbe più.
Oggi Gualandi, a 87 anni,  non ha nessuna intenzione di abbandonare i fornelli. Nel suo orto, sui colli
di Misano coltiva con passione erbe officinali e aromatiche, svariati ortaggi senza far ricorso a trattamenti
chimici. E’ qui, in mezzo a ulivi, vigneti, alberi da frutto nel suo fazzoletto di terra accoglie gli amici
e li delizia con i suoi piatti.
In esclusiva per i nostri  lettori, Renato Gualandi ha creato una ricetta inedita, dal sapore antico che può accompagnare dessert come il plumcake o il panettone a Natale e tutti i dolci secchi:

Crema profumata al rum

Lavorare 4 tuorli d’uovo con 125 gr. Di zucchero, aggiungere gli aromi di limone e vaniglia e 1 cucchiaio di fecola. Versare ½ l. di latte bollente, sempre mescolando lentamente. Su fiamma lenta lavorare il preparato affinchè diventi una crema.  Lasciare raffreddare e versare il rum a piacere.

Oggi Gualandi è un uomo senza età che conserva intatta la sua vena creativa, la voglia di vivere e di donare a tutti il suo sapere, realizzando sempre una cucina geniale, una gastronomia d’autore.

Carla Aghito

C’era una volta il contratto a tempo indeterminato

February 18, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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La polemica è continua, accesa e a noi sembra, sterile.

Una sterilità non dovuta al fatto che questo problema non esista, che non sia condiviso da molti e che, allo stesso tempo, non crei situazioni di reale disagio ai giovani e non solo.

Ne hanno discusso recentemente il ministro Brunetta e il Giuslavorista Piero Ichino e, di rimando, anche il giornalista Severgnini.

Oggi per un giovane, un contratto di lavoro regolare, “vecchio stile”, non esiste.
Che cos’è questo tipo di contratto così agognato da moltissimi e di cui, pochissimi, ne sono titolari?
E’ il contratto a tempo indeterminato che garantisce: ferie, indennità di malattia, maternità eccetera, regolarmente retribuite ed è un tipo di contratto, legato a doppio filo allo Statuto dei Lavoratori del 1970.

In un passato, neanche troppo recente, era una prassi consolidata nel mondo del lavoro, a prescindere dal settore professionale in cui eri impiegato.
Oggi, è una tipologia di contratto che rischia, davvero, l’estinzione. Soprattutto nel settore privato.
Nell’ambito pubblico, invece, esiste ancora una riserva di giovani che sono, per loro fortuna, assunti nello Stato, con contratto a tempo indeterminato.
Vivono in un’oasi di tranquillità, sereni e, loro malgrado, inconsapevoli di cosa sia davvero questa crisi economica che ci affligge.
Altri giovani invece, al di fuori dell’Oasi, dopo aver collezionato lauree di I livello, lauree specialistiche, master, stage, conoscenza di diverse lingue straniere, si ritrovano di regola senza retribuzione alcuna anche  a 35 anni o, se va meglio,  costretti a doversi inserire nel mondo del lavoro con una paga, se va bene, di 600 euro al mese.
Costretti ad avere genitori sempre più chioccia, insieme ai nonni, nominati d’ufficio, loro salvagente economico.
Vista l’impossibilità di pagarsi, in maniera autonoma, un affitto, un mutuo e una vita realmente dignitosa e indipendente da mammà.

Bamboccioni per colpa dei genitori, questi ultimi troppo tutelati in passato e così, oggi, i loro figli ne pagano le conseguenze, così come dichiarato dal ministro Brunetta?

Come sempre la verità potrebbe essere davvero nel mezzo.
Infatti, quanto occorre ad un’impresa, dopo un ragionevole periodo di prova ( 6 mesi, 1 anno ) per proporre finalmente un  contratto di lavoro che si rispetti?

Tutta questa flessibilità ha portato troppo potere alle imprese e quasi nessuno a chi lavora.

Come afferma Severgnini, se le imprese oggi, rifuggono il contratto a tempo indeterminato come la peste bubbonica, è per il motivo che risulta essere un modello eccessivamente protettivo nei confronti dei dipendenti. Questo ha portato, oggi, a strumenti fin troppo flessibili adottati dalle aziende, dove chi lavora può arrivare a non vedersi neppure riconosciuti giorni di malattia o di ferie, per non parlare ovviamente della maternità per le donne.
Ti pago se lavori, i reali giorni lavorati. Un estremo preoccupante.
Nonostante tutto perchè le riteniamo polemiche sterili?
Perchè, oggi, a nostro avviso, tanto si parla e poco si fa. Questo tema così delicato e, di cui abbiamo già trattato in passato proprio su questo giornale, sarà ancora fonte di interminabili dibattiti e sterili discussioni che porteranno ad una pochezza di risultati davvero disarmanti. Alla prossima puntata.

Norman di Lieto

Anche nel calcio l’Italia è un Paese ridicolo

February 12, 2010 by  
Categoria: attualità

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Il grido arriva da uomini di sport, di calcio.

Personaggi duri, ruvidi, diretti, che non hanno paura di dire ciò che pensano e di quelle che potrebbero essere le critiche o le reazioni alle loro affermazioni forti e decise, come un diretto del Tyson dei tempi migliori.

Pronti a stupire, spiazzare e a far discutere.

Josè Mourinho e Fabio Capello non vogliono sembrare simpatici, né tantomeno piacioni, sono fatti così, prendere o lasciare.

Partiamo da questi due allenatori di fama internazionale, professionisti vincenti, sia in Patria, sia all’estero.

Sono diversi gli elementi che accomunano lo Special One e Don Fabio ma, recentemente, dichiarazioni simili li legano a doppio filo.

Prima Mourinho accusava, dopo il derby vittorioso contro il Milan che il calcio italiano è vecchio e malgestito e che, fortunatamente, essendo lui straniero, lascerà l’Italia e il suo campionato malaticcio e che il problema sarà unicamente nostro che lo amiamo e seguiamo ogni anno con passione e sentimento.

Dopo, Capello rincarava la dose durante una lezione da lui tenuta all’Università di Parma, dove metteva in guardia il nostro Paese dai vizi atavici che da sempre ci contraddistinguono e che sembrano non volerci abbandonare mai, concludendo con un elogio a Paesi esteri come Spagna ed Inghilterra.

Ora la domanda da porsi è semplice e quantomeno imbarazzante…

Come mai chiunque arrivi dall’estero destinazione Italia ( Mourinho ) o chi lascia il Belpaese per lavorare oltreconfine ( Capello ), tende ad elogiare i paesi esteri , buttando, di contro, la croce sulla nostra  povera Italia?

Dobbiamo ancora recitare il ruolo anacronistico di coloro i quali si offendono e buttano la testa sotto la sabbia come gli struzzi  ( si proprio Struzzi…), ogniqualvolta critiche e picconate vengono rivolte al nostro Paese e alla nostra cultura?

Rimanendo in tema di calcio, cos’avrà mai fatto Mario Balotelli per meritarsi epiteti, insulti razzisti e frasi colorite dedicate a sua madre?

È forse una colpa essere un ragazzo nero, adottato da una coppia di bresciani che lo hanno cresciuto in Italia?

Non è italiano questo ragazzo? Perché no?

Perché dobbiamo sentire nel 2010 che forse sarebbe meglio se andasse a giocare in Premiere League. Cosa vuole sottintendere una cosa del genere?

Che nel Regno Unito c’è la cultura e la civiltà di considerare un giocatore nero, unicamente un calciatore da incitare e tifare, nel caso militi nel club di cui sono supporter,  o da rispettare come avversario nel caso giochi contro la mia squadra del cuore?

E noi?

Non lo amiamo e non  lo vogliamo in Nazionale, siate sinceri, cari Italiani.

Quanto siamo indietro noi italiani, ma quanto.

Non c’è peggior paura da quella creata dall’ignoranza.

Meditate gente, meditate.

Alfonso della Mura

Madonna, diva postmoderna

February 12, 2010 by  
Categoria: terza pagina

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Nelle società postmoderne contemporanee, l’identità delle persone tende a diventare molteplice. È cioè un’identità che è in grado di tenere insieme tante personalità differenti. Ciò riguarda le persone comuni, ma riguarda soprattutto i divi dello spettacolo, che sono più avanti da questo punto di vista, perché, per il lavoro che fanno, devono essere particolarmente in sintonia con i processi di cambiamento della società.

È esemplare a tale proposito il caso della cantante Madonna. A partire infatti dal 1985, con il videoclip della canzone Material girl, ha cominciato quel gioco vorticoso di identità che le ha consentito di avere l’enorme successo che ha avuto e che è stato possibile grazie alla sua mancanza di una personalità particolarmente caratterizzata. In Material girl, ad esempio, ha interpretato lo stesso ruolo da femme fatale che fu di Marilyn Monroe nel film Gli uomini preferiscono le bionde. Sono seguiti poi tanti modelli femminili differenti: la femminista che incita le donne a essere indipendenti, la donna muscolosa e votata al fitness del Blonde Ambition Tour, la donna trasgressiva e sexy, la donna orientale e spirituale (con i lunghi capelli corvini e il trucco quasi inesistente, se non per le mani decorate con tatuaggi all’hennèe), la donna cowboy che entra pienamente all’interno dello stile texano, la ballerina che rispolvera il mondo della disco music degli anni Settanta, la mamma premurosa che scrive libri di favole per bambini, la donna impegnata che dichiara di voler scuotere le coscienze delle persone e migliorare il mondo, ecc.

Insomma, Madonna ha capito molto bene che ciò che conta nella nostra società è l’immagine che si offre agli altri e che questa si può cambiare facilmente, come si cambia un abito. Il sociologo Jean Baudrillard ha scritto che Madonna «può interpretare tutti i ruoli. Ma può farlo perché possiede un’identità solida, una fantastica capacità d’identificazione o per il fatto che non la possiede affatto? Certamente perché non la possiede – ma l’essenziale è di saper sfruttare, come lei, questa fantastica assenza d’identità».

Pertanto, è probabilmente proprio il non-stile di Madonna a rendere questa cantante tanto desiderata oggi come testimonial dai creatori di moda (Jean-Paul Gaultier, Dolce & Gabbana, Versace) e dalle marche per la loro pubblicità. Possiede infatti un elevato livello di notorietà, ma si presta docilmente ad accogliere dentro il suo vuoto identitario l’immagine della griffe o della marca che la vuole utilizzare.

La situazione era ben diversa però quando Madonna ha cominciato ad affermarsi nell’immaginario collettivo. Negli anni Ottanta infatti, Madonna ha provato ad accostare la sua immagine sexy e trasgressiva ai simboli della religione cattolica e ha suscitato un grande scandalo. E la stessa cosa è successa a Michael Jackson, accusato di aver abusato sessualmente di un bambino. Le aziende che utilizzavano questi due personaggi come testimonial pubblicitari sono fuggite. Ma nel corso del tempo la libertà dei personaggi dello spettacolo è diventata sempre maggiore e oggi essi possono incarnare perfettamente quell’identità molteplice che caratterizza la vita delle persone nelle società postmoderne.

Vanni Codeluppi

Docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia

A New York, Picasso ferito da una donna

February 11, 2010 by  
Categoria: world wide

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Flipmagazine non pubblica di solito notizie di cronaca, ma l’episodio accaduto e che viene raccontato nell’articolo che segue merita di essere trattato. Da una parte per l’aspetto drammatico, dall’altro per quello quasi tragicomico che ha portato a questo sinistro gesto, da attibuire alla cattiva sorte che è toccata ad una distratta e maldestra visitatrice del Metropolitan Museum of Art di New York.

New York

Una caduta accidentale di una donna al Metropolitan Museum of Art di New York ha provocato la lacerazione di una celebre tela di Picasso “The actor” . La sfortunata sorte ha voluto che la donna finisse tra le braccia di quest’ opera, causandone un taglio sul lato destro di circa 15 centimetri. Fortunatamente la ferita non ha riguardato la parte focale del dipinto, che è rimasta intatta; in ogni caso la tela è stata ricoverata nella sezione restauri del museo, in modo che gli esperti possano operare su di essa e farla tornare in perfetta salute. Il dipinto, che misura 1,8 per 1,2 metri e raffigura un acrobata, fu realizzato dal genio spagnolo nell’inverno tra il 1904 e il 1905, durante il cosiddetto “Periodo rosa” , quando l’artista lasciò la Spagna e si trasferì a Parigi, dove studiò presso P.Durio a Montmartre , nell’edificio che poi divenne celebre come Bateau lavoir. Sede dei primi gruppi sul cubismo. Il mondo del circo fu tema ricorrente della maggior parte delle opere di questi anni . Il lavoro fu donato al museo, che contiene oltretutto 250 opere di Picasso, nel 1952 da Thelma Chrysler Foy. “L’attore” potrà di nuovo essere ammirato dal pubblico a partire dal 27 aprile, giorno in cui verrà inaugurata una mostra dedicata al fondatore del cubismo, che si protrarrà fino al primo agosto. La speranza è che nessun visitatore, spinto dalla brama di vedere il quadro da vicino, possa di nuovo irrompere nell’arte del pittore; quasi certi però che la vena creatrice di Picasso lo porterebbe forse ad apprezzare una tal incursione come forma d’arte.

Lara Biccheri

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