Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

2010, la musica e il pianoforte di Lady Gaga.

January 28, 2010 by  
Categoria: attualità

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Gli anni 2000 sono stati per la musica un’imparagonabile terra di nessuno.

A seguito di un panorama artistico che, per decenni, ha mutato pelle ad ogni lustro, la musica del  primo decimo di secolo è rimasta, figlia del proprio tempo, ferma in un limbo di stagnante anonimato. L’anno 2009 ha portato via con sé un gigante, Michael Jackson, quasi a sopprimere  la speranza che il talento musicale, un tempo incantatore del mondo,  nelle sue diverse forme,  possa mai più ritornare. La creatività sembra ormai leggenda, la discografia un malato terminale: cosa ne sarà di noi?

L’alba del nuovo decennio riserva però una sorpresa: da New York arriva all’assalto del mondo una ragazza, le cui capacità provocano un crescendo di stupore che quasi tende all’incredulità: la signorina canta (benissimo), suona il pianoforte ed è compositrice per altri artisti, oltre che per sé stessa. Lady Gaga è il suo nome, e c’è da rimanere sconvolti. Dopo anni e anni di convenzionali cornici musicali, utilizzate macchinalmente per l’immissione di nuove figure nel mondo dello spettacolo, ecco apparire un’artista che, ospite dei maggiori show televisivi statunitensi, apre le sue performance accompagnandosi con il solo pianoforte, reinterpretando canzoni i cui diritti sono stati acquistati da multinazionali, per i propri spot televisivi. Bastano questi pochi e semplici segnali per far intendere che una rivoluzione è in corso, e che questa ragazza – pardon, Signora – ne è ai vertici, capace com’è di far dimenticare in un istante i decenni passati, dall’era di Carole King.

E’ dunque l’ennesimo colpo di coda, quello a cui stiamo assistendo? No, è di più. Basta accendere la radio, o sintonizzarsi sui canali televisivi musicali per accorgersi che il fenomeno è capillare e non superficiale: nel mondo della musica è in corso una lenta successione, con una nuova generazione di artisti che non hanno paura di osare, di imprimere nel loro lavoro un’originalità e soprattutto una freschezza che sono frutto di ricerca e che (queste sì) sembravano sparite dalla circolazione da almeno quindici anni. Bisogna però dire le cose fino in fondo: è l’industria discografica che sta osando, scegliendo di puntare su personalità che probabilmente osavano già da qualche tempo. E’ comunque anche questo un segno dei tempi, e non necessariamente da interpretare come bieca e cinica linea di mercato. La discografia mondiale è in questi giorni riunita alla grande fiera del Midem di Cannes e, le voci che stanno trapelando rivelano sia le cause, sia le conseguenze future del cambiamento in corso. Le nuove tecnologie hanno avuto effetti imprevedibili, stanno causando la rapida scomparsa dell’industria discografica, a cui gli artisti stanno rispondendo accentuando la propria unicità e il proprio spessore. Tutto ciò in preparazione di un futuro in cui, verosimilmente, sempre meno saranno le tendenze di massa, e sempre più la diversità e la capillarità delle proposte musicali.

Enrico De Zottis

Il Biocapitalismo: una realtà per la donna e l’uomo di oggi e domani

January 27, 2010 by  
Categoria: terza pagina

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Le società occidentali sono progressivamente coinvolte da un intenso processo di trasformazione che le sta facendo entrare nella nuova fase del “biocapitalismo”. Vale a dire che si caratterizzano in maniera crescente per il passaggio ad una produzione di valore economico che si basa sull’impiego dell’essere umano nella sua totalità, ossia nelle dimensioni biologiche, mentali, relazionali e affettive. Ciò avviene innanzitutto nel mondo del lavoro, dove una volta le macchine delle fabbriche facevano lavorare soltanto le gambe e le braccia, mentre oggi il computer mette all’opera tutte le facoltà mentali dell’individuo. Le persone sono così sempre più costrette ad utilizzare in profondità il loro cervello. Se questo accade è perché i prodotti in commercio diventano sempre più indifferenziati dal punto di vista delle prestazioni fornite e allora è la capacità di essere creativi che consente di affermarsi sul mercato. Perciò le imprese cercano di catturare le idee dei dipendenti durante il lavoro svolto in ufficio, ma anche al di fuori di esso.

Non sono però soltanto i dipendenti a dover far lavorare tutto il loro corpo e tutto il loro cervello. Sono anche i consumatori. O meglio gli stessi dipendenti, i quali una volta tornati a casa dall’ufficio possono continuare a lavorare per la loro azienda, ma anche mettersi a lavorare per altre, nella nuova veste di consumatori. Così, al supermercato, impacchettano e pesano la frutta e la verdura o leggono i codici a barre prima di mettere i prodotti nel carrello. Oppure acquistano il biglietto in una biglietteria automatica o prenotano un volo su Internet. Fanno cioè funzionare un modello che ha sempre più bisogno del lavoro del consumatore.

E grazie a Internet, che rende possibile la nascita di comunità di appassionati di prodotti e marche, crescono le imprese in grado di creare relazioni coinvolgenti con i consumatori, spesso addirittura prima ancora che i prodotti arrivino sul mercato. Cioè quando vengono progettati o testati. Oppure nella fase di ideazione delle nuove forme di comunicazione o in quella della promozione mediante il passaparola.

Ma sono anche molte altre le attività che il consumatore oggi svolge e che lo costringono a mettere al lavoro le diverse componenti del suo corpo. Ad esempio, nei punti vendita delle grandi marche che frequenta, dove i suoi sensi sono sempre più coinvolti da luci, suoni, immagini e materiali. Oppure nei rapporti con i messaggi pubblicitari, i quali parlano alla sua ragione, ma parlano sempre più frequentemente anche ai sensi e alle emozioni. Perché oggi l’obiettivo del marketing aziendale, più che proporre esplicitamente dei prodotti, è cercare di fare sperimentare ai consumatori delle sensazioni fisiche ed emotive gratificanti durante la relazione con i prodotti e le marche.

Vanni Codeluppi

Docente Università di Modena e Reggio Emilia

La Grande Mela: vivere la vita in jazz

January 25, 2010 by  
Categoria: world wide

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New York

Tutte le città del mondo, anche le più piccole e insignificanti, hanno un carattere che le contraddistingue una dall’altra. A caso: Roma è caotica e disordinata e pare accoglierti a braccia aperte, Milano è più distratta e fredda, Firenze ti assale con la sua storia e l’apparente simpatia dei toscani. In Europa: Parigi ti apre le porte con la sua forza figurativa e un incombente romanticismo, Londra invece è più astratta e riservata, come un’elegante dama dell’aristocrazia.

Poi  New York. Una città  unica, diversa, senza un volto ben definibile, dolce e violenta, ruffiana e schietta, indolente e indaffarata. A parere di chi scrive è una città jazz. Così come avviene nella musica è l’improvvisazione a farla da padrona in questa metropoli capitale del mondo intero. Si inizia presto al  mattino. Alle sei già c’è un grande movimento, piano piano aprono i tanti negozi che vendono di tutto e la gente incomincia a muoversi, di corsa, a piedi, con i mezzi pubblici. Tante formiche che si muovono, ognuna per la propria strada, con il turbo. A parte qualche homeless e i perdigiorno, tutti sembrano correre dietro a qualcosa o qualcuno. Ad uno sguardo distratto tutto sembra funzionare perfettamente, nella realtà il funzionamento della Grande Mela è molto più casuale di quanto si creda, anche rispetto alle altre grandi città degli States. Le giornate scorrono interminabili, fino a notte inoltrata e si va avanti, i giorni passano e i grattacieli, i palazzi di questa città moderna e antica insieme, ti fanno da cornice silenziosa, viva e illuminante nello stesso tempo. Nei negozi trovi tutto, ma un po’ per caso, tra visi di colore e tratti molto diversi che sembrano capitati lì, anche loro,  per caso. Il taxi arriva, ma quasi non ti accorgi da dove, il tassista non sa la strada, la cerca. Entri in un Deli per mangiare una cosa e tutto il cibo sembra uguale, nella sua diversità e tutto sommato appetibilità. Il jazz è sempre dietro i vari blocks che d’estate ti mandano il caldo e d’inverno ti soffiano quintali di vento.Una sera poi ti capita di andare in uno dei tanti locali dove suonano il jazz e capisci che la colonna sonora di New York City è quella perbacco, sempre, altro che rap o hip hop. Entri nel tempio del jazz, nel Village, il Blue Note e ti capita, come a chi scrive di ascoltare e godere un maestro assoluto come il pianista Eddie Palmieri e non capisci più nulla. La tua vita è diventata jazz, un’improvvisazione creativa che ti fa andare avanti con il sorriso nel cuore.

Mauro Pecchenino

Reggio Emilia: una boccata di sapori e sana lentezza

January 25, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Nella Città dove nacque il tricolore il 7 gennaio del 1797, è possibile trascorrere un week end piacevole e contraddistinto dalla tipica genuinità degli abitanti di questo luogo e della loro squisita cucina, dai sapori irresistibili.

Reggio Emilia è una piccola ed accogliente città dove trascorrere 2 giornate può risultare davvero sorprendente.

Il centro storico ha una forma esagonale, dove è possibile passeggiare serenamente a piedi, accompagnati da diversi ciclisti, qui assai numerosi e “sostenuti” dalla presenza di  piste ciclabili,  che fanno sembrare Reggio Emilia, una città dell’Olanda o della Scandinavia.

I monumenti principali sono il Teatro Municipale, le basiliche rinascimentali e barocche della Beata Vergine della Ghiara e di San Prospero.

Nel Municipio di Reggio Emilia potete visitare la Sala del Tricolore, luogo in cui nacque appunto, il primo tricolore.

Reggio Emilia è una città a misura d’uomo e per viverla appieno vi consigliamo di pernottare  nel centro storico e per questo vi segnaliamo l’albergo Posta, in un antico e suggestivo palazzo.

Per mangiare vi lasciamo un indirizzo su tutti, “Il Pozzo”, ristorante che si trova di fianco all’Ateneo di Reggio Emilia, meta anche di turisti stranieri e dove la vostra cena ve la ricorderete a lungo.

Entrando, scendete nel  “pozzo”, dove un ambiente caldo ed accogliente vi dà il benvenuto, attorniati da bottiglie pregiate e dove non potete esimervi dal bere Lambrusco, tipico rosso emiliano.

Gli antipasti di salumi  sono anche loro imperdibili.

Passando ai primi piatti e scegliendo, magari,  i cappelletti in brodo, si può passare ad un secondo rappresentato, perché no ?, da un divino guanciale di manzo con polenta.

Sulla lista dei dolci c’è l’imbarazzo della scelta.

Poi, sempre a vostra discrezione, un cognac o una grappa morbida o secca, possono chiudere con classe la vostra cena.

Il conto è in linea con le vostre aspettative, ma non rimpiangerete di averli spesi.

Quando uscite potete camminare, camminare e ancora camminare, in una città senza evidenti affanni, dal profumo intenso, regalato dai sapori di una terra ancora un po’ magica.

Reggio vi aspetta.

Norman di Lieto

Un Verdone strombazzato, ma che non convince

January 25, 2010 by  
Categoria: terza pagina

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Il nostro giornale non fa recensioni di film, per scelta, per questo ci sono già tutti gli altri giornali. Ma il nuovo film di Verdone, pompato all’inverosimile, ci ha spinto quasi in maniera obbligata ad andare a vederlo, per capire.  Per molti la vera trilogia del comico romano rimane  sempre rappresentata dai titoli che hanno caratterizzato il suo esordio: “Un sacco bello”, “Bianco, Rosso e Verdone” e “Borotalco” poi tra riproposizioni in chiave moderna dei personaggi tradizionali ( “Viaggi di Nozze”, “Bianco, Grosso e Verdone”) e qualche tentativo di sdoganarsi dai personaggi più amati dal pubblico come in “Sono pazzo di Iris Blond”, Carlo Verdone si ripresenta al pubblico con questo nuovo film, dove non ci convince. Carlo, sacerdote missionario in Africa, ritorna a Roma per una crisi esistenziale e di vocazione. Ascoltato dai superiori , il sacerdote viene convinto a rimanere a Roma per riavvicinarsi alla sua famiglia e per recuperare la fede. Qui, inizia l’innegabile capacità del regista di fotografare alcuni  vizi e  virtù italiche, in un viaggio apocalittico tra familiari strampalati, dal fratello bancario rampante e cocainomane alla sorella psicanalista isterica e frustrata, con una figlia completamente asociale, di cui la madre non si cura minimamente. L’unico felice sembra essere il padre, generale in pensione e vedovo ultrasessantenne, risposatosi con la (ex)badante Olga,  moldava che lo (ri)porta alla vita. In una serie di equivoci, risate e gag dal sapore antico, il film sembra perdersi in alcune parti totalmente inutili.  A tratti sembra di assistere ad un film di Pieraccioni ( e, a parer nostro, non si tratta di un pregio). Soprattutto quando irrompe nella vita della famiglia, la figlia di Olga, nel  frattempo morta per infarto, tra lo stupore generale, dato che  tutti i figli temevano ormai per le sorti del padre generale, schiavo del viagra e dei  desideri di Olga. La(u)ra Chiatti, accende in don Carlo, già in crisi di vocazione, strani giri di testa e tentativi goffi di seduzione, che ricordano, neppure tanto vagamente, il  Manuel Fantoni , che con i suoi racconti assurdi, cerca di far colpo su Eleonora Giorgi in “Borotalco”. Il film così perde di ritmo e diventa lento, fino ad arrivare ad un finale consolatorio, scontato e dal sapore rancido. Si ride, ogni tanto,  in maniera anche amara, ma il film non è riuscito, è solo strombazzato dai media.

Buona visione.

Edoardo d’Amato

Ma se ghe pensu, Genova è per noi

January 18, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Con questo articolo, Flipmagazine inizia una serie di consigli per week end culturali e di divertimento attraverso alcuni angoli tra i più belli d’Italia.

Partiamo da una delle più belle città italiane, Genova, che nel fine settimana è una meta ideale, soprattutto se si ha la fortuna di trovare il clima giusto. Consigliamo di arrivare alla mattina di buon ora, dove si ha così l’occasione, dirigendosi subito nell’interessante, intricato centro storico di stile e sapore arabo, di fare uno spuntino in una delle focaccerie che ancora oggi sono un’esclusiva del capoluogo ligure. Per chi apprezza il vino, un calice di Pigato della Riviera di ponente è il matrimonio ideale, altrimenti anche un cappuccino può andar bene.

Il centro storico è tutto da visitare con chiese e vestigia meravigliose del Medioevo e non solo. Facendo attenzione ai cartelli, passeggiando per Sottoripa si arriva con facilità all’Acquario, una visita ideale per grandi e piccini. Salendo poi per via San Lorenzo, si arriva a Palazzo Ducale, sede di mostre, sempre interessanti.

Dietro l’angolo, c’è Piazza De Ferrari e salta subito agli occhi, dall’altra parte della strada, il maestoso Teatro Carlo Felice, tempio della Lirica.

E inizia, via XX Settembre, cuore commerciale e pulsante della Città.

Dall’altra parte della Piazza, in direzione opposta a questa via si accede in Via Roma, la via Montenapoleone genovese. Con i mezzi pubblici ci sono ancora 2 zone imperdibili.

Una, verso il mare, Boccadasse, è una delle zone che hanno ispirato Fabrizio de Andrè e, conosciuta attraverso la televisione, perché da quelle parti ha casa la fidanzata di Montalbano.

L’altra è verso la parte collinare della città ed è rappresentata dai forti del Righi e da Rione di Castelletto, con un panorama che domina tutta la città.

Consigliamo per i nostri lettori 2 location per dormire e per mangiare:

  • Hotel Metropoli, Piazza Fontane Marose, Centro città.
  • Bed & Breakfast, D Charme, Casa dei Camilla, Vico indoratori.
  • Il Veliero in Via Ponte Calvi. ( Qui il simpatico Biagio con la figlia vi accolgono con ottimi piatti di pesce fresco e vino bianco ligure ).
  • Sa Pesta, in via dei Giustiniani (cuore del centro storico ). E’ una delle più antiche trattorie della Città con i piatti della tradizione ligure. Un monumento alla cucina casalinga.

Belin, Ragazzi, che bella gita sarà!

Giovanna Fonti ne’ Tori

In nome della Pace: divise ed elmetti in vetrina

January 14, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Riccione

Dato che parlare di questo argomento è sempre triste ecco una chiave insolita che allontana la mente dalla tristezza.

In una soleggiata giornata invernale una parata di mezzi militari d’epoca si snoda lungo le strade del vecchio paese. Le vetrine allestite a tema, mettono in mostra veri e propri “cimeli” che risalgono all’epoca delle due guerre mondiali: elmetti, ricetrasmittenti…

Un appassionante museo storico all’aria aperta tra la curiosità e l’ammirazione della gente.

E’ incredibile la passione che unisce questi collezionisti tutti vestiti con divise adorne di mostrine alla guida del loro mezzo, un vero convoglio militare che avanza lentamente: due “Gipponi” con a bordo i sosia, chiamiamoli così, del maresciallo Montgomery e del generale Alexander. Due “Willis” con a bordo i generali Lees e Clark; Fiat 508 “coloniali” traboccanti di soldati italiani in divisa Africa, un autoblindo con l’ufficiale in torretta, un carro armato con Winston Churchill, motociclette Zundapp con carrozzino e mitragliera…

La sorpresa lascia spazio a un brivido lungo la schiena; ma la curiosità prevale. I mezzi lasciati in sosta lungo il corso, vengono letteralmente circondati dalla folla: chi tocca con timore, chi chiede informazioni sul mezzo, sull’evento storico di appartenenza, c’è quasi più interesse che alla mille miglia!

E se, qualcuno passeggiando si è sentito intimidito dai manichini esposti nelle vetrine, nelle loro tute mimetiche, armati fino ai denti e dalle tante curiosità appartenenti al mondo militare, ora di fronte al rancio a base di penne all’arrabbiata e Sangiovese gomito a gomito ai simpatici sosia dei generali, socializza e dimentica il passato. Un’autentica cucina da campo infatti, allestita per l’occasione e diverse tende militari rendono l’atmosfera veramente coinvolgente.

Una bellissima manifestazione storica, un tuffo nel passato, che ai più anziani ha fatto rivivere momenti di forte emozione e ai più giovani ha dato la rara possibilità di vedere e toccare dei mezzi che solitamente si vedono solo nei film.

Carla Aghito

Mai abbassare la guardia !

January 13, 2010 by  
Categoria: attualità

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Non sono passati neppure 10 anni da quel maledetto 11 settembre del 2001, quando inesorabilmente nelle nostre vite qualcosa è cambiato in maniera profonda, radicale e per certi versi rivoluzionaria. È nata la consapevolezza di dover convivere, nostro malgrado, con la paura di attacchi terroristici.

Nei primissimi anni che seguirono l’attacco alle Torri Gemelle da parte di Al Qaeda, capeggiata da Bin Laden ( sarà ancora vivo e nel caso lo fosse, dove si trova? ), tutti erano profondamente scossi e consapevoli che il terrorismo avrebbe continuato a farsi sentire nelle nostre vite protagoniste di questa società moderna.

A quasi 10 anni e con qualche avvenimento in più, come: la Guerra in Iraq, La Guerra in Afghanistan, la  caduta di Saddam Hussein nel Golfo Persico e la cacciata dei talebani da Kabul, il nemico e ricercato numero 1, lo spauracchio Bin Laden è ancora latitante.

Ma la sua organizzazione terroristica Al Qaeda, continua a vivere  e, soprattutto, a reclutare nuove leve da addestrare e portare al “martirio” contro gli infedeli.

Sembrava si fosse aperta in questi ultimi anni, una nuova fase, lontana anni luce dal periodo post- Twin Towers e quindi più serena, quasi facendo dimenticare il pericolo terrorismo.

Invece il 26 dicembre,  molte cose e fatti si sono ripetuti.

Lo stesso padre del giovane kamikaze aveva denunciato il figlio alle autorità americane, poco tempo prima, sul pericolo di un possibile avvicinamento del giovane agli ambienti più estremisti del fondamentalismo islamico.

Per fortuna dei 278 passeggeri a bordo, l’ordigno che avrebbe dovuto attivare non ha funzionato e l’attentatore nigeriano è stato  bloccato dagli altri passeggeri , mettendoci una pezza.

Lo studente ha confermato agli investigatori di aver partecipato agli addestramenti militari che avvengono negli appositi campi organizzati dall’organizzazione terroristica.

Poi, il 29 dicembre, partendo dall’aeroporto di Malpensa intorno alle 14,00 noto un movimento continuo di forze dell’ordine all’interno dell’hub varesino.

Una sensazione vissuta da cronista e in prima linea, con la tensione palpabile e la paura che ti lascia completamente impietrito. Alcune aree sono off limits e transennate dalle forze dell’ordine, che cercano di non far trapelare nulla che possa provocare il panico in un aeroporto affollato di passeggeri.

Un getto d’acqua fortissimo sparato da un artificiere , denominata cannonata d’acqua, che serve a neutralizzare l’oggetto, ha portato le forze dell’ordine a comprendere come non si trattasse, per fortuna, di un ordigno.

Tutto è tornato presto alla normalità e molti passeggeri quasi non si sono accorti di ciò che stava accadendo in quei drammatici momenti, ma per chi ha compreso da subito il potenziale pericolo e lo ha vissuto in prima persona, quegli istanti, quei fotogrammi di vita sono sembrati interminabili, da brivido di morte lungo la schiena.

All’annuncio ufficiale del cessato allarme, abbiamo tirato un sospiro di sollievo.

Questi episodi devono riportare tutti al periodo di massima allerta post  11 settembre.

Davanti al dramma del terrorismo internazionale, non bisogna mai abbassare la guardia, ora più che mai. Attenzione, lo gridiamo con forza da queste colonne !

Alfonso della Mura

La sofferenza non festeggia il nuovo anno

January 11, 2010 by  
Categoria: attualità

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Tra tombolate, cenoni e panettoni sono passate anche queste festività. Nel rumore dei petardi e dello stappare dei tappi, il silenzio di chi soffre passa spesso inascoltato.

Avete mai passato un capodanno in corsia? A noi è capitato quest’anno!

L’esperienza è stata quasi bucolica, e per quanto la considerazione sia ovvia, ti accorgi che il dolore non va in ferie, non festeggia la vigilia e nemmeno il nuovo anno.

Il paradosso è che i medici, spesso cinici mestieranti del “dovrebbe” e  del “potrebbe”, festeggiano in barba a chi, preoccupato per la propria salute e per quella dei propri cari, da giorni aspetta il responso di un esame.

Col passare del tempo il ritmo della corsia si sostituisce a quello delle tue giornate, e tra occhi lucidi, sguardi bassi e toni silenziosi, in un  modo che sembra quasi irriverente, trovi anche lo spazio per sorridere di un niente. L’imbarazzo ed il pudore dei primi giorni, tra flebo, “pisciate in compagnia” di sconosciuti e notti troppo lunghe e rumorose per conciliare il sonno, lasciano lo spazio alla solidarietà vera, e il dolore di uno è condiviso da tutti.

Improvvisamente si passa, dal reparto di medicina d’urgenza al “reparto dell’amore”.

Senza nulla togliere alle capacità dei medici, credo che sia il senso della vita a spingerti fuori, ed è lì, in quel “nuovo fuori” che osservi, con occhi diversi, tutto ciò che prima davi per scontato. Cominci ad apprezzare le tue gambe, le tue braccia, i tuoi pensieri, anche i più strampalati… e in un mondo dove tutti chiedono certificazioni, t’accorgi che “aiutare” non richiede nessun certificato. Tutto quello che serve è un cuore amorevole e compassionevole: l’unica formazione richiesta è la disponibilità ad amare.

Barbara Fontanesi


A volte basta una lettera: lo strano caso del DRM

January 8, 2010 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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I DRM (Digital Rights Management) sono licenze/codifiche che impediscono la riproduzione non autorizzata di un file (musica e video principalmente): fino a ieri sembrava l’unica pensata stimolante per vender musica sul web. Ma, come spesso succede, a volte avvengono delle piccole rivoluzioni (basta una lettera): analizziamo insieme l’abbattimento del DRM da parte di iTunes.

Nella mente del creatore il DRM doveva risolvere la piaga della pirateria, introducendo un sistema criptico basato sulle licenze: ciò però ha influenzato le prestazioni e l’agibilità sulle varie piattaforme musicali (un po’ come successe con le protezioni all’interno dei CD: alcuni erano illeggibili e le band pubblicavano le soluzioni sul sito contro la volontà della casa discografica). Tutto ciò si è poi tradotto con l’invenzione di nuovi formati proprietari, facendo impazzire i clienti a cercare software che permettessero la conversione in formati standard (ovviamente impossibile, date le protezioni).

Una parziale soluzione era masterizzare le tracce e, tramite iTunes o Windows Media, importarle come mp3, aac, wav o un altro formato libero. La legge del buonsenso suggerisce che tutti questi passaggi allontanino le persone dalla musica digitale, anzichè avvicinarle, rimandandole così nei negozi a comprare CD.

Nel 2007 il caro Steve Jobs ha scritto una bella letterina (tutt’ora pubblicata su Apple.com: versione originale, traduzione italiana) intitolandola Pensieri sulla musica: e, pensa che ti ripensa, ha elaborato 3 soluzioni per distribuire la musica (ovviamente emule non è contemplato per ragioni scontate, la pirateria non è la soluzione al caro musica).

La prima soluzione lascerebbe immutate le cose: ognuno continua la sua battaglia a suon di protezioni e codifiche, scatenando una faida tra formati aperti/chiusi e tecnologie incompatibili. Un vero caos, specialmente se dobbiamo riprodurre lo stesso file su lettori musicali diversi/autoradio/stereo casalingo/computer. VLC è un lettore universale multipiattaforma per cui il problema nei computer sarebbe appianato, ma la musica gira con noi e quindi la soluzione diventa improponibile.

La seconda coinvolge direttamente Apple: concessione della tecnologia FairPlay a cani e porci, in modo che tutti possano riprodurre i brani iTunes. Carino, ma non praticabile per case produttrici come Sony/Microsoft che hanno altre tecnologie proprietarie non aperte a questo sistema (le canzoni acquistate sullo Zune Store funzionano solo su lettori Zune, lo store Sony Connect vende canzoni compatibili solo con lettori Sony e via elencando).

La terza (quella che poi, nel giro di 3 anni, si è avverata) è l’abolizione totale dei DRM da iTunes. Come ripete Steve considerando un ipotetico iPod con una capacità da 1000 brani, solo 22 su 1000 brani vengono acquistati da iTunes: gli altri derivano da CD acquistati in negozio e poi trasferiti sul computer, provenienti da amici/parenti/fonti varie/altri siti.

Questo sistema permette di non cestinare tutti i CD acquistati negli anni ma di riutilizzarli con le nuove tecnologie, permettendo di trasmigrare la nostra musica preferita nel nuovo formato della musica, ossia liquida.

Verso la fine della lettera troviamo una dichiarazione di ampio respiro dove afferma che, se le major saranno disposte a sbloccare la musica rimuovendo i DRM, Apple abbraccerà la situazione con tutto il cuore.

Riponendo i fazzoletti nella tasca la soluzione vincente è stata la 3^: ora su iTunes la musica viene venduta senza DRM con l’estensione m4a (un mp4 audio), a 320 kbps, in modo perfettamente legale (sulla nostra mail arriva la ricevuta anche per gli acquisti gratuiti -vedi regalie iTunes varie-).

É crollato un capo saldo di iTunes, ovvero il prezzo bloccato a € 0,99: ora i brani più recenti costano € 1,29, così le major guadagnano di più sulle novità e sono contente. Gli album costano in media sempre € 9,99 e alcuni della mia generazione (1998/2000) vengono venduti a meno di 7 euro.

Ancora una volta la logica e il buonsenso ha vinto sulle trincee: Apple guadagna molto bene anche senza protezioni, i clienti (purchè dotati di un lettore mp4) possono riprodurre la loro musica ovunque e farsi un CD da tenere in auto/casa e tutti sono gaudenti.

Tra l’altro l’acquisto su iTunes risulta più economico rispetto al CD, con il vantaggio di poter fare una copia di sicurezza del proprio acquisto (cosa non sempre possibile con i CD, essendo protetti) in modo da non perdere il proprio investimento. Lo Store Apple diventa quindi un modo per godere della musica in modo legale e contenendo i prezzi.

Chi, a 15/16 anni, si dava al download pazzo di musica accusando che era troppo cara e facendo notare che, magari, alcune canzoni facevano pena per cui voleva poter scegliere cosa acquistare ora con iTunes viene messo al muro: puoi acquistare i brani che vuoi singolarmente (ovviamente con l’album si risparmia, oltre a ricevere tracce bonus esclusive e booklet in pdf coloratissimi) e ascoltarli dove vuoi, senza impazzire con i vari sistemi di criptaggio.

Ancora una volta un sogno che sembrava impossibile, un obiettivo difficile a causa degli accordi sul copyright, grazie alla potenza contrattuale della Apple con le 4 grandi (Sony BMG, Universal, Warner ed Emi smerciano e controllano oltre il 70% della musica mondiale) è diventato alla portata di tutti, rendendo la musica più economica, legale, senza compromessi sul piano della qualità (320 kbps permettono una purezza del suono cristallino, anche se ovviamente perde il calore tipico dei dischi in vinile). Grazie.

Marco Sberveglieri

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