Fondato e diretto da Mauro Pecchenino

Il fascino senza tempo dei passages

December 27, 2009 by  
Categoria: terza pagina

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Le gallerie degli odierni centri commerciali non sono generalmente che una riedizione dei passages che furono realizzati a Parigi a partire dalla fine del Settecento. Il periodo di massimo sviluppo di tali luoghi commerciali si è avuto nei primi decenni dell’Ottocento e nel 1828 se ne potevano contare già ben 280, anche se purtroppo oggi ne sono rimasti solo una ventina, in gran parte in pessime condizioni architettoniche. Il primo ad essere costruito è stato il Passage Feydeau, inaugurato nel 1791. Poi, nel 1799, sono nati il Passage du Caire e il Passage des Panoramas, collegato a quell’attrazione basata su panorami dipinti che James Thayer aveva inaugurato nel 1779. Sono seguiti il Passage Delorme, costruito nel 1808 con una copertura interamente di vetro e ferro ripresa da tutte le gallerie successive, la Galérie Vivienne del 1823, il Passage du Grand Cerf del 1825, la Galérie Colbert, famosa per la grande cupola di 17 metri di diametro, e la Galérie Véro-Dodat, entrambe del 1826. Questa geniale invenzione francese si è diffusa rapidamente anche nelle altre nazioni, Italia compresa, sebbene raramente venisse raggiunto il livello di ricchezza delle più belle gallerie parigine. I passages parigini sono stati realizzati con un abbondante impiego di ferro e vetro, per cercare di ottenere una buona illuminazione naturale durante il giorno, ma anche per attribuire a tali costruzioni un’immagine di grande modernità, dato che l’accoppiata ferro-vetro rappresentava all’epoca la tecnologia più avanzata e una delle massime forme di espressione della Seconda Rivoluzione Industriale. Tale tecnologia ha consentito spesso di coprire i cortili interni ai palazzi con lucernari vetrati, ampliando così enormemente lo spazio commerciale al di là dei soli fronti stradali. La luce risultante da questi lucernari era particolarmente bianca e fredda e ciò è diventato un’importante tratto distintivo dei passages. Ma ciò che nei passages soprattutto affascinava era il particolare intreccio che si veniva a creare tra lo splendore delle luci e lo sfavillio delle merci. L’epoca d’oro dello sviluppo dei passages è stata infatti all’incirca il periodo nel quale a Parigi ha incominciato a diffondersi nelle strade, al posto dell’illuminazione ad olio, la più potente illuminazione a gas. Ne hanno beneficiato soprattutto la vita notturna e quei negozi prestigiosi con i quali tale città si è candidata ad essere la capitale mondiale del lusso e della moda. Ma il nuovo tipo di illuminazione è stato fondamentale anche per il successo dei passages, perché nei loro negozi lussuosi la luce era splendente, mentre nelle strade e nei vecchi negozi era ancora piuttosto debole. Non è un caso, dunque, che i negozi dei passages siano stati i primi ad importare per le loro vetrine le grandi lastre di vetro prodotte in Inghilterra.

Grazie ai passages, l’atto d’acquisto si è sempre più trasformato in un’occasione per vestirsi elegantemente. Fare acquisti all’interno di questi spazi protetti dalle intemperie, nonché dal caos e dalla sporcizia delle strade della città, dava la sensazione di appartenere ad un’élite, di essere parte del nuovo mondo borghese che si stava sempre più insediando nella società. Si poteva allo stesso tempo vedere ed essere visti e ciò consentiva ai ricchi commercianti borghesi di differenziarsi socialmente e di ostentare il nuovo status sociale acquisito. Per questo motivo, le fasce più benestanti della popolazione hanno adottato subito i passages come luoghi d’elezione, ma anche i ceti meno abbienti erano comunque attirati da essi.

Vanni Codeluppi

Docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia

Salute, bellezza e benessere in Tunisia

December 24, 2009 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

hammamet

Hammamet

Proseguiamo il nostro cammino in favore del benessere, questa volta con una puntata dal Magreb.
Nel passato, i Romani e i Cartaginesi, costruirono le loro terme ai bordi del Mediterraneo. Oggi Hammamet, a due passi dall’Italia, vanta i quattro tra i più importanti centri di Talassoterapia tunisini, offrendo un ventaglio di cure, dal trattamento, che si avvale di acqua di mare, al massaggio orientale. Una terra di sogno, una vera oasi marittima dalle immense spiagge di sabbia dorata, un entroterra dalla bellezza affascinante e dai mille contrasti.
E’ in questo contesto, che la Tunisia accoglie quest’anno il VI° Congresso Internazionale della Salute, della Bellezza e del Benessere, con in primo piano quattro differenti discipline: medicina, kinesiologia, idroterapia ed estetica che in sinergia tra loro, rafforzano la promozione di questo settore, avendo come obiettivo lo sviluppo di diventare un polo di esportazione di servizi di cura con l’acqua e di conseguenza di soggiorni alberghieri.
Tarek Boulifa, coordinatore del Congresso, ha dato un’impronta particolare a questo evento, miscelando sapientemente il lavoro, con le cure di talassoterapia e con qualche escursione eco-turistica per i suoi ospiti. Nella visita dei lussuosi alberghi che punteggiano la costa, i “Bio Azur”sono le strutture più importanti. Veri regni del benessere e della talassoterapia, dove l’acqua di mare è ricavata ad una profondità di 6 metri a 450 m.dalla riva,  ricca di sali minerali e di oligoelementi viene esaltata in piscine riscaldate a 33 gradi, dove ci si abbandona a momenti di voluttuoso riposo. Dinamismo, energia e vitalità sono alcuni degli aspetti salutari della thalasso.
Il congresso ci ha offerto inoltre la riscoperta dei mille segreti della bellezza orientale, dei rituali di cura del viso e del corpo e l’utilizzo di prodotti tradizionali al 100% naturali e adatti ai fabbisogni della donna  moderna.
Negli splendidi hammam della Tunisia, in una serie di spazi tra loro collegati, avvengono le diverse fasi della purificazione rituale del corpo.
La combinazione di luce, avorio, nebbie,  fa pensare all’Hamman come a una specie di isola esotica, dove donne e bambini bevono acqua di rose e succo di mele muschiato, profumandosi con essenze particolari. In primavera, infatti, si distillano tutti i tipi di fiori profumati: rosa,  fiore d’arancio, gelsomino, geranio rosato, che vengono utilizzati negli hamman stessi e per bagni di vapore degni di una regina. E che dire del fascino del maquillage della donna araba? Dal nero kajal che rende lo sguardo struggente e intrigante,  il color porpora  delle labbra ricavato da una terracotta e steso sapientemente con un pennello inumidito nell’acqua, fino  al miracoloso impasto a base di argilla e boccioli di rosa, mirto e piante profumate capace di regalare alla pelle e ai capelli una morbidezza incredibile.
Ma la  presentazione del massaggio Sahara Stone, effettuato da due operatori in perfetto stile orientale è stato sicuramente il momento più coinvolgente: un massaggio benessere che trasporta la mente lontano tra  minareti, medine, moschee, verso oasi non solo di palme dattifere, ma oasi di pace dove gli uomini ascoltano il passar del tempo scandito nella clessidra della vita.
A due passi dall’Europa, nel cuore del Mediterraneo, Hammamet è un luogo dove l’aria è cosi’ dolce, il cielo cosi’ puro, il mare cosi’ blu e l’amicizia tanto spontanea, che non si vorrebbe mai ripartire. Magari sorseggiando un tè alla menta o gustando le raffinatezze della cucina tunisina, tra le infinite sfumature di verde dei tamerici,  aloe,  ulivi,  fichi d’India o gironzolando nei souk della Medina variopinta. Nonostante l’affluenza dei turisti, non si ha mai la sensazione di essere in tanti, come spesso accade sotto altri cieli.
Un viaggio nel tempo,  tra i numerosi minareti e la sontuosa eredità di doni naturali e d’arte come le sue tante moschee, un viaggio di  benessere… tra hamman, terme, thalasso, massaggi, verso la detossinizzazione della pelle e la liberazione del corpo in un relax totale per ritrovare il benessere sempre sognato.

Carla Aghito

Il Meridione, una storia infinita mai a lieto fine

December 23, 2009 by  
Categoria: attualità

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Eppure la Germania ce l’ha fatta.
Dopo il crollo del muro di Berlino e l’unificazione degli stati dell’ex DDR è riuscita, non senza intoppi iniziali ed incidenti di percorso, ad ottenere ciò che in pochi speravano ed in molti auspicavano, non solo una Germania unita, ma anche un Paese che, finalmente, non si muovesse sui binari della crescita economica a due velocità.
Con da una parte la ex Germania dell’Ovest a fare da locomotrice e i paesi dell’ex DDR a seguire la locomotiva, con affanno e qualche timido segnale di cambiamento culturale.
E in Italia?
L’annosa questione del Mezzogiorno crea polemiche culturali e politiche e come sovente accade nel nostro Paese, divide in maniera netta le due correnti di pensiero.
Da una parte, una votata alla secessione, l’altra più disincantata e quasi gattopardesca, portata al mantenimento di ciò che è sempre stato condotto in maniera quasi rassegnata e, talvolta, contraddistinta da segnali preoccupanti, rappresentati da apatia politica e culturale.
Eppure, da un’analisi storica si arriva a comprendere come in Italia negli anni Settanta, il divario tra il reddito pro capite del Nord, rispetto a quello del Mezzogiorno non fosse molto distante, per poi in maniera costante e, quasi inesorabile, allontanarsi sempre più dalla “locomotiva Nord”.
Con una differenza sostanziale, la difficoltà nel Mezzogiorno di far nascere imprese private  (è noto a tutti che illegalità e criminalità organizzata rimangono senza dubbio il cancro sociale che le divora) e quindi occupazione.
Tutto questo comporta un tasso di disoccupazione molto alto  che il settore pubblico in Meridione dovrebbe ridimensionare, attraverso assunzioni di questa percentuale di non occupati.
Cosa viene fatto per il Mezzogiorno in maniera concreta?
Quali sono le politiche strutturali messe in atto per lo sviluppo reale e costante del Sud d’Italia?
Per avere anche un altro punto di vista, controcorrente e spiazzante, è interessante segnalare la lettura di un libro scritto da Marco Demarco, dal titolo: “Bassa Italia”, l’antimeridionalismo della sinistra meridionale.
In maniera continua ed incalzante l’autore procede con un’analisi storica e molto approfondita del Mezzogiorno d’Italia, dai tempi del Regno Unito fino ai giorni nostri, con le varie teorie che accompagnavano filosofi, politici, letterati italiani e stranieri  quando discutevano della questione  meridionale.
L’autore, giornalista e Direttore del Corriere del Mezzogiorno, permette al lettore di guardare da un punto di vista differente, su un tema così dibattuto e molto sentito.
Demarco, infine, è convinto dell’utilità di un’autocritica meridionale, ponendosi tra i due soliti schieramenti e creando una “terza via”, un nuovo modo di (ri)pensare al Mezzogiorno e alle questioni sociologiche, politiche e culturali che da sempre lo contraddistinguono e, aggiungiamo noi, lo uccidono.

Norman di Lieto

In Italia si chiude sempre per ferie

December 23, 2009 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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In Italia sembra il mese di Agosto durante il periodo delle festività natalizie. Non c’è crisi vera o presunta che tenga.

Aeroporti e stazioni prese d’assalto, tutti pronti e doverosamente in attesa del viaggio “istituzionale”, per intenderci meglio, quello che per nessun motivo deve mancare sull’agenda nostrana.

Avendo inizio l’esodo, tutto sembra si fermi, o meglio, qualsiasi cosa inizia ad andare avanti a singhiozzo.

Le affinità con il tanto temuto mese di Agosto si sprecano, le vacanze dal 23 dicembre al 6 gennaio sono un qualcosa di irrinunciabile e, allo stesso tempo, nessuno può evitare di seguire il trend.

Se malauguratamente il binomio “esodo” dovesse legarsi in maniera quasi diabolica con il fenomeno atmosferico rappresentato dalla  neve, siamo al black out, alla paralisi dei trasporti: dai treni, alle autostrade fino alla cancellazione e alla chiusura di voli ed  aeroporti.

Nessun italiano che si rispetti sembra voler rimanere escluso da questa  fuga dal lavoro, così non è difficile trovare in questi giorni, quotidiani che si presentano in edicola dopo aver seguito una rigorosa cura dimagrante e dunque in una deprimente versione slim.

Palinsesti televisivi che offrono un panorama desolante di repliche e controrepliche e, dulcis in fundo, il campionato italiano di calcio completamente fermo.

Josè Mourinho, allenatore mal sopportato in Italia, sente la nostalgia dell’Inghilterra e del suo campionato che, nel periodo natalizio, gioca 2 partite nell’arco di 4 giorni.

Nello stesso periodo, le nostre squadre non giocano neppure  una partita, perché sono corsi tutti al sole delle Maldive a godersi i loro guadagni milionari.

Fabio Capello, di contro, allenatore della nazionale inglese, in un’intervista ad un Tv britannica ha annunciato di sperare vivamente di continuare la sua vita a Londra, anche alla fine del contratto che lo lega con la selezione di Sua Maestà.

Don Fabio non sente nostalgia del nostro Paese?

Forse, vivendo e respirando la cultura anglosassone, la malinconia verso il Belpaese è decisamente scemata e il confronto è diventato impietoso.

Norman di Lieto

News from Copenaghen

December 21, 2009 by  
Categoria: world wide

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Copenaghen

This year our Christmas tree in the center of Copenhagen will be light from people who is riding a bicycle just beside the tree. The tree has 700 low energy bulbs and will get the light from 15 bicycles. (Just for fun of course). Denmark is a pioneer in wind energy, and Danish wind turbine manufacturers provide half of all the windmills, which are set up around the world. First step is to negotiate with and about the developing countries like Africa etc. So they will do a lot of talking. Next week will be very exciting because most of the worlds State Leaders will participate in the end state and hopefully signing a deal for the whole world for the future. It will also be exiting to see what activity the Ngo’s will provide to put pressure on the ongoing negotiations. We have about 6000 policemen in the streets to keep law and order, I do hope that the summit will be without any riots and violence. I think it is extremely important that we face the truth that our clima has changed and will continue changing unless the world does something about it. From 20 25 Copenhagen will be the world’s first CO2-neutral city. I really appreciate this idea – but I doubt it.

Liane Jorgensen

Copenaghen, il gioiello verde.

December 21, 2009 by  
Categoria: attualità

copenaghen

Copenaghen

Il Summit mondiale ha portato Copenaghen in primo piano.

Non vogliamo parlare di come Pechino risolverà le richieste che gli verranno poste, oggi la  Cina è infatti la prima potenza economica mondiale ed anche la prima nazione ad avere livelli di emissioni di sostanze inquinanti tra le più elevate.

Non vogliamo discutere sul fatto di come Obama riuscirà a convincere gli altri Stati a firmare accordi davvero vincolanti per quei Paesi che non sono in linea con quelle che, dovrebbero essere elementi imprescindibili per affrontare seriamente la questione del riscaldamento globale del pianeta e, le relative politiche da adottare.

Flipmagazine vuole mettere in risalto come non ci fosse altro posto al mondo dove la Conferenza ONU sui cambiamenti climatici si sarebbe dovuto svolgere e, questo luogo, non poteva essere che Copenaghen.

La capitale danese da sempre, ha un occhio di riguardo nei confronti dell’Ambiente.

Sin dagli anni Sessanta il Governo scandinavo ha incentivato il trasporto pubblico rispetto a quello privato, portando i prezzi delle automobili a livelli molto alti ( a causa di tasse elevate applicate dallo Stato ) per disincentivare i danesi all’utilizzo di mezzi privati di trasporto e per favorire altresì, l’uso dei mezzi pubblici più economici e con una rete che copre in maniera capillare ogni parte della Città.

Inoltre l’utilizzo delle biciclette dimostra, in primis, un’attenzione all’ambiente e di conseguenza, un approccio  culturale che contraddistingue il popolo danese, attento non solo alla forma fisica ma soprattutto, desideroso di inquinare il meno possibile.

Oggi a Copenaghen sono svariate le imprese Leader nella creazione di tecnologie innovative per la salvaguardia dell’ambiente e proprio in occasione del Summit, hanno creato un Consorzio denominato Protocollo Meeting Sostenibili.

Inoltre qui tutte le case private, sono dotate di pannelli solari e molti alberghi della città hanno ottenuto la certificazione ambientale, grazie a politiche volte a ridurre o, sovente, ad annullare l’impatto di C02 nell’aria.

Questa città gioiello è il simbolo dell’attenzione all’ambiente, di una società che rivolge la priorità alla lotta all’inquinamento grazie soprattutto ad una forte coscienza sociale e civile.

Se volete andarla a visitare, non lamentatevi dei prezzi troppo alti dei biglietti aerei, il governo danese applica infatti alle compagnie tasse più elevate, per compensare l’impatto ambientale che gli aeromobili generano una volta atterrati sul suolo danese.

Un cittadino danese, italiano di origine, ci ha raccontato di come i politici da queste parti sono sempre in mezzo alla gente e, di come lui stesso, abbia potuto discutere di una Legge da poco approvata dal Governo con un ministro dell’Esecutivo. Il ministro dopo aver risposto a tutte le sue domande, ha chiesto il permesso al cittadino di congedarsi, per poter prendere parte ad una riunione del Consiglio dei Ministri.

Modello Copenaghen, modello fantascienza?

Alfonso della Mura

Guardando gli altri con gli occhi di un “parigino”

December 11, 2009 by  
Categoria: world wide

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Parigi

Vogliamo sfatare qualche luogo comune qui dalla capitale francese, su Francesi o  cugini d’oltralpe, come li chiama qualcuno, in questo periodo prenatalizio che ben si presta a capire differenti mentalità e abitudini.
Gli Italiani hanno riempito la Ville Lumière nel ponte dell’Immacolata in massa, come al solito, vocianti, casinari, poco rispettosi degli altri. La solita marmaglia dicono i Francesi, tra i denti. I parigini, dal loro canto accentuano la loro naturale aria schifatella, piena di smorfiette e rari sorrisi. Il loro sogno nel cassetto sarebbe la città popolata solo da loro stessi, senza barbari che vengono da fuori. All’atto pratico, sopportano poco qualsiasi etnia, anche se a prima vista la città sembra super etnica e pronta ad integrare chiunque.
In realtà è un falso credo. Per i parigini gli altri sono gli altri e danno fastidio. Vanno bene per fare lavori pesanti che loro non fanno, vanno bene come tratto esotico, ma poi stanno bene tra di loro, a bere vino rosso e kyr.
Chi scrive, da molti anni frequenta Parigi, la Francia e il Magreb e non è stato difficile rendersi conto vis à vis di quanto stiamo affermando.
Vediamo come sono visti gli altri dai parigini, così per capire e per fare cronaca.
Gli Italiani sono visti come i soliti casinisti scansafatiche, furbetti e mariuoli, poco affidabili, sempre pronti a sbavare per le donne e per i soldi, con poca voglia di impegnarsi. Piacciono il nostro cibo e la nostra moda, ma alla fine dei conti ritengono che il cibo francese e la loro moda sia meglio, più raffinata e sensuale.
I Belgi sono giudicati un popolo adatto come protagonista delle loro più comuni barzellette che raccontano all’ora dell’aperitivo. Gente senza storia e con poco futuro.
Gli Spagnoli sono pressoché equiparati agli Italiani, solo un po’ meno eleganti e attenti al look. Piacciono molto  le donne spagnole, più delle Italiane.
I Tedeschi sono visti come persone serie, un po’ rozze, sbevazzone e assai noiose.
Gli Inglesi sono giudicati in maniera ambigua: seri e ricchi di passato, sicuramente competitivi, ma noiosini e superbi.
Insomma, potremo dire che I Francesi amano solo se stessi, non ci sono dubbi.
Hanno però un grande pregio che li contraddistingue: sono molto aperti, dal punto di vista culturale, e se una proposta che riguarda la cultura è valida, viene accettata e apprezzata, a prescindere dal popolo e dal Paese  che la propone.
E questo aspetto non è cosa da poco.

Mauro Pecchenino

Luci e ombre a Palazzo Brera: Storia del Museo Astronomico

December 7, 2009 by  
Categoria: terza pagina

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Milano

Passeggiando per il caratteristico quartiere di Brera, nel cuore di Milano, non si può evitare di imbattersi nello storico Palazzo sede dell’Accademia e della Pinacoteca, antico centro di cultura e storia. Dopo aver percorso le splendide sale custodi di opere del Bramantino, del Mantegna, di Piero della Francesca, vale la pena prendersi il tempo di visitare il resto del palazzo piermariniano, per scoprire gli altri piccoli e meno conosciuti gioielli che esso ospita.
Uno di questi è il Museo Astronomico di Brera. Si tratta di una piccola stanza a cui si accede solo per caso, se si ha l’occasione di giungere nella parte posteriore del Palazzo e di notare il cartello che indica di salire le scale che portano ai piani superiori. Non è certo facile da trovare, però, appena varcata la soglia di ingresso, ci si rende conto di quanto sia interessante una visita a questa esposizione. Facendo qualche domanda a riguardo, scopriamo che il progetto ha visto la luce nel 1983 ed è gestito dalla Sezione di Storia della Fisica dell’Istituto di Fisica Generale Applicata dell’Università degli Studi di Milano. “Il museo conserva la memoria storico- scientifica di Brera, dell’Osservatorio e dell’Università Statale. Il fine dell’esistenza del museo è la diffusione e la valorizzazione della cultura scientifica, il mezzo per raggiungerlo è la conservazione del patrimonio”, spiega Pasquale Tucci, professore ordinario di Storia della Fisica presso l’Università degli Studi di Milano e direttore del museo. Esposti nella sala si possono trovare una settantina di pezzi tra cui Telescopi, Spettroscopi, Globi, Microscopi e Orologi che ripercorrono la storia della ricerca astronomica degli ultimi secoli. Strumenti che sono appartenuti all’Osservatorio Astronomico, il più antico istituto di ricerca scientifica della città e che, fino agli Ottanta, erano rimasti abbandonati ed impolverati negli archivi dell’Accademia. Il percorso si articola per aree tematiche, valorizzate e separate tra loro, solo da un gioco di luci e ombre “per non creare barriere ed individuare le continuità tra le isole tematiche”, ci spiega il direttore, e perché “secondo i principi base dell’astronomia, la luce è un elemento chiave, in quanto veicolo di informazione da oggetti lontani”. Nonostante la luce assuma un ruolo così fondamentale per l’esistenza del museo stesso, la sensazione che si ha è che questo luogo viva, in realtà, immerso in una totale ombra. La sala del museo infatti ci appare completamente deserta, e pare che questo non sia il caso isolato di uno sfortunato giorno. Il Prof. Tucci spiega che questa realtà è poco conosciuta e valorizzata. È nota solo alla nicchia di interessati ed appassionati, che peraltro è ristretta, e, a parte qualche visita da parte delle scuole, questo museo sente davvero la mancanza di frequentatori. Certo, una possibile soluzione a questa situazione potrebbe venire dalle istituzioni, le quali dovrebbero intervenire per restaurare le aree comuni di Palazzo Brera, migliorandone così l’aspetto, la pianificazione degli spazi, l’accessibilità e, con queste, la visibilità esterna e la comunicazione efficace delle iniziative connesse alla valorizzazione del patrimonio. Non è certo nascosto agli occhi del visitatore lo stato di degrado in cui versa la struttura non appena si entra o si esce dalla zona della Pinacoteca: muri scrostati, rifiuti,  scritte sulle pareti, studenti accalcati ovunque, incuranti di stare calpestando pezzi di storia.
Occore considerare che Palazzo Brera è l’importante sede di una delle più belle raccolte di dipinti che ci siano in Italia, di una celebre ed antica Accademia di formazione artistica, dell’ottocentesca Biblioteca Braidense, dell’Orto botanico e dell’Osservatorio astronomico con il suo relativo museo. Un simile stato di abbandono non costituisce sicuramente un biglietto da visita di tutto rispetto per il turista, milanese e non, che voglia venire a visitare uno dei massimi poli di interesse della città. Il visitatore non entra con piacere in un luogo in cui debba seguire un percorso di guerra, mal tenuto e scarsamente indicato. Il danno per Brera, in questo senso, è ingente; la struttura non rivive, non si apre. Non resta che augurarsi che le istituzioni in un futuro corrano ai ripari e lavorino concretamente per restituire “la giusta luce” a Palazzo Brera e agli istituti che esso ospita.
FlipMagazine si  impegna a seguire gli sviluppi di questo tempio della cultura.

Barbara Pellegrini

Il cinema italiano in netta ripresa

December 6, 2009 by  
Categoria: cosa bolle in pentola

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Intrecciando dati OCSE, stime dell’Unione Europea, valutazioni del Ministro dell’economia in carica e le svariate preoccupazioni del leader del maggior partito d’opposizione, non riusciamo, anche con tutta la nostra buona volontà,  a definire un quadro delineato  dello scenario in cui versa il nostro Paese.
Fate parte di coloro che si schierano tra i pessimisti – catastrofisti, oppure vi potete definire moderatamente ottimisti o, ancora, siete tra quelli che gli altri vedono come degli inguaribili sognatori più forti di tutto e di tutti, pronti a spiegare le vele verso un futuro radioso e ricco di soddisfazioni?
La geografia degli umori oggi è varia, vulnerabile e sempre pronta ad essere influenzata da fattori di qualsiasi tipo, quindi tutti all’erta e pronti ad interrogarsi su chi davvero avrà ragione nel prevedere come si delineeranno le nuove prospettive future.
Intanto il mondo del cinema italiano segna un dato oggettivo: non è in crisi.
Dopo diverse stagioni in cui ci si preoccupava molto sul suo stato di salute è fondamentale sottolineare come, negli ultimi 2 anni, così difficili per l’intero sistema economico mondiale, la crisi non abbia comunque intaccato la creatività e il valore di diverse pellicole prodotte dal nostro cinema con titoli che si sono fatti apprezzare e che hanno trovato giudizi favorevoli da parte della critica e non solo italiana.
“Il divo” di Sorrentino, per esempio, che racconta la vita di Giulio Andreotti e della sua lunghissima storia politica, personaggio imperscrutabile e dai mille risvolti, sovente oscuri, con un incisivo Toni Servillo. “Caos Calmo” di Antonello Grimaldi, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi, con Nanni Moretti nella veste di attore  e poi “Gomorra” di Matteo Garrone,  tratto dal best seller di Roberto Saviano. E ancora:“Il papà di Giovanna” di Pupi Avati, con la notevole interpretazione di Silvio Orlando,  grazie a questo film, vincitore a Venezia della prestigiosa Coppa Volpi. Tutti film belli, ben costruiti, indiscutibili.
Sovente il cinema italiano ha saputo rappresentare al meglio la situazione in cui vive il nostro Paese e in pellicole come: “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, ambientato in un  call-centre, luogo di impiego di tanti neolaureati che, non trovando occupazioni in linea con i propri studi accademici, si ritrovano a dover accettare e convivere con situazioni professionali e umane…molto particolari. Ricordate Sabrina Ferilli, che incita il gruppo delle telefoniste a dare il massimo?
Nel 2009 anche il film “Generazione 1000 Euro” di Massimo Venier fotografa in maniera impietosa la triste situazione attuale, anche se il film del 2004: “Volevo solo dormirle addosso” di Eugenio Cappuccio, aveva già fatto da precursore di questi tempi grami.
Come è noto, nel film, un giovane formatore di nome Pressi, interpretato da Giorgio Pasotti viene incaricato da una multinazionale francese di tagliare almeno il trenta per cento del personale, a risultato raggiunto lo stesso avrebbe ottenuto un premio di produzione. Ecco come un giovane in carriera si trova nel difficile ed antipatico compito di licenziare persone, in uno scontro generazionale e di ruoli ancora oggi molto attuale.
Giuseppe Tornatore con il suo “Baaria” ha dato un ulteriore dimostrazione di come sia un regista profondamente discusso, ma di indubbie capacità narrative, soprattutto quando si tratta di raccontare le vicende del suo paese natale, Bagheria appunto.
Marco Risi invece, ricorda una figura di giornalista, quella di Giancarlo Siani, ventiseienne napoletano, praticante presso la redazione del quotidiano  “Il Mattino”. La sua ( breve ) vita, le sue (tante) inchieste, su intrecci tra affari, politica e camorra, gli costano la vita a causa della sua proverbiale capacità giornalistica ed investigativa, in un binomio che tanto infastidiva i potenti dell’epoca e li infastidirebbe anche ora.
Per concludere, citiamo il film: “La doppia ora”, per la regia di Giuseppe Capotondi, in cui oltre ad una storia narrativa originale e coinvolgente, spicca una giovane e brava attrice russa Ksenija Rappoport, che proprio grazie a questa interpretazione è stata premiata con la coppa Volpi.
Il cinema italiano dunque è in controtendenza e, grazie ad un suo film, premia e fa salire alle luci della ribalta un’attrice russa,  di indubbio talento.
Finalmente stiamo diventando  più internazionali?
Almeno il nostro cinema la ripresa la sta assaporando…

Isabella Cammarano

Quando la vetrina diventa protagonista

December 6, 2009 by  
Categoria: terza pagina

vetrina
Gli individui consumano dei prodotti, ma consumano soprattutto le immagini di tali prodotti. Questi infatti vengono sognati e desiderati dentro numerose forme di comunicazione: i messaggi pubblicitari, i film o i programmi televisivi in cui compaiono, gli articoli di giornale che ne parlano, ecc. E soprattutto dentro la vetrina, originale invenzione settecentesca del commercio che continua ancora ad esercitare un grande fascino. La vetrina infatti è nata nei primi decenni del Settecento e con essa è nata anche quella particolare modalità comunicativa che la caratterizza. I negozianti cominciarono a cercare di attirare l’attenzione dei passanti sulle proprie vetrine mediante spettacolari giochi di luce. Utilizzarono le vetrine come se fossero il palcoscenico di un teatro sul quale rappresentare uno spettacolo, considerando la strada come la platea e i passanti come il pubblico. Non è un caso pertanto che l’illuminazione delle vetrine abbia seguito le regole dell’illuminazione teatrale.
Il risultato per i prodotti esposti in vetrina è stato di essere spettacolarizzati. Ma, con l’inizio dell’Ottocento, la produzione di grandi quantità di merci, resa possibile dalla seconda Rivoluzione industriale, e l’intensa fase di sviluppo attraversata dai processi di «metropolizzazione» del sociale hanno progressivamente moltiplicato i consumi e i luoghi di acquisto. Sono nati così anche i grandi magazzini, cioè luoghi di grandi dimensioni, spesso articolati su più piani, che promettevano ai clienti di potervi trovare qualunque cosa. L’opera di seduzione e convincimento del consumatore anche in questo caso è stata esercitata dalle merci adeguatamente messe in scena e il grande magazzino si è fatto teatro.
Dunque, la logica comunicativa della vetrina, basata sulla messa in scena spettacolare dei prodotti, si è progressivamente estesa durante l’Ottocento all’intera superficie di vendita e a luoghi sempre più grandi. Tale spettacolarizzazione ha avuto all’interno della pubblicità uno sviluppo parallelo e complementare rispetto a quello registratosi negli spazi di vendita e si è ulteriormente intensificata quando sono arrivate le grandi esposizioni universali.
Nel XX secolo, con la nascita e il sempre più intenso successo a livello planetario del modello statunitense del centro commerciale, il processo di “vetrinizzazione” si è ulteriormente rafforzato, diffondendosi a tutte le principali tipologie di luoghi del consumo: centri commerciali, alberghi, ristoranti, cinema, musei, parchi a tema, aeroporti, Internet, ecc. Ma, più in generale, negli ultimi decenni si è presentato soprattutto un processo di progressiva “vetrinizzazione” della società, cioè l’adozione da parte dei principali ambiti sociali di quella particolare logica di rappresentazione visiva che contraddistingue a partire dal Settecento le modalità comunicative che appartengono alla vetrina.

Vanni Codeluppi
Docente di Sociologia dei Consumi e Comunicazione pubblicitaria – Università di Modena e Reggio Emilia -

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