Con quella faccia un po’ così, di chi vede il mondo con ironia
October 26, 2009 by admin
Categoria: terza pagina
Parigi
Incontriamo un attore con una tecnica, un carisma e una singolarità spiccata, un artista mai banale che sa dare una marcia in più alle sue apparizioni, al cinema e a teatro. Lui è Jean Reno, nome d’arte di Juan Moreno y Herrera-Jimenez,. Spagnolo, nato a Casablanca e poi naturalizzato Francese. Molto alto, una faccia strana, una voce con pause studiate e più simpatico di come appare in certi ruoli culto, da molti anni. Non si può dimenticare le sue interpretazioni in lavori come Le gran bleu, Nikita, Leon, I fiumi di porpora, Il codice da Vinci e il recente Le premier circle, tanto per citare alcuni titoli di una filmografia mai banale.
Indossa giacca e pantaloni verde bosco e una camicia scura, ogni tanto sorride, ma nell’insieme è molto controllato. Parla subito di politica, si sente che gli piace essere aggiornato, legge molto, conosce i classici e una vena di ironia, molto garbata, sta alla base di molte delle sue affermazioni. E’ un divo diverso da altri che popolano gli schermi, lavora in tutto il mondo, è apprezzato anche negli Stati Uniti, ma dimostra una venerazione per l’Europa e la Francia in particolare. I suoi silenzi, le pause improvvise, sembrano venire dalla voglia di usar le parole con un ragionamento preciso. Infatti, afferma che per lui incontrare un giornale significa raccontarsi un poco, ma soprattutto confrontarsi.
Su un argomento si illumina di una luce diversa, quando parla della Formula 1, una sua passione, quasi infantile. E, chiacchierando delle Rosse di Maranello, sembra tornare bambino. Ma noi vediamo questo gigante, che sa spaziare dalle parti di cattivo, fino ai ruoli brillanti, mantenendo sempre un distacco, che gli permette di avere una personalità adatta a tutti i ruoli. Noi lo vediamo con uno sguardo che da truce sa diventare tenero, come nell’indimenticabile interpretazione di Leon. Leon, uomo forte e indifeso che scappa con la sua amata pianta tra le mani, il revolver sempre pronto e accanto l’incantevole bambina Natalie Portman, dallo sguardo che comunica tutto, anche senza parole.
Reno, un fuoriclasse che non sarà mai un personaggio da copertina fine a se stesso, ma confermerà sempre la sua presenza di colto hidalgo, che ha scelto Parigi e Los Angeles, passando da New York, per trasmettere un sense of humour che lo colloca una spanna sopra a suoi colleghi, più glamour e da rotocalco.
Alain Bataclan d’Onsvers
“Tutti Divi”, in una televisione che sbatte via chi non serve
October 25, 2009 by admin
Categoria: terza pagina

Il divismo è diventato un fenomeno completamente diverso rispetto agli anni d’oro di Hollywood. La causa principale è la supremazia della televisione sul cinema. Il divo è misterioso, sconosciuto, sfuggevole, al di sopra dei comuni mortale. Si chiama Greta Garbo e fugge, si nasconde, sparisce, creando un mito di se stessa. Nei nostri tempi, la televisione ha appiattito tutto, il divo è stato sostituito dal personaggio kleenex: arriva, appare per un po’, attira l’attenzione e poi sparisce da dove è venuto. Oggi il personaggio è l’uomo che racconta le sue sofferenze in famiglia. Il ragazzetto che va in cerca di una ragazza nelle tristi trasmissioni della tv spazzatura. La ragazzetta che mostra il seno finto. Sopra tutti, diventa personaggio chi è più finto, più becero, più squallido. In tutto questo domina uno show business fatto di niente, banale e asfittico, dove anche chi sa fare qualcosa (vedi certi partecipanti ai talent show), dura lo spazio di un mattino.
Esistono poi le solite, benvenute eccezioni. Luciano Ligabue ne è un chiaro esempio: intelligente, abbastanza genuino, ricco di buon talento, nonostante sia tutto sommato un artista defilato, diventa personaggio e divo moderno, diverso da quelli del passato, ma capace di attirare grande seguito e curiosità.
A parte lui, c’è qualcuno che può avvicinarsi ai divi del passato ? Ci vengono in mente solo due nomi: Mina e Umberto Eco, differenti in tutto, ma entrambi molto abili a comunicare e gestire il successo e la propria sfera privata.
Intorno a questi argomenti è uscito nei giorni scorsi un bel saggio edito da Laterza. Si intitola “Tutti divi. Vivere in vetrina” e l’autore è Vanni Codeluppi, noto sociologo dei consumi, già professore all’università IULM di Milano e oggi in forza all’università di Modena e Reggio Emilia. Un bel libro il suo, si legge con piacere, anche perché fa capire che nei nostri giorni chi strilla un po’ sembra poter diventare un divo, poi tutto finisce e si sgonfia come un palloncino al luna park.
Scrive Codeluppi: ”Se da James Dean e Marilyn Monroe in poi il ruolo del divo è cambiato, è anche perché il diffondersi del mezzo televisivo ha determinato nuove modalità di rapporto con il divo stesso. Andare al cinema era quasi un rito, un evento eccezionale che si viveva in un ambiente buio, coinvolgente e in grado di creare un forte distacco rispetto alla realtà. La televisione invece è fruita spesso, distrattamente e in un ambiente familiare. Inoltre la tv usa strumentalmente i divi, perché questi le sono utili per vendere le merci della pubblicità, in quanto servono a catturare un’audience che sia la più vasta possibile e a girarla agli inserzionisti”.
In altre parole, i personaggi di oggi sono merce di scambio: se fanno vendere vengono portati in alto, se invece smettono di funzionare , vengono dimenticati in un cassetto.
Linda Bagnoli
UPMINSTER un quartiere di periferia, che trasmette serenità
October 22, 2009 by admin
Categoria: world wide
Londra
In un tipico “British day” dove la pioggia improvvisa, ma poco fastidiosa, fa capolino nella giornata autunnale, andiamo a cogliere un altro aspetto della periferia di Londra, sita nell’estremo Nord Est della capitale.
Durante il tragitto in metropolitana, si abbandona presto il “viaggio sotterraneo”, per salire in superficie. Dalla stazione di West Ham in poi si fa sempre più chiara la visione di una Londra in cui i sobborghi popolari divengono ben visibili, nell’ottica di un paesaggio dalle caratteristiche inconfondibili. Una Londra diversa, fatta di palazzi dai colori cupi e vagamente sinistri. Eppure, una volta raggiunto il capolinea ad Upminster, bisogna immediatamente smentire le previsioni ed analisi pessimistiche, fatte forse un po’ frettolosamente nei confronti di questa periferia. Upminster, infatti, è un sobborgo popolare, ma estremamente ordinato e animato, in modo continuo, da tantissimi bambini che si ritrovano nel parco pubblico.
La dimensione a “misura d’uomo” consente a grandi e piccoli di godere di tutte le attività ricreative e di svago che si possano desiderare. Qui la prevalenza di negozi e attività commerciali è più marcatamente made in UK, ma con la solita integrazione, anche se decisamente meno a tinte forti rispetto ad altre parti della periferia londinese. Che ci siano ristoranti Italiani o pub tradizionali, che ci si ritrovi davanti a ristoranti asiatici o indiani, tutto sembra inserito in un contesto tipicamente inglese, tale da integrare in maniera sublime ciò che è etnico, con ciò che non lo è. Una volta conclusa la via commerciale, inizia la vera e propria realtà abitativa, fatta di case raccolte in un fazzoletto, l’una dietro l’altra, tutte molto ordinate e con il loro piccolo giardino ricco di verde e di fiori colorati. Sembra di essere a “Wisteria Lane”, in un episodio di Desperate Housewives. La strada è popolata da persone di tutte le età, dagli 0 ai 90 anni, ed è significativo vedere anziani, ancora arzilli nei pub a bere birra e, allo stesso tempo, discorrere anche con ragazzi molto più giovani. La giornata ad Upminster si chiude in un pub, tra l’immancabile pinta di birra e il solito gruppo di anziani che occupa un tavolo intero per festeggiare il compleanno di un loro amico ultracentenario. Il più giovane della compagnia supera tranquillamente gli 80 anni, ma è tutta la tavolata ad esprimere una vivacità fuori dal comune, che ci ispira una naturale serenità.
A volte gli Inglesi sono proprio forti….
Norman di Lieto
Gli occhi della tigre hanno il rimmel azzurro

Abbiamo chiesto alla nostra collaboratrice Barbara Fontanesi, ex nazionale di pallavolo e atleta di spicco nel panorama internazionale dello sport italiano, un intervento sui successi della Nazionale femminile di pallavolo e sui successi delle donne, in questi nostri tormentati anni.
E’ stata la sua frase più celebre: “ In campo voglio vedere le vene del collo gonfie, gli occhi da tigre. Altrimenti si perde”. Lui è Julio Velasco un grande allenatore, che ha dato tanto al volley italiano degli anni novanta. Quegli occhi il suo allievo Barbolini, quindici anni dopo, li ha tinti d’azzurro, portando le atlete del volley sul podio più alto d’Europa, confermando una tendenza italiana che ci vede a trazione femminile.
Perché sì, saremo pure la patria delle veline, delle escort e delle ministre dai curriculum danzerecci, ma le donne in Italia, da sempre, sono esempi vincenti, dimostrando che, con grande serietà ed impegno, le sfide del campo e della vita, si vincono.
Già, perché arrivare in alto non è da tutti!
Occorre sacrificio (parola ormai desueta), occorre progettazione e spirito di gruppo tra squadra visibile, quella che scende in campo, e “squadra invisibile”. Non c’è sport individuale che non abbia alle spalle un team.
Le amazzoni degli anni 2000 sanno essere brave e belle: in campo, nei calendari, negli spot pubblicitari ed anche in famiglia, sfatando una purtroppo ancora attuale abitudine: che la maternità nel lavoro sembra essere una rara malattia contagiosa da emarginare.
Ovviamente, tutto questo non è frutto del caso ma della progettazione, dell’investimento e della “fame” che traspare dagli occhi di queste atlete; fame che potremmo racchiudere in uno slogan molto conosciuto:” Perché noi valiamo”.
Sarà da questa consapevolezza e da una nuova forma di pionierismo che le donne, con dolcezza, eleganza e determinazione, daranno il loro contributo alla società del futuro… escort permettendo.
Barbara Fontanesi
(Ex dagli occhi di tigre)
Una finestra sul passato: sono di scena Formula 1 e piloti mondiali
October 12, 2009 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Questa volta, per giusta par condicio, dedichiamo questo articolo ai nostri amici lettori maschi. Sulla scena la Formula 1, attraverso un raduno esclusivo di campioni e piloti che hanno fatto la storia.
Da ogni angolo d’Europa sono arrivati sulla costa romagnola e tra i tornanti di San Marino, per celebrare il loro raduno annuo, 20 ex piloti di Formula 1, al volante di splendide, rombanti auto d’epoca. L’emozione è stata grande e unica: si passava: dal Rosso di una Allard del 47, al giallo di una Miller del 36, all’argento di una Porche 356, in perfetta sinergia con il nero di una Lester Riley, al blu di una Ferrari 400, creando un grande caleidoscopio nello scenario delle strade sammarinesi.
È molto difficile mettere assieme tanti miti del passato, farli sfilare e competere tra loro, oggi. È avvenuto grazie a Gabriele Fabbri, gentleman driver, albergatore e organizzatore di eventi. L’iniziativa, denominata: Piloti che gente 2009 , era gestita in collaborazione con il Club des ancîens pilotes de F1. Non potevano mancare a un simile appuntamento nomi di riferimento come come Nino Vaccarella, imbattuto campione Ferrari degli anni ‘60, targa Florio e Le Mans; Nanni Galli: Ferrari, Mc Laren, Lotus; Tony Brooks: premio alla carriera Goodwood 2008; Bob Boundurant prestigioso pilota americano; Peter Westbury, campione europeo di F1; Maria Teresa De Filippis, la prima donna al mondo a correre in F1 al volante della Maserati. Questi e tanti altri personaggi da leggenda sopravvissuti all’adrenalina e alle difficoltà delle corse, che hanno alimentato il mito della F1. La manifestazione ha visitato i più esclusivi castelli dei Malatesta: Montegridolfo, Gradara, San Marino e ovunque le prove speciali di regolarità e soprattutto le sfide su pista ha riacceso in loro qualcosa di speciale: la passione, la voglia di competere, di vincere, facendoli tornare ragazzi.
Tra una corsa e l’altra, ha preso corpo un intervallo di sapore hollywoodiano: nella cornice di Villa Franceschi, trasformata per l’occasione in laboratorio, esperti ceramisti hanno immortalato questi miti delle corse, prendendo loro il calco delle mani nel cemento, come accade ai divi della celluloide, made in USA. Un ricordo di questa esperienza tra le strade storiche della nostra Romagna, da sempre terra di motori. Ci ha colpiti, durante un’intervista a Nino Vaccarella, la sua nostalgia per il poco contatto umano che Enzo Ferrari dimostrava nei confronti dei suoi piloti, in contrapposizione alla grande considerazione per i suoi bolidi. Su un punto sono tutti d’accordo: una volta i piloti professionisti erano gentleman driver, l’automobilismo era più semplice, più spettacolare e meno costoso. A Piloti, che gente, tutto è improntato al ricordo, ma in maniera costruttiva e non solo nostalgica. Il passato, rimane il grande protagonista, ma guardando sempre al futuro, al prossimo incontro, a una nuova gara.
Carla Aghito
Londra, quando l’informazione è tolleranza
Un viaggio nel Regno Unito e, in special modo, a Londra può essere illuminante sotto molti punti di vista.
Uno di questi è senza dubbio il fenomeno dell’immigrazione.
Proprio su questo giornale abbiamo già scritto di realtà specifiche nella capitale inglese, città ad altissima presenza di immigrati, e come questi siano integrati in un contesto multietnico.
In uno dei viaggi di Flipmagazine, nelle periferie londinesi, ci ha colpiti un particolare che riteniamo significativo.
Nel periodo del Ramadan, su cartelloni pubblicitari ben visibili e patrocinati dal governo britannico campeggiava un interrogativo: “What will you give him to eat?”, il manifesto ritraeva un bambino musulmano.
Il punto è questo: le istituzioni inglesi offrono il proprio supporto gratuitamente per aiutare chi, in un periodo molto sentito dalla comunità di religione musulmana, si trova con figli anche molto piccoli, a cui far seguire il digiuno di rito.
Questo è uno dei tanti aspetti di come l’integrazione nel Regno Unito, sia oltre che ben riuscita, assolutamente rispettosa delle tradizioni e dunque degli usi e costumi delle popolazioni immigrate.
Il primo interrogativo che ci siamo posti è se un manifesto di questo tipo in Italia potremmo mai vederlo, come accade in Inghilterra?
La risposta non è difficile.
Vivendo a contatto con la cultura anglosassone ( in cui comprendiamo anche quella relativa agli Stati Uniti ), salta subito agli occhi come già da bambini, negli asili, nelle scuole, nei parchi giochi pubblici, i “piccoli” indigeni siano abituati a crescere, interagire, vivere e condividere con bambini di qualsiasi razza, siano essi neri, asiatici, arabi, abituandosi a condurre la propria esistenza in un mondo fatto di tante origini e colori diversi.
Purtroppo in Italia, come in nessun altro Paese europeo, crediamo ci sia una cultura tendente all’esclusione, che colloca in una sorta di ghetto lo straniero, mettendolo in un angolo, senza possibilità di una reale e vera integrazione.
È questione di cultura, di apertura mentale, di sensibilità, di relazione con gli altri, tutti elementi che ancora oggi sembrano lontani anni luce in Italia, un Paese che troppo spesso perde la propria identità, dietro a falsi miti che non conducono da nessuna parte.
Alfonso della Mura
Corpi in vendita: vivremo tra esseri viventi artificiali ?
October 7, 2009 by admin
Categoria: terza pagina
Poiché ogni anno vengono rilasciati negli Stati Uniti più di 4.000 brevetti sul DNA, c’è chi ha stimato che più del 20% dei circa 35.000 geni presenti nel genoma umano è già diventato di proprietà di qualche società farmaceutica o università. Dunque, un ignaro cittadino e i suoi familiari possono diventare oggetto di una caccia al loro prezioso patrimonio genetico. Questa situazione ha comportato che negli ultimi anni moltissime imprese si siano gettate alla caccia ovunque nel mondo di geni di microrganismi, piante, animali o esseri umani che appartengono al patrimonio genetico comune di tutte le specie viventi. Sono l’eredità di milioni di anni di evoluzione, ma possono essere sfruttati commercialmente per creare ad esempio nuovi prodotti agricoli o farmaci. E come i geni anche altre componenti dei corpi di creature viventi (cromosomi, cellule e tessuti) sono brevettabili e dunque sfruttabili commercialmente. Inoltre, con il progresso delle tecniche mediche, che consentono con sempre maggiore facilità di isolare, frammentare, conservare e reinnestare parti di un corpo su altri corpi, e con la progressiva globalizzazione economica del pianeta, ciò che si sta sviluppando oggi è un tipo di economia che è stato recentemente denominato dagli studiosi Catherine Waldby e Robert Mitchell «economia dei tessuti». Fenomeni come gli enormi interessi economici al lavoro sulla possibilità di scambiare parti minime dei corpi (la pelle, lo sperma, le ovaie, gli ovuli, le cellule, gli embrioni e il cordone ombelicale) e il traffico internazionale di organi umani da trapiantare (il cuore, i reni o le cornee) rendono evidente infatti che oggi abbiamo sempre più a che fare con una nuova forma di economia basata sul commercio delle principali parti degli esseri viventi. Un’economia consentita dalla possibilità odierna dei corpi di essere frammentati e ricombinati con sempre maggiore facilità. Il che ha permesso di conferire una nuova mobilità alle componenti della vita, le quali possono così entrare facilmente in circolazione nei flussi globali del capitale e diventare una importante fonte di valore economico.
Questi aspetti preoccupano soprattutto perché le innovazioni sviluppate dall’industria genetica procedono a passi da gigante. Com’è noto, nel 1996 è stata clonata a Edimburgo la pecora Dolly e da allora sono stati numerosi gli animali nati attraverso la clonazione: topi, scimmie, mucche, capre, maiali, conigli, muli, cavalli e cani. E sono in corso molti tentativi per dare vita al primo organismo vivente artificiale. In laboratorio, partendo da sostanze chimiche, si cerca di ottenere del DNA sintetico con il quale si creano dei geni e quindi l’impianto molecolare di organismi completamente nuovi. Nel marzo del 2006 le università della California e dell’Illinois hanno creato un virus artificiale. Ha vissuto solamente 50 nanosecondi, ma si è trattato di un primo passo verso la vita artificiale. Finora i ricercatori comunque hanno fabbricato elementi biologici singoli e non organismi completi in grado di autoreplicarsi. Ma forse è solo questione di tempo e un domani dovremo imparare a convivere con esseri viventi completamente artificiali. Naturalmente acquistabili sul mercato pagando il relativo prezzo.
Vanni Codeluppi
Docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia















