La Nayda, il Marocco che guarda al futuro
September 21, 2009 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Casablanca
Una terra in costante evoluzione e nello stesso tempo bloccata da fermenti, che sembrano spingere in maniera forte verso il passato. Un Paese che offre un melange di ricchezza e povertà, minigonne e veli, jeans e djellaba. Un Paese che cerca un’identità, in un Magreb che lotta anche con gruppi che vorrebbero andare verso un integralismo esasperato.
Dalla capitale economica del Marocco, arriva un movimento giovanile, caratterizzato da musica, cultura e voglia di novità, rispetto alla routine di tutti i giorni: si chiama Nayda e significa risveglio e voglia di affrontare il modo a muso duro. E’ anche un modo nuovo di vestirsi, un look, una voglia di distinguersi da altre tendenze giovanili. L’aspetto dominante è rappresentato dalla musica, che ha grande assonanza con il rap. E’ una musica urbana, molto ritmata, che racconta sentimenti, aspettative e desideri dei giovani, combattuti tra speranze di un futuro positivo e libero e un totale disincanto nei confronti di una parte della società che non vorrebbe mai cambiare. Uno degli appuntamenti più attesi e affollati della Nayda è rappresentato dall’annuale festival musicale, che attira migliaia di giovani provenienti da ogni parte del Paese e ha il suo punto di forza in artisti come H-Kayne, Darga, Don Bigg, Si Mehdila e la giovane Oum e che sono diventati ormai degli idoli per le folle locali. Ma il fenomeno non si limita alla musica e coinvolge anche il cinema, con nomi come Noureddine Lakhmari e i media. Le frange più conservatrici della popolazione del Paese guardano con occhio critico questa voglia “occidentale”di esprimersi, guardando alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, ma non si può trascurare l’aspetto evolutivo della Nayda che riflette un forte desiderio delle giovani generazioni di andare al di là della tradizione, che a molti sta solo stretta.
Christian Ben Driss ( traduzione di Bianca Fontanelli )
Un faccia a faccia insolito, con un insolito divo
September 15, 2009 by admin
Categoria: terza pagina
Londra
Fa uno strano effetto incontrare un mito del cinema mondiale e scoprire che è simpatico, chiacchierone e con una gran voglia di raccontarsi, nonostante gli ottant’anni dietro l’angolo. Lui è Sean Connery, l’unico James Bond che, insieme a Daniel Craig, abbia percorso una propria autonoma carriera cinematografica, senza diventare prigioniero del personaggio, dell’ormai anacronistico agente segreto. Connery dà l’impressione di essere uno che non si prende troppo sul serio, ama giocare a golf, leggere libri, coltivare una forte passione per l’arte e pensare il meno possibile al cinema, oltre a ricordare quando da ragazzo si era avvicinato alla danza. Parla di giovani e coetanei, ironizzando sul fatto che tutti gli uomini (o quasi) vorrebbero rimanere giovani a vita, soprattutto con la testa, più che con il corpo. Qualcuno dice che il grande Sean sia un bel tirchio e i pantaloni sdruciti sotto una giacca vintage, molto Camden Town, sembrano dar ragione a questi rumour. Racconta che il vento e l’inverno, magari con un po’ di sole, gli danno una grande carica e che guardare verso il cielo lo spinge a pensare ad una giornata positiva, piena di cose da fare, ricca di pensieri che non stanno a giudicare il passato. Non parla mai di Bond, anzi sembra che il personaggio non abbia mai fatto parte della sua vita. Un drink poco alcolico lo rallegra, si vede, è palpabile. Crediamo con convinzione che quando un uomo raggiunga una certà età, un tempo si diceva un’età rispettabile, debba dire cose intelligenti e un po’ sagge e debba smetterla di fare il ragazzotto, affetto da machismo senile. Lui che è stato un macho par excellence, non fa nulla per apparire tale. Non parla di donne e non fa battute salaci, parla, parla, riflette, ragiona, si ferma con le parole, come se volesse evitare le banalità e poi riprende. Connery, uno non se lo immagina così e invece incontrarlo è un’esperienza non inutile, anzi porta a pensare. E tutto questo è positivo.
Alain Bataclan d’Onsvers
La S-coppia ideale: mito o realtà
Il più grande nemico della coppia è la “coppia ideale”. Quella rappresentata dai genitori, da imitare o respingere, quella proposta da libri, film e giornali. Una frustrazione quotidiana che ci porta alla ricerca di un principe che di azzurro ormai, non ha più neanche il pigiama.
Siamo cresciute col mito di Cenerentola credendo che il nostro partner ci debba rendere felici, offrire soluzioni a vecchi problemi e trasformarsi, “on demand”, in un super eroe per rispondere ai nostri bisogni emotivi, sempre più in evoluzione.
Il disincanto di questa illusione ci ha portato, in sordina, a dichiarare guerra all’altro sesso, a considerare l’uomo un vero e proprio nemico da sconfiggere. Ci lamentiamo dei mariti, degli amanti, degli ex… ed anche dei futuri compagni: “tanto son tutti uguali”!
Che noia, e soprattutto, che fine ha fatto la magia dell’amore? Chi ha lanciato la prima “bomba” dichiarando guerra all’altro sesso? C’è un anniversario, una data, un episodio che ci è sfuggito o dobbiamo dichiarare l’ennesima “Giornata mondiale” per ricordarci una simile “disgrazia”?
Siamo stati tutti molto indaffarati a fare altro, mentre le cose vere della vita ci sfuggivano di mano o siamo diventati solo molto viziati e poco propensi al sacrificio? Già, perché “purificarsi” e fare piazza pulita delle fantasie impossibili da realizzare, non del nostro ma di qualsiasi rapporto, costa fatica! Liberarsi degli ideali dell’uomo “protettore” che gioca a salvare la donna “mancante” è una scommessa difficile da reggere, sia dal punto di vista emotivo e sociale.
Ma allora, cosa fare quando l’altro da principe comincia a trasformarsi in ranocchio? Forse l’unica regola per amare bene è sempre la stessa: conoscersi e sentirsi responsabili, in prima persona, del nostro rapporto di coppia e scoprire, che il vero nemico da sconfiggere, non è lui, ma le nostre paure e i nostri falsi miti.
In fondo… tutte le favole passano per grandi difficoltà.
Barbara Fontanesi
E’ scoppiata la febbre dell’oro
September 10, 2009 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
Milano
Dedichiamo questo articolo alle nostre lettrici, che sentono forte la nostalgia del benessere estivo e vogliono continuare a sognare, per qualche giorno.
La Fiera di Vicenza nota per dedicare sempre spazio alla presentazione delle ultime collezioni di gioielleria e oreficeria, quest’anno ci sorprende abbinando il business a 24 carati ai trattamenti di benessere con oro e pietre preziose: un’unione armoniosa di lusso ed efficacia, dove la donna è la protagonista. La città veneta questa volta punta i riflettori su Gem World, un salone tematico delle pietre preziose e semipreziose. Un’area esclusiva dove il colore, la forma delle gemme, lo stile, il design insieme ai tagli, alle delicate trasparenze ed opacità saranno sotto gli occhi di tutti, con infinite suggestioni.
In particolare, ci interessa portare l’attenzione delle lettrici sulle “GEMME DEL BENESSERE”, ovvero i trattamenti per la cura e il mantenimento della bellezza. Le pietre preziose e semipreziose sono conosciute e utilizzate fin dall’antichità per le loro proprietà benefiche, nei trattamenti e protocolli di bellezza. Oggi, l’approccio scientifico con i minerali, grazie alle tecnologie più all’avanguardia, torna in auge, anche per l’esigenza del consumatore che chiede e sente un ritorno alla natura. Ispiratrice di questa iniziativa che sposa il fascino delle gemme e le proprietà delle stesse di donare bellezza e benessere è “Idea Prana” marchio che svolge il ruolo di pioniere in questo settore. La novità, che Flipmagazine presenta in esclusiva, è un nuovo modo di “proporre il gioiello”, un punto di riferimento per le nostre lettrici, sempre a caccia di proposte “serie ed efficaci” per curare il corpo e ottenere risultati per la propria salute. Il corpo, curato e massaggiato con olii e pietre preziose, diventa esso stesso un gioiello prêt à porter, da portarsi tutti i giorni per le strade affollate del mondo…
Fra uno stand e l’altro la parola d’ordine è risplendere, voglia di stupire: ogni donna nella storia dei tempi ha sempre gioito di possedere ed indossare un monile d’oro e l’oro diventa così cura per il corpo, oltre che accessorio.
Vanità delle vanità? No, non solo, ogni pietra che ci attrae ci comunica la sua storia, che diventa la nostra storia. Sul palcoscenico della vita, l’oro è voluttà, merce di scambio, è simbolo di potere; ma anche sinonimo di gioia.
E noi ci chiediamo: “Sarà anche la medicina del futuro”?
Carla Aghito
Tra le vie di una periferia difficile
September 9, 2009 by admin
Categoria: world wide
Londra
È un misto di sensazioni ed emozioni fortissime, le une diverse dalle altre, colori accesi e cupi nello stesso istante.
Londra è di tutto/i, India(ni), Asia(tici), Caraibi(ci).
È una città cosmopolita che riesce a creare l’alchimia di un mondo possibile e soprattutto realmente compiuto, come in un melting pot ideale.
Un mix di culture e mondi diametralmente opposti, così diversi ed inconciliabili ma che, come in un cilindro che raccoglie e mescola in maniera magica il tutto, riesce a creare l’alchimia di un mondo possibile e, soprattutto, realmente compiuto.
A Londra ci si deve arrivare con la consapevolezza che qualsiasi tipo di rigidità o chiusura mentale possa non esistere e immaginare così un mondo dove si possono costruire tante vite e tanti universi così diversi dagli altri.
Allo stesso tempo l’incontro di questi mondi tanto differenti porta a risultati inaspettati, – perché non omologati e legati a vecchi cliché perbenisti -, e per questo così straordinari ed unici.
Partendo dalla “Posh” Notting Hill prendiamo the Tube, destinazione capolinea BRIXTON, una periferia disgraziata e pericolosa che, in passato, aveva più volte colorato la città di sangue.
Si comincia con la metropolitana che si blocca poco prima della “final destination”, dove Flipmagazine va a vedere di persona se qualcosa “è cambiato”, se il nuovo Major ha portato i cambiamenti promessi.
Siamo soli nel vagone e il macchinista non appena apre le porte alla fermata di Brixton, le richiude immediatamente facendo ripartire la marcia della metropolitana in maniera decisa, come se volesse lasciarsi alle spalle questa destinazione alla periferia di Londra, che qualcuno ricorda con dispiacere.
Appena lasciata l’Underground, imbocco immediatamente la Electronic Avenue, una via ricca di bazar, alimentari, abbigliamento, casalinghi, elettrodomestici, in tutto lunga quasi 1 km.
Qui i negozi stanziali e le attività ambulanti si abbracciano in un fazzoletto ristretto, dove l’unico venditore “made in UK” ha il suo bancone di frutta ed ostenta con orgoglio la bandiera inglese, fieramente appesa dietro di lui. Una bandiera simbolo dell’unico avamposto inglese in questo regno governato da asiatici, arabi e caraibici.
Il Brixton village è un lungo corridoio pieno di bazar che rappresenta una sorta di via d’oriente che conduce in un mondo parallelo e quasi sembra di ritrovarsi ad un tratto non più a Londra ma ad Istanbul.
Nel market row invece si respira un’aria diversa, data dal fatto che si ha come l’impressione di trovarsi in una sorta di ghetto, dove l’integrazione sembra così ben riuscita, da poter per un attimo chiudere gli occhi e pensare di essere in visita ad un mercato caratteristico di qualsivoglia paese arabo.
Allo stesso tempo tutto questo risulta vincente nel progetto del nuovo Major di Londra, che ha come scopo quello di recuperare le zone periferiche, togliendogli quella luce cupa e sinistra per donarle una parvenza di Londra pur trovandosi nell’estrema periferia.
Il progetto è in fase avanzata e la Brixton, pericolosa ed infrequentabile del passato, sembra stia cambiando repentinamente pelle, venendo ad assumere colori ed immagini più vivaci ed intermittenti, con un senso di disordine colorato che, a tratti, sembra quasi ordine.
Norman di Lieto














