Catarella, vittima di Montalbano: un carattere per i nostri giorni
August 28, 2009 by admin
Categoria: terza pagina
Si pensa a un comico e viene spontaneo pensare all’interpretazione di un carattere, di un tipo ben delineato. Nella storia del cinema mondiale questa tipologia di attore (non solo comico, per la verità), il cosiddetto caratterista, è sempre stata una presenza costante, in Italia, in Gran Bretagna (la scuola migliore in questo campo) e negli Stati Uniti.
Nei nostri tempi, nella fortunata fiction televisiva “Il commissario Montalbano”, che ripercorre le vicende del noto commissario, un personaggio abbastanza originale e un carattere diverso dagli altri, fa capolino nelle vicende ambientate in un piccolo lembo di Sicilia, ancora incontaminato.
Angelo Russo, attore di teatro dal nome poco altisonante è il tuttofare Catarella e affianca il commissario, interpretato da Luca Zingaretti, sex simbol ( bah! ) per tante donne italiane, che dà vita al poliziotto siciliano un po’ burbero, ma buono d’animo.
La fiction italiana ha fatto faville anche in Europa, in special modo nel Regno Unito, dove il romanzo di Andrea Camilleri era già popolare ancor prima dell’ adattamento televisivo.
Catarella, l’agente semplice del locale posto di polizia, goffo ed impacciato, che parla con difficoltà e non riesce a riportare correttamente il nome di chi telefona e, sovente, viene apostrofato benevolmente dal nostro eroe , è indubbiamente il tipico “caratterista” di cui il teatro ed il cinema italiano è sempre stato ricco.
Angelo Russo è bravo, spontaneo, credibile, pur nel suo essere ridicolo. Parla con difficoltà, tartaglia, si affanna e si emoziona alla vista del superiore, non riuscendo a farne giusta una, per timore reverenziale, per una sorta di paura tipica del sottoposto, per una malcelata confusione mentale, dettati dal sentirsi inadeguato agli occhi degli altri e, soprattutto, ai propri occhi, che si interrogano su quale sia il suo vero ruolo all’interno di quel posto di polizia e nel mondo.
Diversi caratteristi, spesso, proprio come nel caso di Angelo Russo sono attori di teatro di buon livello e raggiungono la popolarità grazie a queste “improvvisate” da piccolo schermo.
Nella storia del cinema italiano, la scuola dei “caratteristi”, dove per caratterista si intende appunto un attore che sviluppa uno specifico carattere che segna e dà ritmo alla trama è ricchissima di ottimi talenti. La scuola romana e quella napoletana, in particolare…
Nomi come Nino Taranto, Carlo Croccolo, Peppino De Filippo, tutti attori che hanno affiancato nei suoi numerosi film il principe della risata e monarca assoluto dei caratteristi, Antonio de Curtis, in arte Totò, sono un esempio preciso.
La premiata ditta “Totò e Peppino” ha funzionato a meraviglia proprio per la capacità eccezionale di De Filippo di essere la spalla ideale per un attore come Totò. Peppino de Filippo, da parte sua ha dimostrato anche ben altre doti come autore di teatro e creatore di personaggi, come “Pappagone”.
Della scuola romana, restano indimenticabili Aldo e Lella Fabrizi, Mario Brega e Bombolo e molti altri, tra i quali due attori che poi sono diventati protagonisti intoccabili, Alberto Sordi e Carlo Verdone. In Aldo Fabrizi la caratteristica principale è la scontrosa bonarietà e l’amore per il cibo, in Lella Fabrizi il suo essere materna e burbera allo stesso tempo. Alberto Sordi ha sempre interpretato l’italiano medio nelle sue differenti sfaccettature, dall’impiegato al vitellone, dal militare, al ragazzo italiano innamorato dell’America. Mario Brega, invece ha interpretato il ruolo del padre, quello del camionista, quello del suocero, tutti personaggi schietti, veri, ruspanti e quasi violenti nella loro tracotante vitalità. Ma è proprio Verdone a rappresentare nei suoi film di esordio come “Un sacco bello” e “Bianco, Rosso e Verdone”, la tipica figura del caratterista. L’attore romano interpreta diversi personaggi e dalle diverse sfaccettature, come il ragazzo di più di 30 anni, Mimmo, ancora ingenuo ed imbranato, il bullo che racconta un sacco di “fregnacce” e che alla fine è irrimediabilmente solo, il “figlio dei fiori” in lotta contro il papà perbenista e prepotente, l’emigrante italiano che vive in Germania, l’uomo pignolo ed insopportabile che verrà poi lasciato dalla moglie, sfiancata dal marito ultrapresente ed assillante.
Anche Bombolo, come spalla nei film “cult” e soprattutto trash con Tomas Milian, nel ruolo di Monnezza è il caratterista che si distingue per le guance paonazze e per il ruolo di “vittima predestinata” .
La carrellata dei caratteristi è lunga e, sapendo di dimenticarne tanti nel mondo, citiamo alla rinfusa: Louis De Funes, Bourvil, John Mills, Alan Arkin, Ward Bond, Tina Pica, Marisa Merlini, e tanti tanti altri.
Ma Angelo Russo con il suo Catarella oggi rappresenta la novità e sancisce ancora una volta l’importanza del caratterista nel panorama dello spettacolo mondiale.
Norman di Lieto
Vivere frequentando corsi e ancora corsi: una triste realtà italiana
August 14, 2009 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
L’accesso al mondo del lavoro, non è una novità, è diventato sempre più complicato e non privo di ostacoli, talvolta insormontabili.
Annunci di lavoro che richiedono titoli di studio in quantità industriale, contestualmente all’esperienza di lavoro quasi decennale e, se non è chiedere troppo, un’età media compresa tra i 25 e i 30 anni.
Detto questo, è anche vero che nella società di oggi, la domanda di lavoro è molto elevata e, di contro, le offerte di posizioni professionali interessanti o quantomeno in linea con le aspettative dei candidati, sono sempre meno numerose.
Prima della crisi economica, vi erano già segnali allarmanti sullo stato dell’occupazione nel nostro Paese, con miriadi di stage non retribuiti o vari tipi di contratto, dai co.co.co a quelli a progetto, che tante criticità hanno creato, non ultima quella relativa al precariato.
Oggi possiamo sottolineare come un nuovo fenomeno in questi ultimi anni si stia facendo sempre più largo negli usi e costumi di diversi studenti italiani.
È il fenomeno dei “ corsi e ricorsi basta che segua un corso”.
Una volta raggiunto il traguardo della Laurea, si comincia l’iter infinito dei Corsi di specializzazione, più corsi si frequentano, più si presume, che si possano aumentare le possibilità di assunzione nelle Aziende.
Sovente i Corsi che si decide di frequentare, sono in antitesi l’uno con l’altro e non servono concretamente ad ottenere un reale miglioramento del proprio curriculum, in special modo se tutti questi corsi che si frequentano non fanno altro che procrastinare la data di inizio del proprio ingresso nel mondo del lavoro.
Ragazzi / e ( uomini / donne ) di 30 anni che non hanno mai lavorato, ma che hanno nel curriculum da presentare alle Imprese svariati Corsi di specializzazione, di perfezionamento, di “allungare i tempi”.
E tutto questo sotto l’occhio complice dei genitori, che si ritrovano in casa alla soglia dei 30 anni, figli che ancora non sono in grado di lavorare e di poter vivere autonomamente dalla propria famiglia.
E per questi giovani che fare?
Potremmo coniare un termine bipartisan: Bamboccion-fannulloni. ( Copyright dei due termini: il primo è di Tommaso Padoa Schioppa, ex ministro succhiasangue nel passato Governo Prodi e il secondo è di Renato Brunetta, il miniministro saputello, in carica nell’attuale governo Berlusconi ). Poi pregare che capiscano che un giorno i genitori non ci saranno più e loro cosa faranno? Andranno a chiedere l’elemosina all’uscita dei supermercati? Si spareranno? Si addormenteranno sniffando colla come i bimbi di strada a Bucarest ?
Noi suggeriamo di alzare il culo e andare a cercar lavoro, come più o meno abbiamo fatto tutti, nei secoli dei secoli.
Alfonso della Mura
Arte e Motori: una ricetta per animare l’estate
August 14, 2009 by admin
Categoria: cosa bolle in pentola
E’ sempre difficile distinguere cultura e pretesto culturale, arte o semplice esposizione di tentativi artistici. E’ difficile, per chi deve raccontare ciò che avviene nel mondo, come facciamo noi su questo giornale e per chi deve scegliere un evento a cui prender parte.
Esistono poi iniziative che provano a mettere insieme cultura ed evento e, qualche volta, in buona parte ci riescono. E’ il caso di “Arte e Motori”, che da alcuni anni unisce svago e cultura e Riccione ne è scenario, con il suo mix di eleganza e tradizione popolare.
L’idea nasce dalla creatività di Gabriella Orsi, pittrice bolognese che ha al suo attivo
decine di mostre personali e con un passato molto vicino alla realtà delle auto storiche.
Proprio in virtù dell’esperienza della Orsi, l’evento miscela tante cose, come: una mostra collettiva che presenta quadri, sculture, complementi d’arredo, con personalità dell’arte, dello spettacolo, cultura, sport, oltre a cinquanta esemplari di auto bellissime risalenti ad epoche passate, che sfilano tra due ali di folla lungo il sempre attuale Viale Ceccarini, cuore della cosiddetta Perla Verde dell’Adriatico: Jaguar, Porsche, Rolls Royce, Bugatti, Mercedes…dando vita ad un vero trionfo di forme e colori.
La passione che fa da collante a tutti i collezionisti, li fa sfilare sulla loro creatura, per le vie della città, protagonisti per qualche ora, sotto gli sguardi ammirati di chi con un po’ di stupore e, perché no? con un po’ di invidia, li applaude. Le auto storiche sono, in qualche modo, una forma d’arte e di evento insieme e unirle a pittura e scultura è un’idea originale, in un’estate che fa fatica ad avere idee, tramortita da una crisi senza confini. Tra le auto più belle fa anche capolino una Topolino B, reduce dalla Mille Miglia e Winter Maraton e una splendida Allard appartenuta a Clark Gable, guidata da Shark, pilota che negli anni 70 e 80 ha raggiunto più di un traguardo.
Potremmo dire che le auto sono delle vecchie e belle signore, parcheggiate di fronte al Palazzo del Turismo, restaurate bene, che ci aprono una finestra sul passato e fanno sognare.
“Arte e Motori” è senza dubbio un evento particolare, unico, una formula sempre nuova, di coniugare l’arte ai motori, per spingere anche a socializzare e ad esprimere una passione per una forma diversa di aggregazione, tra evento e cultura.
Carla Aghito
L’Italia esporta cervelli e importa piedi : Vergogna !
Sovente ci ritroviamo a dover leggere classifiche di vario tipo stilate dai diversi organismi internazionali, siano essi economici, finanziari o politici, che inseriscono il nostro Paese all’interno delle diverse graduatorie, in posizioni tutt’altro che di prestigio.
La lista è lunga e, quasi ogni giorno, vi sono aggiornamenti poco lusinghieri sulla situazione italiana, confrontata a quella degli altri Paesi europei e non solo.
Crediamo che nonostante i dati allarmistici, una certa dose di indifferenza continui ad accompagnare l’opinione pubblica italiana ogni qualvolta questi dati vengono resi noti.
Forse non ci si anima più per le questioni cruciali del nostro Paese?
L’occupazione giovanile, la ricerca scientifica, la sanità, l’istruzione, i conti pubblici, sono diventati improvvisamente come questioni astratte, domande puerili le cui risposte porterebbero solo a doversi confrontare in maniera sterile su questioni di lana caprina.
Eppure, siamo sempre un paese di poeti, santi e navigatori, ma non siamo un popolo dotato di spirito (auto) critico, consapevole ed impaurito all’idea di dover analizzare una situazione di mediocrità e, giocoforza, dover constatare il fatto che il confine è sempre più marcato e con una strada che conduce verso una deriva di decadenza inesorabile.
La situazione della ricerca in Italia oggi è illuminante, serve a far comprendere in maniera ottimale in che stato versi il nostro Paese e quale ( poca ) attenzione riservi alla Ricerca scientifica.
Siamo il fanalino di coda tra i Paesi più sviluppati per investimenti nella ricerca.
Paesi emergenti come Cina ed India vedono ritornare i loro “cervelli”, nel loro Paese perché i “nuovi giganti” della New Economy investono in maniera consistente, proprio nella ricerca scientifica.
In Italia, invece, i nostri cervelli fuggono e, sovente, non ritornano più.
Tutto questo anima le discussioni di noi italiani, quanto una televendita di mezza sera, quindi zero.
Eppure gli animi si surriscaldano, se Ibrahimovic scappa dall’Inter per andare al Barcellona e Kakà lascia il Milan per accasarsi con il Real Madrid, perché così il campionato italiano diventa più povero.
Anche questa è decadenza.
Se Rita Clementi, ricercatrice italiana di 47 anni che ha scoperto l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno, fugge a Boston, denunciando che esiste in Italia un sistema malato e disonesto che non premia il merito, la cosa passa quasi sotto silenzio e sotto la lucida indifferenza dei più.
Eppure Ibrahimovic è un ingrato, perché Moratti gli pagava un ingaggio suoeriore ai 10 milioni di euro l’anno.
Secondo voi quanto guadagnava Rita Clementi, ricercatrice italiana quasi cinquantenne, ma ancora precaria?
Infine, provate a chiedere se ne avete il coraggio a qualche vicino di ombrellone o di scrivania in Ufficio: “Che ne pensate della vicenda di Rita Clementi?”
“Rita chi?”.
Norman di Lieto
Il flaccido lato B dell’estate
Nel 1998, uno dei più grandi talenti del cinema contemporaneo, Woody Allen, esce nelle sale col film Celebrity, una commedia dove lo star system viene messo in scena in tutta la sua decadenza.
Il protagonista, unitamente alle star del film, fanno parte di un mondo dove tutti sono pronti a fare qualcosa per diventare famosi o per restare tali.
“S’impara tantissimo di una società vedendo chi sceglie di idolatrare!” è la frase cult del film, una sberla che ci riporta alla realtà ed alle notizie spazzatura di questi giorni.
La tv propone una programmazione ripetitiva e trash, al limite della decenza: l’ultima perla la sforna Italia 1 con una decadente Brigitte Nielsen che, sotto gli occhi delle telecamere e dei suoi tre cagnolini (due più il marito) inebetiti dalla sua “non-presenza”, si sottopone a quattro interventi di chirurgia estetica. Il tutto coordinato da quel “talento” di Elisabetta Gregoraci.
Per non parlare dei telegiornali, che in estate (…e non solo), smettono di dare notizie importanti, a fronte delle solite e ripetitive ovvietà.
“Venghino signori, venghino! Anche quest’anno caldo torrido nelle città. Anziani e bambini, come reagiranno all’umidità? Colonnina di mercurio impazzita! Attenzione a mettersi in viaggio il 17, per i superstiziosi bollino rosso sulle strade ed autostrade italiane”… per non parlare del piatto del giorno, della ultima dieta dissetante e dei kg di gelato consumati dagli italiani durante le ferie.
Sembra proprio che d’estate sia d’obbligo, appena svegli, prendere il proprio cervello e metterlo sul comodino… tanto non serve!
Ma se è vero che gli eventi vanno letti come fenomeno culturale e non parziale, il LATO B di quest’estate sta mostrando la parte peggiore di una cultura alla deriva dove, “il fatto”, inteso come sinonimo di concretezza e verità, lascia il posto a tutto ciò che è “ri-fatto”.
Stiamo davvero rinunciando all’autenticità delle cose per affidare al bisturi ed alla mistificazione il potere della nostra felicità?
Italiaaa Uno!
Barbara Fontanesi
Australia: una vita aperta e vuota, tra larghi confini
August 14, 2009 by admin
Categoria: world wide
Julie K. Warring, professionista nel viral marketing e giornalista, nostra corrispondente dal Regno Unito, si è trasferita in Australia. Con questo articolo inizia la sua corrispondenza dal Paese dei canguri.
Da Sydney
Per un’inglese, come chi scrive, che ha l’opportunità di andare a vivere in un altro Paese del Commonwealth, arrivare in Australia è una specie di shock.
Nulla a che vedere con la Gran Bretagna. Qui non c’è crisi, tutti lavorano, i ragazzi studiano, fanno sport, si divertono e sorridono. Là, vicino alla Manica, solo musi lunghi, facce scure, pub con gente che guarda nel vuoto e tracanna a nice pint.
Gli Australiani sembrano quasi tutti (l’eccezione, per altro, non sempre conferma la regola) gente senza problemi. Il lavoro c’è, il tempo libero anche. La natura ha la forza di circondare la vita di tutti.
In Australia la natura è la vera padrona, nutre tutto, dà linfa a tutti. Anche una città come Sydney, che ha un aspetto stile United States, offre tanta natura in pochi minuti. E, vivendo qui, anche il corpo e la mente sembrano rispondere a necessità e teorie differenti.
Tutto wonderful, quindi ?
Non proprio, ad essere obiettivi.
La noia, la mancanza di confronto, il credere in qualcosa che non sia solo avere un fisico abbronzato e tanto tempo libero, fa la differenza. Ad un’analisi, magari superficiale, ma pur sempre vera, l’Australia sembra un Paese da reality show, senza molto contenuto. Spazi aperti, natura aperta, lavoro aperto, apprendimento aperto, ma, in fondo, vita chiusa e un po’ vuota, tra larghi confini.
Julie K. Warring (trad. di B. Fontanelli)















